Alta Terra di Lavoro

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ALTRE PREZIOSE CONFESSIONI SU LE CONDIZIONI DEL NAPOLETANO E RISPOSTA AD UN’ACCUSA SU LE ISTITUZIONI GOVERNATIVE DE’ BORBONI

Posted by on Feb 16, 2020

ALTRE PREZIOSE CONFESSIONI SU LE CONDIZIONI DEL NAPOLETANO  E RISPOSTA AD UN’ACCUSA SU LE ISTITUZIONI GOVERNATIVE DE’ BORBONI

1. Trovare testimonianze della orribile sovversione sociale, in cui volge il reame delle Due Sicilie, che non pure la civiltà e la dottrina educatrice; ma la umanità intiera ne pare disfatta, da coloro medesimi, che furono tenerissimi del nuovo ordine delle cose, è la migliore conferma di quel VERO, che dicesi esagerato, e calunnioso quando viene detto da’  legittimisti. —

A questo fine han mirato dritto le due pubblicazioni «Saggio su la quistione napolitano considerata dalla stampa rivoluzionaria, e 2. Le condizioni del reame delle due Sicilie considerate nel parlamento di Torino da’  deputati delle provincie meridionali».

A conforto di questi lavori ci vengono fra le mani altre preziose testimonianze, di cui facciamo tesoro. — Nell’opuscolo Napoli e l’Italia il nascosto autore sotto lo pseudonimo di Estio Leucopetro, che pur noi riconosciamo uno degli uomini carissimo a Liborio Romano, a quel D. Liborio, che un periodico napoletano dice avvilito, e vitupero del mondo, fa innanzi tutto la sua professione di fede con queste parole: — “Libero cittadino, patriota italiano non venduto, non mercenario, non servile, non egoista, non ambizioso, che fatto bianco dal tempo, e dalle sventure, vidi più che non volli, soffrii più che non poteva per la santa causa della libertà, e del risorgimento italiano, niente mi trattiene dallo affermare a viso aperto, che amo sopratutto con amor indicibile la patria, amo Vittorio Emmanuele re d’Italia costituzionale galantuomo, prode soldato, anima veramente italiana, non prostituta, non vigliacca. Laonde deliberatomi di toccare fugacemente, senza sdegno, senza studio, e come scorre la penna, delle odierne miserrime condizioni, della tristissima situazione interna, e delle provincie meridionali ed eziandio del futuro reame d’Italia, il farò disfrancato dalle preoccupazioni della mente, da spirito di partito, da ogni preoccupazione di municipio; il farò con franca, libera, veridica parola, senza pretensione, senza orpello, senza mistero, senza timore, senza speranza, e colla fede, che si addice ad impavido liberale, ad onorato scrittore, cui è sacro, inviolabile debito di non ingannare i contemporanei, ed i posteri.”

Dopo questo esordio entra l’autore in materia, e così sentenzia sul precipuo fabbro del palpitante cataclisma italiano: — “Cavour non amava l’Italia per formare l’Italia; voleva bensì l’Italia, più che per altro, pel suo Piemonte: questo distorto pensamento, questo ingiusto desiderio era trasfuso, e formava il comun voto del suo ministero, degli adepti suoi, de’ seguaci e consorti della sua politica di tutti i così detti Cavourriani, fra i quali primeggiavano e mostravansi accaniti gli emigrati napoletani, ligii a lui per larghezza di favori; che quivi a Torino l’ebbero a protettore, ad amico, a salvatore. Ed è qui che mette capo, e tu trovi le origini di quella infausta consorteria che ha cotanto tribolato, ed ha fatto misero scempio delle provincie napoletane; consorteria che è brutto germe ed amaro frutto di tutte le forme de’ Governi.”

2. Accenna al famoso plebiscito, la cui mercé (dice il misterioso sig. Leucopetro) lo Statuto Costituzionale del Piemonte fu renduto comune alle provincie meridionali; si stabilì la Luogotenenza in Napoli per le provincie continentali, un’altra in Sicilia per le provincie insulari; si crearono i consiglieri di Luogotenenza, e quindi passa a rassegna la subalpina viceregnata serie di codesti alti funzionarli, sul conto de’ quali è interessante trascrivere le identiche parole dell’autore che abbiamo intrapreso ad esaminare. —

“Ecco per primo arrivato il luogotenente dottor Farini, che (avendo protestato di avere a gloria morire nella miseria, dopo essersi arricchito nella dittatura modenese) studiava forse di ridestare le quistioni disputate a’ tempi di Papa Giovanni XXII intorno alla povertà evangelica, nello intendimento professato da’ frati, di sembrar poveri cioè per meglio arricchire e farsi opulenti. — Scomparsa cotesta prima meteora, venne Nigra da mustacchi incerati, e da’ capelli a ricciolini, il galante diplomatico, che oppresso dal grave incarico del cavalcare e del non far niente, a ricreamento dell’animo vagheggiava la fondazione di un teatro privato entro l’aurea magione, che abitava. — Pur cotesta meteora si dileguò, e sopraggiunse terso fra cotanto senno il san Martino, che piacevasi de’ dolci pacifici conversari; mantenitore inflessibile del quietismo, della inerzia, e dello indugio. Fu pure meteora che disparve. — Or la missione de’ luogotenenti piemontesi, di questo stampo e di tempera cotanto forbita, rileva a prima giunta l’intendimento ad ingiuria del popolo napoletano, ed il primo gravissimo errore in che scientemente incorre vasi. I Proconsoli romani andavano spediti a’  popoli vinti e conquistati; non fu mai, che restassero prescelti tra i cittadini delle sommesse provincie, e regioni. La Spagna nel lungo periodo della sua dominazione sul reame di Napoli, spediva luogotenenti e viceré Spagnuoli, e di sessanta, che l’uno allo altro si successero dal 1503 al 1734, ne conti appena tre o quattro, che volsero io sguardo alla prosperità nazionale, e tutti gli altri versarono a smungere ogni ramo, ogni produzione di ricchezza pubblica, a ridurre la nazione inesorabilmente oppressa e travagliata, allo estremo della miseria e della disperazione. Si vuol quindi interrogare per quale consiglio di assennata prudenza, d’intransigibile necessità spedire a Napoli luogotenenti piemontesi, che niente potevano sapere, e niente seppero degli andamenti civili e municipali delle provincie napoletane, niente conoscevano degli ordinamenti amministrativi,niente del personale de’ pubblici uffiziali, niente delle pratiche, delle abitudini, delle simpatie, delle tendenze del popolo? Forse non pur un solo patrizio, un solo cittadino, dall’universale riverito ed onorato, poteva ricercarsi od esisteva in Napoli, fornito di capacità, di probità, di patriottismo, di attaccamento alla causa italiana, cui avesse potuto com mettersi l’alto difficile uffizio di Luogotenente, sì che avesse meglio potuto tenerlo, e rispondere assai meglio alle esigenze del popolo, alle vedute del governo? Dunque i napoletani erano popolo di conquista per essere esclusivamente e necessariamente governati e retti da altri non già, tranne da luogotenenti piemontesi. — E che cosa vollero, o seppero fare cotesti illustri signori, cotesti egregi e dotti luogotenenti? A vece di governare con giustizia, con avvedi mento, con imparzialità, si lasciarono essi medesimi governare alla balìa di altrui: si abbandonarono ciecamente a suggerimenti, a consigli, ad influenze, ed anche a blandizie adulatrici di certuni, e quindi la cosa pubblica andò in tutte le parti scompigliata, il disordine signoreggiò in tutti i rami dell’amministrazione; l’arbitrio e la prepotenza presero il posto della legge e della giustizia; l’erario pubblico spremuto e depauperato, il popolo reietto, non considerato, non favorito, oppresso dalla miseria ed angosciato nel cuore querelarsi indarno di sua mala ventura. A dir breve, i luogotenenti piemontesi niente, assolutamente niente oprarono di bene: non risposero alle esigenze d’un tempo fortunevole per transizione politica, per aperte reazioni; per occulte trame e cospirazioni, minaccioso di più terribili turnazioni: non si mostrarono né forti, né sapienti, né proporzionati ad asseguire lo scopo della loro altissima missione; non conobbero e non provvidero a’ molti e veri bisogni delle provincie napoletane; non arrecarono menomo conforto, non suffragarono a’ mali vecchi annestati a’ bisogni nuovi, restandosi appagati, o almeno spettatori indifferenti davanti al mal contento, allo sgomento, che veniva tuttodì allargandosi, penetrando negli animi di tutte le classi de’ cittadini di qualsiasi colore, e d’ogni partito. — Peggiori di gran lunga riuscirono alla prova i consiglieri di luogotenenza, poscia trasformati in segretarii generali ai Dicasteri. Del che meno vuol essere accagionato il Governo, quanto essi medesimi i napoletani. I quali accennando di buona fede alle sofferenze durate da una classe di liberali, alla loro invitta costanza ne’ principi professati, da ciò inferivano, o per illazione, o per necessaria conseguenza, che cotesti, né altri protessero essere gli uomini promotori d’ogni bene di popolo, molto adatti a governare con giustizia e con prudenza. Innocente inganno! Che non erano eglino, salve alcune eccezioni, gli uomini provati per esperienza dell’età, per dottrina, per saper civile, per prudenza governativa; erano ambiziosi che agognavano al potere; erano sì martiri della libertà, ma col pingue stipendio sospiravano di ristorarsi da’ travagli e dalle pene durate, lusingandosi eziandio, che il martirio ed il colore politico a maniera di talismano misterioso, fossero bastevoli essi soltanto ad infondere sapienza civile, a formare gli uomini di Stato, i moderatori delle sorti d’un popolo ha certuni oggidì, e ve n’ha buon numero, gretti declamatori in generale, cianciatori, ad arte o per natura, di fole e di utopie, meschini dottrinarii, i quali non appresero, che le teoriche dottrinali non sempre ben si confanno a’  fatti governativi; che la sola dottrina ella è mercesteri le ed impotente a condurre un governo; che il governare è un fatto, e perciò arte difficile, non scienza, abbisognando di un tatto dilicato, di riposato consiglio, di matura esperienza, di assennata prudenza.” —

3. E’ questo il giudizio schietto, che dà l’autore nel generale del detestabile regime governativo sardo! — Sentiamolo ora nel particolari biografici del famigerato Silvio Spaventa Direttore, che fu della polizia e dello interno, e del successore di lui: — “Lo Statuto e la legge furono per lui nomi vani, sanzioni effimere. Le supposte guarentigie politiche, la libertà individuale, la inviolabilità del domicilio, furono per lui impunemente violentate. Senza riguardo a precedente condotta, a merito scientifico, a servigi renduti al paese ed alla causa italiana, senza chiamarli a preventiva giustizia, siccome legge e giustizia universale impongono, revocò a propria balìa pubblici uffiziali godenti suffragio ed estimazione dell’universale, o perché non incontrarono la simpatia, né seppero piegarsi alla sfrenata teoria di lui, o perché occagionavali di spigolate incolpazioni, lasciate sepolte nel più profondo misterioso segreto. Per siffatta maniera scrutatore anatomico della festuca negli occhi altrui, senza vedere la trave che sovrastava a’ suoi, rinnovò i brutti tempi insidiatori delle condanne fiorentine, quando un iniquo potestà. Cane de’ Gabrielli, da Gubbio, non risparmiò, fra gli altri, dal condannare ingiuriosamente come colpevole di baratteria nell’uffizio di Priore il tipo della nazionalità italiana, Dante Alighieri, che esulava dalla patria sdegnato contro la malvagia e scempia compagnia. — Favorì il malvezzo cotanto abborrito, che ogni uffiziale, cioè, prediletto al moderatore, cacciasse innanzi ad eleggere, od a promuovere i propri congiunti. Il perché perpetuando quel vituperio, vedesti di nuova creazione collocati in uffizio, e fratelli e cognati e propinqui ed affini ed amici degli uffiziali ministeriali collaboratori e diletti all’uffiziale supremo. Il quale si trincerò, si chiuse, si rese inaccessibile a chicchessia tanto ne’ due Dicasteri barricati di suo ordine, sì che ad ogni cittadino restò divietato di penetrarvi; quanto nella propria casa circondata e tenuta a guardia da’ suoi fidati. Ed un più brutto spettacolo offerse quando fatto ornai segno al biasimo ed alle popolari censure, non se ne mostrò menomamente turbato o dolente, ma saldo, fermissimo, mantenesi al potere ad insulto della opinione pubblica, mentre di comun voce era imprecato, gridato, e ricercato a morte, scacciato di seggio. Col suo governo inconsulto codesto uomo turbò le provincie napoletane con mali e danni inenarrabili, di funesta e durevole ricordanza…… Gli fu dato un successore, che, Giano bifronte dell’antichità, raccolse avidamente il retaggio e fecesi fedele esecutore de’ legati scritti nel testamento legatogli dall’antecessore. Lo Statuto e la legge restarono nelle congiunture spreti e vulnerati come per lo innanzi; i novelli uffiziali dicasteriali pur restarono mantenuti, carezzati, riguardati; e l’arbitrio detestevole, la ingiuriosa deferenza furono veduti tuttogiorno vie meglio consolidarsi ne’ pubblici e privati interessi, — Faceva d’uopo pertanto, che la nazione, avvegnacché disingannata nelle concepute speranze di trovare sorte più avventurosa, trovasse almeno a notare alcun carattere differenziale tra il passato e il presente, tra l’antecessore, e il successore. Ebbene! quest’ultimo primamente ebbe a grado di reintegrare due soli tra gli uffiziali già revocati dallo antecessore. Fu un tratto di giustizia; ma corse voce, che non fosse affatto scevera di paura; ché i due aveano fama di maneschi, e cotesto reggitore supremo, malgrado l’altezza dello ufficio, ebbe a temere non gli conciassero pessimamente le spalle. — Secondamente per tener a bada l’oste e l’avventore, il savio e lo scemo, il ricco e il povero, il nobile e il plebeo, il liberale e il borbonico, il conservatore ed il progressista, tolse egli a regolo de’  provvedimenti il mal consiglio dell’astuto Guido di Montefeltro; consiglio malaugurato, che l’ira traboccante dello Alighieri tramandava a posterità nella cantica dello Inferno:— Lunga promessa con l’attender corto — E ciò basti di lui. — Tali furono due moderatori usciti dalla consorteria. E ciò voglio aver detto un pò a lungo a certuni, affinché sappiano, che come nella società l’odio pe’ delitti vive eterno; così ne’ governi la contumelia inesorata de’ popoli sovrasta, e pur vive eterna agli ambiziosi, tristi reggitori della cosa pubblica.” —

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4. Dimostrato il mal governo piemontese nelle usurpate provincie dell’ex-reame napolitano, l’autore, senza ambagi, né reticenze, si fa a svelare le cagioni dello allogamento di piemontesi sul ferace suolo partenopeo, (come le locuste su’ campi fecondati dal Nilo); della preferenza data allo elemento Subalpino in tutti gli uffizii pubblici di quelle infelici regioni; e dell’alterigia, del sussiego, e finanche dell’aria sprezzante, che assumono nello esercitarli; non può farsi di meglio, che trascriverne le stesse espressioni, dalle quali chiaro emerge quale carità di patria, e quale amore del natio loco avesse riscaldati i cuori de’ napolitani esuli nel tempo della non disinteressata ospitalità loro concessa dal governo piemontese: — “Fu ferma fama, che gli stessi emigrati napoletani, non so ben dire se per maligna avventataggine, o per slancio indomito del proprio orgoglio; ma certo per richiamare a se esclusivamente tutta la benevolenza del governo, per concentrare il potere, e trovare appoggio e difesa reciproca nell’alterna fortuna e nella dubbiezza degli eventi, eglino i primi avessero colà a Torino denunziate e dipinte le provincie napoletane siccome popolate d’uomini gretti, meschini, iloti, cretini, mancanti d’ogni sapere, non idonei a’  pubblici uffizii, senza capacità, senza merito, — Il ministero aveva sfolgorate ripruove storiche e permanenti della tempera intellettuale, eccellente e sopraffina de’ napoletani in tutte le branche del sapere umano, sì da non aggiustar fede a quelle mendaci dicerie; ma deliberato, come era nell’animo, fu rinvigorito, pur è fama, da quelle voci denigranti, ad arte inventate e sparse, e lietamente restò formato l’accordo di collocare in uffizio i piemontesi a Napoli, e nelle provincie. — Piemontesi d’ogni età, d’ogni condizione, d’ogni arte o mestiere; uomini, femmine, fanciulli,trassero a Napoli, come al conquisto di terra promessa: e tu avrai a maravigliare, se ti prenda vaghezza d’incedere a diporto la villa pubblica; la vedrai spesso, popolata e lietamente passeggiata, e ti verrà fatto di udire non altro dialetto, tranne il piemontese, sì che tu dubiti, se ti trovassi realmente in questa parte meridionale d’Italia. Non basta. Al conducimento ed al lavoro delle pubbliche opere furono allogati artefici senza numero, artieri ed operai piemontesi; e quanto a donne e Direttrici de’ Conservatorii ed istitutrici elementari delle fanciulle ed altre addette agli Stabilimenti pubblici, alle case de’ trovatelli, tutte vennero dal Piemonte, — Codesti impieghi all’arrembaggio per cupidità di lucro, più che di fama, il favore illimitato, l’odiosa preponderanza, il portamento borioso de’ piemontesi, non potevano non ingenerare necessariamente negli animi una bruttissima impressione, un fondato spiacimento, un riposto rancore. Ed invero, non poteva, fra l’altro, non muovere a disdegno, avvegnaché importasse una traboccante ingiuria, vedere la reggia de’  Monarchi delle Due Sicilie, vetusta e splendidissima, tramutata in albergo, dove, senza mercede, prendevano stanza agiata e gradita, a lor balìa, e piacimento cotesti nuovi impiegati venuti di Piemonte, i meno forniti di merito e dignità. Il popolo detestava forse gli uomini, che avevano abitate quelle aule celebratissime per magnificenza artistica, doviziose d’ogni genere di capolavori dell’odierna civiltà; ma era geloso ragionevolmente, e voleva rispettato un edilizio di storiche ricordanze, un monumento addivenuto ornai nazionale, in simìl guisa bruscamente oltraggiato da impiegati, cui non poteva mancar modo di provvedersi di un modesto ostello. — La spedizione a Napoli degl’impiegati piemontesi rilevava apertissimo untal quale disegno ostile, ed un errore governativo. Rilevava disegno ostile, perché gl’impieghi a larga mano conceduti, ed il collocamento senza fine de’ piemontesi era gran segno certo, che le provincie napoletane fossero destinate a fornire il miglior vantaggio al Piemonte, la maggiore agiatezza a’  piemontesi. Rilevava errore governativo per due irrecusabili ragioni: — l’una (che è più) che non era consigliato dalla prudenza civile, dalla imparziale giustizia, che mentre gli artieri, e gli operai napolitani gemevano angustiati in cerca di pane e di lavoro, senza trovar modo ad esserne provveduti, comecché col risorgimento italiano si destasse loro negli animi la speranza e la certezza di fortuna migliore, vedevansi nondimeno reietti, nudi, rincacciati inesorabilmente ne’ dolori della fame e della miseria: — l’altra (che è peggio) che gli alti o bassi funzionarli piemontesi, non potevano asseguire lo scopo di reggere e condurre convenevolmente la publica amministrazione, per invincibile necessità di non poter sapere ben addentro le esigenze del popolo, e gli andamenti della cosa pubblica. Il governo delle province segnatamente confidato a’ piemontesi non potea non riuscire fuor di modo pregiudizievole alle popolazioni. E come no! Che cosa, ad esempio, poteano saperne in teorica, e molto maggiormente in pratica, i Governatori, che furono successivamente mandati ad amministrare la Capitanata, delle svariate vicende, e de’e1 provvedimenti reclamati ed opportuni a migliorare le condizioni, e l’azienda del Tavoliere di Puglia? Da vantaggio i governatori provinciali venuti da Torino giungevano ignari affatto del personale degli uffiziali di loro immediata dipendenza, degli agenti municipali, d’ogni classe de’ cittadini abitanti i comuni. Di qui la imperiosa necessità di affidarsi alla scorta, ed a’ consigli altrui: di qui, non che la pessima amministrazione provinciale, e comunale; ma ben ancora l’aggravio e lo scontento delle popolazioni, a cagione delle matte gelosie municipali, della influenza conculcatrice de’ trapotenti e de’ ricchi, delle vendette private in tempi di transizione politica. E pur di altre simiglianti anormali gravezze, che un buon amministratore per propria cognizione, senza richiedere a chicchessia suggerimenti e consigli, dee tenere rimosse, o dee spegnere per promuovere e formare la prosperità della provincia, ed il benessere individuale e collettivo degli amministrati. Non rimarrò dal dire, che ad aperta significazione della soggezione delle province napoletane al Piemonte, non fu risparmiato dal provvedere, che le produzioni ed alquanti articoli, avvegnaché poverissimi di guadagno, ma che lavorati a Napoli recavano in certa maniera alcun profitto agli artieri napoletani, questi eziandio di Torino venissero per essere belli e fatti posti in commercio. Così di là vennero spediti i pennacchini da servire alla guardia nazionale napoletana; vennero certamente finanche i miserabili bolli postali. — Ma qui certi novissimi pubblicisti del diritto internazionale europeo si cacciano in mezzo obbiettando magistralmente, le cose dette avanti essere ciance canore, lamentanze spigolate, querimonie calunniatrici di pochi scontenti. Il sistema adottato dal governo centrale, essi dicono, a riguardo delle province napoletane, è conseguenza logica, indeclinabile del plebiscito. Italia una ed indipendente ha dovuto formarsi, né poteva altrimenti essere formata se non colla fusione delle province, colla unificazione de’ principii, colla promiscuità degl’impieghi: non ci ha perciò motivo a doglianza: tutto è normale; tutto procede prosperamente in armonia dello scopo sospirato, di quell’unico principio, che vuol essere attuato = Italia una e indipendente = Ma sia pure che per necessità avesse dovuto introdursi il personale piemontese nell’amministrazione napoletana, avrebbe potuto limitarsi ne’ soli funzionarli delle alte sfere governative, come nel Ministero; — non mai però anche negli ultimi e più bassi uffizii, i meno dignitosi ed autorevoli, attribuiti a’ piemontesi con preponderanza, e senza giusta proporzione a raffronto. de’ napoletani. — E posta anche la necessità di doversi raccomunare tutti quanti gl’impieghi, non pare disutile di notare, che cotesta necessità, convenienza, o politica che sia, andava intesa con discrezione, dovevasi almeno mantenere una proporzione discreta, approssimativa, per dare bando ad ogni idea di preponderanza, di privilegio, e far scemate le brutte prevenzioni produttrici sempre di gelosie, e di rancori. Se le province piemontesi, a mo’ d’esempio, esprimono una cifra come 4, e le napoletane una cifra come 9, ogni buona norma direttiva consigliava, che se a Napoli dovevano mandarsi tramutati 40 piemontesi, quivi a Torino per necessità di giustizia dovevano chiamarsi a collocamento 90 napoletani. — Non è andata a garbo la osservanza di questa naturalissima proporzione; ed a vece di accettare la ragione diretta, si è voluta attuare la inversa, vale a dire, cento e più che cento impiegati spediti a Napoli, dieci chiamati a Torino (). — E poi, che cosa han di comune con gli uffiziali pubblici gli artefici, gli operai, gli arrieri, ogni classe e condizione di popolo? Ite a Napoli par che quivi a Torino si dicesse, e troverete pronto e parato collocamento nelle opere e ne’ lavori pubblici, nelle ferrovie, nella fabbrica de’ tabacchi, nelle dogane, ne’ municipi!, negli istituti di beneficenza, tra le guardie di pubblica sicurezza, e via dicendo in tutte le officine, in tutte le instituzioni per conto, o dipendenti dal governo. De’ popolani napoletani, malgrado la pressura della miseria, niuno si è avviato per alla volta di Torino; né è da credere, che avesse per avventura trovato molto benigno accoglimento. Qui, com’è chiaro, non ci ha elemento italiano, non ci ha elemento nuovo da fondere ed accomunare. Fu in vero sfolgorata ed inconcussa verità quella non ha guari da valoroso pubblicista annunziata, che il piemontismo ottimo, cioè, considerato siccome la idea nazionale ed italiana sostenuta dall’elemento nuovo, non sia quistione di provincia; ma di nazionalità. E perciò appunto io soggiungo, che essendo ella una quistione di principii, e di nazionalità, facea mestieri di essere rimandata a proprio tempo, di essere ben addentro meditata e discussa, sommessa all’autorità del parlamento, giudicata e confortata dalla forza costante della opinione.” —

Per tutte le quali considerazioni cosi discorse dall’autore, viene egli alla seguente conchiusione: — “Or se nello stato attuale del reame d’Italia indubbiamente si è adottato il sistema di struggere e divellere di subito e d’un sol colpo, ogni ombra di autonomia delle provincie napoletane, di smettere ogni antica forma governativa, di tutto concentrare a Torino, di sommettere senza riserva veruna Napoli a Torino, le province napoletane al Piemonte, da ciò io dico, e fermamente sostengo, che il governo centrale sbagliò l’indirizzo, peccò di gravissimo fallo, quello appunto di aver cominciata e compiuta interamente una riforma intempestiva inconsiderata, che dovea per opposito essere l’opera progressiva del tempo, e del saldo stabilimento del reame d’Italia una e indipendente. Il ministero non può evitare la nota di avere, senza maturo consiglio, senza politico avvedimento, cominciato là dove doveva terminare.”

5. A dimostrare poi il gravissimo errore del governo di Torino, il massimo de’ torti, nel quale convengono altresì i più caldi e devoti partigiani di lui (), l’autore ragiona così: — “Tra supportare puramente e semplicemente, e rendere operative le leggi del Piemonte a tutte le altre provincie italiane rileva un dilemma, o che il solo Piemonte avesse tenuta buona legislazione, ottimo ordinamento civile ed amministrativo, utili istituzioni, — o che tutto il rimanente d’Italia fosse finora vivuto nella barbarie, nella rozzezza, senza civiltà, senza buone leggi, senza commendevoli ed utili istituzioni. — Ma l’uno e l’altro assunto include un paradosso; perché, né il solo Piemonte tenne un ordinamento civile ed amministrativo, che fosse modello di sapienza governativa, né tutto il rimanente d’Italia viveva barbaro e senza leggi accettevoli e buone. — A niuno soffrirà l’animo di contraddire, il 1.° libro, a mò di esempio delle leggi penali napoletane, essere tipo di profondo saper civile, siccome nella stessa Francia è stato giudicato ed elogiato: la legge su l’amministrazione civile, se ne togli alquante sanzioni, in tutt’altro è larga e provvede bene al vantaggio dell’azienda provinciale e comunale. — Ed egualmente può dirsi di molte altre buone leggi, le quali in generale stavano ed erano sanzionate. Né tampoco mancavano alle provincie napoletane ottime instituzioni, ed utilissime ad ogni classe di popolo, che stavano in via di progresso, in armonia della civiltà de’ tempi, ed attestavano un ordinamento amministrativo non affatto dispregevole Ma il traportamento puro e semplice delle leggi piemontesi alle provincie meridionali, a vece di recare all’amministrazione ed alle popolazioni que’ vantaggi, che erano da sperare, ha ingenerato, come era ben naturale, confusione e disordine, e quindi molto notevole pregiudizio. E di vero, che cosa è accaduto con la promulgazione e l’attuazione nelle provincie meridionali, a mò di esempio, della legge piemontese del 23 ottobre 1859 su l’amministrazione provinciale e comunale? Mentre dall’un de’ lati nelle province napoletane non per anco è stata estesa introdotta e sanzionata la maggior parte de’ mutamenti e delle disposizioni, che trovansi in vigore nel Piemonte, e che formano materia di quella legge;— dall’altro, a forza di dubbii proposti, di interpretazioni stentate, di analogie incompatibili, di eccezioni spigolate, di risoluzioni speciali e precarie, la nuova legge nella massima parte rimane inosservata, e si mantiene per opposito tuttavia in vigore la legge antica ed abrogata. — Nella formazione de’ novelli bilanci, ossia degli antichi stati discussi, quante difficoltà non sonosi manifestate, quanti e quali dubbii non si sono proposti, quante risoluzioni in opposizione alla legge nuova non trovansi rendute? Tutto quello che risguarda i luoghi pii laicali e gli stabilimenti di beneficenza contemplato nella nuova legge municipale, si è dichiarato non poter aver vigore nelle provincie napoletane, prima che fossero pubblicati i novelli ordinamenti intorno alla Beneficenza pubblica. A peso de’ comuni per effetto della legge abrogata gravitavano i ratizzi per sopperire alle spese delle opere pubbliche provinciali: nella legge novella non sono riconosciuti cotesti ratizzi: e pure si è risoluto che dovessero continuare a figurare a peso de’ comuni ne’ novelli bilanci non ostante il silenzio de’ moduli venuti di Piemonte. La nuova legge niente arreca sanzionato intorno alla nomina degli esattori della fondiaria ed alla loro risponsabilità: non pertanto, si è dichiarato doversi continuare l’antico sistema finora praticato. La nuova legge prescrive restar sottoposti all’amministrazione provinciale gl’interessi de’ Diocesani quando a’ termini delle leggi sono chiamati a sopperire a qualche spesa; si è dichiarato non essere il caso di spedire regolamenti sul proposito, perciocché alcuni non esistono, ed altri non sono o non possono per ora essere in vigore nelle province napoletane. Ed egualmente dee dirsi di altri innumeri dichiaramenti, pe’ quali si fa ritorno al sistema antico e non è la nuova legge né attuata né eseguita. — L’amministrazione municipale di Torino qual confronto può sostenere con quella di Napoli? Non si possono menomamente assomigliare queste due città l’una dall’altra cotanto diversissime per popolazione, per redditi, per opere pubbliche, per azienda finanziera. £ pure si é reputata, non che cosa utile, ma agevole e facilissima applicare al vasto e dovizioso municipio di Napoli quella legge medesima che va soltanto bene adagiata all’azienda municipale di Torino. — Di par guisa si é traportata a Napoli puramente e semplicemente la legge piemontese intorno alla sicurezza pubblica, con che la polizia non ha raggiunto lo scopo della utilissima sua instituzione, anzi per quello che manifestamente apparisce, rimane tuttodì schernita e vilipesa da’ malandrini, dalle ruberie, dalle aggressioni, dalle risse, da diuturni e spessi omicidii Né si vuol tacere, che la riforma introdotta nelle branche diverse della pubblica amministrazione ha indotta e sparsa nel popolo una confusione d’idee e di principii, a cagione eziandio delle novelle denominazioni a maniera piemontese e de’ nuovi vocaboli con che vengono indicati gli ufficii pubblici, e le cose. Il popolo dura fatica ad intendere che il distretto antico oggi si chiama circondario, e che questo dicesi di presente mandamento; che il tribunale civile della provincia chiamasi corte d’appello, che le parocchie sono nominate fabricerie, che l’uffizio del registro e bollo chiamasi uffizio d’insinuazione, e via dicendo di tutte le altre denominazioni, e degli altri vocaboli piemontesi (). Niente è più osservabile alla osservanza della legge quanto la proprietà de’ vocaboli, che riuscissero al popolo di chiara e facile intei ligonza. La sapienza romana teneva sancito per questo appunto que’ due aurei libri della significazione delle parole, e delle regole del diritto. — Cotesto mutamento di denominazioni e di vocaboli, sopperendo agli antichi quelli usati nel Piemonte, maggiormente è venuto rifermando negli animi la idea, che pure nel tecnicismo delle parole e nel dialetto abbiansi a piemontizzare le province napoletane. Le nuove voci adottate non può negarsi essere di bruttissimo conio, derivate da un dialetto, non dalla lingua italiana universale, né le meglio adatte ad esprimere le cose. Se ci ha opinione incontrastabile e verissima, quella è del Montesquieu, che il decadimento cioè della potenza romana meno derivò da altre cagioni, quanto dalle native forme del linguaggio adulterate e tramutate barbare ed incivili. Cominciò a scrollare allora veramente la potenza romana, quando la bella lingua del Lazio accettò nuovi vocaboli, che man mano deturpandone la bellezza, alterandone il significato, rendettero corrotti i costumi, ed il popolo imbarberito e schiavo.”

6. E’ troppo doloroso tema quello della distruzione avvenuta in Napoli di ogni ombra di autonomia locale, d’ogni decoro antico, di qualsiasi lustro da far ricordare la grandezza d’un regno che fu. Sarebbe applicabile a1 poveri napoletani la elegiaca apostrofe del Cantore de’ Sepolcri, dopo che per

“…………………………………….. l’alterna

Onnipotenza delle umane sorti

Armi e sostanze gli hanno invase, ed are,

E patria, e tranne la memoria, tutto”


ma all’ultimo di questi patetici versi del Foscolo i piemontesi hanno voluto apportare una correzione, con la decisione di strapparsi e cancellarsi ogni memoria della primitiva indipendenza del già florido reame delle due Sicilie. — Riportiamo sul proposito le parole del liberalissimo autore del mentovato opuscolo Napoli e l’Italia: — “Molto meno mi fermerò ad investigare le cagioni, che avessero potuto consigliare l’abolizione della luogotenenza di Napoli, conservando l’altra di Sicilia, in grazia forse di quella terra famosa e celebrata pe’ suoi Vespri. Qui accade di notare soltanto, che l’abolizione della luogotenenza, de’ segretarii generali, de’ dicasteri nelle provincie continentali esprime un avvenimento inopportuno, rende compiuto il fatto, ed è suggello, che Napoli non sia più Napoli. Ornai tutto è Torino. Il che è stato nuovo alimento alla pubblica preoccupazione; ha destate novelle e più gravi apprensioni; ha ingenerato maggior confusione, più palpabile incertezza, segnatamente negli uffiziali d’ogni ramo, e d’ogni rango, più visibile disordine nell’andamento della pubblica amministrazione, e ne’ civili ordinamenti. — No, non doveansi condurre a questo stato le provincie napoletane. Napoli, città speciosa e magnifica da primeggiare fra le altre d’Italia, centro di una grande popolazione, la terza capitale d’Europa pe’ suoi abitatori, celebratissima e ricca di singolari monumenti in ogni specie d’arti, sede per otto secoli di una successiva monarchia, capitale finora d’un floridissimo reame, Napoli non doveasi ridurre all’abbietta condizione di stare a paro con ogni altra piccola città, con ogni paese delle provincie meridionali» Ridurla alla condizione di semplice città di provincia, dispogliata d’ogni decoro, d’ogni preminenza, assoggettata a Torino in tutte le esigenze pubbliche, in tutte le congiunture, no, non è questo da reputare ottimo consiglio. A parte lo spirito di municipio; egli è l’amor proprio cittadino, che sentesi scosso, violentemente ingiuriato; è l’amor proprio di una nazione, è immensa parte delle tendenze, delle simpatie popolari, e del politico elemento. — Non v’ha cittadino, che possa, o voglia di buon grado accontentarsi di portare sue istanze, o sue parole a Torino per qualsiasi menomo interesse, per qualsiasi faccenda. Non pare», bene certamente, che, per esempio, un concorso a cattedra per la università di Napoli abbiasi a sperimentare a Torino; siccome molto meno vuol essere assentito, che a Napoli e nelle provincie meridionali la istruzione pubblica, cominciando da’ primi rudimenti, dagli studii elementari, debba praticarsi a maniera del Piemonte, come se in questa parte d’Italia non si fossero finora conosciuti buoni metodi d’insegnamento, e non si fosse mai saputo né leggere, né scrivere. Da ciò si hanno le precipue cagioni perché Napoli non sia più Napoli, e le condizioni niente prospere delle provincie meridionali. Le quali essendosi raccomunate a formare l’Italia una, veggonsi invece contro la lettera e lo spirito del plebiscito, non che dispogliate di ogni autonomia locale, ma in tutto piemoniizzate e sommesse ad una centralizzazione assoluta stanziata a Torino. Siccome non è cosa, che donna, privatasi dell’onore, non facesse, niente dissimigliante nella politica, adottato un principio fallace ed erroneo, tutto volge inconsideratamente; né vi ha cosa che non si faccia per tener fermo a quel principio medesimo. Ed il governo centrale adottò in vero un principio erroneo e fallace allora che divisò di fare dell’Italia un Piemonte, e segnatamente di piemontizzare le provincie napoletane, anzi che di tramutare in italiano, come dovea essere, anche il Piemonte,,

7. Da ultimo il ripetuto autore accenna ad altri gravi torti del Piemonte verso le maltrattate provincie meridionali, e nel seguente modo si spiega: — “Non sì è inteso (da! governo di Torino) né affatto mirato al conquisto dello amore de’ popoli, anzi pare essersi di proposito studiato a dilungare dal governo l’affetto popolare, ed ingenerare invece negli animi lo scontento. D’altra parte sembra, che si fosse balestrato di fronte lo stesso principio liberale italiano, tenendo spreti, non curati, rejetti, ingiuriati i veri patrioti, gli onesti liberali, moltissimi insomma, che in qualsiasi maniera hanno contribuito al risorgimento italiano, od han., durato pene e sofferenze per la redenzione d’Italia. V’ha de’ giornali, che non sonosi trattenuti dall’affermare sul serio, che il popolo napoletano traesse vita lieta e contenta; ricacciandone la pruova dal passeggio pubblico, dalla letizia che traspare in sul viso, dal concorso con che il popolo muove a togliere diletto delle luminarie, degli spettacoli, de’ pubblici divertimenti. Italiano, come sono, non partegiauo di chicchessia, mi caccio innanzi animoso, forte della mia fede, e do su la voce a cotesti giornali. Il fatto nella sostanza non è vero; né quelle esterne manifestazioni sarebbero pruova certa e bastante a riconoscere il contento popolare. Professiamo una volta in buona coscienza la verità; non facciamo torto uso delle parole: la politica divisa dalla morale vagella tra la stupidità e la pazzia, come scrisse un dotto e sommo italiano, mio amico e collega. Gli uomini savi ed onesti, e con ispezialità i principi, non vogliono che sia defraudata la fede pubblica, ed ingannata la posterità con le menzogne degli scrittori…. È fatale, perigliosa illusione adunque il credere, che Napoli, e le provincie meridionali si tenessero lietissime ed appagate del nuovo ordine di cose…. esse sono scontente delle ordinazioni governative, del sistema adottato, de’ provvedimenti del governo. Il contento popolare non si ritrae e non si apprende dal concorso della plebe ai pubblici spettacoli, ed al passeggio ne’ dì festivi; e’ fa mestieri penetrare entro le deserte officine degli artefici, entro le case degli operai, e degli artigiani, entro gli abituri, e le casipole de’ popolani; e’ fa mestieri di origliare alla porta per formarsi concetto del disperato dolore ed ascoltare le parole strazianti, che vengono fuori dal petto per la miseria, per la fame, per lo scontento contro le ordinazioni governative…. Né poi è da fidare alle sembianze esteriori del popolo, il quale allora è più da temersi quando s’infinge, e manifesta il riso in su le labbra mentre ha disperazione in cuore, e medita la opportunità per levarsi a tumulto, e prendere vendetta contro gli autori de’ suoi patimenti e delle Bue sofferenze. Tiberio non si scosse, né fu commosso a pietà, opprimendo senza misericordia il popolo, fin quando mostrossi questo angosciato e dal dolore affranto: fu però veduto quel tiranno impallidire in sul volto in quel dì che il suo fido Sejano venne annunziandogli, che il popolo sembrava, contro l’usato, più tranquillo e rassegnato, anzi lieto all’aspetto e spensierato. — Quanto poi a’ liberali delle provincie meridionali non sanno eglino darsi ragione del come il governo centrale, se non con animo deliberato, certo però con fatti apparenti faccia vedere di urtare lo stesso principio italiano, tenendo per mille guise, non che vilipesi i veri liberali, e di aperto disfavore guiderdonati; ma ben ancora avvolta tra ombre ispessite» ed incertezze, irrisoluta tra le pratiche studiate, e 1 buio arcano della diplomazia, e della politica, la stessa causa italiana, ch’è stata l’aspirazione, e forma tuttodì l’aspettativa di tutti i cuori concitati ad ansia smaniosa d’un popolo di 29 milioni. Tolga Dio, che i liberali italiani avessero per avventura a ripetere, e né anco a pensare, compiangendo se stessi, le parole di lagrimevol pietà, che dal duro esiglio l’Arpinate indirizzava alla sua Terenzia: Sostentati come tu puoi, ei diceale: consoliamoci di questo, che la presente disavventura non ce l’abbiamo meritata: funestissime viximus: non vltium nostrum, sed virtus nostra nos afflixit: peccatum est nullum.”

Questi sì che sono ritratti dal vero, scritti in Napoli, dove imperano i piemontesi colla prepotente fazione de’ loro fautori, — e scritti da un liberale di schietta professione di fede!

La lettura di coteste pagine sarà come unghia sopra una piaga cruenta per gl’infelici popoli illusi, e soggiogati; ma potrà altronde essere di salutare ammaestramento a quelli tra i fortunati dell’italica penisola, che rimangono sotto i legittimi principi; potendo anche valere di ravvedimento a coloro che fossero tuttora accecati nel credere alle ingannatrici seduzioni de’ partigiani del Piemonte.

E con ciò si ha pure altro potente argomento per semprepiù chiarire, che, secondo la ingenua confessione de’ medesimi liberali, non furono le leggi cattive, non i governi tirannici, non gli arbitri e le oppressioni de’ pubblici funzionarii, non il malcontento del popolo, che avessero occasionato, o potessero coonestare la invasione inqualificabile del Piemonte nel florido reame delle due Sicilie. — Le vere arcane cagioni tuttodì si sviluppano, e si rendono palesi al mondo, il quale è convinto di non esservi stato io tutto il corso de’ secoli iniquità più flagrante, aggressione più scandalosa, e ferocia più selvaggia di quella commessa dal Piemonte. — Sarà forse un nuovo, e troppo strano diritto internazionale, che va a stabilirsi in Europa; ma ne’ suoi risultamenti non potrà riuscir sempre favorevole a que’ medesimi, che lo hanno introdotto.

8. Ad afforzare maggiormente le ragioni svolte dallo esaminato opuscolo, soccorre un documento pur troppo autorevole, e di carattere officiale. Quindici deputati della sinistra del parlamento di Torino, hanno testé presentato a quel governo un memorandum, col quale lo accusano d’impotenza a regolare più oltre le sorti delle provincie meridionali; e facendo segno al più severo biasimo i governi succedutisi in Napoli alla dittatura, essi dicono “aver fatto di tutto tali governi perché la entrata in Napoli de’ piemontesi prendesse aspetto di conquista domestica, abolendo senta necessità istituti tradizionali migliori di quelli che ad essi si son voluti sostituire; mostrando nella scelta de’ funzionarli e nel sisterna dell’amministrazione aperto il disprezzo degli elementi, e delle consuetudini locali; offendendo sopratutto la coscienza popolare” — E quindi i deputati stessi senza velo confessano in faccia all’universale: — “che la condizione dell’ex-reame delle due Sicilie è così inferma, che fa mestieri assolutamente curarla con efficaci e pronti rimedii; essendoché a sostenere le rivoluzioni non basti una platonica fedeltà a’ principii, da cui hanno vita, ma si vuole mantenere a que’ principii la devozione entusiastica che crea l’opera, ed all’uopo sbaraglia gli ostacoli, opponendo alle tristi le generose passioni. Il quale fine non si ottiene senza forti provvidenze che facciano sentire a’ popoli inaugurata davvero colla rivoluzione l’era della giustizia.”

Ma quando essi si accingono a proporre gli opportuni rimedii con Roma e Venezia, colla istruzione ed educazione del popolo, con gratificarlo a furia di leggi agrarie e ripartizioni di terre demaniali e delle corporazioni religiose; allora lo spirito di parte che li proccusa offusca nel loro intelletto quel lucido intervallo, che aveagli permesso di vedere l’abisso de’ loro mali cagionato dal piemontesismo invasore.

Comunque questo documento fosse seriamente discusso dal giornalismo devoto al governo di Torino, ed acremente combattuto dalla stampa degli spodestati consortieri; — pure rimane, e rimarrà monumentale ripetizione delle proteste, che reiteratamente, e senza interruzione si sono fatte in quasi tutte le tornate del parlamento di Torino nel corso del 1861, e 1862 () circa la incompatibilità de’ piemontesi nel regno delle due Sicilie.

9. Tutti i lamenti sono adunque su lo stesso tuono; né diversamente il deputato napolitano Antonio Ranieri sà contenersi ne’ suoi recenti quattro discorsi (), quando confessa “che gli ordini, e le leggi del mezzodì d’Italia non erano le peggiori d’Europa, anzi, talvolta, per le ragioni che ognuno sa, erano più libere delle piemontesi, e le provincie meridionali nella incomposta legiferazione di queste hanno veduto non un progresso da quelle che già avevano; ma un regresso! cioè, il passaggio da una legislazione loro appropriata e nota, ad una non appropriata ed ignota” (pagina 23): — Quando declama su l’abbandono delle opere pubbliche, e della pubblica istruzione, nella quale bì sono veduti “professori nominati a bizzeffe (la coscienza pubblica sa con che tatto o giudizio, o sopra quali elementi) riscuotere esattamente gli onorarj; ma i professori, o nel tempo stesso consiglieri, direttori, segretari e giornalisti, o i migliori a casa: e le cattedre, inesorabilmente chiuse, o deserte!” (pagina 25): — quando infine fa il desolante quadro “delle miserande provincie divenute laberinto inestricabile di comunicazioni, e di commerci interrotti; di ordini non pervenuti, di falsi e scoraggianti rumori; di cereali marcenti per abbondanza in un posto, non potuti trasportare in un altro dove la gente periva di fame per le vie; di scene orribili di miseria; e di povertà sconosciute infino nel buio più profondo del medio evo! E 10 milioni d’uomini, che hanno sopportato per 13 mesi in pace un subuglio ed una confusione sì fatta, definiti per ingovernabili da que’ medesimi, che li hanno tratti a queste gemonie! (pag. 26); — de’ cantieri distrutti e scemati: delle provvigioni di vestiti militari al tutto tolte; della scuola politecnica scomposta e vilificata; del pareggiamento de’ macchinisti della marina, degradati i napoletani piuttosto che innalzati i piemontesi; degradati gli uffiziali del ministero di guerra, e forse di alcun altro ministero, e per giunta, con due pesi e due misure, non degradati quelli del ministero di marina; e dirimpetto allo ingrandimento metropolitano de’ ministeri,500 mila lire deputate alla futura ed unica Gran Corte de’ Conti della bella ospitale Torino, la Medina d’Italia.” (pag. 51.)

Nel terzo però de’ mentovati discorsi il Ranieri deplorando le innovazioni piemontesi in pregiudizio della ottima legislazione napoletana, emette questa opinione: — “Le due Sicilie non erano Costantinopoli, o Giava, ma erano la patria di Vico, e di Filangieri; e di Natale, che precorse Beccaria. La loro legislazione, salvo in quella parte che ritraeva da’ Borboni, era delle migliori, se non la migliore d’Europa; e la tirannide de’ Borboni in tanto era più nefanda, in quanto era un fatto isolato, materiale, e per così dire, dinamico, il quale invadeva, percuoteva, sforzava e straziava un bell’ordine od una bella connessione di diritti e di doveri, che filosofi e giureconsulti grandissimi avevano lavorati da otto secoli” (pag. 45.)

Questa variante esigerebbe in confutazione una risposta troppo lunga, e perciò disadatta allo spirito de’ tempi, che ripugna da noiose polemiche, e si piace di brevi e concise letture. Solo è a notarsi, che per consenso universale la lodata legislazione del già regno delle Due Sicilie, cominciando dalle sapienti antiche provvidenze di Carlo III, è reputata come creazione dell’Augusta Dinastia Borbonica, al cui inerito non dee recar sorpresa, se l’ira de’ partiti, nega la dovuta giustizia. — Fu già ne’ passati anni pubblicato un ragionamento su le instituzioni governative de’ Borboni anteriori e posteriori alla occupazione militare di Napoli — La brevità dell’opuscolo, ci permette di riprodurlo con delle aggiunte, e nell’inserirlo in queste pagine, noi intendiamo non solo contrapporre un dignitoso riscontro allo inesatto giudizio del Ranieri, ma convincere ad un tempo ogni altro appassionato di fallaci opinioni su la intrusione di straniere codificazioni nel reame, che tutto l’ordinamento legislativo delle due Sicilie, a giusta ragione ammirato in Europa per sapienza civile, e carità di patria, è opera de’ Borboni. —

fonte https://www.eleaml.org/ne/stampa2s/1861-altre-preziose-confessioni-condizioni-napoletano-2019.html#ALTRE_PREZIOSE_CONFESSIONI

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