Alta Terra di Lavoro

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ALTRO CONTRIBUTO SU POLLONE

Posted by on Apr 16, 2016

ALTRO CONTRIBUTO SU POLLONE

dopo aver pubblicato l’articolo dal Laborino Raimondo Rotondi sul Cippo del Cap. Pollone mi è arrivato un altro contributo da parte di un altro studioso Laborino Maurizio Zambardi, che ha già scritto su questo blog sulla vicenda della Taverna di San Cataldo, sul cippo del capitano Pollone ma prima di invitarvi a leggere il suo lavoro voglio fare una premessa. Mi hanno fatto notare che il capitano combatteva contro la nostra causa quindi era meglio non ricordarlo ebbene vorrei ricordare che io sono un identitario che ha come guida il codice cavalleresco e il vangelo, certe volte li seguo bene altre volte no, che mi impongono di ricordare un soldato morto in battaglia anche se non della mia parte, a differenza di tanti borghesucci italiani che hanno fatto, e continuano a farlo, morire tanti giovani mentre loro vigliaccamente sono in casa a godere di privilegi e ricchezze, e onorare un soldato che ho combattuto e vinto dandogli l’onore delle armi da ancora più gloria e onore alla mia battaglia. Sono orgogliosamente figlio di  quei briganti, di quegli emigranti, di quei soldati borbonici, di quei nobili non spergiuri e di tanti borghesi che capirono cosa stava accadendo e non passarono dall’altra parte,  e ricordare dei morti della controparte, di cui hanno vergogna, creando imbarazzo, i risorgimetali rafforzano sempre di più il sacrificio dei nostri insorgenti sanfedisti rendendoci sempre più consapevoli che la strada intrapresa è quella giusta. Sul significato di quella scritta mi trovo più sulle posizioni di Raimondo ma questo non limita il lavoro di nessuno tanto meno di Maurizio che ormai possiamo considerarlo un vero ed affidabile studioso laborino, di seguito l’articolo…

 

 

150 anni fa moriva su Monte Coppa il Capitano Gustavo Pollone in uno scontro a fuoco con i Briganti.

di

Maurizio Zambardi

 

Il 5 dicembre del 1866, esattamente 150 anni fa, moriva su Monte Coppa, un’altura del Massiccio di Monte Cèsima, nel territorio di Presenzano, il giovane Capitano Gustavo Pollone. A ricordare il triste evento è una colonnina funeraria in marmo, tutt’ora esistente, nel Cimitero civile di Mignano, posta proprio in fondo al viale principale, entrando dal vecchio ingresso. L’epigrafe recita:

ADDI’ 5 DICEMBRE 1866

GUSTAVO POLLONE

GIOVANE CAPITANO NEL 72° FANTERIA

CON POCHI SOLDATI SUL MONTE COPPA

SOTTO IL FUOCO DI NUMEROSI BRIGANTI

CADDE E SI UCCISE

A GLORIOSO RICORDO DI LUI

A CONFORTO DEI PARENTI LONTANI

CHE PIANGONO A PIE’ DELLE ALPI

QUESTA FUNEREA PIETRA

GLI UFFICIALI DEL REGGIMENTO

CONSACRANO

 

Al momento non si hanno notizie più specifiche sul Capitano Pollone, però, se leggiamo con attenzione l’epigrafe, possiamo ricavare alcune informazioni e cioè: che era del Nord Italia, e precisamente di qualche località “…a piè delle Alpi”; che aveva una famiglia che lo piangeva “…a conforto dei parenti lontani che piangono”; che era abbastanza stimato nell’ambito militare, tanto che gli Ufficiali vollero appunto consacrargli una colonnina funeraria con epigrafe, cosa riservata a pochissimi. Inoltre, a leggere l’epigrafe risulta che il capitano, probabilmente ferito, si uccise per non cadere vivo nelle mani dei briganti, ma, da una testimonianza resa dall’ex brigante Benedetto De Luca[1], che aveva partecipato personalmente all’attacco (come apprendiamo dallo storico Domenico Salvatore, nel suo libro sulla storia di Mignano[2]), il capitano Pollone morì sotto i colpi dei fucili dei briganti stessi.

Secondo quanto affermò il De Luca, quel giorno la Banda di Domenico Fuoco si trovava su Monte Cesima e si apprestava a marciare contro la Guardia Nazionale di San Pietro Infine, ma ben presto dovette cambiare programma perché la “Squadriglia” cambiò direzione e si diresse verso il Moscuso[3], cioè verso la pianura, per cui era troppo rischioso attaccarla. Allora i briganti proseguirono per Monte Coppa, un’altura di Monte Cèsima, con una marcia forzata, con l’intento di scendere verso la Piana di Venafro. Nel mentre marciavano un cane a seguito della banda si mise ad abbaiare segnalando la presenza di alcuni soldati. I briganti allertati dal cane cercarono di conquistare presto la pianura, ma ad un certo punto trovarono un fuoco di sbarramento dei fucili dei soldati. Lo scontro fu quindi inevitabile. Arrivati ad una cinquantina di metri di distanza, il Capitano Pollone, per incitare i compagni ad avanzare, uscì fuori dal cordone, ma fu colpito da una fucilata dei briganti, rimanendo ucciso sul colpo.

Caduto il capitano il combattimento si fece più accanito fin tanto che si arrivò allo scontro corpo a corpo. Un soldato infilzò con la baionetta un brigante e questi contemporaneamente gli sparò un colpo di pistola in bocca, per cui caddero entrambi esanimi uno accanto all’altro. Anche il cane rimase ucciso da un colpo di baionetta. Domenico Salvatore, sempre nella sua pubblicazione, riporta anche delle notizie ricavate da alcuni documenti conservati nell’archivio del comune di Mignano. Dai documenti risultava che quel 5 dicembre 1866, su Monte Coppa vi erano più di cento briganti e che la truppa dei soldati corse il rischio di essere accerchiata, allora preferì attaccare. Dopo oltre un’ora di accanito combattimento, rimasero uccisi un soldato del 72° fanteria, un milite della squadriglia della Guardia Nazionale Mobilitata (a cui i briganti, nonostante morto, vollero strappargli il cuore), e il Capitano Pollone[4], il cui corpo fu possibile recuperarlo solo dopo due giorni. I documenti riportano inoltre che “correva voce” che quel giorno anche i briganti uccisi furono tre, tra cui il capobanda Domenico Valerio, alias Cannone, ma sul luogo della battaglia fu rinvenuto solo un anziano brigante moribondo, il cui nome era Gaetano Giura fu Giuseppe, facente parte della banda Fuoco. Questi aveva sessanta anni, era di origine di Barrea, in Abruzzo, ed era assente dal proprio comune dall’ottobre del 1860. 

Non sappiamo quindi quale fosse la verità, e cioè se il capitano Pollone, una volta ferito, si sia dato la morte, oppure se sia morto direttamente sotto i colpi di fucile dei briganti. Ma, comunque siano andate le cose, sta di fatto che tanti bravi e valorosi giovani italiani, sia essi appartenenti all’esercito Piemontese o al disciolto esercito Borbonico, entrambi comunque fedeli ai propri ideali e ai propri regnanti, morirono in una guerra che potremmo dire “fratricida”. Una guerra causata da una eccessiva sete di potere dei sovrani e spalleggiata anche da quei nobili che, ai primi bagliori “rivoluzionari”, più che seguire i loro ideali furbamente capirono che per restare a galla, dovevano comportarsi come sosteneva il nipote del Principe Fabrizio Salina nel Gattopardo di Tomasi di Lampedusa, questi affermava infatti che: «Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi».

 


[1]Benedetto De Luca di Angelo, nacque il 18 febbraio 1845, a Campozillone, frazione di Mignano. Figlio di onesti contadini, che, però, vennero a mancare quando egli era ancora bambino. All’età di venti anni divenne manutengolo dei briganti che gravitavano nel mignanese, ma, a seguito di una denuncia alle Autorità da parte di un suo rivale in amore, per sfuggire al tribunale militare si arruolò nelle fila dei briganti stessi. In un primo momento fece parte della banda di Domenico Fuoco, e poi con quella di Ciccone. Partecipò a molte imprese brigantesche di quel periodo. Il 21 aprile del 1868, partecipando ad uno scontro con le forze dell’ordine in località Melazzella, subì due ferite per cui, pochi giorni dopo, e precisamente il 1° maggio, fu costretto a costituirsi alle Autorità di Mignano. Dopo vari processi fu condannato a ventidue anni di lavori forzati. Poi, però, a seguito di un errore giudiziario (a detta dello stesso De Luca) gli fu inflitta la pena dei “lavori forzati a vita”, pena che era diretta a un tal Delle Donne Benedetto. Solo dopo trentotto anni, grazie alla sua buona condotta e a seguito di un atto di notorietà, riuscì ad ottenere la correzione dell’errore e con decreto Reale, datato 18 febbraio 1906, riacquistò la libertà. Morì a Campozillone il 23 dicembre del 1926, all’età di 81 anni.

[2] Cfr. D. Salvatore, “Notizie storiche sulla Terra di Mignano”, Cassino 1939, pp. 198-201

[3] Frazione di Mignano, situato nella valle tra Monte Lungo e Monte Camino.

[4] La Corte di Assise del Circ. della Provincia di Molise, con sentenza emessa in seguito di pubblico dibattimento del giorno 27 ottobre 1872, ritenne colpevole il brigante Bernardo Colamattei di Colle S. Magno, degli omicidi volontari nelle persone di Pollone, Carbone e Gaglietta e lo condannò alla pena di morte. Cfr. “Estratto di condanna di Colamattei Bernardo”, in  Processi al Brigantaggio, fasc. 700. Archivio di Stato di Caserta. Cfr. A. Nicosia, Brigantaggio postunitario: Le bande Colamattei e Fuoco, in Latium, n. 5, 1988, pp. 82 e 83.

Gazzetta del Volturno, ed anche sul sito Sanpietresiallestero   

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