Alta Terra di Lavoro

già Terra Laboris,già Liburia, già Leboria olim Campania Felix

Amanullah Khan come Ferdinando II° di Borbone

Posted by on Lug 19, 2026

Amanullah Khan come Ferdinando II° di Borbone

Antonino Russo

Amanullah Khan come Ferdinando II° di Borbone: come la modernizzazione sia una parte integrante nella vita di un popolo

Io concordo sul fatto che un popolo ha i suoi difetti e pregi, i cui primi li riconosce in completa autonomia e senza alcuna dipendenza interna ed esterna, anche se oggi notiamo benissimo le chiarissime intenzioni dei governi maggiormente e illecitamente influenzati dai tre mali globali (oligarchia, colonialismo/neocolonialismo e imperialismo straniero) per volere di quei politici e militari dietro il desiderio del potere e della ricchezza, pur di impedire di realizzare un buon governo a favore del proprio popolo. Questo importante concetto giuridico e civile, il quale è il fondamento innegabile della politica e dell’esistenza dello Stato, rimane assente nelle politiche degli attuali governi, ignorando i benefici del passato benevolmente goduti dai loro popoli ma, soprattutto, senza rendersi conto che senza prendere spunto quel passato glorioso e benefico il presente sarà caratterizzato dall’instabilità e privo di benessere e di pace. E’ esattamente questo il motivo della ribellione legittima di tutti i popoli contro quei governi che, con la scusa di essere democratici e amici dell’Occidente o di una qualsiasi potenza straniera, sono corrotti ed egoisti. Il buon governo esiste soltanto se la felicità di un popolo viene considerato una vera priorità per poter garantire una assicurata cura fondamentale dell’amministrazione statale, come disse il grande Ferdinando II° di Borbone, il sovrano delle Due Sicilie. Egli, grazie alla sua politica di welfare state e trasparenza governativa, era molto amato dal popolo napolitano e dai siciliani, nonostante l’odio tirannico del baronaggio isolano intento di voler riprendere in mano l’isola dietro la scusa dell’indipendenza. Noi napolitani abbiamo avuto la fortuna di essere aiutati da una dinastia e da un governo che seppero offrire un nuovo volto moderno e civile della nostra terra o, meglio dire, Nazione, come d’altronde era accaduto in tutti popoli con la chiara dimostrazione puramente realistica che nessun popolo è superiore né inferiore. Per quanto riguarda la modernizzazione, lo storico Giacinto De’ Sivo concordò che essa è stato un processo positivo per aver garantito un miglioramento delle condizioni e della vita del popolo napolitano dal punto di vista sociale, culturale ed economico e un graduale mantenimento dell’unità dello Stato duosiciliano, a partire dai Normanni dal 1130. Un utile e non esagerato paragone di quel citato e grande personaggio della storia napolitana può essere fatto ad altri che si impegnarono a valorizzare e migliorare le condizioni dei propri popoli. Uno di questi è Amanullah Khan, uno dei sovrani più ricordati dalla storia dell’Afghanistan. Mo’ voi direte: che cosa c’entra questo personaggio con Ferdinando II°? Ovviamente il motivo non si collega tanto alla forte nostalgia monarchica ma per una serie di caratteristiche fondamentali che permettono di paragonare il nostro grande Ferdinando II° all’afghano Amanullah Khan.

Innanzitutto Amanullah, come Ferdinando II°, provenne da una famiglia reale che governò l’Afghanistan dal 1792. L’Afghanistan è uno Stato senza sbocco di mare, a differenza della Napolitania e della Sicilia che sono circondati dal Mar Mediterraneo, ma in quegli anni il suo continente era conteso da potenze straniere europee (cosa che il Regno delle Due Sicilie non era intenzionato a farlo per il rispetto del principio di uguaglianza tra i popoli riconosciuto dall’allora diritto internazionale retto dal famoso Congresso di Vienna del 1815) volte al rafforzamento del loro potere coloniale a discapito dei popoli che ne fanno parte, compresi gli stessi afghani. Tra le potenze straniere europee più dure e invasive, guarda caso, furono gli inglesi. Quegli inglesi che prima protessero i nostri Borbone in due anni, nel 1799 e nel 1806, e poi usarono la parola “libertà” per poter intromettersi per avere più risorse con lo scopo di arricchire il potere di certi Lords. Però quello che non si aspetteranno gli inglesi si ha quando i sovrani borbonici, vari primi ministri dei governi delle Due Sicilie (Tanucci e Luigi de’ Medici) e la maggioranza dei cittadini iniziarono a manifestare i loro sospetti di ingerenza straniera intrapresa dall’Inghilterra, il cui timore sarà ben confermato a causa della politica di sfruttamento disumano lavorativo e la minaccia militare promossi dal primo ministro britannico Lord Palmerston, il cui governo non seppe rispettare sia l’allora diritto internazionale sia il famoso trattato commerciale del 1816, spingendo l’onesto monarca Ferdinando II° a rafforzare la politica di salvaguardia dell’indipendenza nazionale contro le pretese degli inglesi che, a loro volta, si impegneranno a garantire armi e protezione, ovviamente illeciti e privati, alla minoranza di intellettuali e ricercati criminali che contribuirono al rovesciamento illegittimo del nostro Stato nel 1860. Tale forte sentimento antimperialista manifestato da Ferdinando II° era ben presente nel giovane Amanullah, il quale non piacque tanto l’ingiustificata inclinazione del padre Habibullah, l’allora emiro dell’Afghanistan, all’ingerenza del governo britannico sulla politica estera del Paese. Così Amanullah iniziò quello che aveva fatto esattamente il nostro grande Ferdinando II°: essere indifferenti verso chi voleva invadere un popolo senza il suo consenso e, soprattutto, dare un’ulteriore spinta alla modernizzazione del proprio Paese. Infatti con l’uccisione del padre avvenuta il 20 febbraio 1919 e il rifiuto di Nasrullah di salire al trono il 28 febbraio, Amanullah prese le redini del Paese e, con un atto di coraggio e di puro patriottismo, sfidò gli inglesi. Il 3 maggio 1919 dichiarò guerra all’Inghilterra per evitare che il suo Paese diventasse l’ennesima colonia britannica, riuscendo a ottenere il trattato di pace stipulato l’8 agosto dello stesso anno. In seguito Amanullah, dopo essere diventato emiro, compie una decisione illuminata: come Ferdinando II° intraprese una concreta revisione organica e finanziaria mediante l’atto regio dell’11 gennaio 1831 tagliando le rendite ai nobili, dimezzando i ministri, mandando in carcere o in esilio vari corrotti e riconoscendo legalmente l’uguaglianza dei cittadini agli occhi di Dio e della legge, anche Amanullah dette un nuovo volto della sua Afghanistan da Paese arretrato e in mano alle tribù islamiche (le quali fecero ricorso alla Sharia per imporre stile di vita e regole agli abitanti rurali, impedendo per sbaglio il diritto allo sviluppo ai loro territori isolati) a Paese libero e moderno. La prima mossa legislativa di Amanullah è la parità di genere e trattamento, riconosciuta dalla prima costituzione afghana del 1921, e tale iniziativa fu rafforzata dalla regina Soraya. Inoltre l’emiro sancì l’uguaglianza dei diritti a tutti i cittadini afghani, garantendo a loro l’obbligo della scolarizzazione, la libertà di scelta per il matrimonio da parte di ogni coniuge (tale diritto garantito dallo Statuto di San Leucio del 1789) e l’affermazione di una nuova giustizia equa, soprattutto per le donne che, nelle province rurali, furono costrette a vivere nella marginalità sociale secondo le regole tribali islamiche, ricevendo appoggio e sostegno da parte della regina e della “Associazione per la tutela delle donne”, la quale si impegnò a realizzare molte scuole aperte a tutte le donne, urbane e rurali. Così Amanullah riuscì a valorizzare l’immagine dell’Afghanistan, puntando alla conciliazione tra il desiderio di rinnovamento e le esigenze locali del popolo afghano, tant’è che disse a tutte le donne afghane: “Abbandonate il pardah (velo). Il Corano non lo impone. Le donne delle nostre tribù vivono con il viso scoperto, fate lo stesso”. Il velo era considerato dallo stesso emiro un impedimento per l’emancipazione femminile e, perciò, ha reso l’Afghanistan uno dei Paesi più moderni in Asia. Il regno di Amanullah Khan è stato il periodo del Rinascimento Afghano caratterizzato dal benessere, dalla pace e dall’equità dei diritti, seguito dall’esempio di modernizzazione inaugurata in altri Paesi dell’Asia, tra cui la Turchia di Ataturk, fino a quando iniziò a subire una serie di minacce e pretese oligarchiche delle tribù islamiche. Esse consideravano le riforme del sovrano illuminato come un insulto per la giurisprudenza della Sharia soltanto perché Amanullah si era permesso di voler dare libertà e diritti alle donne afghane rurali. Quindi le tribù islamiche, non tollerando il buon riformismo promosso dal sovrano illuminato, si rivolsero a un altro personaggio con simpatie islamiche, Habibullah Kalakani, che da Jalalabad il 14 novembre del 1928 guidò i ribelli tribali contro il legittimo governo di Amanullah. Il sovrano illuminato, notando l’avanzata militare delle tribù islamiche guidate da Kalakani pur avendo la possibilità di rafforzare il suo esercito, il 14 gennaio 1929 decide di abdicare il trono a favore del fratello Inayatullah, il quale però non era capace di essere il re affidando tale incarico, alla fine, ad Habibullah Kalakani che, per fare un favore alle tribù islamiche, provvide a cancellare le importanti riforme di Amanullah, regnando in Afghanistan per ben 9 mesi, ossia fino all’ottobre del 1929 quando Mohammed Nadir Shah prese Kabul e fece fucilare Kalakani. Lo stesso Amanullah, pur essendo in esilio in Svizzera, non dimenticò il suo affetto verso il popolo afghano per via delle riforme che concesse con la piena volontà di migliorare la vita dell’Afghanistan e di liberarla dalla schiavitù oppressiva delle tribù islamiche e delle potenze straniere. In altre parole, Amanullah è stato vittima di un complotto oligarchico, trasformando l’Afghanistan in un Paese soggetto tra liti tribali e dittatura di Nadir Shah che verrà poi assassinato da uno studente di etnia hazara nel 1933 per poi ritornare a essere il Paese moderno e stabile grazie all’impegno del sovrano Mohammed Zahir Shah che imitò l’esempio di Amanullah, ormai morto nel 1960.

Stessa sorte si verificò a Ferdinando II° di Borbone quando, grazie al suo costante impegno riformista e, soprattutto, anche come capo di Stato nell’aver modernizzato il nostro Regno, inglesi e intellettuali di idee liberali e repubblicani erano pronti a far scoppiare rivolte indubbiamente oligarchiche, la cui maggior parte erano mosse dalla chiara condanna della riforma degli usi civici appena rinnovati nel 1836 nelle province napolitane e, in seguito, nel 1838-41 in Sicilia, nonostante la crisi diplomatico-economica dello zolfo, per poi coniugarsi con l’espansionismo politico, militare ed economico del Piemonte dei Savoia in quanto “unico Stato costituzionale nell’Italia preunitaria” anche se lo Statuto Albertino desse più privilegi e poteri all’oligarchia liberale e l’economia sabauda era ancora caratterizzata da una grave speculazione finanziaria accompagnata da una tassazione eccessiva e dalla disuguaglianza sia sociale (tra contadini e il blocco nobile-borghese liberale) sia coloniale interna (tra sardi e piemontesi padani). Dalle rivolte del 1837 a Catania e del 1844 a Cosenza a quelle successive, Ferdinando II° di Borbone fece ricorso alla clemenza regia per evitare lo spargimento di sangue, dando l’esempio di un sovrano vicino all’umanità anziché alla violenza, il cui metodo di intervento venne usato dagli inglesi e dai Savoia nei confronti dei loro popoli (guarda caso!). Quindi Ferdinando II° era proprio intenzionato a voler garantire la pace e un certo benessere a noi napolitani e ai cari siciliani, mettendo freno ogni sentimento di odio e superstizione fomentati da baroni e certi funzionari corrotti dai primi stabilendo il dovere innegabile della trasparenza, legalità e imparzialità nel difendere e valorizzare il Regno e il suo popolo. Per Ferdinando II° contava moltissimo l’etica e sapeva benissimo che sia lo Stato (cioè il Regno delle Due Sicilie) sia la religione, senza l’etica, avrebbero comportato tanti danni ai cittadini napolitani e siciliani, per cui hanno il dovere di proteggerli e tutelarli da ogni male subito. Questo è l’esatto fondamento della legislazione napolitana riconosciuta da Ferdinando II° di Borbone che, con onestà politica e culturale, continuò a ereditare il pensiero del suo bisnonno, Carlo di Borbone, e di vari primi ministri, a partire da Bernardo Tanucci, basandosi sul giurisdizionalismo, ossia l’indipendenza dello Stato dall’influenza della Chiesa, e sui principi sociali di Thomas Moore, ovvero sulla solidarietà tra poveri e ricchi, il cui concetto era totalmente sconosciuto nel Piemonte dei Savoia e negli Stati dell’Europa di allora. Invece no! Quegli intellettuali liberali e repubblicani pretendono al nostro Ferdinando II° di dover seguire il loro ideale unitario che, in realtà, diverrà un ulteriore sostegno all’espansionismo piemontese, portando al fallimento la realizzazione necessaria della confederazione degli stati italiani, di cui anche Ferdinando II° ne condivise e addirittura fu il primo sovrano italiano a farne richiesta dal 1833. Il nostro Ferdinando II° era un sovrano molto attaccato al suo popolo non tanto per sottometterlo ma per garantirgli dignità e tutele, respingendo ogni richiesta politica degli intellettuali pennaruli (così li chiamò il nostro sovrano non per offesa ma per pura critica del loro egoismo mentale e culturale), chiedendo tante volte Costituzione e libertà, ma di fatto entrambi richieste sono delle solite scuse per poter sbarazzarsi di un sovrano e di un governo che hanno impedito la prevalenza degli interessi illeciti e iniqui dei privati sfruttatori per dare precedenza a quelli della collettività, in particolare ai contadini e alle famiglie povere urbane che non furono abbandonati grazie ai famosi Monti Frumentari e ai Reali Istituti di Beneficienza. Hanno tentato di cacciarlo via nel 1848, in riferimento alla rivoluzione francese del febbraio che aveva rovesciato la Monarchia di Luigi Filippo per proclamare la Repubblica, ma non ci sono riusciti, anche grazie all’indifferenza delle popolazioni napolitane contro il loro terrorismo rivoluzionario che, per fortuna, fu frenato dal nostro Ferdinando II° mediante l’intervento del Regio Esercito. Dopo la fine del terrorismo quarantottesco, Ferdinando II° si prese cura del nostro Regno, portando avanti il suo ferreo riformismo moderno e sfidando sia quegli intellettuali liberali e repubblicani, provenienti dalle famiglie potenti ma denunciate dalle proprie amministrazioni locali per usurpazioni di terra demaniali, sia le potenze straniere che avevano tentato di spingere il nostro sovrano di farsi sottomettere alle loro diplomazie, cosa che il nostro Ferdinando II° non ha voluto fare per non recare offesa al nostro popolo e ai siciliani.

Sebbene gli afghani e noi napolitani abbiamo goduto momenti di benessere e pace favoriti da una graduale modernizzazione promossa dai due grandi sovrani, quello che mi preme di più è la seconda domanda: Come andò esattamente a finire? Qual era la loro sorte? Beh, l’Afghanistan visse un periodo di stabilità sotto il regno di Zahir Shah fino al 1973 quando suo cugino, il principe Mohammed Daoud Khan, rovesciò la monarchia costituzionale mediante un colpo di Stato e inaugurò la repubblica autoritaria, scatenando una forte opposizione popolare guidata dal Partito Democratico Popolare dell’Afghanistan (PDPA), di orientamento marxista e con alcuni elementi del nazionalismo afghano, che promosse la “Rivoluzione di Saur” del 1978, uccidendo il presidente e rovesciando la sua dittatura, favorendo un riformismo moderno ma radicale senza, però, dimenticare il periodo dell’oro favorito da Zahir Shah e, soprattutto, dallo stesso Amanullah, pur essendo stato antimonarchico, con la conseguenza dello scoppio della guerra civile fomentata dai leader tribali islamici (Massoud, Hekmatyar e Rabbani) ma supportati finanziariamente dal Pakistan e dagli Stati Uniti, sempre timorosi per via della sua ridicola malattia dell’anticomunismo. Alla fine la Repubblica Democratica dell’Afghanistan, dopo essersi impegnata a voler salvaguardare l’unità e la stabilità del proprio popolo anche grazie al mantenimento di una certa modernizzazione (soprattutto a favore delle donne afghane), dovette cedere alle minacce dell’estremismo islamico che, una volta ottenuto la vittoria, nel 1992 entra a Kabul e stabilisce un governo provvisorio che getterà il povero popolo afghano nella ennesima guerra civile, dovendo poi subire la violenza e le persecuzioni dello spietato regime dei Talebani dal 1996 al 2001, per poi ritornare nel 2021 grazie all’abbandono “benevole” degli americani, i quali sono i principali responsabili del disastro della vita civile e dell’economia dell’Afghanistan, tra cui la grave dipendenza dei governi della fantoccia Repubblica Islamica da Hamid Karzai a Ashraf Ghani. Ormai i politici filoamericani e i Talebani distrussero tutto ciò che Amanullah ha saputo dare al popolo afghano. Intanto i napolitani, con la morte di Ferdinando II° nel 1859, inizieranno a vivere un nuovo incubo: il nostro Regno crolla nelle mani dei piemontesi e dei traditori locali che resero la Napolitania da Paese libero e indipendente a colonia di sfruttamento mediante la distruzione delle leggi civili, l’impoverimento della sua economia, la divisione sociale, lo smantellamento delle progredite istituzioni e aziende, lo sfruttamento lavorativo, la corruzione amministrativa e la diffusione della delinquenza comune, in particolare nei minorenni (costretti a farlo), sebbene la resistenza patriottica degli insorgenti napolitani, diffamati come “briganti”, abbia dato l’esempio di fedeltà e coraggio anticoloniale agli occhi dell’Europa di allora. Naturalmente questi due popoli, alla pari di altri, non hanno rinunciato e non intendono rinunciare i loro diritti e progressi pur di lottare le ingiustizie dei governi illegittimi, ma quel che è certo è che sia Amanullah Khan sia Ferdinando II° di Borbone rappresentano l’esempio di manifestazione dimostrativa di un patriottismo civile e moderno, visto che il PDPA non aveva cessato l’eredità della modernizzazione civile e nazionale anche grazie a Mohammad Najibullah, come di fatto è importante a non dimenticare il sacrificio dei nostri antenati, compreso il nostro grande Ferdinando II° che, senza alcuna esagerazione, merita di avere il titolo di “Re della Patria”, di aver valorizzato l’identità, l’immagine e la civiltà del popolo napolitano e tutto ciò potrà avvenire mediante la realizzazione di un partito identitario e indipendentista napolitano, con carattere moderno, civile e neutrale e ben lontano dalle logiche personali, ideologiche e criminali, come esattamente avevano desiderato i nostri difensori dei diritti e delle libertà della nostra e amata Napolitania, tra cui gli indimenticabili Giacinto De’ Sivo e Nicola Zitara.

Submit a Comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.