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Amerigo Vespucci e Monarca , due Velieri a confronto

Posted by on Set 18, 2020

Amerigo Vespucci e Monarca , due Velieri a confronto

Qualche tempo fa ricevetti una lettera da parte di un simpatizzante della nostra Associazione e che così recitava:

Egregi Signori

nella trasmissione “Ulisse”, di Alberto Angela, di domenica 12/10/03 riguardante un documentario sulla Repubblica Marinara di Venezia, il conduttore affermava che la Nave AMERIGO VESPUCCI era stata costruita nei cantieri dell’Arsenale di Venezia.

Ho sempre creduto che fosse stata costruita presso i Cantieri navali di Castellammare di Stabia; quale è la verità?

G. Perrini
S. Maria C.V. (CE)

E così gli rispondevo :

Lei crede bene,
le nostre informazioni sono le medesime anche legate all’antica reale corderia che ha lavorato non poco per tale nave.
D’altro canto siccome l’Amerigo Vespucci è una nave stupenda, le sono stati dedicati diversi siti web dove si recupera agevolmente il luogo di costruzione( Castellammare di Stabia) ad esempio :
http://www.port-of-rome.com/mare_vivo/av_caratte.htm

Mah Sig. Perrini,, così van le cose in Italia, figurarsi se si parla bene del SUD! Ma quando mai al Sud sono stati capaci di costruire navi. . . e poi magari anche la più bella del mondo?. . . .

****

La mia ovvia risposta non poteva che essere quella legata ad inoppugnabili documenti che, in sintesi, sono richiamati anche nel nostro sito, nel caso specifico nella didascalia che accompagna la fotografia dell’Amerigo Vespucci.

Tra me e me pensavo comunque all’ingiustizia perpetrata. Non è infatti corretto che alcune verità storiche possano essere trasformate magicamente e gratuitamente da un “guru” del documentario ad effetti speciali, generando anche seri disorientamenti culturali come è capitato al Sig. Perrini.

Ma ammettendo pure la sincerità del conduttore, mi domandavo anche quale livello di preparazione potessero mai avere dimostrato i suoi consulenti storici con una simile “cantonata”.

Certo che se teniamo conto del fatto che tali documentari vanno tranquillamente dal microcosmo al macro, dal preservativo alle tute spaziali, dalla molecola di amminoacido alle mandrie di bufali del West, dalla preistoria alla fantascienza (passando sempre attraverso il risorgimento italiano sia in senso ascendente che discendente per cercare di aumentare il numero di creduloni) e così via, non ci si può poi meravigliare che il gruppo di “esperti” consulenti, volendosi cimentare anche in un esercizio di storia navale, qualche “erroruccio” l’abbiano commesso.

Non dimentichiamo infatti che la “Tuttologia”, sport scientifico tanto in voga quanto pericoloso, fa quasi sempre male alla numerosissima folla degli “orecchianti” che si assiepa davanti al tubo catodico e, non di rado, anche a chi lo pratica con assiduità sacerdotale come i noti “padre e figlio”.

Un dubbio atroce però mi assaliva. . .e se la cosa fosse stata voluta? Se la teoria della confusione delle “tre carte” fosse oggi l’unica in grado di sostenere ancora per qualche tempo le falsità risorgimentali?

Siccome nella mia vita scout ho imparato a vedere sempre il lato buono delle cose, mi sono anche convinto che questa “segnalazione sull’Amerigo Vespucci” potesse rappresentare un “particolare” invito ad approfondire l’argomento, per farne poi un articolo da diffondere sul nostro sito.

Passato dunque dal dire al fare ho dato corso ad una ricerca che mi ha portato ad una strabiliante conclusione:

– Seguitemi e facciamo un salto indietro di quasi centocinquant’anni !-

Innanzitutto ho scoperto, con non poca fatica , che gli ultimi velieri tecnologicamente utili ai fini commerciali e militari, con fasciame in legno, furono costruiti intorno al 1850 in diversi arsenali sia europei sia americani.

Tra questi arsenali uno in particolare era da considerarsi tra i più attrezzati ed era quello di Castellammare di Stabia che, per ovvie questioni logistiche legate alla vita del Regno delle Due Sicilie, fu costantemente ammodernato con riusciti piani industriali, risultato a loro volta di una lungimirante e proficua politica economica dei re Borbone.

Castellammare di Stabia tendeva dunque ad eguagliare i cantieri d’oltreoceano in una competizione non dichiarata ma di fatto molto sentita a livello internazionale.

Ma di questo sui libri di scuola, sulle enciclopedie ufficiali e siti vari “zitti e mosca”.

Orbene, pur essendo ormai tramontato il tempo dei velieri per dare giusto spazio ai “vapori”, la Marina Militare Duosiciliana impostò nel 1846, per vararlo nel 1850, il “Monarca” uno dei più prestigiosi velieri mai costruiti, armato con 20 obici e 50 cannoni.

Si può discutere a lungo sulla scelta di costruire un anacronistico veliero, ma dobbiamo tenere anche presente che la marina militare Duosiciliana, già fornitissima di naviglio a vapore, non era seconda a nessuno nel Mediterraneo ed in competizione solo con la flotta inglese. Non è un caso infatti che su quest’arma si concentrarono i massimi sforzi delle potenze anglo.francesi e piemontesi per comprare, nel senso più vero del termine, i suoi alti ufficiali portandoli al tradimento e azzerando così la sua grande potenzialità che avrebbe certamente salvato il Regno dalla conquista.

Quindi, fosse stato anche un capriccio di FerdinandoII, il veliero “Monarca” ben figurava nella flotta.

Ma l’ingegno Duosiciliano, sempre volto alla fruibilità futura delle cose, fece sì che il veliero fosse progettato già per la successiva integrazione con apparato motore a vapore e spinta ad elica, trasformazione che avvenne puntualmente circa dieci anni dopo.

Il veliero MONARCA in navigazione presso le coste capresi.
(Tratto dal libro l’industria navale di FerdinandoII di Borbone di Antonio Formicola e Claudio Romano)

Guardando bene le immagini del “Monarca” le trovavo molto familiari anche se era la prima volta che le osservavo e venivo colto dall’irrefrenabile desiderio di confrontarle con quelle, più recenti, dell’ Amerigo Vespucci.

E più osservavo e confrontavo queste stupende navi, più mi sembravano molto simili nei ponti, nelle posizioni delle scialuppe e nell’alberatura; anche se la “Vespucci” è dotata di un frazionamento velico più moderno.

Sì certo, il Monarca aveva lo scafo ligneo mentre quello della Vespucci è in ferro, ma questo è solo un dettaglio strutturale che non modifica, secondo me, in modo sostanziale le linee guida principali di un progetto idrodinamico e velico.

Confronto fotografico-pittorico tra il VESPUCCI e il MONARCA

Confrontavo poi i dati tecnici, praticamente identici in due misure fondamentali, la massima larghezza del ponte e altezza di scafo!

 Dislocamento tLarghezza mAltezza mLunghezza al netto del bompresso m
Amerigo Vespucci4.14615,5770
Monarca3.66915,56,758

Solo le lunghezze non sono simili, ma si sa che il prolungamento della prua o della poppa possono essere opere supplementari che non influenzano, entro certi limiti, lo scafo vero e proprio e comunque sia, tale differenza di lunghezza, percentualmente contenuta in uno scarso 20%, può essere legata anche ai diversi materiali utilizzati ( ferro e legno).

E che dire poi se confrontiamo i due dislocamenti ( anche in questo caso la “Vespucci” ha solo il 10% in più rispetto al “Monarca”)!?

Confronto laterale degli scafi ( a sinistra l’Amerigo Vespucci a destra il Monarca )

Le navi presentano anche lo stesso numero di ponti e perfino lo stesso profilo laterale con l’eccezione di una , quasi impercettibile, diversa inclinazione dell’albero di bompresso!

La mia personale conclusione è che non solo l’attuale nave “più bella del mondo” sia l’Amerigo Vespucci  varata in Castellammare di Stabia, ma che il suo disegno e gli elementi fondamentali del progetto siano  da attribuire anche al grande “Sabatelli”, proficuo ed ingegnoso progettista navale delle Due Sicilie e ideatore del “Monarca”, e non solo al suo comunque bravo erede Francesco Rotundi, progettista della Vespucci.

D’altro canto,  e non è malizia, la “Vespucci “ viene varata nel 1931,  81 anni dopo il “Monarca”, in Castellammare di Stabia e non nei cantieri del Nord dove venivano opportunamente dirottate tutte le più significative commesse.

La scelta di questo cantiere non fu certo fatta  per dare lavoro agli  operai del SUD! Ma più semplicemente perché solo Castellammare era ancora “Custode” delle antiche e gloriose tecnologie per la costruzione di tale tipologia di navi.

Il cantiere era di fatto  rimasto quasi atrofizzato nello stato in cui lo lasciò il grande Ferdinando II di Borbone sebbene anche il figlio Francesco II  non fu meno prodigo di attenzioni verso l’industria navale.

La (prima) unità d’Italia destinò di fatto il prestigioso cantiere alle  opere di riparazione e solo eccezionalmente alle nuove.

A supporto di questa mia tesi porto le parole dell’ Ing. Colombo che fondò il Politecnico di Milano nel 1867 e che, a ridosso della disfatta di Lissa causata dell’inetto ammiraglio Persano, ebbe a dire :”.. l’unico Cantiere in Italia in grado di ricostruire la flotta è quello di Castellammare di Stabia…“

Questa affermazione giunse come una vera sferzata sul volto dei nuovi padroni dell’Italia (e forse fu artatamente voluta)  che provvidero immediatamente ad incrementare i già elevatissimi livelli di  finanziamento da parte della Banca d’Italia verso industrie, scuole, commerci e dunque anche verso la cantieristica navale del Nord che prima dell’unità di fatto era un “ectoplasma” se paragonata a quella delle Due Sicilie.

E così la “gaffe” di un conduttore televisivo, voluta o no, che sembrava portasse solo discredito all’ingegno del Sud ha contribuito, dal mio personale punto di vista, al recupero di un pezzo di storia di grandissima importanza della marina militare delle Due Sicilie, storia che speriamo trovi i giusti vettori per una rapidissima divulgazione.

E in questo dobbiamo ritenerci tutti impegnati.

N.B La documentazione tecnica  del Monarca è stata tratta dal libro L’industria Navale di FerdinandoII di Borbone, di Antonio Formicola e Claudio Romano che  si ringraziano  per la loro encomiabile opera. 

Domenico Iannantuoni 

fonte

1 Comment

  1. Non mi meraviglierei se in qualche trasmissione Rai ci venissero a dire che i Borbone volendo costrire il più grande e moderno Teatro avessero incaricato tecnici e maestranza savoiarde, non disponendo il Regno di professionalità adeguate. Atteso che nessuno crederebbe alla notizia che il San Carlo era il più grande teatro costruito dai Piemontesi. A loro basta ed avanza Il Piccolo!

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