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Ancora sulla mitezza dei Giacobini della Repubblica Napoletana del 1799

Posted by on Ago 10, 2026

Ancora sulla mitezza dei Giacobini della Repubblica Napoletana del 1799

Giuseppe Gangemi

Ho già affrontato, di sfuggita, l’affermazione di Eugenio Scalfari, fatta su La Repubblica il 9 dicembre 1998, secondo cui i Giacobini napoletani “dettero vita ad una repubblica mite che non infierì su alcun esponente del passato regime”. Dei due possibili significati che ha assunto questa frase, ho scelto di accogliere quello più comune: che i Giacobini fossero stati realmente miti in tutta la loro attività di governo. Solo che non è questo che ha, alla lettera, scritto Scalfari. Egli ha detto che i Giacobini sono stati miti nel trattare i rapporti con la classe politica e i funzionari amministrativi del Regno di Sicilia di qua dal Faro. In questo, si può concedere che Scalfari ha tecnicamente ragione: i Giacobini napoletani non hanno infierito sugli esponenti del passato regime, a meno che questi non abbiano preso le armi e combattuto contro il nuovo regime repubblicano.

Chiarito questo punto, occorre precisare che quello prescelto da Scalfari non è l’unico indicatore di mitezza o di inclemenza politica e nemmeno il più significativo. Bisogna considerare anche altri indicatori: la violenza dei militari sui prigionieri e/o sui civili; la violenza dei corpi di polizia, soprattutto nelle fasi di repressione del dissenso politico; la violenza delle popolazioni partigiane contro gli avversari o anche i non schierati; e soprattutto l’utilizzo della violenza legale, in particolare l’applicazione della pena di morte nei processi politici.

Relativamente a quest’ultimo indicatore, Antonella Orefice fornisce – alle pagine 218-219 del suo volume del 2023: Tra le mani del boia. Tre secoli di pena capitale a Napoli dai Viceré ai Savoia (1536-1862) – un elenco di 28 condannati a morte, nella sola Napoli, durante i cinque mesi di Repubblica. I dati provengono dai registri della Compagnia dei Bianchi. Questo l’elenco dei nominativi dei condannati a morte: Gaetano Amato, Ignazio Di Lauro, Michele Angrisana, Salvatore Marino, Francesco Bianco, Tommaso Borriello, Lorenzo Cirillo, Agostino Papa, Giovanni Cirillo, Domenico Cirillo, Nicola Antonio Papa, Giuseppe Palomba, Raffaello Palomba, Antonio Vitiello, Carmine Graziato, Salvatore Capuano, Giuseppe Maimone, Giacinto Lubrano, Candido Lotanto, Giovanni Di Napoli, Nicola Napoli, Nunzio Raia, Antonio Schettino, Natale D’Angelo, Gennaro Baccher, Giurando Baccher, Ferdinando La Rossa e Giambattista La Rossa.

Queste esecuzioni sono state effettuate tra l’8 marzo e il 13 giugno 1799, periodo in cui Napoli è sotto il sicuro controllo dei Giacobini. Più della metà delle persone (10 su 19) di cui è fornita l’età hanno tra 18 e 25 anni. Per tre di loro, nella loro scheda è scritto “reato imprecisato”. Per gli altri 26, è scritto “ulteriori dati non precisati” e la cosa si riferisce sia alla professione, sia al reato. Mi limito a segnalare queste informazioni senza commentarle perché possono dipendere o da deprecabile opacità delle informazioni fornite dai tribunali repubblicani o da non deprecabile disinteresse della Compagnia per esse. In altri termini, il fatto che non si riporti il motivo del reato non può essere assunto come indice di sommarietà dei processi.

Per quanto riguarda le atrocità dei militari c’è sempre stata una rassegnata sopportazione da parte della cittadinanza, come se fosse un aspetto inevitabile della vita. De Nicola, per esempio, scrive che quanto “accaduto al basso Napoli non è da potersi né credere né descrivere” (I, 31). Quindi attribuisce la responsabilità a tre fattori: “il fuoco che fecero le armate francesi, e quelli che fece il popolo, tanto in opposizione dei Francesi, che contro la gente quieta della città” (I, 32).  

Prosegue riconoscendo che la libertà di saccheggio era stata lasciata ai soldati francesi e, nello stesso tempo, giustifica le decisioni dei comandanti a tal proposito: “Si temeva giustamente il sacco alla città, e si è poi saputo anche disporsi, e bisogna dire che dovevasi questo sfogo al soldato che aveva a forza di sangue sparso vinta la città” (I, 32). Infine, suggerisce che il saccheggio del palazzo Reale “fu un riversivo (sic!) immaginato per deviare il popolo che voleva continuare a battersi coll’armata francese” (I, 32). E quanto agevolato per palazzo Reale è andato ben oltre il tacitamente concesso, al punto che “moltissime case furono anche saccheggiate parte da Napoletani, parte da Francesi” (I, 32). Finché non furono emanati gli ordini clementissimi di Championnet che fermarono tutte le forme di violenza illegale in città.

Per quanto riguarda la violenza dei corpi di polizia, dopo aver premesso che questi corpi sono stati ricostruiti del tutto con personale favorevole alla repubblica, spesso anche estremisti o fanatici e non sempre preparati alla funzione, numerosi erano i sospetti colpiti a morte al momento della cattura e qualche volta anche le sparatorie tra la folla con vittime innocenti.

Per quanto riguarda la violenza partigiana, formalmente non si è manifestata in dimensioni elevata, ma per un semplice motivo: non fidandosi delle forze armate ex borbonica, molti partigiani del nuovo regime si sono arruolati nell’esercito francese, dichiarato da Championnet “esercito napoletano” in data 23 gennaio 1799. Così ne riferisce il Monitore Napoletano nel numero 1 del 2 febbraio riportando per intero il proclama del generale Championnet: “Napoletani, se l’armata francese prende oggi il titolo di armata di Napoli, è ciò in sequela dell’ordine solenne ch’essa prende di morire per la vostra causa, e di non più fare altro uso delle sue armi che quello di conservare la vostra indipendenza, e sostenere i vostri diritti, ch’essa ha conquistati per voi”. Altri si sono arruolati nelle forze di polizia e nella guardia nazionale.

Questa una spiegazione possibile perché, prima che ciò avvenga, i partigiani non ci vanno leggeri contro la popolazione civile che si è armata per difendere la città di Napoli. Scrive Pimentel sempre nel n. 1 del Monitore Napoletano: per aiutare i Francesi a conquistare la città “furono in loro protezione sparati de’ colpi a palla e sopra coloro, che resistevano a Poggioreale, e sopra coloro che resistevano a Foria … [Altri] coadjuvarono da diverse parti l’entrata dell’armata Francese, sparando sull’ammutinata plebe”. Il comportamento illegale è quello dei partigiani repubblicani che compivano reato di tradimento o di terrorismo.

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