ANCORA SULL’UMBRIA DEL 1958, COSA E’ RIMASTO DI QUEL MONDO PERDUTO?

“La tradizione musicale orale è oggi come quei musei della civiltà contadina sparsi a macchia per i territori delle aree interne d’Italia? In verità non possiamo dirlo: è un’altra cosa, ché le zappe e gli aratri a chiodo arrugginiscono in stanzette umide; ma la musica no, non arrugginisce.
Alcune forme espressive tradizionali, insomma, vivono o rivivono trasformate, per una qualche necessità. Sono, ad esempio, i canti rituali contadini già ‘di questua’, in modalità secolarizzata e inclusiva: interi paesi – soprattutto delle aree interne – che all’arrivo della primavera cantano e/o drammatizzano la Passione o il Maggio.
In parchi urbani e suburbani o in casolari restaurati si organizzano concerti a ballo autoctoni o importati da più o meno improbabili Sud del Mondo; si sprecano i laboratori di saltarella e di pizzica tarantata per tutte le età e, perché no?, anche in Padania,.
A cantare in ottava rima sono i figli o i nipoti magari laureati di quei pastori mitici che si costruivano zampogne e ciaramelle nei tempi lunghi della pastura e della transumanza.
E i gruppi di canto attivi negli anni ’70 lo sono ancora, quasi tutti; con qualche significativa controtendenza, soprattutto in Sardegna, dove – parallelamente alla crescita dei gruppi di polifonia profana, i tenores – le “confraternite delle voci” per la Settimana Santa sono addirittura aumentate, dovunque ringiovanite e in qualche modo ‘specializzate’.
Cosa invece abbiamo perduto senza rimedio, col tramonto dell’età agro-pastorale? Per certo (forse) le loro voci. Per venire a questa pubblicazione: il metallo vocale delle sorelle Grimani di Stroncone, la loro gamma sonora, l’energia comunicativa, la forza del cantare ‘a distesa’, dalle valli alle colline e ritorno, non ci sembrano – senza mettere limiti alla natura – replicabili ‘in cultura’.
E, insieme alla virtuosistica tecnica di emissione dispiegata nelle intonazioni a due voci, diamo per perduti tutti i vatocchi, gli stornelli a recchia o a malloppu e buona parte di quei repertori tanto espressivamente – e ritualmente – connessi a quella particolare situazione/occasione di lavoro
A conclusione di queste smagate note introduttive vorremmo ricordare quanto, da par suo, scriveva Roberto De Simone (in un altro volume della Squilibri, Son sei sorelle. Riti e musiche di una tradizione popolare) a proposito degli interpreti “autentici” e “senza eredi” di una cultura millenaria.
Salvo, ci sentiamo di auspicare, una consapevole, laica assunzione di responsabilità attiva verso la memoria”.
Cosi Piero Arcangeli e Giancarlo Palombini, nell’introduzione al volume a loro cura e con due cd allegati, “Musiche tradizionali dell’Umbria. Le registrazioni di Diego Carpitella e Tullio Seppilli (1958)”, che presenteremo domani, alle 16,30, alla Biblioteca Comunale di Terni con Silvia Paparelli e Francesco Camuffo
Qui sul volume con 2 cd allegati
https://www.squilibri.it/…/p-arcangeli-g-palombini…
Le foto sono di Ando Gilardi che, con Carpitella e Seppilli, realizzò questa seconda ricognizione sulle musiche di tradizione orale dell’Umbria, immortalandone protagonisti e contesti.





