Alta Terra di Lavoro

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ANCORA SULL’UMBRIA DEL 1958, COSA E’ RIMASTO DI QUEL MONDO PERDUTO?

Posted byon Set 20, 2026

ANCORA SULL’UMBRIA DEL 1958, COSA E’ RIMASTO DI QUEL MONDO PERDUTO?

“La tradizione musicale orale è oggi come quei musei della civiltà contadina sparsi a macchia per i territori delle aree interne d’Italia? In verità non possiamo dirlo: è un’altra cosa, ché le zappe e gli aratri a chiodo arrugginiscono in stanzette umide; ma la musica no, non arrugginisce.

Alcune forme espressive tradizionali, insomma, vivono o rivivono trasformate, per una qualche necessità. Sono, ad esempio, i canti rituali contadini già ‘di questua’, in modalità secolarizzata e inclusiva: interi paesi – soprattutto delle aree interne – che all’arrivo della primavera cantano e/o drammatizzano la Passione o il Maggio.

In parchi urbani e suburbani o in casolari restaurati si organizzano concerti a ballo autoctoni o importati da più o meno improbabili Sud del Mondo; si sprecano i laboratori di saltarella e di pizzica tarantata per tutte le età e, perché no?, anche in Padania,.

A cantare in ottava rima sono i figli o i nipoti magari laureati di quei pastori mitici che si costruivano zampogne e ciaramelle nei tempi lunghi della pastura e della transumanza.

E i gruppi di canto attivi negli anni ’70 lo sono ancora, quasi tutti; con qualche significativa controtendenza, soprattutto in Sardegna, dove – parallelamente alla crescita dei gruppi di polifonia profana, i tenores – le “confraternite delle voci” per la Settimana Santa sono addirittura aumentate, dovunque ringiovanite e in qualche modo ‘specializzate’.

Cosa invece abbiamo perduto senza rimedio, col tramonto dell’età agro-pastorale? Per certo (forse) le loro voci. Per venire a questa pubblicazione: il metallo vocale delle sorelle Grimani di Stroncone, la loro gamma sonora, l’energia comunicativa, la forza del cantare ‘a distesa’, dalle valli alle colline e ritorno, non ci sembrano – senza mettere limiti alla natura – replicabili ‘in cultura’.

E, insieme alla virtuosistica tecnica di emissione dispiegata nelle intonazioni a due voci, diamo per perduti tutti i vatocchi, gli stornelli a recchia o a malloppu e buona parte di quei repertori tanto espressivamente – e ritualmente – connessi a quella particolare situazione/occasione di lavoro

A conclusione di queste smagate note introduttive vorremmo ricordare quanto, da par suo, scriveva Roberto De Simone (in un altro volume della Squilibri, Son sei sorelle. Riti e musiche di una tradizione popolare) a proposito degli interpreti “autentici” e “senza eredi” di una cultura millenaria.

Salvo, ci sentiamo di auspicare, una consapevole, laica assunzione di responsabilità attiva verso la memoria”.

Cosi Piero Arcangeli e Giancarlo Palombini, nell’introduzione al volume a loro cura e con due cd allegati, “Musiche tradizionali dell’Umbria. Le registrazioni di Diego Carpitella e Tullio Seppilli (1958)”, che presenteremo domani, alle 16,30, alla Biblioteca Comunale di Terni con Silvia Paparelli e Francesco Camuffo

Squilibri Editore

Qui sul volume con 2 cd allegati

https://www.squilibri.it/…/p-arcangeli-g-palombini…

Le foto sono di Ando Gilardi che, con Carpitella e Seppilli, realizzò questa seconda ricognizione sulle musiche di tradizione orale dell’Umbria, immortalandone protagonisti e contesti.

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