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ANTONIO SCIALOJA-UN “PATRIOTTA” NAPOLETANO

Posted by on Mar 6, 2026

ANTONIO SCIALOJA-UN “PATRIOTTA” NAPOLETANO

Vincenzo Giannone

Antonio Scialoja nacque a San Giovanni a Teduccio nel 1817. Si laureò in giurisprudenza all’università di Napoli nel 1841. Divenne famoso per aver pubblicato nel 1840I principii dell’economia sodale.

Nel 1846, il ministro della pubblica istruzione Cesare Alfieri di Sostegno[1] gli offrì la cattedra di ECONOMIA POLITICA all’università di Torino, soppressa dopo i moti del 1821.

Concessa dal re Ferdinando II la Costituzione (10 febbraio 1848), Scialoja tornò a Napoli. Eletto deputato fu nominato ministro dell’Agricoltura e del Commercio nel governo Carlo Troja.

Dopo la rivolta del 15 maggio 1848 Scialoja fu condannato a 9 anni di reclusione. Il Re gli commutò la pena all’esilio perpetuo e Scialoja ritornò a Torino. Essendo la cattedra di economia già occupata dal siciliano Francesco Ferrara, Cavour lo nominò consultore legale del catasto. Per arrotondare lo stipendio Scialoja scriveva articoli per il Risorgimento e il Secolo XIX, dava lezioni private di economia e diritto, e insegnava diritto commerciale in una scuola privata.

La sua casa era frequentata da tutti gli esiliati napoletani: Giuseppe Massari, Pasquale Stanislao Mancini, Paolo Emilio Imbriani, Mariano D’Ayala, Camillo De Meis, Giuseppe Pisanelli, Diomede Marvasi, Giacomo Tofano e altri.

— Giacomo Tofano, che fu prefetto e direttore di polizia in Napoli prima della rivoluzione del 15 maggio 1848, rinvenne nelle carte del suo predecessore, il marchese Del Carretto, numerose lettere del re Ferdinando II. In particolare una d’esse riguardava le istruzioni che Ferdinando II aveva dato nel 1831 al ministro Del Carretto all’atto della nomina. Il20 luglio 1848, in un opuscolo che pubblicò a Napoli sotto forma di lettera a un amico, Tofano dichiarò:

Mi piace render di ragion pubblica questo ricordo del Re, né debbo tacere che quando consegnai le suddette carte insistei perché tanto si facesse credendolo di somma utilità in un’epoca in cui, fatalmente da pochi tristi e da parecchi illusi, a danno esiziale [irreparabile] delle acquistate guarentigie ed a pericolo sicuro della nostra pace nazionale, erasi seminata la discordia e la diffidenza tra il Sovrano ed i suoi popoli. […] Noi avemmo una rivoluzione di progresso alla quale sponta­neamente accedé il Principe nella sua magnanimità. Fummo molto fortunati! Ecco le parole precise del santissimo ricordo [di Ferdinando II]:

  • non progettare opere pubbliche senza fondi;
  • procurare (invece) di togliere i dazi;
  • non vessare la gente;
  • guardarsi dai sospetti;
  • procurare sempre di conciliare gli animi ed i partiti;
  • non voglio rivoluzioni;
  • non voglio tedeschi;

E Tofano commentò:

«Un Principe che dettava di suo pugno tali ricordi al suo Ministro di Polizia non può esser tenuto [responsabile] degli errori che si fosser consumati sotto il suo regno. Tutt’altri ne sarebbe il colpevole o per ignoranza, o per ambizione, o per viltà: tutt’altri, abusando della magnanimità del Principe, avrebbe distolte ed invertite le sue sante intenzioni!»

Durante l’esilio a Torino Scialoja tenne una viva corrispondenza con i pochi liberali rimasti in Napoli e contribuì a diffondere l’idea che solo nel Piemonte si poteva trovare la salvezza.

Avendo un giornale piemontese pubblicato nel 1857 il riassunto del bilancio del Regno di Napoli per l’anno 1856, dal Belgio arrivò una risposta anonima nella quale si leggeva:

 «Voler paragonare il disastro economico del Piemonte alla finanza napoletana, la cui base è un modello di amministrazione e di prosperità, è semplicemente un confronto miserabile».

Per protestare, non tanto contro il contenuto dell’articolo pubblicato quanto contro il valore dei documenti su cui si fondava, Scialoja pubblicò un libretto dal titolo: I bilanci del regno di Napoli e degli Stati Sardi con note e confronti.

Al pari delle lettere di Gladstone, cui certamente Scialoja si era ispirato, questo opuscolo fu un duro colpo per il governo borbonico.

Scialoja spiegò di aver ottenuto le informazioni sugli stati discussi napoletani del 1856 (ossia del bilancio del 1856) da un amico, il quale ne aveva avuto una copia da Vienna, «che un alto personaggio aveva ricevuto da Napoli, e teneva per autentico», e ritenendo il documento veritiero ed esatto lo confrontò con quello sardo del 1857. «Mi propongo», scrisse, «soltanto di dare una idea un po’ meno erronea di quella che generalmente si ha delle finanze napolitane. Il bilancio napoletano non direbbe nulla se non fosse illuminato da critiche». E tra un sofismo e l’altro, una critica, un biasimo e un calcolo aritmetico, Scialoja vituperò il governo napolitano per esaltare quello piemontese.

Tra l’altro Scialoja affermò, udite, udite che

  • nel regno di Napoli non c’erano strade, le comunicazioni tra una provincia e l’altra erano difficili, mancavano porti e strade ferrate;
  • Napoli era un paese selvaggio, senza civiltà… che non aveva associazioni di beneficenza, Casse di Risparmio, previdenza sociale.
  • Sostenne, senza prova alcuna, che molti giudici erano stati destituiti, esiliati e incarcerati per non aver voluto secondare il governo nella reazione dopo la rivolta del 15 maggio a Napoli.
  • Accusò il governo di Napoli di ostacolare le scuole primarie femminili nei piccoli comuni ruraliper arrestare la civiltà…  — in realtà Ferdinando II aveva di recente emesso un decreto che prescriveva l’istruzione primarie in tutti i Comuni del regno con più di 3.000 anime. —

A confutare le accuse dello Scialoja scrissero per i vari rami dell’amministrazione Michele Salzano, Federico del Re, Nicola Rocco, Ciro Scotti, Francesco Durelli, Alfonso de Niquesa, il canonico Pasquale Caruso, Agostino Magliani e Girolamo Scalamandrè.

Ecco alcune delle criticheche furono mosse dallo Scialoja:

  • Tenendo conto della popolazione dei due Stati (Napoli 7 milioni, Stato Sardo 5 milioni) l’amministrazione napoletana, “corrotta e arbitraria” secondo Scialoja, spendeva più della piemontese “corretta e liberale”;
  • secondo i calcoli di ScialojaNapoli presentava un disavanzo di 147 milioni eil Piemonte 133; in proporzione il napoletano pagava un’imposta di 21 lire all’anno (pari a 94,50 ducati) mentre il cittadino sardo ne pagava 26 (pari a 117 ducati);
  • le maggiori entrate a Napoli andavano nelle tasche del soldato, anche straniero, alludendo ai soldati svizzeri; mentre in Piemontele entrate si capitalizzavano nelle ferrovie ed altre opere di pubblica utilità;
  • il Governo costituzionale del Piemonte spendeva assai più del governo assoluto: Napoli 5 milioni, Piemonte 12 milioni.

Dunque, secondo Scialoja, la ricchezza di uno Stato era proporzionale all’aumento delle tasse: più tasse-più-spese-più ricchezza; meno tasse meno entratepiù prestiti-più debiti. In altre parole, più alto era il debito dello Stato, più aumentava la sua prosperità e più era alto il suo credito come potenza. Commentò un autore liberale: «Se l’Inghilterra non avesse oggi un debito pubblico di oltre 765 milioni di sterline, sarebbe l’Inghilterra dei giorni nostri?»

A dire di Scialoja, i difetti principali del sistema finanziario dell’assolutismo (ossia monarchico assoluto) erano:

  • la segretezza, la mancanza di controllo e l’arbitrio;
  • i governi assoluti erano coperti di spese, di deficit e di debiti;
  • sotto la tirannide l’uomo era un servo ed uno schiavo;
  • l’assolutismo era il più accanito nemico della libertà;
  • la diminuzione delle imposte derivava dal rallentamento della ricchezza nazionale.

A suo dire, il sistema fiscale del regno di Napoli si basava su tre massime principali:

  1. mantenerele vecchie tasse;
  2. preferire tassare le masse, che pagavano senza rendersi conto del loro peso;
  3. esentare da ogni contributo diretto le classi di cittadini più preoccupati e che pensano.

In verità, nel Regno di Napoli

  • l’imposta fondiariaera l’unica imposta diretta del Regno, e rappresentava 1/3 delle entrate generali;
  • le imposte di consumo più diffuse (dogana, tabacco, sale e lotteria) nella sola città di Napoli rappresentavano quasi gli altri 2/3;
  • l’imposta di registro e di bollo era bassa;
  • Il commercio e le libere professioni non pagavano nulla;
  • il valore della moneta era quasi la metà, per cui a Napoli con 60 o 80 centesimi al giorno mangiavi un buon pasto, a Torino un buon pranzo non costava meno di una o due lire.

Quasi a voler giustificare il suo lavoro, Scialoja terminò il libretto affermando: «E se nel regno di Napoli i contribuenti pagano meno tasse: non vedi quanta profusione di lacrime e sangue c’è?»

Agostino Magliani, un funzionario del ministero delle finanze di Napoli, ironicamente commentò:

  • è vero che il Piemonte è gravato di ingenti debiti, che molti e molesti sono i pesi e i balzelli che affliggono il popolo; che lo stato finanziario è in esquilibrio, non potendo, con tutte le predette gravezze, neppur bastare alle enormi spese; ma tutto ciò è il prezzo della libertà costituzionale, ed è mite compenso ai vantaggi che essa arreca;
  • è vero che in Napolisono immensamente minori le imposte sul popolo e minori i pesi dell’erario;
  • è vero chea Napoliprospera è la finanza, come prospera èla condizione materiale del paese, ma che vale tutto ciò

se non si godono i vantaggi di uno Statuto,

se non si cospira all’opera dell’indipendenza italiana,

se non si muove guerra all’Austria,

se alla tranquillità ed all’ordine pacifico e conservatore del benessere sociale non si sostituisce la tempesta delle passioni e il concitato agitare delle fazioni?

  • Va da sé che le migliaia di vite umane spese nella guerra di Crimea e nelle guerre contro l’Austria e quelle successive non rientrano nel bilancio di uno Stato costituzionale.

In effetti, seguendo la teoria di Scialoja, il debito pubblico italiano ha raggiunto oggi la bella cifra di 3.095 miliardi, un debito astronomico, che annualmente costa agli italiani più 70 miliardi di interessi e un debito medio pro-capite di circa 50.000 euro (bambini compresi). —


[1] Il figlio Carlo sposò la nipote di Cavour, Giuseppina Cavour.

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