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Appunti sul Risorgimento /3

Posted by on Giu 14, 2019

Appunti sul Risorgimento /3

Marina Valensise su il Foglio di oggi, 21 novembre, intervista Alberto Mario Banti, docente di Contemporanea a Pisa, uno degli storici accademici di oggi più aperti nei confronti di una revisione critica dei cliché risorgimentali.

Se lodevole è l’intento dello studioso – che si dichiara “un po’ di sinistra” – di “lavora[re] su un’idea fantasma come la nazione, ‘scomparsa al discorso pubblico dei Paesi d’Europa nel 1945, quando nessuno voleva più passare per nazista o fascista, e consumata in Italia da 50 anni di egemonia cattocomunista’”, e convince la sua tesi di continuità di lettura del Risorgimento fra liberalismo e fascismo e azionismo, aggiungerei –, così il legame fra la costruzione ideologica della Padania leghista e dell’Italia dei risorgimentali, il punto debole del discorso pare proprio la tesi di fondo del pensiero di Banti.

Sostenere che “la nazione per il Risorgimento non è né un’astrazione culturale, ma un legame biopolitico, cementato dal concetto di stirpe. È un dispositivo che implica il sacrificio come forma di martirio, facendo dell’eroismo bellico il fulcro della memoria storica” significa ignorare completamente due cose: che nel liberalismo, che pure vuole l’unità e la libertà, questo concetto “biopolitico” non si ritrova, mentre il concetto di nazione che muove l’importante vena di pensiero e di azione risorgimentale ascrivibile a Giuseppe Mazzini, ancorché non giunga agli estremi del culto del Blut und Boden, è una perfetta astrazione culturale, sia perché inesistente in re, cioè la nazione italiana è altra cosa, sia perché non tiene neppure in sede teorica. D’accordo che la nazione sia in entrambi i casi il pretesto – benché a tutto Napoleone la parola d’ordine, lo slogan, il Leitmotiv allo stesso scopo fosse stato diametralmente opposto, ovvero l’umanità fatta d’individui, cosmopoliticamente intesa – per costruire uno Stato con determinate caratteristiche – ma anche per dare spazio a una monarchia periferica di recente costituzione. Così come è pacifico che il concetto subisca, di conseguenza, non poche torsioni. Tuttavia non vedo proprio come si possa estendere al Risorgimento una visione di essa, che persino il fascismo, dai pochi scrupoli di correttezza politica, eviterà di sostenere e che lo differenzierà enormemente dall’alleato nazionalsocialista. Il movimento risorgimentale annovererà in effetti fra i suoi protagonisti personaggi di spicco guidati dal modello britannico e da quello francese, dove la stirpe non ha spazio alcuno.

Secondo fosse vero il contrario, come sostiene Banti, come si concilia il mito dell’Eroe dei due mondi, della spada al servizio della libertà, con un’assolutizzazione dell’italianità di tal genere? Forse, paradossalmente, l’unico pensiero risorgimentale in cui si ritrovano fugaci tracce di operazioni intellettuali simili è il Primato degl’italiani di Gioberti, cioè di un cattolico liberale e nazionalista.

No, credo che l’esimio e apprezzato studioso colpisca alquanto fuori bersaglio. In particolare, le leggi razziali del 1938 paiono più uno strappo, il frutto di un momento fugace di prevalenza di forze modernistico-darwiniane all’interno di un regime nazionalistico sì, ma “romano”, che non una conseguenza della concezione continuista del Risorgimento fatta propria da Mussolini.

Va altresì detto, per concludere, che negare rilievo alla componente nazionale-razziale del Risorgimento non equivale all’obbligo di coltivare forme presunte antitetiche di patriottismo, come quel sedicente “patriottismo costituzionale”, del quale Banti si dichiara ammiratore e propugnatore. Non è questa una diversa forma della medesima astrazione culturale che condanna? Certo, è vero che la nazione è una realtà che vive nel tempo, quindi esposta ai venti della storia e suscettibile di modifica, ma è pur sempre la vita, ossia un divenire, di un soggetto ben distinto, cui i singoli sono legati non dal renaniano “plebiscito di tutti i giorni” – che pure, in qualche misura, è doveroso –, bensì da un legame collettivo che scaturisce proprio da quello cui il nome “nazione” rimanda, cioè da una “nascita”, un rapporto, che se non è necessariamente, di sangue, lo è di certo in termini di matrice culturale, di lingua e di locuzione – come sa qualunque traduttore, ed è la sua “croce”, un tedesco o un inglese e un italiano non solo parlano lingue diverse, ma pensano anche l’espressione verbale in maniera diversa –, di modi di azione e di reazione tipici, e di valori collettivi peculiari, condivisi e collaudati in esperienze secolari. Dove non vi è questo nesso formato da un sottofondo “fisico” “lavorato” dalla storia, non c’è nazione ma solo gens.

Le costituzioni passano, i territori si modificano – si spera pacificamente –, il sangue si mescola e si arricchisce: ma i popoli che vivono nella storia restano… Forse, allora, è meglio parlare di “patriottismo” culturale… e farlo senza escludere che il patrimonio ereditato sia un macigno inscalfibile…

fonte http://www.identitanazionale.it/riso_3009.php

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