Alta Terra di Lavoro

già Terra Laboris,già Liburia, già Leboria olim Campania Felix

BALIATO DAI COI SULLE DOLOMITI VENETE

Posted by on Dic 12, 2021

BALIATO DAI COI SULLE DOLOMITI VENETE

Mossi interiormente dal comando divino, reso esplicito sulle labbra del Figlio di Dio incarnato: «Quando pregate, dite: Pater noster, qui es in Coelis, san- ctificetur nomen tuum, adveniat regnum tuum, fiat voluta tua, sicut in Coelo et in Terra», anche noi ci raccogliamo in preghiera. Tanto più fiduciosi di essere e- sauditi poiché Egli stesso ci ha assicurato: «Chiedete e vi sarà dato» e, anche:

«Dove due o tre sono riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro» e dove, più che nella preghiera, i discepoli sono riuniti nel suo nome?

In quest’ora tragica della storia, come altre tra le più gravi in duemila anni di esistenza terrena, la Chiesa sperimenta l’aperta e violenta lotta delle potenze infernali contro di essa. E, per quanto sappia, per una delle più consolanti pro- messe fatte dal divino Redentore, che «le porte degli Inferi non prevarranno contro di essa», la Chiesa ricorda pure il monito dolce ma chiaro del suo Signo- re: «Senza di me non potete far nulla», corroborato da questa sua altra rifles- sione: «Chi non semina con me, disperde», senza poter omettere il severo av- vertimento: «Chi non è con me, è contro di me». Nulla, perciò, possiamo pre- tendere dal Cielo senza ricorrere ad esso.

In queste ore di tragica oscurità spirituale, che da tempo si addensavano sulla Chiesa, una voce amica ha suggerito di ricorrere all’intercessione spiritua- le del Beato Carlo d’Asburgo, la cui figura amabile non ci ha mai lasciato indif- ferenti e tanto più ci è sempre apparsa di una luce infinitamente maggiore a quella, scialba e fittizia, degli antichi duchi di Savoia trasformati in squallidi complottasti internazionali con il titolo ingannevole (com’erano loro e i loro fra- telli massoni) di «re d’Italia», espressione che, se non indignasse (come inevita- bilmente indigna), farebbe ridere le galline.

Per strutturare e proporre al mondo intero, a tutti i cattolici dei gruppi di preghiera e ai Pastori rimasti fedeli a Dio e alla sana dottrina, simile preghiera di intercessione, ho trovato utile giovarmi dello schema per la Novena propo- sta nel 2015 dalla Gebetsliga, una Pia Unione di preghiera che ha adepti in tutto il mondo. Da tale schema ho estratto (con alcuni ritocchi riassuntivi e d’altro ti- po) le nove meditazioni, che ho diviso e distribuito in cinque giorni, suggeren- do poi non l’intero rosario ogni giorno, ma semplicemente un Pater, tre Ave, e

un Gloria. Propongo che questo momento di spiritualità e preghiera sia celebra- to alle ore 20, in ogni famiglia, e in questa maniera:

INIZIO

Segno di croce

V. Deus, in adjutorium meum intende.

R. Domine, ad adiuvandum me festina. Meditazione o meditazioni del giorno FINE

Un Pater, tre Ave, e un Gloria.

V. Il Signore ci preservi da ogni male, ci renda saldi nella Fede, ci accompagni con la sua grazia e ci guidi alla vita eterna.

R. Amen.

Che Dio, nella sua infinita bontà e misericordia, per amore di Gesù suo Figlio e nostro Redentore, e di Maria, Vergine Immacolata e Madre sua, con l’ausilio di San Michele arcangelo, dei nostri angeli custodi, delle anime del purgatorio e di tutta la Corte celeste, si degni esaudire, per intercessione del Beato Carlo d’Asburgo, il nostro sofferto grido: «Libera nos a Malo», «Liberaci, Padre, da Satana e dai suoi miseri seguaci!».

PRIMO GIORNO

Prima meditazione: La venerazione del Beato Carlo per l’Eucaristia

Il Beato Carlo viveva nella gloria del Santissimo Sacramento e per tutta la vita, anche nei momenti difficili, si recò giornalmente a Messa. Sia a inizio giornata, come quand’era concentrato nelle faccende del Gover- no, cercava guida e conforto ai piedi del tabernacolo. Ovunque si trovas- se, voleva avere una cappella privata con il Santissimo Sacramento. La sua devozione per l’Eucaristia si manifestava anche nei dettagli, ad e- sempio nella preoccupazione che la lampada del Santissimo si potesse spegnere e varie volte al giorno diceva: «Devo andare a vedere se la can- dela dell’altare sta bruciando». In quei momenti, tutti sapevano che si sa- rebbe allontanato per vario tempo e avrebbe pregato, in ginocchio, da- vanti al Santissimo.

La profondità delle sue preghiere e delle meditazioni era così grande che spesso era inconsapevole di ciò che gli accadeva dintorno. Durante la

Messa capitava, ad esempio, che non si accorgesse che stava passando il cestino per le offerte, al punto che l’imperatrice Zita gli consigliò di tene- re l’offerta tra le mani sin dall’inizio della Messa, così che lei poteva poi dargli un colpetto al momento giusto.

Il benedettino padre Maurus Carnet racconta: «A Disentis, in Svizze- ra, nevicasse o se ci fossero alti mucchi di neve l’imperatore Carlo era sempre puntuale per la Messa alla chiesa di Santa Maria, per ricevere la Santa Comunione […]».

Carlo affrontò la morte com’era vissuto e affrontò l’ultima malattia con un fortissimo desiderio di ricevere l’Eucaristia. La Messa veniva cele- brata nel salone adiacente alla sua stanza da letto. Inizialmente, la porta veniva lasciata accostata, in modo che potesse seguire la Messa in privato senza rischiare di contagiare qualcuno, ma presto egli domandò che la porta rimanesse aperta, dicendo: «Desidero tanto vedere l’altare!». Era talmente rispettoso dell’Eucaristia che non l’avrebbe accettata, per paura che la tosse continua potesse profanarla; eccezionalmente, tuttavia, du- rante la Messa la tosse gli passava ed era in grado di comunicarsi.

Mezz’ora prima di morire, desiderò ricevere la Santa Comunione. Nonostante il suo viso fosse pallido e contratto, a causa dell’infezione ai polmoni e la stanchezza per combattere la malattia, quando ricevette l’Eucaristia si illuminò di gioia; quei raggi di luce interiore rimasero sul suo volto anche dopo la morte. In quegli ultimi momenti, padre Zsàmbo- ki teneva il Santissimo Sacramento davanti ai suoi occhi ed egli pronun- ciò le sue ultime parole in presenza dell’Eucaristia: «Sia fatta la tua volon- tà, Gesù! Gesù, vieni!»; e, con l’ultimo respiro, sussurrò: «Gesù!».

SECONDO GIORNO

Seconda meditazione: Un imperatore devoto al Sacro Cuore di Gesù

Il 2 ottobre 1918 il Beato Carlo consacrò la sua famiglia e se stesso al Sacro Cuore di Gesù e per tutta la vita volle averne l’immagine sotto il cuscino. Attraverso la sofferenza, la diffamazione, la persecuzione, l’esilio e la dolorosa malattia finale, l’imperatore permise al suo cuore di unirsi realmente a quello di Cristo.

Pur in esilio, si preoccupava per i suoi Popoli. A causa della malatti- a, il giornale gli veniva letto dall’imperatrice, la quale, ritenendo che si af-

faticasse troppo, insistette dicendo che non era bene leggerlo e Carlo le ri- spose: «È mio dovere essere informato, non un piacere».

La sua devozione per il Sacro Cuore di Gesù si rafforzò durante l’ultima malattia. Già sul letto di morte, disse alla contessa Mensdorff: «È così bello avere fede nel Sacro Cuore di Gesù! Senza di lui, le sofferenze sarebbero impossibili da sostenere».

Terza meditazione: Una vita di sacrificio

«Non esiste amore più grande di questo: dare la vita per i propri a- mici», disse Gesù. Al momento dell’esiliato sull’isola di Madera, la vita del Beato Carlo era già caratterizzata dal sacrificio di sé per gli altri. In quel momento aveva perso la patria e il trono e gli erano stati confiscato i beni privati. Povero, con pochi amici e nell’impossibilità di guadagnarsi da vivere, doveva sostenere la moglie con sette figli ed un’altro in arrivo; insieme, vivevano sotto il controllo straniero, in un’isola lontana e in una casa con vari problemi logistici. Nonostante tutto questo, Carlo si mo- strava eroicamente pronto a sacrificarsi per gli altri.

L’ultimo sacrificio dell’imperatore fu l’offerta della propria vita. A Madera, la chiesa più amata dall’imperatore era quella di Nossa Senhora do Monte, che poteva essere avvistata a qualche miglio di distanza. Una volta, parlando con Zita mentre la osservavano in lontananza, Carlo af- fermò che Dio gli chiedeva il dono della sua vita, per il bene dei suoi Po- poli. L’imperatrice, sbalordita, rimase senza parole, ma il Beato Carlo, guardando la chiesa con sguardo risoluto, disse: «Lo farò!». Poco tempo dopo, Dio accettò il voto dell’imperatore: egli si ammalò improvvisa- mente e morì di una morte prematura. Si avverarono così le parole profe- tiche pronunciate dal papa San Pio X, durante l’incontro con Carlo allora giovane arciduca: «Io benedico l’arciduca Carlo, il futuro imperatore d’Austria, che aiuterà a guidare le nazioni e i loro Popoli verso grandi onori e benedizioni; ma questo non sarà riconosciuto che dopo la sua morte».

TERZO GIORNO

Quarta meditazione: Grandezza nella sofferenza

Pur costretto all’esilio e ad abitare con la famiglia in una semplice villetta, senza accessori e riscaldamento, in cima ad una montagnola nei

pressi di Funchal, il Beato Carlo mantenne sempre un atteggiamento po- sitivo e un’allegra disposizione d’animo, per cui rispondeva, a chi gli domandava come andasse: «Stiamo immeritatamente bene. Sono ricono- scente al nostro amato Signore, per tutto quello che ci regala». Eppure, come Cristo dovette sopportare lo scherno dei soldati con la corona di spine, il mantello e un bastone tra le mani, così Carlo dovette soffrire la derisione dei suoi nemici, la sofferenza causatagli dalla condanna dei suoi stessi ministri ed il bando.

Durante la sua ultima malattia, l’imperatore soffriva terribilmente e sudava in abbondanza. Un giorno, mentre si tormentava nel letto, suppli- cò l’arciduchessa Maria Theresa: «Ti prego, nonna, fa’ che non sudi così tanto!». Ella rispose: «I dottori dicono che ti fa bene», e Carlo obiettò: «Ho paura di non poterlo sopportare più a lungo». L’arciduchessa, allora, in- dicò il crocifisso che teneva tra le mani e disse: «Per noi egli sudò san- gue». A quelle parole, l’imperatore seguì con lo sguardo i movimenti di lei e diede un lungo sguardo al crocifisso, poi annuì con la testa, varie volte; da quel momento non menzionò più le sue afflizioni.

La malattia, frattanto, peggiorava e la sofferenza si manifestava ora con mancanza d’aria e respiro affannoso, infezioni alle braccia (a causa delle varie iniezioni), piaghe per i bendaggi e bruciature sul collo e sulle spalle, dove, a causa dell’infezione, era stato usato il “metodo dei bicchie- ri ardenti”. La sua testa doveva essere sostenuta, poiché egli da solo non aveva più la forza di tenerla eretta. Nonostante queste sofferenze, il Beato Carlo era sempre preoccupato per gli altri, soprattutto per i suoi figli, poiché temevano che la malattia potesse essere contagiosa.

I medici che l’assistevano, affermavano di non aver mai visto una eguale forza d’animo, un eccezionale autocontrollo, mentre le sue facoltà mentali, nonostante la febbre e l’intenso dolore, erano intatte e soltanto una volta capitò che l’imperatore li salutasse in tedesco invece che nella lingua comune, il francese.

Il Beato Carlo prima di morire affermò: «Io dichiaro il manifesto di novembre nullo e insignificante, poiché è stato ottenuto con la forza. Nes- sun uomo può negare che io sono il re d’Ungheria». Alle 10 di mattina asserì: «È mio dovere soffrire, in modo che la mia gente possa unificarsi nuovamente». Poco dopo mezzogiorno, alle 12:23, le sofferenze dell’imperatore cessarono per sempre.

Quinta meditazione: «Ama il tuo nemico!»

Il Beato Cardo praticò in modo eroico questo comando del

Signore. Durante la sua vita egli perdonò gli altri continuamente e in modo esem-

plare. L’esempio finale della sua capacità di perdonare fu quando, sul tet- to di morte, disse: «Perdono tutti i miei nemici, coloro che mi hanno dif- famato e coloro che hanno agito contro di me».

Il 5 aprile 1925, Rudolf Brougier, suo vecchio assistente di campo, nelle sue memorie sull’arciduca Carlo prima dell’ascesa al trono,  nel 1916, scrisse: «[Aveva] una Fede autentica in Dio, un cuore generoso, [e- ra] deliziosamente affabile, instancabilmente fedele al suo dovere, ed [a- veva] una particolare abilità per quanto riguarda la guida delle milizie. La sua naturale umiltà e la sua spontanea disposizione erano rafforzate dalla sua educazione. Egli mancava di superficialità e non aveva bisogno di comportarsi come un istrione. Egli accettò il suo pesante carico con tut- ta la sua naturale allegria, nonostante il suo peso lo opprimesse sin dall’inizio. Il coraggio dell’Arciduca e l’assenza di paura per la propria sicurezza, erano già note e riconosciute; rimasero le sue caratteristiche come Imperatore ed egli le preservò anche attraverso i tempi più duri».

Il Beato Carlo, inoltre, si sentiva completamente responsabile del be- ne dei suoi subordinati.

Il suo contegno di pura carità, in unione con la sua profonda Fede, formarono la molla principale della sua lotta costante per la pace. Nel 1916 egli riconosceva come fine principale della sua salita al trono il rag- giungimento di pace veloce ed onorevole, e investì tutto il suo impegno per raggiungere questo obiettivo, per tutelare i suoi Popoli da ulteriori sacrifici ed assumere il ruolo di imperatore pacifista in un’Austria ringio- vanita.

È difficile credere che un uomo con tali virtù e tale nobiltà di caratte- re potesse essere contrastato e calunniato, nel tentativo di distruggere la sua reputazione; eppure il Beato Carlo non solo dovette subire la confisca dei propri beni materiali, ma vedersi oltraggiato da ignobili maldicenze. Le Sacre Scritture insegnano che le norme per raggiungere la santità pos- sono essere misurate dalla capacità di amare il nemico; alla luce di questo criterio, è evidente che il Beato Carlo vantava un alto grado di virtù.

QUARTO GIORNO

Sesta meditazione: Padre affettuoso

Una delle privazioni più grandi per Carlo fu la separazione dai suoi figli, quando lui e la moglie Zita furono mandati in esilio nell’isola di

Madera, e i loro figli rimasero in Svizzera. Fino a quando l’imperatrice fu in grado, con molte difficoltà, di riportarli a Madera.

Nel resoconto di una riunione familiare è scritto: «Il 2 febbraio [l’imperatore Carlo] incontrò l’imperatrice Zita ed i figli (escluso l’arciduca Robert, in ricovero per appendicite), per accompagnarli con l’arciduchessa Maria Theresa nella città di Funchal. L’imperatore Carlo si trovava sul pontile. Al momento della salita a bordo, quando lo salutaro- no con abbracci esuberanti, la gioia dei figli fu immensa. Lacrime di gioia scendevano sulle guance dell’imperatore, mentre, scendendo dalla passe- rella, teneva tra le braccia il piccolo arciduca Rudolph. Gli attendenti, che avevano accompagnato i figli, rimasero impressionati nel vedere come l’imperatore fosse invecchiato e stanco. Tuttavia era impossibile vedere sul suo volto segni di amarezza o sentirlo dire cose non belle».

Durante la sua ultima malattia, il Beato Carlo era molto felice quan- do riusciva a sentire, dal letto, attraverso la finestra, le voci dei figli.

Una delle ultime preghiere recitate dall’imperatore, prima di morire, era dedicata ai suoi figli, che menzionò uno ad uno, affidandoli alla spe- ciale protezione del Signore: «Adorato Salvatore, proteggi i nostri figli: Otto, Mädi, Robert, Felix, Karl Ludwig. Chi viene dopo?». L’imperatrice lo aiutò: «Rudolf», ed egli continuò: «Rudolf, Lotti e specialmente la no- stra nuova piccola [Zita era incinta di Elizabeth, che nacque dopo la mor- te dell’imperatore]. Preservali nel corpo e nell’anima, affinché muoiano piuttosto di commettere un peccato mortale! Sia fatta la tua volontà. A- men». Di tutti loro, solo Otto (successore al trono), fu chiamato al letto di morte, perché Carlo desiderava mostrargli come un monarca cattolico af- fronta la morte.

Settima meditazione: Il sovrano consacrato a Dio

L’imperatore Carlo aveva un profondo senso del dovere. Egli rico- nosceva gli obblighi di un Imperatore derivare da una fiducia divina, che l’aveva consacrato padre dei suoi Popoli. In una conversazione con il con- te Polzer-Hoditz, del 28 aprile 1917, affermò: «Alla fine tutto risiede nel principio dell’aiutare in quanto possibile. Come Imperatore devo essere di buon esempio. Se ognuno praticasse semplicemente i suoi doveri cri- stiani, non ci sarebbero tanto odio e miseria in questo mondo».

Il suo amore per il prossimo era esemplare. Per alleggerire le soffe- renze delle persone, durante la guerra, ordinò che i cavalli e le carrozze  di palazzo fossero messi a disposizione dei Viennesi, per portar loro il carbone, donò forniture private ai poveri e regalò persino dei propri ve- stiti ai più bisognosi.

Nel 1914, all’inizio del conflitto bellico, alla folla riunitasi di fronte al palazzo di Hetzendorff per caldeggiare la guerra, il futuro imperatore di- chiarò: «Tutti coloro che mi conoscono, sanno quanto ami l’Austria e l’Ungheria. Non posso ritirarmi nei momenti di bisogno. Coloro che mi conoscono sanno pure che sono un soldato e, quindi, addestrato alla guerra. Nondimeno, io semplicemente non posso concepire come alcuni possano auspicare la guerra, e con tanto fervore. La guerra, dopo tutto, è qualcosa di spaventoso».

Nel 1938, il dott. Friedrich Funder scrisse: «L’imperatore Carlo fu l’unico Capo di Stato che tentò sempre di trovare il modo per porre fine alla guerra […], usando tutte le sue forze, contrattando sia con gli amici come con i nemici. Se si fossero seguiti la volontà e gli sforzi dell’imperatore Carlo, milioni di vite perse in battaglia – non solo au- striache – si sarebbero salvate, la spaventosa degenerazione del Popolo tedesco sarebbe stata evitata e l’Europa avrebbe potuto celebrare una lunga pace, fino ai nostri giorni».

Come detto, l’imperatore Carlo aveva la convinzione interiore che Dio gli avesse affidato la corona reale di Ungheria quale segno di sacra fiducia; per questo motivo, l’incoronazione aveva avuto per lui un alto significato. Cinquant’anni dopo quell’evento, l’imperatrice Zita parlò dell’incoronazione dicendo: «La cosa che più mi colpì, di tutta la cerimo- nia, fu la commovente parte liturgica, soprattutto i voti presi dal Re da- vanti all’altare prima della sua consacrazione, ovvero di preservare la giustizia e di lottare per la pace. Questa sacra promessa, data nella catte- drale, era esattamente il programma politico che egli intendeva portare avanti. Sentivamo questo così fortemente che quasi non erano necessarie parole tra di noi».

La dott.ssa Maria Holbacher descrive il rito della stessa incoronazio- ne con queste parole: «Durante il sacro rito che viene celebrato liturgica- mente, “attraverso la grazia di Dio”, come in un sacramento, il candidato diventa sovrano, protetto da Dio nella [sua] specifica posizione ed alta missione, in modo che possa guidare il Popolo, a lui affidato, verso la pa- ce, la prosperità e la salvezza. La cerimonia dell’incoronazione ha luogo prima dell’offertorio della santa Messa ed è simile alle professioni solen- ni, quali l’ordinazione dei sacerdoti, la benedizione degli abati e la consa- crazione dei vescovi, nelle quali il candidato resta sdraiato a terra, davan- ti all’altare, con la testa rivolta verso il basso, mentre vengono recitate le litanie dei Santi. Celebra il rito dell’incoronazione e la Messa il primate d’Ungheria, arcivescovo di Esztergom. Dopo una lunga preghiera, du- rante la quale il candidato per l’incoronazione, in piedi, viene unto con il sacro crisma ed avvolto dalle insegne reali e dagli abiti da cerimonia,

vengono citate una per una le sue sacre obbligazioni; in modo che il can- didato possa capire chiaramente l’alto valore delle aspettative etiche, re- ligiose e delle azioni morali che non possono essere compiute dalla forza di un singolo uomo senza l’aiuto di Dio».

La fedeltà di Carlo come monarca consacrato è molto particolare. E- gli scelse di essere giudicato male, calunniato, bandito e ridotto a comple- ta povertà, piuttosto che non rimanere leale al voto della corona. Era sua convinzione personale che non avrebbe mai potuto abdicare in quanto aveva ricevuto la corona irrevocabilmente dalle mani di Dio, attraverso i rappresentanti della Chiesa.

OTTAVA MEDITAZIONE

Ottava meditazione: Il compimento della volontà di Dio

L’imperatore Carlo considerava la ricerca della volontà di Dio quale principio etico primario della sua vita e delle sue azioni. Sul letto di mor- te disse all’imperatrice Zita: «Essere arrabbiati? Lamentarsi? Quando ri- conosci la volontà di Dio, tutte le cose sono belle. Vorrei dirti ora, molto chiaramente, ciò che sento: Mio sforzo costante è sempre stato il chiaro ri- conoscimento della volontà di Dio, in tutte le cose, per seguirla nel modo più completo possibile». Dopo poco aggiunse: «Solo, non lamentiamoci!».

In questo senso, egli è stato un vero devoto di Maria Santissima, la quale pronunciò il suo «Fiat, Sia fatta la tua volontà».

Nona meditazione: L’amore alla Beata Vergine Maria

Carlo fu sepolto nella chiesa di Nossa Senhora do Monte a Madera, dove riposa fino ai nostri giorni. Una chiesa mariana.

Carlo combatteva le battaglie spirituali della sua vita, pregando il rosario tutti i giorni. Le perline della corona del rosario, ricevuta da papa San Pio X, scivolarono infinite volte tra le sue dita, mentre pregava.

CINQUE GIORNI DI PREGHIERA AL BEATO CARLO D’ASBURGO

PER LA LIBERAZIONE DELL’UMANITÀ DALLE FORZE SATANICHE, MASSONICHE E USURAIE

DEL NUOVO ORDINE MONDIALE, ED IL RITORNO ALLA FEDE DEI VESCOVI E SACERDOTI

APOSTATI E TRADITORI

inviato da Gianandrea de Antonellis

curato da Vincenzo Giannone

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