Bologna accanto a Napoli
Erminio De Biase
Fino a pochi giorni fa ero fermamente convinto che il primo corso ufficiale di Lingua Napoletana fosse stato, in assoluto, quello promosso dall’Institut Français Université de Grenoble nell’a. a. 1997/98, su iniziativa dell’allora direttore della sede di Napoli, Jean Noël Schifano.
Mi sbagliavo. Sfogliando uno dei tanti preziosi libri[1] ultimamente donatimi da quella che ormai considero una carissima amica, Gina Esposito, ho appreso che, già più di dieci anni prima, se ne era tenuto uno a… Bologna. Sì avete letto bene, proprio a Bologna. In entrambi i casi, iniziative dovute ad istituzioni del tutto estranee al mondo culturale partenopeo.
Questo corso linguistico, intitolato “Conoscere l’idioma di una capitale”, peraltro, non era stato nemmeno organizzato da nostri conterranei trapiantati al Nord, ma da emiliani D.O.C. del “Circolo degli Occhi Dolci” e patrocinato degli Assessorati alla Cultura del Comune, della Provincia di Bologna e della Regione Emilia Romagna; dell’Assessorato ai Rapporti con l’Università del Comune, dell’Azienda Comunale per il Diritto allo Studio e dall’ARCI bolognese.
La notorietà degli organizzatori e l’originalità dell’iniziativa fecero sì che alla prima serata fossero presenti nell’aula “Ciamician” dell’Istituto di Chimica oltre 350 persone stipate e messe di buon umore dal pacco di spaghetti avuto all’entrata in luogo del biglietto.[2]
Ma perché un corso di Napoletano proprio a Bologna? A questa domanda risposero gli stessi promotori con una vera e propria apologia dell’Universo Napoli:
“Ogni Paese ha i suoi confini oltre i quali cambiano le uniformi, la lingua, le monete. Ma poi succede che i popoli fratelli siano divisi e che culture diverse convivano sotto una stessa bandiera.
Ci sono poi frontiere invisibili che solo l’arte e la cultura di un intero popolo sanno creare; stati a parte per costumi ed usi, costi e traffici diversificati, parole e musica per difendersi e per sedurre. E quando c’è la qualità anche un dialetto diventa lingua.
Stiamo già parlando di Napoli, regina del Mare Nostrum, città di transito di tante invasioni – piemontesi compresi – che mai si è svenduta, che ha protetto il suo idioma con la smorfia e con l’ironia, che lo ha imperlato del linguaggio altrui con il filtro più pagano e concreto: il colapasta. Che oggi è lingua in Italia e all’estero perché contagia, vince con il suo teatro, la sua musica e il suo carisma, colma la differenza dai dialetti con cultura viva, furba e solare.
Or bene, il Circolo degli Occhi Dolci, che è profondamente legato alle culture del bacino del Mediterraneo – salata tinozza della civiltà – sente con immenso fastidio l’insana frenesia che avvinghia imprenditori e genti del Nord nella corsa ai valichi alpini verso valli oltraggiate da alte foreste, stress e veleni.
Noi guardiamo con amore alle Piramidi, ai ritmi lenti, umani, che lasciano il tempo per vivere; cioè per mangiare seduti, sedurre e sbadigliare. Vogliamo una cultura che non sacrifichi i corpi alle menti, che sia comunella e mercato.
Per queste semplici ragioni abbiamo deciso di organizzare un corso di lingua napoletana all’Università di Bologna nel novecentesimo anniversario della sua fondazione.
Perché a questa pianura padana gelosa della propria bonifica, a questa città rituale, grassoccia e diffidente fa bene un po’ di peperoncino; perché anche il razzismo biascicato produce veleno sociale, chiusura e non certo immagine dotta ed elegante.
Perché a Napoli fa piacere esibirsi “core in mano”: desideri, panni e guai. Creature e creanze. Miserie e nobiltà.”
Un’autentica provocazione verso la stessa città felsinea che, colpita da fenomeni di immigrazione, reagiva con forme di razzismo sommesse ma diffuse, spesso mascherate ma altre volte volgari, basta pensare a come, in occasione delle partite di calcio, i tifosi azzurri vengono accolti da quelli locali con una caterva di improperi ed “auguri” tra i più beceri che si possa immaginare. Una provocazione che divenne – tuttavia – presto una moda, in molti ambienti quasi un obbligo. Dunque, Tutti al corso di Napoletano, il venerdì sera![3]
Il successo fu enorme e non solo perché ogni volta l’aula era strapiena di gente venuta ore prima per trovare un posto, ma soprattutto perché la partecipazione fu totale, attenta, divertita, commossa.
Il ciclo di lezioni durò quasi tre mesi; gli incontri, iniziati il 6 marzo, si conclusero il 16 maggio 1986. La direzione artistica di Michele Materazzo; la regia, degli Occhi Dolci; la gestione della Luna nel Pozzo e la bravura di Elisa Dorso, nel duplice ruolo di docente e di conduttrice, non potevano che garantire uno strepitoso successo. Ulteriori contributi vennero anche dalle idee di Tina Magnano, dalla recitazione di Lucia Fabozzi. Bellissima, infine, la lezione su “pezzenti e malandrini”[4] tenuta da Vittorio Russo.
Non mancarono ospiti di eccezione, quali l’esuberante Angela Luce, lo scatenato Tullio de Piscopo e il divertente gruppo Oiccanno, oilloco, oillanno.
Argomento delle prime due lezioni le canzoni che hanno fatto capire la misura e l’eleganza che la melodia napoletana sa raggiungere e che sono state il tramite più semplice e divertente per avvicinare il pubblico bolognese (e dunque “furastiere”) ad una lingua così affascinante. Se la prima lezione raccoglieva i motivi più noti, la seconda era composta da pezzi meno famosi, ma che comunque riassumevano la storia della canzone napoletana.
I tre appuntamenti successivi furono dedicati ai grandi della poesia e del teatro napoletano: Salvatore Di Giacomo, Eduardo De Filippo e Raffaele Viviani. La lezione su Eduardo fu la più lunga di tutto il corso e catturò particolarmente l’attenzione del pubblico. Durò dalle nove fino a mezzanotte.
Seguì una serata che ebbe come materia la cucina napoletana illustrata da Geppino Giliberti.
Il successivo seminario sui detti e proverbi del popolo napoletano fu provocatoriamente intitolato “Che so’ ‘sti pparole marucchine?”per ribaltare, in un certo senso, quel “maruchin” con cui, intenzionalmente, vengono definiti i meridionali…
Infine, un appuntamento dedicato alla gestualità e alla “Smorfia”, con relativa grande tombolata tipicamente napoletana, fu la degna conclusione di cotanta lodevole iniziativa.
Dobbiamo alla Teda Edizioni ed alla Banca Popolare di Napoli che, pur non potendo rendere in pieno l’atmosfera e la ricchezza culturale e spettacolare di quell’aula, fatta da una simbiosi quasi magica tra insegnanti e pubblico presente, hanno curato una pubblicazione che testimonia e ricorda quell’evento, perché ne restasse almeno un bellissimo ricordo.[5]
Ciò valga anche a smentire quelli che, a testimonianza della propria “duosicilianità”, non perdono occasione di strapparsi le vesti per aborrire a tutti i costi tutto ciò che sa di nordista. Come diceva non ricordo chi, il bene e il male sono come le due facce inseparabili della stessa moneta, per cui bisogna prendere atto che, anche al di là del Tronto, non sono tutti fratellastri d’Italia…
Erminio de Biase
[1] Bologna accanto a Napoli a cura di Elisa Attanasio – Castrovillari (CS) 1987
[2] Idem – p. I
[3] Idem p. III
[4] Ibidem
[5] Idem – p. IV


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