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Breve guida per una visita al Duomo di Napoli di Enrico Fagnano

Posted by on Feb 7, 2022

Breve guida per una visita al Duomo di Napoli di Enrico Fagnano

La nostra Cattedrale presenta una facciata moderna. Quella originaria, infatti, alla fine dell’Ottocento versava in pessime condizioni e si rese necessario un radicale intervento di ristrutturazione.

Il concorso per i lavori, voluti dal Cardinale Riario Sforza, fu vinto nel 1876 da Enrico Alvino, che nel suo progetto recuperò molti dei preziosi elementi originari, realizzati da Tino da Camaino e Antonio Baboccio da Piperno, inserendoli nella nuova facciata, concepita in forme neogotiche. Il noto architetto napoletano, però, non potette vedere il suo progetto terminato perché la morte lo colse prima della fine dei lavori, avvenuta nel 1905.

La Cattedrale fu voluta da Carlo I e Carlo II d’Angiò, che la dedicarono alla Madonna Assunta. Venne costruita tra il 1294 ed il 1315 ad opera di maestranze francesi dirette da Tino da Camaino e si presentava come una tipica chiesa gotica. Nelle epoche successive, però, fu oggetto di ripetuti interventi, che le hanno fatto perdere il suo aspetto originario, ma la hanno arricchita di numerosissime testimonianze artistiche di straordinario valore. Visitiamola, pertanto, con attenzione, cominciando dal lato destro della navata.

La prima cappella conserva una tela di Paolo De Matteis, che raffigura San Nicola, mentre nella cappella successiva si segnalano due interessanti sepolcri attribuiti a Tino da Camaino e una grande croce di legno del Trecento, posta sopra l’altare.

Segue, proprio al centro della navata, l’ingresso alla Cappella del Tesoro di San Gennaro, vero e proprio gioiello del Barocco napoletano. Fu costruita tra il 1609 ed il 1637 da Francesco Grimaldi ed alla sua decorazione la Deputazione di San Gennaro, che disponeva di ingenti mezzi finanziari, chiamò alcuni tra gli artisti più importanti dell’epoca. Tra questi ricordiamo Cosimo Fanzago, al quale si deve lo spettacolare cancello di ottone che delimita l’ingresso, e Giovan Domenico Vinaccia, che realizzò, su disegno di Francesco Solimena, il paliotto d’argento dell’altare maggiore. Del carrarese Gaetano Finelli, invece, sono le statue in marmo di San Pietro e di San Paolo ai lati dell’ingresso, nonché le sculture in bronzo di San Gennaro e della maggior parte dei Compatroni della città, poste nell’abside. Per la decorazione pittorica furono impegnati Massimo Stanzione, il Domenichino, Giovanni Lanfranco, al quale si deve il Paradiso affrescato nella cupola, e Jusepe de Ribera, autore dello straordinario dipinto su rame San Gennaro che esce illeso dalla fornace. La Cappella, infine, è arricchita con numerosi arredi e reliquari d’argento, realizzati da abili artigiani, spesso con la collaborazione di noti artisti, quali Lorenzo Vaccaro e Giuseppe Sanmartino. In una cassaforte alle spalle dell’altare sono il trecentesco Reliquario del busto di San Gennaro, capolavoro dell’arte orafa gotica, ed il reliquario con il sangue del Santo.

Dopo la Cappella del Tesoro ci sono la Cappella delle Reliquie, decorata con la tela Discesa dello Spirito Santo sugli Apostoli di Andrea Malinconico, l’ingresso alla Arciconfraternita dei Bianchi del Santissimo Sacramento, fondata nel Cinquecento, e la Cappella nella quale, tra le altre opere, è conservato il Sepolcro di Francesco Carbone, realizzato nei primi anni del Quattrocento.

Segue il transetto destro, nel quale sono tre sepolcri, rispettivamente opera di Giuseppe Sammartino, Pietro Ghetti e Girolamo D’Auria, e sul quale affacciano cinque cappelle. La prima è quella della Maddalena e conserva una tela di Nicola Vaccaro, la seconda è quella dell’Annunziata e conserva una tela di Nicola Rossi, mentre la terza conserva una preziosa e celebre tela del Perugino, l’Assunta. Segue la Cappella Minutolo, che presenta quasi intatti gli straordinari affreschi gotici originari e conserva tre Sepolcri di noti personaggi della famiglia Minutolo. (In questa cappella, tra l’altro, è ambientata una novella del Decamerone di Boccaccio). Accanto si apre la Cappella di Sant’Aspreno, appartenuta alla famiglia Tocco, che conserva importanti opere, tra le quali il bassorilievo alle spalle dell’altare Madonna con il Bambino diDiegodeSiloe, il grande scultore spagnolo protagonista del Rinascimento a Napoli, e gli affreschi nella parte bassa della parete, raffiguranti gli Apostoli e attribuiti a Pietro Cavallini, il pittore fondatore della scuola romana, a lungo attivo nella nostra città nei primi anni del Trecento al servizio dei sovrani angioini.

Passando ora alla tribuna, dominata dalla scultura dell’Assunta in gloria tra gli angeli di Pietro Bracci, segnaliamo la tela Traslazione dei martiri Eutichete e Acuzie, sulla parete destra del presbiterio, una delle poche opere nella nostra città di Corrado Giaquinto, il pittore napoletano protagonista del Settecento romano.

Altro ambiente della Cattedrale di grande fascino è il Succorpo, ovvero la Cripta, che si sviluppa sotto l’altare maggiore. Voluta dal cardinale Oliviero Carafa per accogliere degnamente le spoglie di San Gennaro, fu realizzata tra il 1497 e il 1506 dallo scultore comasco Tommaso Malvito, si ritiene su disegno del Bramante, e rappresenta uno delle opere più significative del Rinascimento nella nostra città.                                     

Passando al transetto sinistro, su questo si aprono due cappelle, tra le quali si trova il piccolo altare dei Loffredo, realizzato da Pietro e Bartolomeo Ghetti e decorato con il San Giorgio di Francesco Solimena. Nella prima cappella gli affreschi sono di Andrea de Lione, mentre i due Sepolcri di Fabio e Giacomo Galeota sono di Cosimo Fanzago e Lorenzo Vaccaro. La seconda cappella, denominata degli Illustrissimi, presenta ancora l’originaria struttura medievale e conserva dell’epoca l’affresco sulla controfacciata, L’albero di Jesse di Lello da Orvieto. Tra le altre opere presenti nel transetto sinistro si segnalano le due portelle dell’antico organo, poste sulla parte alta della parete, dipinte da Giorgio Vasari.

Dal transetto sinistro si accede alla sacrestia, riccamente decorata, che tra l’altro conserva il dipinto la Vergine tra San Germano e Sant’Agnello del toscano Giovanni Balducci, collocato sopra l’altare.

Dalla sacrestia e dalla navata sinistra si accede al cortile della Curia, dal quale si può ammirare la basilica paleocristiana della Stefanìa, che era stata incorporata nel palazzo arcivescovile e solo negli anni Ottanta è stata resa nuovamente visibile.

Passando ora alle cappelle sinistre della navata, nella quinta sono state recentemente riportate alla luce le strutture trecentesche, insieme ad ampi stralci degli affreschi dell’epoca. Segue la Cappella Brancaccio, che presenta un imponente portale di Giovanni Antonio Dosio, decorato con statue di Girolamo D’Auria e Pietro Bernini, e che conserva sopra l’altare il dipinto Battesimo di Cristo di Francesco Curia.

Subito dopo c’è l’ingresso della basilica paleocristiana di Santa Restituta, che venne inglobata nella Cattedrale, divenendone una cappella laterale. Questa basilica risale al IV secolo, ma deve l’aspetto attuale all’intervento dell’architetto Arcangelo Guglielmelli, che ne curò il restauro alla fine del Seicento. Conserva interessanti testimonianze artistiche, tra le quali nella prima cappella destra un crocifisso trecentesco, nella calotta dell’abside il bizantino Cristo in mandorla, nel soffitto la tela di Luca Giordano Il corpo di Santa Restituta spinto su una barca dagli angeli verso Ischia e nell’ultima cappella di sinistra il mosaico La Madonna tra San Gennaro e Santa Restituta, realizzato nel 1322 da Lello da Orvieto. Da segnalare ancora un elaborato altare settecentesco, opera di Domenico Antonio Vaccaro, addossato alla parete di fondo alla sinistra dell’ingresso. Dalla Basilica di Santa Restituta si accede alla zona archeologica, che presenta resti dall’epoca greca fino all’Alto Medioevo, e al Battistero di San Giovanni in Fonte, costruito negli ultimi anni del IV secolo e decorato con gli stupendi mosaici bizantini dell’epoca.  

Tornati nella chiesa, nella cappella successiva, la Cappella Teodoro, troviamo la tela Incredulità di San Tommaso di Marco Pino, il pittore senese divenuto protagonista del manierismo napoletano, mentre alla fine della navata troviamo la porta che immette all’Arciconfraternita di Santa Restituta dei Neri, nella quale, sopra l’altare dell’oratorio, è conservata una Natività di Fabrizio Santafede.

Nella navata centrale vanno segnalati ancora il trecentesco trono episcopale, il raffinato pulpito cinquecentesco, opera di Annibale Caccavello, e lo spettacolare fonte battesimale, realizzato nel Seicento utilizzando un’antica vasca in basalto decorata con motivi classici.

L’elaborato soffitto ligneo della navata e del transetto contiene tele di Giovanni Balducci e Giovan Vincenzo Forli, mentre le pareti nella parte alta sono decorate da tele che raffigurano gli Apostoli, i Padri e i Dottori della Chiesa e, tra le arcate, da tele circolari che raffigurano i Santi Patroni di Napoli. Sono tutte opera di Luca Giordano, tranne il San Giovanni Crisostomo e il San Cirillo nel transetto sinistro, dipinti da Francesco Solimena.

Sulla controfacciata, sopra la porta d’ingresso, vi sono, infine, i sepolcri di Carlo I d’Angiò, il fondatore della Cattedrale, di suo figlio Carlo Martello e della moglie di quest’ultimo, Clemenza d’Asburgo. Furono realizzati nel 1559 da Domenico Fontana, il noto architetto ticinese che dopo poco avrebbe cominciato a costruire il nuovo Palazzo Reale in largo di Palazzo, l’attuale piazza Plebiscito.

Accanto alla Cattedrale vi è l’ingresso al Museo del Tesoro di San Gennaro, nel quale si possono ammirare alcune opere donate al Santo come ex voto. I pezzi esposti, estremamente preziosi e di grande valore da un punto di vista artistico, sono solo una piccola parte dell’immenso tesoro, conservato nei cavou del Banco di Napoli, che è addirittura più importante del famoso Tesoro della Corona Inglese. Nel museo sono esposte anche le opere che appartengono alla Deputazione di San Gennaro, tra le quali si segnala l’intenso ritratto di San Gennaro, dipinto da Francesco Solimena nel 1702. Di grande pregio sono anche le due statue in argento, San Raffaele e il Tobiolo e San Michele Arcangelo. La prima furealizzata da Giuseppe e Gennaro del Giudice su disegno di Giuseppe Sanmartino e la seconda fu realizzata nel 1691 da Giovan Domenico Vinaccia e Lorenzo Vaccaro. Vi sono anche alcune statue ed alcuni busti dei cinquantuno compatroni della città. Tra questi è molto noto quello di Sant’Irene, che con una mano protegge Napoli dai fulmini e nell’altra mantiene una veduta della città. Il suo autore fu Carlo Schisano, che lo eseguì nel 1733.

Dalle sale del museo si passa alla Sagrestia Nuova della Cappella di San Gennaro, detta anche Sagrestia dell’Immacolata, nella quale si conserva un’importante tela di Massimo Stanzione, la Guarigione dell’ossessa. Attraverso l’antisagrestia, un piccolo ambiente affrescato da Nicola Maria Rossi, si passa alla Sacrestia Antica, dove vi sono quattro tele di Luca Giordano ed un suo delicato affresco che raffigura San Gennaro.

Enrico Fagnano       

                                                                   

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