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BREVE STORIA DI BENEVENTO DI GIANANDREA DE ANTONELLIS (I)

Posted by on Mar 25, 2026

BREVE STORIA DI BENEVENTO DI GIANANDREA DE ANTONELLIS (I)

Gianandrea de Antonellis e la casa editrice Realtà Sannita, che ringraziamo, ci autorizzano a pubblicare uno studio sulla storia della città di Benevento

I. Dalle origini alla caduta dell’Impero Romano

L’antico Sannio

«La Città di Benevento è situata nel mezzo del Regno di Napoli fra la Puglia, la Campagna felice, e ’l Sannio, del quale è stato capo, ed è distante dalla Città di Napoli 32 miglia, e da Roma 150». Tale sintetica descrizione si ritrova in un manoscritto anonimo della prima metà del ’700 – riportato dallo storico locale Giovanni De Nicastro (1659-1738) – ed esalta la caratteristica specifica della centralità rimasta anche dopo l’unità nazionale: sorta a metà strada tra Tirreno ed Adriatico, presso la confluenza dei fiumi Calore e Sabato, a 135 metri di altezza sul livello del mare, Benevento nei primi anni di vita era situata nel punto di incontro delle regioni del Sannio Caudino e del Sannio Irpino. Il nome Sannio (Samnium) proviene dal popolo che la abitava, i Sanniti, stirpe derivata dai Sabelli, di lingua Osca, tra i più antichi ceppi italici stabilitisi nella Penisola[1].

La città nacque molto prima dell’arrivo dei Romani e le sue origini si perdono nel mito. Una famosa leggenda, suffragata da Virgilio (Eneide, VIII, 9), la vorrebbe fondata da Diomede al ritorno dalla guerra di Troia, come testimonierebbero il suo stemma, il cinghiale di Calidone[2], e l’antichis­simo nome Malòenton di origine greca e dal significato un tempo controverso: nel secolo scorso lo si riteneva connesso alle popolazioni abitanti sul golfo Maliaco (in Tessaglia) dal gentilizio Malieis, ma ora si è pressoché certi che significhi “giardino dei meli” (da malòeis) [3].

In realtà la maggior parte degli archeologi appare concorde nel ritenere che Benevento sia stata fondata dagli Osci, quindi invasa dai Sanniti e infine, con molta probabilità, ampliata o distrutta e ricostruita da popolazioni di origine ellenica[4]. Ad ogni modo, forte della sua posizione di passaggio obbligato tra i due mari della penisola italica, pur essendo in contatto con numerose colonie greche, la città non appartenne mai a questo tipo di insediamento, mentre subì l’influenza delle popolazioni sannite. Di esse abbiamo scarse ma valide notizie: secondo la tradizione, i Sanniti avrebbero conquistato la regione campana sostituendosi ai precedenti insediamenti di Opici, Obsci e Osci (che secondo l’archeologo Salmon sarebbero nomi diversi indicanti la stessa popolazione); a questi ultimi, però, si doveva la lingua parlata in seguito anche dagli stessi Sanniti che, in sostanza, costituivano un aggregato di tribù (almeno quattro le più note: Carecini, Pentri, Caudini, Irpini).

Vivaci e intraprendenti, essi controllavano un vasto territorio e dimostravano un temperamento così forte da contrapporsi ai Romani senza il minimo senso di inferiorità. Purtroppo su questo popolo (paragonato per austerità agli Spartani: e anch’essi difendevano le città con le braccia dei guerrieri e non con le mura) non restano fonti documentarie certe. L’evoluzione politica ed economica del belliger Samnis, di cui la mitica città di Diomede costituiva il centro principale, rimane quindi troppo nel vago oppure nei riflessi della storia romana.

Benevento viene citata per la prima volta con il suo nome attuale dal famoso storico romano Tito Livio (IX, 27) quando ricorda che in seguito alla sconfitta di Caudio (314 a. C. ) i Sanniti superstiti vi si rifugiarono. Curiosamente, nel libro successivo (X, 15), in occasione della prima battaglia della terza guerra sannitica (297 a. C. ), in cui il console Publio Decio Mure sconfisse gli Appuli presso le mura della città impedendo loro di congiungersi ai Sanniti, Livio utilizza ancora il termine Maleventum.

D’altro canto, per amor di patria, lo storiografo latino del I secolo a. c. passa sotto silenzio l’umiliante episodio della sconfitta presso le Forche Caudine. È da notare come i Sanniti furono l’unica popolazione italica che ebbe per lungo periodo la possibilità concreta di contendere ai Romani il dominio in Italia peninsulare e, nel corso della seconda guerra sannitica (326-304), più volte si trovarono nelle condizioni (che non seppero o non vollero sfruttare) di sottomettere la stessa Roma.

Le Forche Caudine

Il nome delle Forche Caudine è indissolubilmente legato all’unica ed umiliante sconfitta subita dall’esercito romano durante le lotte contro gli altri popoli italici. Al quinto anno della seconda guerra sannitica, nel 321 a. C. , i consoli Veturio Calvino e Postumio Albino – per porre fine all’estenuante conflitto – decisero di penetrare nel territorio campano onde indurre alla pace gli avversari, guidati dal generale considerato il migliore della lega italica, Gavio Ponzio (alla cui familia sarebbero poi appartenuti anche il generale Caio Ponzio Telesino, l’ultimo condottiero dell’esercito sannita, distintosi contro Silla nel 82 a. c. nella battaglia di Porta Collina, presso Roma nonché il celeberrimo procuratore della Giudea ai tempi dell’imperatore Tiberio, Ponzio Pilato). I movimenti delle legioni romane erano spiate dai Sanniti disposti lungo le giogaie poste sulla strada per Benevento e dalle quali era facile piombare sulle colonne nemiche.

Dopo giorni di combattimento i consoli compresero che l’unica via di uscita era la resa, sia pure umiliante. Il luogo della battaglia è tradizionalmente individuato nella stretta di Arpaia, ove esiste una località detta Forchia; qualche studioso sostiene altresì che potrebbe essere la valle tra Saticula (odierna Sant’Agata dei Goti) ed Airola, oppure l’area di Sferracavallo sotto Caudium (oggi Montesarchio), ambedue però troppo ampie per un agguato dalle conseguenze così vistose. C’è infine chi ritiene di aver individuato il punto del’imboscata nei pressi di Vitulano (Piana di Prata), un gola più adatta all’appostamento.

Gavio Ponzio impose pesanti condizioni per la pace: i Romani dovettero ritirarsi dal territorio abbandonando le colonie latine da essi fondate, 600 cavalieri furono trattenuti in ostaggio, mentre tutti gli uomini ebbero salva la vita a condizione di passare disarmati sotto un giogo fatto con lance sannitiche. Ma il Senato di Roma non intese ragioni: abbandonò alla loro sorte gli ostaggi (che i Sanniti generosamente risparmiarono) e predispose l’offensiva affidando una nuova armata agli ordini di Lucio Papirio Cursone: questa volta la vittoria romana – dopo una serie di battaglie tra la Puglia e la Campania – arrivò puntuale.

Pertanto poco dopo la città cadde in mano ai Romani: fu all’incirca nel 275 a. C. , l’anno della celebre battaglia sostenuta vittoriosamente contro l’esercito (dotato di elefanti) di Pirro re dell’Epiro, chiamato in aiuto dai Sanniti, ma comportatosi poi in maniera egoistica e deludente nei confronti degli alleati. Intanto, mutati i rapporti tra Roma ed il Sannio, nell’anno 268 a. C. Benevento accettò di diventare colonia romana: è da riferirsi a quel tempo il cambiamento del nome, per motivi scaramantici, da “Maloentum” o “Malventum” in “Beneventum”, che la leggenda vorrebbe collegare all’esito favorevole della battaglia contro Pirro.

Grazie alla felice posizione strategica, la città si andò sviluppando in ampiezza e bellezza, vivendo un lungo periodo di pace turbato solo dalla discesa di Annibale, il quale devastò le campagne del circondario senza però attaccare direttamente la città; ma mentre qualche capo sannita si alleava al nuovo nemico di Roma, nel 217 la presenza di truppe sannite, al comando di Quinto Fabio Massimo il Temporeggiatore, contribuì ad infliggere ai Cartaginesi la prima sconfitta a Gerunium (nei pressi dell’attuale Casacalenda). Poi, dopo la disfatta di Canne (216), molte popolazioni italiche (tra cui buona parte dei Sanniti) stimarono più conveniente abbandonare l’alleanza con Roma per passare dalla parte di Annibale. In quell’occasione la presenza della colonia di Benevento, rimasta fedele a Roma, si rivelò estremamente utile per interrompere le comunicazioni tra Irpini e Caudini, impedendo loro di concertare azioni comuni contro l’esercito romano.

Benevento rimase fedele a Roma durante la Guerra Sociale (91-87 a. C. ) e successivamente, avendo rifiutato di aiutare i partigiani di Mario, assieme a Venosa fu l’unica città sannita risparmiata dalla rappresaglia di Silla (85-82 a. C. ), nonostante che alla Battaglia di Porta Collina, presso Roma (82 a. C. ) contro il comandante romano avesse combattuto fino alla morte Ponzio Telesino, “l’ultima voce del Sannio”; inoltre Giulio Cesare, per ricompensare i veterani quivi mandati, assegnò a Benevento il territorio della Valle Caudina e da Augusto ricevette un ulteriore ampliamento. Ma l’importanza della città si accrebbe soprattutto grazie al prolungamento della via Appia (III-II secolo a. C. ), che da Capua si spinse fino a Brindisi passando, appunto, per Benevento. La città si confermò allora nodo commerciale e culturale di primaria importanza.

Per questo motivo nell’anno 65 d. C. , durante la celebrazione dei secondi giochi a lui intitolati, Nerone rimase a lungo nella città sannita: le cronache riportano alcuni aneddoti sulla sosta dell’Imperatore a Benevento. Egli si dilettò assai ai giochi gladiatorii organizzati per lui da un certo Vatinio, uomo di ignobile condizione salito forse alle più alte cariche pubbliche grazie alla sua amicizia con l’Imperatore, già calzolaio ed inventore di un particolare calice a due manici, ricordato da Tacito (Annales, XV, 34), Marziale (Epigrammi, X, 3 e XIV, 96) e Giovenale (Satirae, I, V, v. 46). Invece Svetonio (De vita Duodecim Caesarum, VI, 36) riferisce di una congiura ordita a Benevento da tale Annio Viniciano ai danni di Nerone, congiura contemporanea di quella, più famosa ed egualmente spenta nel sangue, macchinata pochi mesi prima dal console Gaio Calpurnio Pisone.

Altri beneventani illustri furono Orbilio Pupillo (113-13 a. C. ), longevo grammatico e maestro di Orazio, autore di una importante grammatica, ricordato da Svetonio (De viris illustribus, libro De grammaticis, 9) e al quale dalla cittadinanza fu dedicata una statua in marmo posta nel foro; Mario Cecilio Novatilliano (III secolo d. C. ), oratore e poeta; e, soprattutto, l’illustre giurista Emilio Papiniano (175-212 d. C. ). Nel periodo imperiale sorsero nuovi e magnifici edifici tra cui l’Arco di Traiano (114 d. C. ) ed il Teatro (210 d. C. ca. ), a tre ordini e capace di ospitare fino a ventimila spettatori. In passato molti studiosi hanno confuso il teatro (riportato alla luce solo negli anni Trenta) con il più antico anfiteatro di epoca neroniana che sorgeva nella zona a nord del ponte Leproso, come recenti scavi hanno evidenziato[5].

Tra le “unicità” di Benevento un posto rilevante è occupato dal culto che i suoi cittadini riservavano alla dea Iside: oggi al Museo del Sannio è possibile ammirare una collezione di aegyptiaca (cioè manufatti votivi fabbricati nella Magna Grecia e non importati dall’Egitto), gran parte dei quali sono dedicati alla divinità egiziana, sposa di Osiride e madre di Horus. La collezione è notevole, tanto da essere invidiata da ogni altro museo archeologico al di fuori dell’Egitto. Il culto di Iside ebbe una grande diffusione nel mondo occidentale: di esso ci parla Apuleio (125-180 d. C. ), che si era convertito alla fede isiaca, nel romanzo allegorico Le metamorfosi (conosciuto anche con il titolo L’asino d’oro). Tale culto fu a lungo tra i privilegiati a sostituire l’antica religione dei padri – il politeismo olimpico – assieme a quello di Mithra (di provenienza persiana) e a quello di Cristo.

La religione di Iside era fortemente radicata tra i Beneventani che le dedicarono alcuni sacrari tra cui un tempio di vaste proporzioni nell’area delle terme. Nonostante i terremoti, i saccheggi, gli incendi e l’avversione del cristianesimo, le opere d’arte pervenuteci testimoniano in forme superbe la fede e la ricchezza della devozione sannita alla dea. Essa – come si legge su un lato dell’obelisco attualmente visibile in piazzetta Papiniano – veniva onorata come “la grande Iside, Madre degli dei, occhio del Sole, signora del Cielo e signora di tutti gli dei” alla quale eresse il monumento “la città di Benevento per la salvezza e il ritorno in patria del figlio del re Domiziano”, dal che si deduce che il culto era florido alla fine del I secolo d. C. e che l’opera, inserita in uno “splendido palazzo” (cioè un tempio) esclusivo di Iside, non era di importazione, ma di fattura locale.

Durante il periodo imperiale la città godette particolari privilegi dal punto di vista politico: disponeva ad esempio di proprie magistrature, come appare da numerosi lapidi e cippi (ora conservati presso il Museo del Sannio, nel chiostro del monastero di Santa Sofia). Uno studioso del secolo scorso, il gesuita Raffaele Garrucci (1812-1875), divise in cinque periodi la dominazione romana assegnando ad ognuno di essi uno specifico tipo di governo[6]:

1) Terza Guerra Sannitica – Seconda Guerra Punica: la città era retta da consoli alla pari di Roma (fatto di eccezionale risalto per una colonia);

2) Seconda Guerra Punica – Dittatura di Silla: ottenuta la cittadinanza come ogni altro popolo italico, essa diventava Municipio retto da un Quadrunvirato;

3) Giulio Cesare – Augusto: il Municipio beneventano veniva amministrato da Pretori;

4) Augusto – Commodo: la città tornava ad essere di nuovo “colonia”; erano presenti Duumviri giusdicenti, Questori, Edili;

5) Basso Impero: la comunità veniva retta da un solo Pretore giusdicente.


[1] E. T. Salmon, Il Sannio e i Sanniti, Torino, 1985 e Vincenzo Cuoco, Platone in Italia, 1804-1806, cap. LII/LIV.

[2] Il cinghiale di Calidone (la cui leggenda è narrata da Omero, Iliade, l. IX, vv. 526-549) fu ucciso da Melea­gro, zio di Diomede.

[3] Il nome “Malies” appare su due monete ritrovate presso Benevento. Per la descrizione e l’etimologia cfr. Raffaele Garrucci, Le monete dell’Italia antica, Roma, 1885, pp. 98-99.

[4] E. T. Salmon, op. cit.; Raffaele Garrucci, Le antiche iscri­zioni di Benevento, ivi, 1875.

[5] Molti Autori antichi confondono l’attuale Tea­tro con il più antico Anfiteatro di epoca neroniana, che probabilmente sorgeva nello stesso sito oggi occu­pato dalla costruzione teatrale. È infatti possibile ipotizzare l’esi­stenza di un Anfiteatro, necessario per i giochi gladiatorî, in materiale facilmente deperibi­le, dato che non ne è rima­sta alcuna traccia, con ogni probabilità in legno, come già ne erano stati costruiti altri a quei tempi. Un esempio di tale confusione ci è offerto da Padre Audot, L’Italia, la Sicilia, la Sarde­gna. . ., Torino, 1855, tomo II, Il Regno delle Due Sici­lie, p. 201: «Vitinio [sic] vi fece edificare un magni­fico anfiteatro, di cui non si vede or più che la base […]».

[6] Raffaele Garrucci, Di Benevento e delle sue varie forme di governo, Benevento, 1870 ca., riportato in Enrico Isernia, Istoria della città di Benevento, ivi, 1875, pp. 377-380.

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