BREVE STORIA DI BENEVENTO DI GIANANDREA DE ANTONELLIS (II)
Gianandrea de Antonellis e la casa editrice Realtà Sannita, che ringraziamo, ci autorizzano a pubblicare uno studio sulla storia della città di Benevento
La conversione al Cristianesimo
Tornando agli avvenimenti storici, sono da registrare il gravissimo terremoto del 370 d. C. e la conversione al Cristianesimo. Il sisma fu di grandissime proporzioni ed apportò danni consistenti: in quella occasione, comunque, rifulse lo spirito solidale degli abitanti che si dettero subito da fare per ricostruire la loro città. Questo episodio venne descritto da Simmaco Seniore, prefetto di Roma, il quale – recatosi sui luoghi del disastro al propagarsi della notizia – ebbe modo di constatare la forza civile dei Beneventani descrivendola in un’apposita lettera ove si legge tra l’altro: Nam postquam terra movit, nihil bene illis reliquit, sed fractae opes infractos animos repererunt. Nox diei iungitur ad laborem (Non appena la terra si scosse, niente lasciò intatto a quelli, ma le opere distrutte rinsaldarono gli animi rimasti saldi. E la notte si è congiunta al lavoro del giorno)[1].
La religione cristiana, nel frattempo, era divenuta patrimonio di tutta la popolazione. Sin dai suoi albori, infatti, la nuova fede si era diffusa ad opera di Fotino, discepolo di Pietro[2] e leggendario primo vescovo della città. Tra i più zelanti diffusori del Vangelo vanno poi ricordati il martire e santo beneventano Gennaro (il primo vescovo sul quale si abbiano notizie certe, prescelto come pastore della comunità nel 305, martirizzato sotto Diocleziano e protettore attuale della Campania), san Liberatore, vescovo della vicina Ariano, san Tammaro e san Marciano. Sulla cattedra beneventana, nel corso dei secoli, si sono succedute altissime personalità della Chiesa, tra cui spicca in modo essenziale il papa Benedetto XIII (vissuto a cavallo tra XVII e XVIII secolo). Quale protettore della città, invece, fu scelto l’apostolo Bartolomeo (che aveva portato la sua predicazione in India e in Armenia, dove subì il martirio, scorticato vivo e crocifisso) i cui resti si conservarono lungamente a Benevento prima di essere, almeno parzialmente, traslati nell’isola Tiberina a Roma: la festa patronale si celebra il 24 agosto. Un posto a sé nella storia religiosa della città meritò il vescovo – dal 663 al 682 – san Barbato, al quale si dovette la definitiva conversione dei Longobardi, in precedenza dediti a riti pagani e in particolare al culto degli alberi e della vipera.
Beneventani divenuti Papi furono S. Felice IV (526-530), il beato Vittore III (Dauferio o Desiderio, 1086-1087, fratello del principe longobardo Pandolfo III) e Gregorio VIII (Alberto de Morra, 1187).
Legata alle vicende della romanità, Benevento vide riflessi su di sé gli eventi relativi alla Città Eterna, in particolare la caduta dell’Impero Romano di Occidente, nel 476 d. C. , ad opera di Odoacre re degli Eruli, a sua volta sconfitto nel 490 a Pavia dal re ostrogoto Teodorico. Alla morte di quest’ultimo, avvenuta nel 526, la popolazione beneventana ritenne conveniente rivolgersi a Belisario, generale dell’Imperatore d’Oriente, affinché la tutelasse e costui ne demandò il governo in qualità di luogotenente allo storiografo Procopio di Cesarea, già suo segretario. Inutilmente, perché nel 545 Benevento dovette subire la ferocissima vendetta del nuovo re dei Goti, Totila, il quale riuscì a penetrare all’interno della città, la mise a ferro e fuoco e ne rase al suolo le mura.
In seguito, Narsete, generale dell’imperatore Giustiniano, riportò Benevento allo splendore di un tempo ridisegnando i confini della città, dandole un perimetro stretto e lungo, meno vasto del precedente, abbastanza diverso dal tracciato del pomerio romano. Ad esempio col nuovo assetto dato alle mura, spostandosi l’agglomerato urbano verso oriente, l’Arco di Traiano – una volta all’estremità nord-est della città – divenne la porta centrale di Benevento, prendendo il nome di Port’Aurea.
Dopo aver retto per quindici anni (551-566) il potere civico, Narsete fu destituito e il governo assunto da Longino che assunse il titolo di Esarca. Ma il suo potere era destinato a cessare dopo pochissimi anni: nel 568 il longobardo Alboino, alla testa di un possente esercito, calò in Italia ed in breve tempo condusse a termine la conquista quasi totale della penisola. Soltanto nel Meridione d’Italia evitò di scontrarsi con i porti della costa, ben presidiati dai Greci (ossia Bizantini), limitandosi alle meno guarnite città dell’entroterra.
Il cinghiale di Calidone
La leggenda del cinghiale di Calidone, legata alla mitologica fondazione della città, è narrata da Omero nel IX libro dell’Iliade (vv. 526-549). Achille, sdegnato con Agamennone che gli ha sottratto la schiava Briseide, si ritira dalla lotta contro i Troiani; una delegazione di Greci si reca allora nella tenda dell’eroe per convincerlo a riprendere le armi. Essa annovera Ulisse, Aiace Telamonio e Fenice, un tempo maestro di Achille; quest’ultimo per dimostrare ad Achille quali sventure una stolta ira possa recare, narra le vicende della città di Calidone.
Artemide, sdegnata con il re Eneo che aveva dimenticato di onorarla con un sacrificio, ha scatenato un enorme cinghiale nelle terre intorno alla città. Il principe Meleagro riesce ad uccidere la belva, comandando un’armata composta di Etoli (abitanti di Calidone) e Cureti (provenienti da una città vicina), ma subito scoppia una controversia per stabilire a chi spetti il trofeo costituito dalla testa e dalla pelle del mostro. Meleagro combatte valorosamente, tenendo gli assedianti lontano dalle mura della sua città, ma quando viene a sapere che la madre lo ha maledetto perché nella lotta le ha ucciso i fratelli, si ritira dalla pugna – nonostante le preghiere dei familiari e degli amici – lasciando che i Cureti riescano a scalare le mura. Poi, quando la situazione si è fatta disperata, decide di riprendere le armi e salva i propri concittadini, ma lo fa troppo tardi e non viene neppure ringraziato.
Fin qui Omero, che prefigura in Meleagro le vicende di Achille. Secondo altre leggende il re di Argo Diomede, di cui Meleagro era zio, dopo la guerra di Troia – dove si distingue tra i più valorosi combattenti achei, protagonista indiscusso del quinto canto dell’Iliade in cui osa addirittura sfidare Ares e ferire Afrodite – lascia la patria, sbarca sulle coste della Puglia e fonda alcune città, tra cui Canosa, Brindisi e, infine, Benevento, cui dona i denti del terribile cinghiale di Calidone. Ecco perché sullo stemma civico campeggia la mitica belva inviata da Artemide.
Per vari secoli la terribile belva è stata identificata nel ben più innocuo animale stolato – perché pronto al sacrificio – raffigurato sul bassorilievo di epoca romana che ora campeggia sul lato orientale del campanile del Duomo, dove fu fatto porre dal cardinale Orsini dopo il terremoto del 1688, durante il quale, come ricorda la sottostante lapide del 1690, la torre campanaria fu tra le poche costruzioni a rimanere intatta.
[1] Enrico Isernia, op. cit., vol. I, p. 385.
[2] Con tutta probabilità è invece pura leggenda la sosta di S. Pietro in città durante il viaggio verso Roma.


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