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BREVE STORIA DI BENEVENTO DI GIANANDREA DE ANTONELLIS (III)

Posted by on Apr 8, 2026

BREVE STORIA DI BENEVENTO DI GIANANDREA DE ANTONELLIS (III)

Gianandrea de Antonellis e la casa editrice Realtà Sannita, che ringraziamo, ci autorizzano a pubblicare uno studio sulla storia della città di Benevento

II. La dominazione longobarda

Langobardia Minor

Paolo Diacono (720?-799) narra due leggende, a proposito della discesa in Italia dei Longobardi: la prima riguarda la vendetta di Narsete, che avrebbe invitato quelle genti ad abbandonare le proprie terre per cercare prosperità e ricchezza nella Magna Grecia: «[…] legatos mox ad Langobardorum gentem dirigit, mandans, ut paupertina Pannoniae rura desererent et ad Italiam cunctis refertam divitiis possidendam venirent (egli inviò subito ambasciatori al popolo longobardo, per convincerlo ad abbandonare i campi aridi della Pannonia e venire a conquistare l’Italia, ricolma di ogni ricchezza)»[1].

Altra narrazione dal sapore leggendario è quella relativa alla “Colonna di Autari”: il re longobardo, dopo esser giunto alla estremità della Calabria, entrò in acqua «[…] quia ibidem intra maris undas columna quaedam esse posita dicitur, usque ad eam equo sedens accessisse eamque de hastae suae cuspide tetigisse, dicens: “Usque hic erunt Langobardorum fines”. Quae columna usque hodie dicitur persistere et columna Authari appellari. (e poiché lì fra le onde del mare c’era una colonna, la raggiunse a cavallo e la toccò con la punta della lancia, dicendo: “I confini dei Longobardi giungeranno fin qui”. Si dice che questa colonna ci sia ancora e venga chiamata colonna di Autari)» (Id. III, 32).

In verità, i Longobardi seppero comprendere appieno la superiorità della civiltà latina rispetto alla loro e quindi non fecero alcunché per imporsi ai popoli conquistati, ma intesero alla perfezione la necessità e l’utilità che sarebbe loro derivata dalla fusione con essi, soprattutto nella cosiddetta Langobardia minor (cioè l’Italia meridionale). Un evidente segno di ciò risalta dall’immediatezza con cui, abbandonato il paganesimo, abbracciarono la religione cristiana dando prove di sincera fede.

Lo zelo religioso dei Longobardi è attestato, ad esempio, dalla costruzione di chiese e monasteri e dal trasferimento di numerose reliquie[2]. Per quanto attiene al diritto, essi non cercarono di sostituire il proprio a quello romano, ma mantennero un doppio sistema, lasciando agli Italici il loro diritto (come pure la lingua, che finirono per adottare).

Il Regno d’Italia, con capitale Pavia, venne diviso in trentasei ducati (trenta, secondo alcuni storici)[3], tra cui quello di Benevento, che risulterà essere il più vasto, oltre che il più rinomato e longevo.

Il Duca veniva nominato dal Re, ma esisteva un Consiglio cittadino che poteva provvedere alla elezione in casi di particolare gravità. Tale consiglio, da Carlo Magno in poi, si stabilizzò in numero di 48 cittadini, 12 per ognuna delle 4 classi che lo componevano: Ecclesiastici, Magnati (i nobili di censo superiore – ciò che spingeva i nobili decaduti a iscriversi nel­la classe dei militari o degli ecclesiastici), Militi e Popolo. Per questa ultima classe deve intendersi parte dei cittadini onorati, cioè con un mestiere e soggetti ai tributi. Compito di tale Consiglio era quello di individuare un legittimo erede maschio e, solamente in mancanza di questo, eleggere, a scrutinio segreto, un successore al Duca. Una sorta di monarchia ereditaria temperata, avendo il Consiglio il potere, almeno di fatto, di escludere dalla successione gli indegni o gli indesiderabili.

La divisione tra Nobili, Liberi, Liberti e Servi era rigida, soprattutto in considerazione del divieto di matrimoni misti, ma non per questo si considerava lo schiavo alla stregua di una res, di una cosa disponibile. Classe peculiare era quella degli Aldi, semiliberi posti sotto il protettorato di un Patrono. Da un documento dell’823, il Trattato di pace concluso tra il principe Sicardo ed i Napoletani, si evince che – alla discesa dei conquistatori – la grande maggioranza dei Beneventani rientrava in tale classe. Gli Aldi erano sottoposti alla tutela di un patrizio che li rappresentava in giudizio e ne pagava le eventuali ammende, ed al quale dovevano prestazioni di lavoro o il versamento di un terzo delle proprie entrate (da cui il nome di Tertiatores). Essi potevano sposare donne libere e possedere degli schiavi, che però non avevano il diritto di vendere[4].

Le leggi longobarde furono codificate e scritte per la prima volta con l’Editto di Rotari, emanato il 22 novembre 643[5] e leggermente modificato da Grimoaldo, con l’aggiunta di nove capitoli, nel 668[6]. Redatto in lingua latina, anche se in alcuni casi affiorano parole germaniche affiancate dalla traduzione, esso sostituì le precedenti consuetudini, tramandate oralmente. Ampliata sotto i Re successivi, questa legge fondamentale si componeva di 388 capitoli suddivisi come segue: 1-14: reati politici; 15-145: reati contro la persona; 146-152: reati contro le cose; 153-226: diritto familiare, successioni e matrimonio; 227-244: diritti reali; 245-252: obbligazioni; 253-358: reati minori; 359-388: integrazioni.

In quanto al diritto procedurale è da rilevare, oltre al divieto di far uso di avvocati tranne che in casi eccezionali, la possibilità per il convenuto di stirpe italica di scegliere tra il diritto romano e quello longobardo. Il liberto seguiva la lex domini (cioè del suo padrone); le donne quella del marito vivente o, in mancanza, della famiglia di origine; gli ecclesiastici lo jus canonicum (ovvero il diritto proprio dei religiosi).

Le pene erano per la maggior parte di carattere pecuniario, secondo l’istituto del widrigild (sentenza), e si prevedeva l’uso del Giudizio di Dio in numerosi casi. In particolare i capitoli 48-73 consideravano, con assoluta meticolosità, una serie di casi di lesioni personali e le relative ammende.

I giudici civili venivano eletti in parte dal Duca ed in parte dal Consiglio dei cittadini ed erano presieduti dal Gastaldo, titolo rilevante ed a volte ereditario, talora confuso, a causa della sua importanza, con quello di Conte. La scelta dei giudici penali spettava invece esclusivamente al Duca.

La Corte, ai tempi di Arechi II (seconda metà dell’VIII secolo) splendida a tal punto da superare ogni altra in Europa, si componeva di numerosi dignitari: il Ciambellano (cubicularius), il Maresciallo (marepais), il Cancelliere (referendarius), il Tesoriere (thesaurarius), il Cameriere (vestararius); tali cariche erano cumulabili. Oltre a questi, vi erano i dignitari che risiedevano fuori dalla capitale: il già ricordato Gastaldo, lo Sculdascio[7] (sculdajs, inizialmente solo funzionario addetto alla riscossione dei tributi), cui spettava il compito di sorvegliare le singole località dei più rilevanti distretti, e l’Amministratore dei singoli demani (actionarius)[8].

Il Ducato

Il primo notabile longobardo ad essere insignito del titolo di Duca di Benevento fu Zottone[9], nel 570 (secondo alcuni storici più moderni, nel 576). Egli rese potente il suo feudo iniziando l’opera di sottomissione delle città meridionali terminata solo qualche secolo più tardi facendo quasi coincidere il Ducato con quello che sarà poi il Regno di Napoli. Zottone, di temperamento violento, avido di potere ed avverso ad ogni culto, trovò ostacolo soltanto nella forte personalità di papa S. Gregorio Magno: la reverenza che il Duca mostrò nei confronti della figura spirituale rappresentata dal Pontefice, tuttavia non gli impedì di porre a sacco il monastero di Montecassino nel 589[10].

A causa del suo spirito di indipendenza, il Re preferì nominargli come successore non un uomo della sua cerchia bensì il nobile friulano Arechi. Questi, profittando della guerra tra Bizantini e Arabi che aveva assottigliato i rifornimenti militari alle città delle coste, attaccò quelle meno presidiate conquistandole; in tal modo si serbò sostanzialmente indipendente. Arechi, poi, accorgendosi della non perfetta salute mentale del figlio Aione, suggerì ai Beneventani di preferirgli come successore l’adottivo Rodoaldo, consiglio non eseguito immediatamente ma soltanto alla morte del giovine duca Aione, avvenuta per mano di invasori slavi, allorché il popolo accettò il vendicatore Rodoaldo acclamandolo Duca; nello stesso tempo la città chiese perdono al Re adducendo lo stato di necessità (l’invasione barbara, appunto) per giustificare l’elezione avvenuta senza il consenso regale.

Un periodo di più stretti vincoli con il Regno si ebbe in seguito all’ascesa al trono d’Italia del duca beneventano Grimoaldo nel 662. Egli mantenne ambedue i titoli, lasciando come luogotenente il figlio Romualdo, che assunse pieni poteri soltanto nove anni più tardi, alla morte del padre, rendendo una certa indipendenza al ducato e conquistando altre città della Calabria.

Sotto il suo governo avvenne l’episodio dell’abbattimento, da parte del vescovo S. Barbato, del famoso albero detto “Noce di Benevento”[11]. Si trattava di una grossa pianta presso la quale i Longobardi non ancora convertiti si ritrovavano per compiere riti pagani. Con tale gesto S. Barbato intese quindi estirpare definitivamente il paganesimo e non solamente scacciare le potenze demoniache. Peraltro il popolo longobardo era profondamente religioso: convertitosi senza molte difficoltà al cattolicesimo (passando per l’arianesimo) si mostrò altamente rispettoso delle maggiori figure sacerdotali, in special modo del Papa, che, pur avversando come nemico politico, onorò sempre come capo spirituale. Siffatto atteggiamento, tipico dello spirito medioevale, si ritroverà anche nei secoli successivi[12].

Nel 717 vi fu il primo – e praticamente unico – scontro militare, sia pure indiretto, contro il Papato: l’allora duca Romualdo II assalì Capua, provocando il risentimento di papa Gregorio II il quale si rivolse ai Napoletani per ottenere aiuto: questi imposero al Longobardo una sconfitta così umiliante da distoglierlo definitivamente da ulteriori tentativi di iniziative belliche.

Erano cominciati intanto, già dal 712 con l’ascesa di Liutprando al trono d’Italia, i tentativi di riunificare il Regno longobardo (di fatto cercando di indurre a maggiore obbedienza i ducati di Spoleto e Benevento, che godevano di eccessiva indipendenza). Nel 726, approfittando delle discordie tra il Papa e l’Imperatore d’Oriente Leone (che in seguito alla legge contro il culto delle immagini sacre aveva visto perdere potere i suoi rappresentanti, a causa delle bolle papali e per le sponta­nee sollevazioni popolari)[13], il Re invase i territori della Chiesa ma cedette poi alle richieste del Papa e mise fine alle lotte per la successione a Romualdo II nominando duca di Benevento il proprio nipote Gregorio. Tuttavia nel 738, rifiutandosi papa Gregorio II di consegnare Trasimondo, ribelle duca di Spoleto, Liutprando invase nuovamente le terre pontificie, costringendo il Pontefice a chiedere soccorso al Re dei Franchi, Carlo Martello.

Il timore che incuteva il “Piccolo Marte” spinse i Beneventani, alla morte del duca Gregorio, a staccarsi dal Regno longobardo eleggendo successore – senza attendere il parere del Re e preferendolo al legittimo pretendente Gisolfo, nipote di Liutprando – il nobile Godescalco il quale, quasi a sottolineare ulteriormente la nuova linea politica, si alleò col Papa e col duca Trasimondo, riportato sul trono della città umbra. Ma, una volta scomparso Carlo Martello, Liutprando riconquistò Spoleto avanzando verso Benevento. L’imbelle Godescalco tentò invano la fuga, finendo massacrato dagli stessi cittadini che lo avevano acclamato. Allora il Re decise di nominare l’ormai maggiorenne figlio di Romoaldo II, Gisolfo II, che provvide a mostrarsi amico della Chiesa ricorrendo a numerose donazioni[14]. Nel 744 salì sul trono italiano Rachi, duca del Friuli, spodestando Ildebrando, nipote di Liutprando. Data la diversità delle famiglie, i rapporti tra Re d’Italia e Duca di Benevento si allentarono, finché, all’abdicazione di Rachi, gli subentrò il fratello Astolfo, il cui atteggiamento aggressivo spinse il Papa a rivolgersi nuovamente ai Franchi: essi, comandati da Pipino, batterono per ben due volte (nel 755 e nel 756) i Longobardi. Poco dopo la seconda sconfitta, morto Astolfo, Desiderio assunse la corona regale ed attaccò Spoleto e Benevento, incitate da Paolo I a ribellarsi. Ai due ducati non fu possibile organizzare un esercito capace di contrastare quello possente del Re: mentre il primo cadde subito, il duca beneventano Liutprando, figlio di Gisolfo e di stirpe regale (era nipote dell’omonimo Re), si rifugiò ad Otranto.

Nel frattempo Desiderio aveva assegnato il Ducato di Benevento al friulano Arechi dandogli anche in sposa la propria figlia Adelperga. E proprio in virtù di tale parentela nel 776, alla caduta del Regno longobardo per mano di Carlo Magno, Arechi seppe rendersi indipendente, elevandosi al rango di Principe (per questo motivo viene indicato come II in quanto Duca e come I in quanto Principe)[15].


[1] Paolo Diacono, Historia Langobardorum, II, 5.

[2] A proposito dell’amore dei Longobardi per le reliquie, si veda l’episodio gustoso riportanto nel Sermo de transito sancti Constantii: «[X] Quodam vero tempore, cum miracula, quae Dominus ostenderat per sanctum servum suum Constantium episcopum, ab hominibus divulgarentur per orbem terrarum, homo quidam habitator civitatis Beneventanae nobilis et dives fuit, qui cum esset ardentissimus et desiderantissimus de corpore beati Constantii, et cogitaret, quomodo illum de ipsa insula Caprea raperet. Tunc finxit se venire ad orationem in ipsam insulam ad basilicam sancti Constantii. Attulit enim ibidem incensum et dona, sicut mos est christianis hominibus, qui ad orationem vadunt. Et petierunt custodem aulae illius, ut ibi manerent nocte eadem intus basilice eius. Quod et factum est. Tunc intempesta nocte silentio surrexerunt et aperuerunt tumulum, ubi corpus sanctissimi Constantii requiescebat cum ipsis duobus discipulis».

[3] Flavio Biondo, Historiarum ab inclinatione Romanorum deca­des, parla di divisione in soli 30 ducati (cit. in Enrico Isernia, op. cit., vol. II, p. 9).

[4] Cfr. Karl von Hegel, Storia della Costituzione dei Muni­cipi ita­liani dal dominio romano fino al cadere del secolo XIII, Milano-Torino, 1861, pp. 308 e segg.

[5] Paolo Diacono, op. cit. IV, 42.

[6] Id., V, 33.

[7] Il termine Sculdajs si trova in Paolo Diacono, op. cit., V, 33; cfr. anche Karl von Hegel, op. cit., p. 312 e Editto di Rotari, capp. 15, 189, 222, 256, 374.

[8] Si trovano anche i nomi di altri titoli (“duddus”, “stole­zais” e “vicedominus”) cui non è stata data spie­gazione: si pensa a sinonimi degli altri titoli. Friedrich Karl von Savi­gny, Ge­schichte des Romische Rechts im M.A.I., 1834², vol. I, p. 282, afferma: «Giudice, con­te, e duca sono sinonimi di un unico, sconosciuto, titolo longobardo» (cit. in Karl von Hegel, op. cit., p. 308).

[9] Paolo Diacono, op. cit., III, 33. Per una esatta crono­logia dei duchi di Benevento, cfr. Appendice.

[10] Pietro Giannone, Istoria civile del Regno di Napoli, in Opere complete, Italia (ma Firenze), 1858, t. I, p. 282.

[11] L’iconogra­fia popolare associa l’albero alla Vipera, che non è, però, da col­legarsi al serpente tentatore quanto ai culti di Iside, molto diffusi a Benevento fin dal I secolo d. C. (cfr. Hans Wolfgang Müller, Il culto di Iside nel­l’an­tica Benevento, ivi, 1971). La leggenda sul Noce di Benevento quale luogo di ritrovo per la celebrazione del Sabba, nacque solo successivamente, ma si radicò tanto da far sì che nei dialetti locali le streghe ve­nissero chiamate “ja­nare”, dal nome del proprietario del fondo sulla strada di S. Leucio ove era piantato l’albero, don Francisco de Januario (cfr. Pompeo Sar­nelli, Posilicheata, Napoli, 1684).

[12] Ad esempio sotto i Norman­ni, o in Dante, Purgatorio, XX, 87-90).

[13] Pietro Giannone, op. cit., t. I, p. 431.

[14] Stefano Borgia, Memorie istoriche della città di Benevento, Roma, 1764, vol. I, p. 133, nota 1.

[15] «Alla caduta di Desiderio i duchi di Benevento, ad in­dicazione di assoluta indipendenza, presero il titolo di Prin­cipi». Piero Guelfi Camaiani, Dizionario araldico, Milano, 1940, p. 435.

Il noce delle streghe

La leggenda sul Noce di Benevento quale luogo di ritrovo per la celebrazione del Sabba, nacque solo successivamente all’episodio di S. Barbato e si radicò tanto da far sì che nell’immaginario popolare il Sannio fosse ricettacolo di convegni diabolici. Il primo documento riguardante il noce delle streghe risale a quasi otto secoli dopo l’abbattimento della pianta: nel 1427 S. Bernardino da Siena, durante un sermone quaresimale, tuona contro i raduni malefici presso la città sannita e nell’anno successivo, mentre a Todi viene celebrato un processo per stregoneria, la maga Matteuccia confessa di utilizzare un unguento associato alla formula per recarsi al Sabba. «Unguento, unguento | mandami alla noce de Benevento | supra acqua et supra a vento | et supra ad omne maltempo».

Da allora le favole riguardanti Benevento si sono moltiplicate, come del resto i rimedi per tenere lontane le streghe. Ad esempio, mettere una scopa ed un pettine dietro l’uscio per costringerle a contare tutti i fili ed i denti e ritardarne l’ingresso in casa fino all’alba, momento in cui i diavoli loro protettori perdono ogni potere; oppure, se si sorprende una di esse nella propria abitazione, afferrarla per i capelli e rispondere «tengo ferro» (anziché «tengo capelli») per non lasciarla fuggire.

Ma, a differenza dei paesi del centro Europa e dell’Italia settentrionale, dove la caccia alle streghe infuriò con l’avvampare di numerosi roghi, nel Beneventano il fenomeno della stregoneria – legato alla medicina popolare, fatta di unguenti, scongiuri ed erbe magiche – venne tollerato anche dal clero e dette più che altro vita a gradevoli storielle in cui i celebranti del Sabba non apparivano così terribili come siamo abituati ad immaginarceli e bastava un segno di croce a renderli impotenti.

Ad esempio, si raccontava di un contadino della campagna romana che, accortosi dei voli notturni della moglie, la costrinse a portarlo con sé. Giunto al banchetto del Sabba, iniziò a mangiare assieme agli altri convitati, ma lamentandosi per la mancanza di sale, lo richiese più volte; portatogli finalmente, esclamò: «È arrivato il sale, grazie a Dio!». Appena pronunciate queste parole tutto intorno a lui scomparve ed egli si ritrovò, completamente nudo, sotto un noce. Chiese allora ai primi passanti notizie del luogo e apprese di trovarsi a Benevento. Tornato a casa denunciò la moglie, facendola finire sul rogo con tutte le sue complici. A parte il finale drammatico, il fulcro della storiella consiste nella parola fuori luogo e nel divertente stupore del contadino quando tutto intorno a lui svanisce.

Una curiosità: la fama della presenza di streghe nei pressi di Benevento fu tale che il medico Pietro Piperno, autore di un Malleus maleficarum locale, intitolato De nuce maga e pubblicato assieme al trattatello storico Della superstitiosa Noce di Benevento, pensò addirittura che l’etimologia di Pietrelcina, anziché da Pietra Pulcina (cioè Pietra Piccola, contrapposta a Pietra Maiure, altro paese più grande) derivasse dalla presenza in quei luoghi della bellissima maga Alcina descritta da Ludovico Ariosto nell’Orlando furioso.

La storia, a differenza della leggenda, parla anche del culto longobardo della vipera: essa è l’anfisbena, serpente a due teste riprodotto anche a mo’ di simbolo in alcune vedute della città (simile, ma distinto dall’ouroboros, il serpente che si morde la coda, simbolo gnostico dell’infinito, della sintesi tra il bene ed il male e dell’eterno ritorno). Gli iconografi cristiani unirono il noce ed il simulacro aureo dell’anfisbena, conservato ed adorato all’interno della reggia e di altri nobili palazzi, fondendoli in un rettile antropomorfo che viveva sul famoso noce e collegandolo così al serpente tentatore della Genesi, che si trovava sull’albero del bene e del male. In questo modo la leggenda cristiana si sovrapponeva a quella pagana, sconfiggendola e cancellandola.

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