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BREVE STORIA DI BENEVENTO DI GIANANDREA DE ANTONELLIS (IV)

Posted by on Apr 15, 2026

BREVE STORIA DI BENEVENTO DI GIANANDREA DE ANTONELLIS (IV)

Gianandrea de Antonellis e la casa editrice Realtà Sannita, che ringraziamo, ci autorizzano a pubblicare uno studio sulla storia della città di Benevento

Il Principato

Arechi volle dimostrare la propria autonomia rifiutando il giuramento di fedeltà a Carlo Magno e al Papa, cui il Re franco aveva confermato la donazione fatta da Pipino nel 775 (però il Ducato di Benevento non rientrava in tale atto)[1]. Carlo allora intraprese una estenuante guerra, interrotta soltanto grazie all’intermediazione del Vescovo beneventano Davide, desideroso di evitare spargimenti di sangue tra cristiani, dei quali Arechi non era certo ultimo. Del suo principato si ricorda soprattutto la costruzione della monastero di S. Sofia, arricchito con numerose reliquie[2] e dotato di una magnifica biblioteca in cui operò anche lo storico Paolo Diacono, prima di ritirarsi a Montecassino.

Per mantenere la pace, tuttavia, Arechi, dovette ritirarsi nella più sicura città di Salerno e cedere in ostaggio ai Franchi il proprio figlio Grimoaldo. Soltanto alla morte del primo Principe di Benevento i suoi sudditi si risolsero a mandare ambasciatori a Re Carlo chiedendogli di lasciar salire al trono Grimoaldo, nonostante la forte opposizione di papa Adriano I, che nutriva mire di espansione nel territorio beneventano.

Il Re acconsentì a lasciar libero Grimoaldo, non senza pretendere atto di sottomissione a tre condizioni: «Ch’egli facesse radere a’ suoi Longobardi le barbe: Che nelle scritture e nelle monete prima si ponesse il suo nome e da poi quello di Grimoaldo: E che da’ fon­damenti facesse abbattere le mura di Salerno, d’Ace­renza e di Consa»[3].

Il nuovo Principe non fece rimpiangere troppo il governo del padre e, dopo aver mantenuto per vari anni il giuramento cui era stato costretto, incominciò ad aggirarlo: come scrive il più importante storico in materia beneventana del passato, il cardinale Stefano Borgia, «Aveva Grimoaldo mantenuta per alcuni anni la promessa al Re di Francia […] col far diroccare le mura di Consa, città che a cagion del suo sito senza mura si poteva difendere, con far spianare Acerenza, ordinando che se ne fabbricasse un’altra più forte, e con fare atterrare alcune mura di Salerno, con alzarne appresso delle altre, che rendevano più sicura la città»[4]. Sentendosi preso in giro, Pipino, figlio di Carlo Magno fatto incoronare dal padre Re d’Italia, scese allora in Italia con un esercito, senza però riuscire a imporre all’avversario una sconfitta definitiva. Erchemperto, uno storico medioevale, narra che, alle continue richieste di resa inviategli da Pipino, Grimoaldo rispondesse orgogliosamente con il seguente distico:

Liber, et ingenuus sum natus utroque parente:

Semper ero liber, credo, tuente Deo.

(Sono libero e nobile per nascita da ambedue i genitori: sarò sempre libero, confido, con l’aiuto di Dio).

Dal momento che Grimoaldo e suo padre avevano deciso di stabilirsi a Salerno spostandovi la sede della Corte (e questa città assieme a Conza rivaleggiava con l’antica capitale del Principato), nell’anno 806 i Beneventani preferirono un altro Grimoaldo, figlio del tesoriere Ilrico, anziché Alahe, fratello di Grimoaldo, morto senza discendenza. Avendo riportato la capitale a Benevento, questo Grimoaldo viene giudicato negativamente dagli storici di parte avversa, in special modo dall’Anonimo Salernitano, autore di una importantissima Cronaca. Il giovane Grimoaldo aveva già dato prova di grande coraggio durante l’assedio di Benevento portato da Pipino nel 799: egli perseguì subito una linea dura nei confronti del nemico gallico infliggendogli anche una dura sconfitta (Ludovico Antonio Muratori nega che vi sia stata una battaglia vittoriosa per Grimoaldo ma, essendo ciò riferito dall’Anonimo Salernitano, notoriamente avverso al principe beneventano, non vi è ragione per credere che si tratti di una invenzione popolare). La guerra, tuttavia, fu vinta dai Franchi e nell’812 il Principe dovette sottostare ad un tributo di venticinquemila soldi d’oro.

A questo punto la sorte di Grimoaldo era comunque delineata, nonostante avesse cercato sostegni esterni contattando persino i tradizionali nemici napoletani. A causa del malgoverno che gli aveva reso invisi numerosi concittadini, dopo essere sfuggito a due congiure, egli cadde alla terza imboscata e fu sostituito dal nobile Sicone. Costui operò ottimamente e fu addirittura sul punto di annettere il Ducato di Napoli, costretto a cedere le spoglie mortali di San Gennaro.

Al bravo Sicone successe il figlio Sicardo il quale – al contrario – governò tirannicamente, incapace di seguire i consigli paterni e corrotto dal cortigiano Roffrido (figlio di un potente locale, Dauterio, che in accordo col conte di Conza, Radelchi, e col castaldo di Acerenza, Sicone, aveva ordito la fatale congiura a Grimoaldo, non essendo riuscito a vincerlo apertamente)[5]. A favore di Sicardo vanno però annoverati il recupero e la traslazione del corpo di S. Bartolomeo, reliquia ottenuta a scapito della stessa Roma[6]. Sicardo sedette sul trono per sette anni, fino alla sua eliminazione fisica da parte degli stessi Beneventani[7] che poi, escludendo dal trono i discendenti di Roffrido, decisero di eleggere il tesoriere Radelchi. Scelta sconsiderata tanto da fare addirittura rimpiangere il predecessore[8]: Radelchi, infatti, ebbe la sciagurata idea di assoldare come mercenari una compagnia di Saraceni che gli crearono più fastidi di qualsivoglia esercito nemico; inoltre, mancandogli le doti di abilità militare di cui aveva dato prova Sicone, non riuscì ad evitare che Salerno si rendesse indipendente nell’anno 840. Iniziò così una serie di lotte intestine che nel giro di due secoli avrebbero indebolito il Principato a tal grado da renderlo facile preda dei nuovi invasori.

La bipartizione del Principato venne sancita dall’Imperatore Lotario I che nell’851 stabilì gli esatti confini[9]. Al Principato di Benevento andarono i territori corrispondenti alle attuali regioni: Molise, Abruzzo, Sannio, Irpinia, Puglia settentrionale; al Principato di Salerno invece: Calabria, Puglia meridionale e Campania – esclusa Napoli – fino a Capua, resasi a sua volta indipendente nell’anno 855.

Intanto le invasioni saracene continuavano a ripetersi[10]: per porvi un freno Ludovico II, il nuovo Imperatore, assediò Bari e dopo averla espugnata la affidò all’allora principe Adelchi, particolarmente distintosi al suo fianco. Si ritirò poi a Benevento dove la tracotanza della sua soldatesca nonché della stessa consorte spinsero Adelchi addirittura ad arrestare la coppia sovrana: una volta liberato, soltanto il pontefice Giovanni XIII riuscì a convincere l’Imperatore a desistere dalla vendetta, desiderata soprattutto dalla moglie Angilberta (alla quale, per non venire meno al giuramento, Ludovico affidò l’esercito in una campagna contro Benevento, prima di desistere definitivamente)[11]. Ad ogni modo il fiero comportamento aveva creato al Principe troppe inimicizie e così, al ritorno da una vittoriosa battaglia contro i Mori, Adelchi cadde in seguito ad una congiura ordita dal nipote Gauderi, insediatosi al suo posto dopo aver escluso il legittimo successore Radelchi; ma il suo governo durò poco, dato che quest’ultimo riuscì a spodestarlo alleandosi con Landone, conte di Capua.

Trame di palazzo e lotte intestine furono la causa prima della particolare brevità dei vari governi (mentre la minaccia saracena trovava addirittura alleati in Napoli, Amalfi e Salerno) fino all’893, quando reggeva Benevento un Principe di soli dieci anni, Ursus figlio di Aione. L’Imperatore d’Oriente Leone VI mandò in Italia Simbaticio Protospatario il quale, espulso facilmente il giovinetto, esercitò attività sovrana per un anno, fino all’arrivo di Giorgio, patrizio di Bisanzio, deputato allo scopo dall’Imperatore.

I nobili longobardi, mal sopportando di dover essere governati dai Bizantini, si rivolsero incautamente al marchese di Spoleto, Guido: egli, dopo aver cacciato i Greci e speranzoso di succedere all’imperatore Carlo III, lasciò il trono al cognato Guaimario, inviso ai Beneventani perché Principe di Salerno, oltre che uomo pravo. Scongiurato il suo insediamento (Adalferio, gastaldo di Avellino, fu incaricato di eliminare Guaimario: lo invitò a fermarsi presso di lui durante il viaggio di trasferimento e, ubriacatolo, gli strappò gli occhi e lo fece ricondurre a Salerno)[12], la città subì per oltre due anni il malgoverno di Radelchi II, imposto dall’Imperatore d’Oriente, quindi lo cacciò. Radelchi si rifugiò a Bisanzio e ricevette dall’Imperatore la signoria di Oria, da cui non cessò di infastidire i suoi ex sudditi[13] i quali, intanto, avevano offerto il trono ad Atenolfo conte di Capua, solo nominalmente vassallo del Principe di Salerno, riuscendo così ad unificare il territorio capuano a quello beneventano. Dalla nuova dinastia longobarda la capitale venne spostata a Capua, elevata da Ottone I a sede di principato, mentre a Benevento rimase un reggente: in questo periodo risultò inutile un tentativo di separare i due territori, ponendo a capo della secessione beneventana il vescovo Pietro, detto il “Sagacissimo”, tentativo fallito a causa della scarsezza di ade­renti[14].

In questo periodo il computo dei governatori diviene più complicato in quanto invalse l’uso che il Principe associasse nel comando un familiare per meglio amministrare un territorio che, per un breve periodo di tempo, si era andato allargando: in particolare sotto il saggio governo di Pandolfo IV, figlio del prode Pandolfo Capodiferro (943-981, nel 967 divenuto I duca di Spoleto), che alle conquiste del padre aveva aggiunto ulteriore territorio con l’adozione da parte di Gisolfo principe di Salerno. Cresceva, intanto, anche la potenza della Chiesa locale, elevata al rango di Metropolia il 26 maggio 969[15].

Tuttavia l’opera di espansione militare del valoroso Capodiferro venne frustrata dalla sua stessa decisione di dividere tra i vari figli il territorio del Principato con tanta fatica riunito. La sua politica di accrescimento del numero dei Conti, trasformati da semplici esattori del Principe a veri e propri vassalli in maniera da scemarne nel contempo il potere, sortì in pieno l’effetto voluto di evitare insurrezioni contro il potere centrale, ma fu anche causa dell’indebolimento del Principato nei confronti degli attacchi esterni, in primo luogo quello degli Arabi e, successivamente, quello dei Normanni.

La divisione in tante “città-stato”, teoricamente soggette a un potere centrale, ma di fatto quasi del tutto indipendenti ed il perpetuo conflitto interno (tra città e città e, all’interno della stessa Benevento, tra fazione e fazione) ed esterno (contro Arabi, Bizantini, Imperatore, Napoletani), favorì soprattutto i Normanni, che in pochi anni compirono ciò che non era riuscito ai Longobardi: soggiogare tutto il Meridione d’Italia sotto la loro bandiera. Essi, da principio, erano stati utilizzati dai potentati locali in funzione antisaracena e dall’Imperatore per scacciare i Greci dalle città della costa adriatica ancora in loro possesso. Poi cominciarono a prevalere su tutti.

Si narra che i primi Normanni a giungere in Italia fossero quaranta cavalieri reduci dalla Prima Crociata che, fatta sosta a Salerno, furono benevolmente accolti dal principe Guaimario III e lo aiutarono a liberarsi dei Saraceni che lo costringevano a pagare forti somme di denaro minacciando devastazioni. Guaimario, non riuscendo a convincerli a rimanere, ottenne almeno che, tornando in patria, essi spingessero altri Normanni a scendere in Italia per continuarvi tale Crociata contro gli infedeli[16]. Ma le concessioni imperiali ai nuovi conquistatori non furono ben accette ai Beneventani, i quali nel 1046 si rifiutarono di ricevere Enrico III, incorrendo così nella scomunica papale[17] e spingendo lo stesso Imperatore a fare dono ai Normanni di tutto il territorio appartenente a Benevento, tranne la città vera e propria, che venne concessa al Papa.

Data la gravità della situazione i Beneventani decisero di rivolgersi a quest’ultimo in quanto vedevano preclusa ogni altra via per sfuggire ai Normanni[18]. Nel 1050 Leone IX ottenne il giuramento di fedeltà, per sé e per Enrico III, da Capua e Salerno; soltanto Pandolfo III di Benevento non volle obbedire[19]. Percorsa da rancori e da paure, la città si divise tra fazioni con prevalenza di quella pontificia, che scacciò il principe “cum sculdajs suis[20] e si fece governare per un breve periodo da un nobile locale di nome Rodolfo.

Solo nel 1051 si ebbe il primo atto formale di inserimento della città nell’orbita dello Stato Pontificio con la consegna delle chiavi della Porta principale al successore di Pietro. L’anno seguente Leone IX si accordò a Worms con l’Imperatore sul riconoscimento dell’autorità papale su Benevento (ottenuto anche rinunciando ai diritti sulle città tedesche di Bamberga e Fulda)[21]; quindi si accinse ad attaccare i Normanni, alleandosi con Bisanzio ma, sconfitto a Civitate sul Fortore (1053), venne condotto prigioniero nel “sacro palazzo beneventano”, dove restò per ben dieci mesi, pur fatto segno dei più alti onori.

Quando egli morì, poco dopo la sua liberazione, i Beneventani, scarsamente propensi a subire il giogo normanno, richiamarono il principe Pandolfo il quale tornò a governare, pur se con minori poteri rispetto a prima.

Con l’accordo di Melfi, stipulato nel 1059 tra Roberto il Guiscardo e papa Niccolò II, fu dato il crisma di sacralità alle conquiste dei Normanni, favorendo il loro definitivo affermarsi nell’Italia meridionale, che d’altro canto assicurò alla Chiesa lo scudo protettivo di cui aveva bisogno. La portata storica di tale accordo andò ben oltre gli immediati reciproci vantaggi: nell’atto stesso dell’investitura concessa dal Sommo Pontefice, infatti, divenne implicito il riconoscimento del suo diritto a concederla in quanto titolare di sovranità sull’Italia meridionale, di cui poteva ormai disporre come di un proprio feudo.

Il patto prevedeva l’esclusione di Benevento dall’investitura, ma non per questo i Normanni rinunciarono al desiderio di farne la capitale del proprio Regno, alimentando all’interno di essa discordie tra fazione pontificia e fazione normanna. Nello stesso anno 1059 Pandolfo III decise di ritirarsi nel monastero di S. Sofia, lasciando a capo della città il figlio Landolfo VI, già associato al governo, il quale a sua volta volle accanto a sé il proprio figliolo Pandolfo IV.

Nel 1073 papa Gregorio VII si incontrò a Benevento con Roberto il Guiscardo imponendo a Landolfo una Constitutio[22] per definire il rapporto di subordinazione del Principe rispetto al Papa. Praticamente la città si avviò a perdere il privilegio di governo autonomo, trasformandosi in dominio pontificio amministrato da un Rettore. Nel 1077 Landolfo VI morì senza lasciare eredi: suo figlio Pandolfo IV era stato ucciso tre anni prima in uno scontro con i Normanni presso Montesarchio, dopo un assedio durato diversi mesi. Fu questo 1077 il momento di più profonda rilevanza storica per la città, segnando il definitivo passaggio di Benevento alla Chiesa, passaggio che comportò non soltanto l’intervento di un nuovo potere, quanto il trasferimento di competenze e di giurisdizioni dall’ambito civile a quello religioso. In particolare, la Curia beneventana acquisì le cosiddette «regalie» ovvero tutti i beni pubblici appartenuti al Principe sia in diritti che in beni materiali – come i feudi e le altre cose del suo privato erario[23] – con annessi dazi, diritti e prerogative tra cui un canone di “ottanta denari di moneta pavese” dovuti dalla Badia di Santa Sofia per la concessione di botteghe e banchi di vendita gestiti dai religiosi da almeno un secolo infra mercatum in loco qui nominatur platea maior[24]. Successivamente, diritti e beni si andarono moltiplicando e si dovette pervenire allora alla combinazione di un preciso Liber registri jurium, fatto comporre dal Rettore Besazzone di Alpignano nel secolo XIII.

Scrittura e notazione beneventane

I

l periodo longobardo coincide, per Benevento, con quello del suo massimo splendore: la potenza politica raggiunta, il sorgere di ricchissimi edifici sacri, di palazzi pubblici e privati, fanno sì che essa per magnificenza sia seconda solamente a Costantinopoli. Di tanto antico fasto, ai nostri giorni, non rimangono che le spoglie mura di quello che era il massimo gioiello della corona longobarda. Invece sono giunti fino a noi due fulgenti esempi della cultura che si sviluppò tra Benevento e Montecassino (molti monaci e soprattutto molti abati erano longobardi e intrinsecamente legati alla corte principesca): la scrittura e la notazione musicale beneventana, purtroppo conosciute solamente da pochi studiosi.

La scrittura beneventana (detta anche cassinese) inizia a caratterizzarsi nel secolo VIII, dapprima utilizzata nei ducati di Benevento e di Spoleto, poi irradiatasi in tutta l’Italia meridionale e sopravvive fino al secolo XIII. Di essa rimangono circa 700 codici, sicuramente la minima parte di quelli redatti. La sua grafia è regolarissima, di tipo prettamente calligrafico; però conserva spesso essa l’unione delle lettere e moltissime legature tipiche della scrittura corsiva. A prima vista somiglia alla gotica, ma l’andamento è diverso. Inoltre la ricca ornamentazione di alcune lettere si sviluppa con intrecci complicati di disegni, con arabeschi e figure di animali: certe lettere sono a volte sviluppate sino ad occupare una intera pagina.

In parallelo si sviluppa la notazione musicale beneventana, coltivata nei centri di Benevento, Montecassino e Bari, esportata quindi ad Oriente sulle coste dalmate ed a settentrione nell’Italia centrale. Essa risale ai secoli X e XII ed è presente in numerosi manoscritti di canto gregoriano, il canto sacro monodico e puramente corale (cioè senza accompagnamento strumentale) proprio della liturgia romana.

Caratteristica delle partiture manoscritte in stile beneventano è la perfetta leggibilità, necessaria per l’interpretazione degli intervalli tra le note (la scrittura è quasi sempre adiastematica, vale a dire senza la presenza di un rigo musicale). Ciò li rende particolarmente importanti al fine della restituzione filologica dei canti gregoriani e fa considerare quella beneventana come la più affidabile in assoluto tra le antiche notazioni neumatiche, cioè composte di segni musicali.


[1] Tale credenza erronea si trova, ad esempio, in Enrico Isernia, op. cit., vol. II, p. 141, che segue l’errore di Leone Mar­sicano, Chronica casinense, libro I, capp. 8 e 11); in realtà la donazione di Pipino conteneva solo al­cune pertinenze sul Ducato stes­so, come si evince dalle Epi­stole 15 e 34 del “Codice carolino” (Stefano Borgia, op. cit., vol. I, pp. 21-22; Pietro Giannone, op. cit., t. I, p. 367).

[2] cfr. Stefano Borgia, op. cit., “IV documento: Atti della traslazione del corpo di S. Mercurio martire in Beneven­to” e “V documen­to: Donazione del duca Arigiso II al monistero di S. Sofia”, vol. I, pp. 207-306).

[3] Pietro Giannone, op. cit., t. II, p. 24.

[4] Stefano Borgia, op. cit., vol. I, pp. 49-54.

[5] Pietro Giannone, op. cit., t. II, p. 39.

[6] Cfr. Stefano Borgia, op. cit., “VI documento: Atti del­la traslazione del corpo di S. Bartolomeo Apo­stolo dal­l’isola di Lipari nel­la città di Benevento”, pp. 307-348

[7] Pietro Giannone, op. cit., t. II, p. 47.

[8] Enrico Isernia, op. cit., vol. II, p. 204.

[9] Pietro Giannone, op. cit., t. II, p. 66.

[10] Erchemperto, Storia dei Longobardi di Benevento, traduzione e note di Raffaele Matarazzo, Edizione Tipografiche, Napoli 1999, p. 64

[11] Pietro Giannone, op. cit., t. II, p. 73; Anonimo Salernitano, Chronicon, traduzione e note di Raffaele Matarazzo, Arte Tipografica, Napoli 2002, p. 177-179 (cap. 109); Erchemperto, op. cit., p. 71 (cap. 34); Borgia, op. cit,, vol. I, p. 36-37n.

[12] Anonimo Salernitano, Cronaca, par­te IV, n. 3; cit. in Pietro Giannone, op. cit., t. II, p. 104, nota c.

[13] Erchemperto, Historia Langobardo­rum Beneventanorum, nn. 39-42, 47 e 48, cit. in Pietro Giannone, op. cit., t. II, nota d.

[14] Ferdinando Grassi, I Pastori della Catte­dra beneventana, Bene­vento, 1969, p. 32.

[15] Ferdinando Ughelli, Italia Sacra sive De Episcopis Italiae in­sularum adiacentium Opus singulare Provinciis XX di­stinctum, Roma, 1644, t. VIII, pp. 6 e segg., cit. in Ferdinando Grassi, op. cit., p. 37, nota 1.

[16] Cfr. Leone Ostiense, Cronaca, l. 2, cap. 37; cit in Pietro Giannone, op. cit., t. II, pp. 175-176.

[17] Paul Fridolin Kehr, Regesta Pontificorum Romanorum, Italia Pon­tifi­cia, IX, Samnium – Apulia – Lucania, Berlino 1962, doc. 11, p. 9.

[18] Ivi, doc. 34, p. 21.

[19] Ivi, doc. 34, p. 15: «Oboedire noluit».

[20] Ivi, nota al doc. 16, p. 22.

[21] Ivi, doc. 22, p. 23 e Storia della Chiesa, a cura di Hubert Jedin, Jaca Book, Milano 1988, vol. VI, p. 645: «[L’Imperatore] in compenso della sua [del Papa] rinuncia ai diritti di proprietà sulla dio­cesi di Bamberga, su Fulda e su diversi monasteri, gli consegnò il Principato di Benevento assieme agli altri territori imperiali italiani».

[22] Ivi, doc. 37, p. 16.

[23] Louis Duchesne, I primi tempi dello Stato pontificio, To­rino, 1967, citato da Alfredo Zazo, Ricerche e studi storici, Napoli, 1971, p. 5.

[24] Dovrebbe trattarsi di uno spazio riservato a mercato, giochi pubblici, assemblee, di cui esiste una citazione mutila su un’arcata del Ponte Leproso che supera il fiume Sabato (Raffaele Garrucci, Le antiche iscrizioni di Benevento, Tipogra­fia Poliglotta, Roma, 1875, p. 85).

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