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BREVE STORIA DI BENEVENTO DI GIANANDREA DE ANTONELLIS (IX)

Posted by on Mag 20, 2026

BREVE STORIA DI BENEVENTO DI GIANANDREA DE ANTONELLIS (IX)

Gianandrea de Antonellis e la casa editrice Realtà Sannita, che ringraziamo, ci autorizzano a pubblicare uno studio sulla 
 storia
 della città di Benevento

Dalla Restaurazione all’Unità

Dalla Restaurazione in poi la storia beneventana non pose in luce eventi particolari dando l’impressione di sviluppare una vita squallida e anemica sotto la quale covava, per l’aggravarsi del disagio economico e per i fermenti carbonari nel Regno di Napoli, una «generale inquietudine» ritenuta quasi normale, al punto che – come risulta da un rapporto della delegazione apostolica della prima metà del 1834 – «sebbene la classe dei settari fosse difficile a distruggersi, non vi era cosa che potesse rimarcarsi con speciale attenzione»[1].

La situazione non poté migliorare con gli interventi politici di Ferdinando I di Borbone il quale, dopo aver tentato inutilmente di acquistare il territorio di Benevento dal Pontefice (aveva anche proposto uno scambio con Terracina), iniziò una politica tesa all’isolamento della città sannita: tra l’altro nessun progetto di opere stradali del Regno ne teneva conto, emarginandola dai traffici mercantili. La città, scesa a diciassettemila abitanti, sembrava prostrata: con un altissimo numero di senza lavoro, priva degli antichi privilegi a carattere economico, con le colture di tabacco in crisi ed una delinquenza crescente nelle campagne. Per contro, il partito liberale crebbe di forze, contando uomini di alto prestigio, tutti tesi verso Roma dove Pio IX dava l’impressione di porsi al centro dell’unità nazionale. Dalla sostanziale apatia emersero pochi episodi tra cui, nel 1820, il breve e velleitario governo rivoluzionario di Andrea Valente, un vecchio agitatore politico del 1799, poi fondatore di una vendita carbonara e cospiratore assieme al generale Guglielmo Pepe. Un episodio che non ebbe seguito, grazie anche alla presenza in città di S. Gaspare del Bufalo, detto Malleus Haereticorum, pronto a sedare gli animi.

Nel 1836 la cittadinanza fece voto alla Madonna delle Grazie di erigerle una basilica, affinché la preservasse dalla violenta epidemia di colera scatenatasi in Italia; la costruzione del tempio incominciò tre anni dopo, alla presenza del governatore Gioacchino Pecci (il futuro Leone XIII), ma i lavori si dimostrarono particolarmente lenti, al punto che la consacrazione poté avvenire soltanto nel 1901.

Nel 1848 – nonostante che persino i professori del Seminario beneventano si dichiarassero liberali[2] – un tentativo di rivolta messo in atto da Salvatore Sabariano venne stroncato sul nascere, tra l’avversione della maggior parte dei cittadini e la paura dei membri di comitati più o meno segreti, tra cui spiccava il barone Nicola Nisco[3] (S. Giorgio del Sannio, 1816-1901).

D’altro canto la richiesta di maggiore libertà scaturiva soprattutto dalla cattiva amministrazione della giustizia. Non a caso, per giustificare l’adesione ai movimenti unitari, uno storico liberale beneventano della seconda metà dell’800, Enrico Isernia (1831-1907), sostenne che «le leggi non erano eque e non assecondavano il progresso dei tempi, e l’uguaglianza civile dei cittadini era violata dai privilegi del clero per cui la giurisprudenza soffocava la logica, il raziocinio e il buon senso»[4].

Alla vigilia del 1860 si costituirono in particolare due comitati rivoluzionari[5] (“Ordine”, di ispirazione cavourriana, e “Azione”, di fede garibaldina) pronti all’intervento nel momento più opportuno. E questo si verificò il 3 settembre 1860, quando una colonna armata di “unitari” si avvicinò a Benevento incontrandosi a breve distanza dalla città con una delegazione comunale, in località Epitaffio, sulla strada di Montesarchio[6]. Assieme dichiararono decaduto il potere pontificio e istituirono un governo provvisorio affidandolo a sette notabili: Salvatore Rampone, presidente; Gennaro Collenea, Giuseppe De Marco, Giovanni De Simone, Domenico Mutarelli, Nicola Vessichelli; Francesco Rispoli, segretario.

Tra i primi decreti emanati, due apparivano di eccezionale portata: l’adesione allo stato nazionale e l’abolizione del tribunale ecclesiastico. Il Risorgimento era ormai un fatto compiuto. Nello stesso tempo si concludeva definitivamente la storia di Benevento quale unità territoriale autonoma.

L’enfiteusi beneventana

Fin dal secolo XI nei territori di Benevento si andò stabilendo una particolare forma di enfiteusi – allora il contratto di affitto terriero di gran lunga più comune – che prese appunto il nome di “enfiteusi beneventana”. Il patto, che prevedeva l’obbligo per il conduttore di apportare migliorie al fondo concessogli in uso (per questa ragione alcuni economisti lo ritengono al giorno d’oggi tuttora necessario ovunque vi siano territori incolti, zone depresse e latifondi), si caratterizzava per la presenza di uno o più periodi di durata ventinovennale, la forma scritta e l’obbligatorietà, da parte del proprietario, di riconfermare l’uso del fondo allo stesso enfiteuta od ai suoi eredi, qualora ne avessero fatto richiesta. Al termine del periodo veniva effettuata una revisione del canone sulla base delle migliorie apportate.

Quindi si trattava, nella pratica, di un contratto perpetuo (la temporaneità riguardava solo il canone). La regolamentazione, determinata prevalentemente dalla consuetudine, non appare nei primi due Statuti della città, mentre gli ultimi, quelli del 1588, vi fanno soltanto un breve cenno al capitolo 32 del secondo libro (De iure congrui), stabilendo alcuni diritti del locatario al termine del contratto, ribadendo innanzitutto la facoltà di prelazione, che veniva estesa agli altri affitti terrieri.

Nel XVIII secolo nacque una disputa quando gli enti ecclesiastici, cui era stato permesso di concedere i propri beni in enfiteusi, si rifiutarono di rinnovare le concessioni. In un primo tempo, con un Breve di Benedetto XIII datato 29 luglio 1724, gli enti videro darsi ragione, ma a caro prezzo: i contadini infatti si rifiutarono di coltivare la terra di proprietà dei Luoghi Pii e questi non avevano i mezzi per farlo direttamente. Così Clemente XII, con una Bolla del 21 marzo 1732 intervenne per abolire la disposizione del suo predecessore.

Ulteriore caratteristica particolare dell’enfiteusi beneventana rispetto alle altre forme dello stesso contratto esistenti nel resto d’Europa, fu un laudemio – cioè il versamento da parte dell’enfiteuta di una quota al momento della nuova investitura – particolarmente alto, ammontante ad un quarto del prezzo, donde il nome quartiria, mentre nel diritto romano il laudemio non poteva superare la cinquantesima parte del valore.

Da un punto di vista giuridico le particolarità dell’enfiteusi beneventana riavvicinano questo contratto alla visione che di esso si mantenne nel mondo francese, ove fu riavvicinato alla concessione del feudo – ed il termine investitura per definire l’inizio del rapporto tra proprietario e contadino è illuminante – mentre nel mondo italiano esso ebbe caratteristiche più simile ad un normale rapporto di fitto.


[1] Archivio di Stato, Roma, Delegazione apostolica di Beneven­to, rapporti politici, busta 192, relazione del delegato Santucci-Fabietti, gennaio e maggio 1834, cit. in Alfredo Zazo, Vita sociale e politica in Benevento nelle relaziooni dei suoi Delegati Apostolici (1834-1840), in Ricerche e studi storici, cit., p. 241.

[2] Uno di essi aveva composto e fatto imparare a memoria dagli studenti la seguente strofetta: “Sorgi Italia a nova festa | ti circondi il crin d’allor | dal letargo Pio ti desta | Pio ti rende il prisco onor”. (Enrico Isernia, op. cit., vol. III, p. 294).

[3] Giacinto de Sivo, Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861, Roma, 1863, vol. I, p. 310.

[4] Enrico Isernia, op. cit., vol. III, p. 301.

[5] Cfr: Alfredo Zazo, Il Sannio nella rivoluzione del 1860, Beneven­to, 1972, dove si narrano gli eventi rivoluzionari in sede locale svilup­pando il discorso più ampio di Nicola Nisco, Storia del Reame di Napoli dal 1824 al 1860, Napo­li, 1908.

[6] Salvatore Rampone, Memorie politiche dalla rivoluzione del 1799 alla rivoluzione del 1860, Benevento, 1899, pp. 94-95.

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