Alta Terra di Lavoro

già Terra Laboris,già Liburia, già Leboria olim Campania Felix

BREVE STORIA DI BENEVENTO DI GIANANDREA DE ANTONELLIS (V)

Posted by on Apr 22, 2026

BREVE STORIA DI BENEVENTO DI GIANANDREA DE ANTONELLIS (V)

Gianandrea de Antonellis e la casa editrice Realtà Sannita, che ringraziamo, ci autorizzano a pubblicare uno studio sulla storia della città di Benevento

III. Sotto il manto della Chiesa

Tra Normanni e Svevi

Con la trasformazione della propria struttura politica iniziò la lenta (quanto inesorabile) decadenza di Benevento: la città, perdendo il rango di capitale a totale favore di Napoli, vide interrotta la propria crescita, pur mantenendo una indubbia importanza strategica. Altri elementi ne accentuarono il declino: la lontananza dal mare, l’insalubrità del clima[1], la carenza di strade, i terremoti e, più tardi, il terribile sacco subito dall’armata di Carlo d’Angiò, vittoriosa contro Manfredi di Svevia. Per far fronte ai bisogni beneventani, i Papi usarono un nuovo mezzo di governo, ricorrendo alla nomina di un Rettore, cioè un magistrato incaricato di amministrare la città in nome della Chiesa. Il primo di essi fu Stefano Sculdascio[2], cui seguì tale Dacomario[3]. Alla morte di questo salì al governo suo figlio Anzone che tentò di restaurare il Principato assumendo il titolo già usato da Arechi, incorrendo però nell’anatema di Pasquale II (anno 1100).

Senza tregua intanto si ripetevano le incursioni dei Normanni che tentarono (senza esito, dato l’intervento di Roberto principe di Capua) di occupare la città, approfittando dell’abbattimento delle sue mura in seguito ad un violento terremoto nel 1120. Un altro grave episodio si verificò nel 1128, quando parte del popolo insorse contro il rettore Guglielmo, uccidendolo e facendo scempio del suo cadavere: ciò spinse i Giudici a cercare salvezza nella fuga. Il papa Onorio II intervenne nominando rettore di Benevento il cardinale Giraldo e poi muovendo minacciosamente contro la città con l’aiuto del normanno Ruggero, senza raggiungerla per sopravvenuta morte (1130).

Tempi difficili: a succedergli fu eletto Innocenzo II contemporaneamente ad un antipapa, Anacleto II, il quale – accordandosi con Ruggero nominato Re di Sicilia – affidò il rettorato al cardinale Crescenzo e la diocesi all’arcivescovo Landolfo da Gauderisio. Ma il capo della communitas beneventana, Rotolpone, riuscì a mettere assieme un esercito abbastanza consistente da sconfiggere quello normanno le cui dissolte schiere si abbandonarono a scorribande nelle campagne sannite. Gli scontri tra le fazioni papale ed antipapale continuarono tra alterne vicende: Anacleto II, entrato in città nel 1131, volle vendicarsi degli smacchi patiti ordinando un secondo Arcivescovo, mentre il Rettore di sua nomina continuò ad istigare Ruggero nella sua campagna di razzie. Intanto, inviato da Lotario II, nel 1137 giunse il duca di Baviera e di Sassonia Arrigo IV, con l’intenzione di migliorare la situazione dei possessi del Papa, ma tale controllo durò ben poco in quanto il Re di Sicilia in breve tempo riuscì a volgere la situazione a proprio favore.

Le lotte proseguirono fino al 30 aprile 1138, allorché Innocenzo II pensò bene di riconfermare a Ruggero il titolo concessogli da Anacleto II: data la nuova situazione di superiorità, ne approfittò anche per abolire tutte le leggi e le concessioni promulgate dall’Antipapa[4]. A Ruggero succedette il figlio, Guglielmo I il Malo, che, dopo due inutili tentativi di conquistare la città, rinunziò all’impresa; anzi, nel 1156 preferì accordarsi col papa Adriano IV stipulando il cosiddetto “Trattato di Benevento”, col quale Guglielmo ottenne l’investitura del Regno di Sicilia obbligandosi però a versare allo Stato Pontificio un annuo contributo. Allora la città sembrò risorgere, tanto che il pontefice Alessandro III, reduce da Anagni, non ritenendosi sicuro a Roma a causa dei sommovimenti seguiti all’elezione dell’antipapa Vittorio IV, nel 1167 preferì trasferire la propria sede nel capoluogo sannita, mantenendovela fino al 1170.

Tra tutti i Comuni italiani Benevento fu la prima città che iniziò a dotarsi di legislazione autonoma. Al 1202 risale infatti la compilazione e sottoscrizione di un rotolo pergamenaceo in caratteri beneventani che contiene una serie di disposizioni di vario genere riguardanti la vita pubblica: dal divieto di rielezione immediata per il Rettore uscente all’onorario dei notai. In particolare spicca il rimando all’Editto di Rotari per le questioni non previste. La ratifica giunse solamente nel 1230, quindi dopo che altre comunità locali (ad esempio Modena nel 1227) avevano codificato le proprie consuetudini. Gli Statuti beneventani, comunque, furono gli unici a rifarsi alla legislazione longobarda anziché a quella romana – diversamente da ciò che accadde nei secoli successivi quando, nel 1441 e nel 1588, il Consiglio della Città adottò nuovi statuti, più completi ma meno importanti sia da un punto di vista storico che legislativo e, curiosamente, più vicini allo spirito della legislazione longobarda che di quella romana[5]. La legislazione autonoma, in seguito al XVI secolo mai più modificata, ma semplicemente affiancata da una serie di “Lettere apostoliche” a carattere legiferativo inviate dal Pontefice ai sudditi della enclave, è rimasta in vigore fino all’Unità d’Italia sopravvivendo (esclusa la parentesi del regime di Talleyrand) per oltre mezzo secolo alla promulgazione del Codice Napoleone, cioè il codice civile francese del 1804, che è alla base delle codificazioni moderne di quasi tutto il mondo.

A parte il passaggio di San Francesco di Assisi nel 1222, nella città non accadde alcun fatto particolarmente degno di nota fino al 1229, quando Federico II, tornato dalla Germania e venuto a conoscenza dei tentativi di Benevento di conquistare alla Chiesa parte del territorio pugliese, la cinse d’assedio fino al 29 luglio 1230, data in cui stipulò con Gregorio IX l’effimero “Trattato di S. Germano” (l’odierna Cassino).

La città, nonostante l’isolamento, si manteneva sempre fedele al Papa: anche durante un successivo assedio posto dagli Svevi dieci anni più tardi, Benevento resistette fino all’impossibile sventando al proprio interno una congiura filoimperiale e cedendo soltanto per fame nel gennaio 1241. Per punizione dovette patire l’abbattimento delle mura[6].

È da notare come, fra tanti sommovimenti, Benevento sia rimasta costantemente leale al governo papale, abbandonandolo solo per rivolgersi ad un Antipapa. Ferdinand Gregorovius, medioevalista tedesco del secolo scorso, giustifica un siffatto atteggiamento considerando la maggior libertà che il governo pontificio poteva assicurare rispetto a quello reale o imperiale[7].

Intanto, succeduto a Federico II nel 1250 in qualità di reggente, Manfredi si trasferì nella città facendone la propria residenza ed espletandovi piena autorità. Lo Svevo si mostrò benevolo verso i Sanniti e ben disposto alla ricostruzione cittadina, elargendo tra l’altro favori a chiese e monasteri come pure dando nuova dignità e disciplina al patriziato locale. Manfredi amava moltissimo le contrade beneventane al punto da eleggerle a luogo di soggiorno[8]. Manfredi era stato tra l’altro insignito dal padre del titolo di Duca di Benevento[9]. Nel 1258 giunse in Italia la falsa notizia della morte di Corradino di Svevia: in seguito a numerose pressioni da parte della nobiltà meridionale, Manfredi si fece incoronare Re di Sicilia il 10 agosto a Palermo, trasferendovi la capitale.

Papa Clemente IV non approvò affatto l’iniziativa e, per frenare la potenza dello Svevo, nel 1265 investì Re di Sicilia Carlo d’Angiò. Come previsto, immediatamente l’antagonista intraprese contro Manfredi una campagna militare basata più sulla corruzione che sul valore degli armati. Re Manfredi si rese conto del pericolo e convocò baroni, vassalli e delegati delle città per una risposta manu armata: ricevette molti consensi formali ma poche adesioni sostanziali; intanto i Francesi avanzarono superando Ceprano, poi San Germano e Rocca d’Arce, mentre gli Svevi si attestarono attorno a Capua. La potenza angioina impressionò diversi baroni che preferirono avviare intese segrete con il nemico consentendo alle forze franco-provenzali di superare il Volturno e di puntare direttamente su Benevento[10].

Qui venne combattuta una battaglia memorabile il 26 febbraio 1266, giustamente definita una delle giornate più importanti della storia medioevale[11], avendo segnato la morte dell’ultimo re svevo e l’intrusione nello scacchiere meridionale del dominio angioino[12]. Per Benevento in particolare, la sconfitta rappresentò una delle pagine più tristi, poiché le truppe vincitrici si lanciarono in un efferato sacco compiendo ogni sorta di infamie[13]. Quanto a Manfredi, oltre che nella storia la sua morte restò sublimata nel campo dell’arte, grazie agli eterni versi dell’Alighieri[14] che ricordò pure la tragica fine del giovane Corradino, ultimo rampollo della casa di Hohenstaufen, assieme al cui capo cadevano i residui sogni di potenza imperiale paneuropea.

La battaglia di Benevento

Cadeva di venerdì quel 26 febbraio 1266, allorquando si svolse l’evento più importante legato al nome di Benevento: la grande battaglia tra Carlo d’Angiò e Manfredi di Svevia, lo scontro tra Guelfi e Ghibellini che, con la vittoria dei primi, determinò il definitivo tramonto delle ambizioni imperiali di costituire un’unica entità politica che si estendesse dal Mediterraneo al Mare del Nord. I due eserciti erano così composti: circa 15.000 uomini quelli di Manfredi, provenienti da sud, circa 12.000 quelli di Carlo, che giungeva da Roma ed era passato da S. Germano, dove aveva superato la prima avanguardia imperiale non combattendo, ma corrompendo.

Lo scontro iniziò alle prime luci dell’alba, probabilmente nella zona prospiciente l’attuale sito del cimitero. Alle dipendenze di Manfredi vi erano anche un migliaio di guerrieri saraceni (per cui lo Svevo veniva sprezzantemente definito dai suoi detrattori il “Soldano di Lucera”, città in cui il Re aveva permesso la nascita di una comunità araba), che avrebbero sostenuto il primo, vittorioso, impatto col nemico e sarebbero stati massacrati al sopraggiungere della cavalleria guelfa. Le sorti della battaglia furono alterne e verso la fine della giornata vedevano prevalere le ultime schiere di Carlo, appoggiate anche da bande di fanti armati di coltelli che si erano inserite tra le file della cavalleria nemica ed avevano sventrato i destrieri e trucidato i cavalieri rovinati a terra.

A questo punto, esaurite le forze di Carlo, a Manfredi non sarebbe rimasto che intervenire con i rimanenti quattro-cinquemila militi ed avere ragione dell’invasore. Ma accadde l’inatteso: gran parte dei baroni, molti dei quali discendenti dei Normanni, abbandonò il proprio sovrano, lasciando Carlo padrone del campo. Manfredi, pur comprendendo l’impossibilità di avere ragione del nemico con le esili forze rimastegli, decise di combattere, consapevole di andare incontro a morte certa. Nel cingere l’elmo, dal cimiero cadde l’aquila, simbolo del potere imperiale: egli stesso l’aveva fissata ed il fatto non poteva essere semplice frutto del caso. «Hoc est signum Dei», sussurrò a chi gli era ancora rimasto vicino, prima di gettarsi nella mischia.

Secondo la tradizione il suo corpo venne ritrovato solo dopo tre giorni, spogliato delle vesti regali ma intatto, eccettuate quelle due ferite, una al capo ed una al costato, ricordate anche da Dante nel canto III del Purgatorio («biondo era e bello e di gentile aspetto, | ma l’un de’ cigli un colpo avea diviso […] | e mostrommi una piaga a sommo ’l petto»). Lo stesso poeta descrive i suoi due funerali: quello militare, che vide ogni soldato sfilare presso il suo corpo e lanciare una pietra per ricoprirlo, a pochi passi da un ponte sul Calore (dai più identificato con quello nei pressi dall’attuale ponte “vanvitelliano” ove è stato eretto un monumento a Manfredi recentemente restaurato); e quello voluto dal papa, che lo fece trasportare “a lume spento”, in quanto scomunicato, fuori dal territorio della Chiesa e gettare nei pressi del fiume Verde (oggi Garigliano), vicino a Ceprano. La battaglia di Benevento è ricordata ancora da Dante nel canto XVIII dell’Inferno come esempio di spaventosa carneficina. Ad essa seguì inoltre il terribile sacco della città da parte dei soldati vincitori superstiti. Il Cronista del monastero di S. Pietro a Benevento così lo descrive: «Caroli exercitus victoria ebrius saeviter Beneventum est depopulatus, nec senibus, nec pueris, nec sacerdotibus pepercit, ita tota civitas etsi Regi Carolo colla submittebat, minime veniam impetrabat, domus multae dirutae sunt, civitatis moenia solo aequata, virgines violabantur publice (l’esercito di Carlo, ebbro per la vittoria, saccheggiò ferocemente Benevento e non risparmiò né vecchi, né fanciulli, né sacerdoti, così, nonostante tutta la città avesse fatto atto di sottomissione a re Carlo, nessuna pietà veniva concessa, molte case furono distrutte, le mura della città vennero rase al suolo, le fanciulle violentate pubblicamente)».


[1] Ernesto Pontieri, Sul cosiddetto Comune di Benevento nel Mille, in “Samnium”, VI (1933).

[2] Stefano Sculdascio, il cui cognome probabilmente deriva dal­la parola longobarda “Sculdjas” (v. nota 24), è ri­cordato in Anonimo, Breve Cronicon Monasterii Sanctae Sofiae, parte 6 n. 24, trascritta in Stefano Borgia, op. cit., vol. II, pp. 89-91.

[3] Su Dacomario, cfr. Alfredo Zazo, Dizionario bio-bibliografi­co del Sannio, Fiorentino, Napoli 1973, p. 110.

[4] Stefano Borgia, op. cit., vol. II, p. 193.

[5] Un chiaro esempio di tale derivazione si osserva nel cosiddetto delitto d’onore. Cfr. Gianandrea de Antonellis, Un caso di permanenza del diritto longobardo in età comunale: gli Statuti di Benevento e l’Editto di Rotari, in I Longobardi dei Ducati di Spoleto e Benevento, Atti del XVI Congresso internazionale di studi sull’alto medioevo (Spoleto 20-23 – Benevento 24-27 ottobre 2002), Centro Italiano di Studi sull’Alto Medioevo, Spoleto 2003.

[6] Riccardo da S. Germano, Chronicon rerum per orbem gesta­rum ab excessu Guillelmi Siciliae Regis, anno 1241, cit. in Stefano Borgia, op. cit., vol. III, p. 216.

[7] È priva di adeguata controprova la diceria secondo la quale «a Benevento risiede una consistente comunità ebraica, impegnata prevalentemente nell’industria tessile». La frase riportata si trova in nota ad un passaggio di Benjamin [Binyamin] da Tuleda (XII secolo), Libro di viaggi, a cura di Laura Minervini, Sellerio, “La diagonale” 14, Palermo 1989, p. 28: «[Da Amalfi] In un giorno si arriva a Benevento, città situata tra la riva del mare e una montagna, con una comunità di circa duecento Ebrei, con a capo R. Qalonimos, R. Zerah e R. ’Abraham». Alla considerazione della curatrice ne aggiungiamo una nostra: una comunità ebraica a Benevento non è riportata altrimenti che da questo fantasioso libretto che, con la sua notazione geografica, si smentisce da sé. Una “consistente comunità ebraica” (ché di questo si parla, non di singole presenze) viene necessariamente associata ad una sinagoga ed a varie suppellettili religiose: come mai non ne è rimasta la benché minima traccia? Forse le avrà portate via una mareggiata…

[8] Motivo per cui il paese di S. Nicola avrebbe aggiunto al proprio nome quello del “figlio d’amore” di Federico II.

[9] Niccolò Machiavelli, Istorie fiorentine, libro I, in Opere di Niccolò Macchiavelli, 1796, tomo I, p. 49.

[10] Wolfgang Hagemann, Benevento nel periodo svevo, Archivio sto­rico provinciale, Benevento 1967, pp. 35-56.

[11] Per la esatta posizione del luogo ove avvenne la batta­glia, cfr. Almenrico Meomartini, La Battaglia di Benevento tra Manfredi e Carlo d’Angiò, Benevento, 1895. Per la de­scrizione della battaglia e degli avvenimenti mili­tari che la precedettero, cfr. Eucardio Momigliano, Manfredi, Dall’Oglio, Mi­la­no 1963, pp. 247-253.

[12] «Episodio la cui importanza storica va oltre i confini d’Italia meridionale [… perché] finiva con quella giornata campale il lungo, aspro, insanabile conflitto tra Papato e Impero» (Alfredo Zazo, La battaglia di Bene­vento del 26 febbraio 1266, Archivio storico provincia­le, Benevento, 1967, p. 61).

[13] «Caroli exercitus victoria ebrius saeviter Beneventum est depopulatus, nec senibus, nec pueris, nec sacerdo­tibus pe­percit, ita tota civitas etsi Regi Carolo col­la submitte­bat, minime veniam impetrabat, domus multae dirutae sunt, civitatis moenia solo aequata, virgines violabantur publice» (Cronista del Monastero di S. Pie­tro a Benevento, cit. in Stefano Borgia, op. cit., vol. III, p. 248).

[14] Dante Alighieri, Purgatorio, III, 103-145. Va anche segnalata la grande, magnifica tela di Giusep­pe Bezzuoli (Firenze, 1784-1855) che ritrae la morte di Man­fredi: il quadro si trova presso il Museo del Sannio a Bene­vento.

Submit a Comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.