BREVE STORIA DI BENEVENTO DI GIANANDREA DE ANTONELLIS (VI)
Gianandrea de Antonellis e la casa editrice Realtà Sannita, che ringraziamo, ci autorizzano a pubblicare uno studio sulla storia della città di Benevento
Tra Angioini e Aragonesi
Con l’investitura di Carlo d’Angiò a Re di Sicilia ultra et citra farum – vale a dire il territorio continentale e isolano contrassegnato dal faro di Messina – venne sancita l’esclusione della città sannita dal Reame, unilateralmente e una tantum da parte della Chiesa[1], e ciò costituì l’elemento politico più rilevante della storia civica di Benevento.
Nel 1281 Martino IV soppresse l’istituto dei Consoli i quali, abbandonate le funzioni per cui venivano eletti, avevano cercato di subentrare al Rettore nella guida del Comune[2]. E lo stesso Papa nominò successivamente due Rettori (Teodorico da Palermo e Leopardo Bonvillani da Osimo) abbastanza severi da porre temporaneo riparo ai guasti causati dalla divisione del popolo in fazioni. Queste tornarono però a creare disordini allorché, tra il 1289 e il 1294, l’arcivescovo Giovanni de Castrocoeli tentò di sostitursi al Rettore[3].
Il secolo XIV vedeva la Chiesa travagliata dallo scisma seguito agli scontri tra Giovanni XXII e Ludovico il Bavaro: in particolare Roma sballottata tra le prepotenze delle famiglie patrizie più importanti e il colpo di mano di Cola di Rienzo. In mezzo alla tempesta Benevento continuava a rimanere fedele al Papa pur cercando, di tanto in tanto, di scuotersi di dosso il giogo rettorile: non a caso, considerati i numerosi sommovimenti che dal 1077 in poi avevano afflitto la sicurezza stessa dei Rettori, Giovanni XXII ordinò di costruire un piccolo maschio (poi denominato Rocca dei Rettori) per adibirlo a sicura residenza dei governatori della città, e tale funzione assolse fino all’anno 1860.
Nel 1323, alla morte del rettore Guglielmo de Balaeto seguirono tumulti popolari che resero necessario l’intervento del duca di Calabria Carlo, figlio di re Roberto, in base ai patti di investitura tenuto a prestare un certo numero di armati al Papa in caso di pericolo.
A parte tali casi, la vita beneventana procedeva tranquillamente, senza esprimere momenti di autentica storia: la città, già centro splendente di un prospero Ducato e Principato, viveva oramai soltanto di luce riflessa, luce proveniente dalla capitale del Regno, che non faceva altro che oscurare e rendere sempre più sbiadito il ricordo del tempo passato. I nuovi monarchi pensavano soltanto ad arricchire Napoli fino a renderla una delle città più belle d’Italia e d’Europa alla pari di Parigi, Londra e Vienna, trascurando completamente Benevento e la sua gente; né si preoccupavano di riconquistare il territorio beneventano per dare ai propri domini maggiore lustro. Qualche vago tentativo fu originato solo dal desiderio di eliminare quel simbolo di asservimento del Reame di Napoli allo Stato pontificio.
Per esempio, nel 1378 i fautori dell’antipapa Clemente VII, appoggiato dalla Regina di Napoli, Giovanna I, cacciarono dalla città i ministri di papa Urbano VI e l’arcivescovo Ugone. La fazione antipapale prevalse fino al 1381, quando Carlo III di Durazzo, investito Re di Napoli dal Papa, fece arrestare ed uccidere Giovanna I. In seguito si registrarono alcuni scontri tra Pontefice e Re culminati nell’assedio portato da Carlo III a Nocera dei Pagani, ove si era rifugiato il Papa, il quale, liberato da Raimondello del Balzo Orsino (coadiuvato da alcuni membri della fazione beneventana della Rosa Rossa, sulla quale si tornerà in seguito), volle premiarlo con l’investitura del feudo di Benevento o meglio, secondo alcuni storici, della sola Rettoria.
Era il 1388. Nello stesso anno moriva Carlo III, cui succedeva Ladislao, incoronato due anni più tardi da Bonifacio IX, ma il trono veniva rivendicato anche da Ludovico d’Angiò, contro il quale si schieravano sia il Papa che i Beneventani (a differenza dei Napoletani, divisi in varie fazioni). Ladislao non mostrò gratitudine alla fiducia accordatagli dal Successore di Pietro quando, venuto questo a morire nel 1404, tentò di impadronirsi dei territori pontifici occupando varie città tra cui la stessa Roma e, nel 1408, Benevento[4]. Tale situazione permase fino al 1412, quando, per evitare di perdere il Regno a causa della scomunica, consentì a restituire le terre conquistate, salvo diventare fautore dell’antipapa Gregorio XII ed a costringere un secondo antipapa, Giovanni XXIII, a rifugiarsi a Bologna. Come si nota, in uno stesso periodo si ebbe la presenza di ben tre prelati pretendenti alla guida della Cristianità[5]; in particolare Giovanni XXIII, al secolo Baldassarre Cossa, eletto da una sorta di conclave anziché essere nominato dal Re di Francia o dall’Imperatore, è considerato da alcuni l’autentico successore di Pietro. Cossa (appartenente ad una famiglia ischitana che nei secoli successivi si sarebbe trasferita nel Beneventano, mutando il proprio nome in Coscia e dando i natali ad un altro eminente e discusso uomo di Chiesa, il cardinale Niccolò) venne poi riammesso nel seno della Chiesa: dopo alcuni anni di prigionia, ritirata la scomunica che lo aveva colpito, fu reintegrato nella dignità cardinalizia e, dopo la morte, tumulato con tutti gli onori in una monumentale tomba nel Battistero di S. Giovanni a Firenze.
A margine di tale situazione, la città procedeva senza scosse tanto che, come sottolinea il Gregorovius, «per secoli e secoli gli unici avvenimenti di pubblico interesse per i Beneventani furono il succedersi dei legati cardinalizi nella Rocca e degli Arcivescovi nella Cattedrale»[6].
L’attenzione del Re di Napoli si rivolse al Sannio soltanto nel 1413, allorché, con diploma scritto di propria mano, Ladislao concesse ai Beneventani il godimento di tutte le antiche franchigie, esenzioni e libertà ricevute in passato[7]. Più tardi, nel 1435, la città ospitò Renato d’Angiò, in viaggio verso gli Abruzzi per radunare un esercito onde fronteggiare l’altro pretendente alla corona, Alfonso d’Aragona. Nonostante gli aiuti, anche militari, provenienti dal Papa, dopo sette anni di guerra in parte svoltasi nella regione di Benevento, Renato fu costretto a tornare in Francia. Aveva così inizio la dominazione aragonese e l’influenza spagnola sul Mezzogiorno d’Italia. Alfonso, uomo retto e pio, nonché forte e volitivo, morendo lasciò soltanto un figlio naturale, Ferdinando detto anche Ferrante. Il vecchio papa Callisto III approfittò allora della circostanza per dichiarare il Regno devoluto alla S. Sede e affidò il Vicariato di Benevento al proprio nipote Ludovico Borgia. Ma questi non fece in tempo a conseguirne il possesso per l’occupazione della città da parte di Ferrante d’Aragona che si vide riconosciuto il titolo di Re di Napoli da Pio II, asceso alla cattedra di S. Pietro nel 1458. La nuova guerra, scatenata da Giovanni d’Angiò nella speranza di riconquistare il trono, vide Benevento al centro di un tentativo di congiura, capeggiato dall’arcivescovo Giovanni Della Ratta e dall’ex Rettore, Busillo del Giudice, tentativo sventato per intervento di Pio II nel 1460.
Negli anni successivi le cronache riferiscono della divisione in due partiti, che rispecchiava la già esistente separazione tra Nobili e Popolani. Le fazioni divisero la città in due settori, il cui confine coincideva con il Duomo. La parte che comprendeva la Rocca si chiamò “di sopra” o “della Rosa Rossa”, l’altra prese il nome di “di bascio” o “della Rosa Bianca”[8]. Ad evitare moti e turbolenze Sisto IV inviò allora, col titolo di Commissario, il milanese Giovanni Aloisio de Tuscanis, Uditore Generale della Camera Apostolica, che portò a termine egregiamente il proprio compito, facendo tra l’altro aggiungere agli Statuti redatti nel 1441 quattordici draconiani capitoli.
Ma tante cure spese a pacificare i Beneventani si rivelarono inutili in seguito ad una nuova contesa scoppiata tra Ferdinando I e Sisto IV: essendo stato vietato il transito delle truppe napoletane sui territori pontifici (esse si muovevano contro Venezia, alleata del Papato), Ferdinando, dopo aver forzato il passaggio, spinse alla sollevazione Benevento mettendola a capo del Principato Ulteriore[9]. La posizione era di prestigio, ma durò soltanto pochi mesi: nello stesso 1482, infatti, grazie agli accordi tra Re e Papa, la città tornava all’ubbidienza al Pontefice[10]; oramai (e definitivamente) isolata, non più dominatrice di province e popoli.
Al nuovo Rettore, il vescovo di Terracina Corrado Marcellino Romano, venne affidato il compito di delimitare i confini tra territorio beneventano e domini del Regno. Ma gli accordi tra le parti durarono ben poco tempo a causa della nota Congiura dei Baroni contro Ferrante[11]. Dopo la sconfitta i ribelli si erano appellati al Pontefice, il quale non poté tuttavia impedire il corso della repressione aragonese. In seguito alla pacificazione tra Innocenzo VIII e il Re cessarono i pericoli di una invasione militare, ma non i fastidi portati dai regnicoli, cioè i sudditi del Regno napoletano.
Nel 1495 Carlo VIII, disceso in Italia e giunto fino a Napoli, veniva distolto da un’ambasceria dall’occupare Benevento, che resisteva anche ai tentativi più subdoli di essere conquistata. La breve apparizione di Carlo di Valois segnò la fine della dinastia aragonese e l’inizio delle guerre franco-spagnole cessate nel 1503 con la vittoriosa entrata a Napoli di Consalvo Fernandez di Cordova, il primo Viceré spagnolo, il 16 maggio.
Monete in uso a Benevento
nei secoli xv e xvi
1 ducato = 10 carlini = 100 grane
1 carlino = 10 grane = 1/10 ducato
1 grana = 1/10 carlino = 1/100 ducato
1 oncia = 4 augustali = 6 ducati
1 augustale = 1, 5 ducati = 15 carlini
1 tarì = 2 carlini = 20 grane
I «Fatebenefratelli»
Tra Cinque e Seicento anche a Benevento nasce e si sviluppa l’opera dell’Ordine ospedaliero di S. Giovanni di Dio, comunemente noto col nome di «Fatebenefratelli». È un ottimo esempio di buon governo religioso.
Nato nei pressi di Lisbona nel 1495, dopo una vita errabonda, S. Giovanni (al secolo Juan Ciudad) venne folgorato dalla fede cristiana iniziando a mortificarsi con tale violenza da essere preso per folle: venuto a contatto con la realtà degli ospedali, decise di dedicare la propria vita alla cura dei malati. Il suo motto era: «Fate bene, fratelli, a voi stessi per amore di Dio». Morì a Granada nel 1550, in seguito ad una malattia insorta dopo aver salvato un ragazzo caduto in un fiume. Patrono degli infermieri, S. Giovanni di Dio fu canonizzato nel 1690, ma già dal 1572 S. Pio V aveva riconosciuto la famiglia dei suoi discepoli nel 1586 elevata a ordine religioso.
A Benevento i Fatebenefratelli subiscono un forte impulso nel 1602, quando un ricco personaggio dona la propria eredità all’ordine: otto anni più tardi l’arcivescovo Pompeo Arigonio aggiunge un ulteriore donativo a tale lascito, permettendo l’insediamento di una comunità dell’Ordine nei monasteri di S. Diodato (per i malati) e di S. Bartolomeo (per assistere i pellegrini).
Durante il suo pontificato Benedetto XIII per due volte ha occasione di visitare il S. Diodato, cui dona anche un completo ed artistico corredo farmaceutico. Anche Pio IX, esule nel 1849, visita l’edificio (per inciso, il S. Diodato risulta quindi l’unico ospedale non romano in grado di vantare ben tre visite apostoliche di Sommi Pontefici).
Quando, con le leggi eversive del 1866, i beni dell’ordine passano al Comune, l’assemblea civica unanimemente delibera che l’assistenza venga continuata affidandola ancora ai Fatebenefratelli.
Come molte altre istituzioni beneventane, il S. Diodato, ulteriormente ingrandito nel corso degli anni, viene distrutto durante i bombardamenti americani del 1943. Giocoforza, i Fatebenefratelli si spostano nell’ospedale del Sacro Cuore di Gesù, ancor oggi considerato uno dei migliori della città.
La meritoria opera di questo ordine si inserisce nel quadro generale delle attività ecclesiali che dal Medioevo in poi hanno sempre costituito una struttura necessaria per il sopravvivere ed il migliorare della società. Esse – ed in particolar modo nello Stato Pontificio – sono particolarmente presenti e difficilmente sostituibili: in questo senso la rinuncia nel 1866 del Consiglio comunale ad amministrare in proprio l’ospedale S. Diodato e la sua decisione di lasciarlo ai suoi fondatori è perfettamente esemplificativa.
[1] Lettera apostolica di Clemente IV, “datum in Viterbii quinto nonas julii Pontificatus Nostri anno secundo”, in Statuta Civitatis Beneventi, Benevento, 1717, pp. 130-131.
[2] Ludovico Antonio Muratori, Antiquitates Italicae medii aevi, Milano, 1738-1742, diss. 46.
[3] Alfredo Zazo, L’arcivescovo Giovanni de Castrocoeli difensore in Benevento nel secolo XIII delle libertà cittadine, in “Samnium”, XXXI (1958), pp. 1-4.
[4] Stefano Borgia, op. cit., vol. III, pp. 335 e segg.
[5] Cfr. Ludwig von Pastor, Histoire des Papes depuis du Moyen Age, Paris, 1888, vol. I, pp. 199-210.
[6] Ferdinand Gregorovius, Wanderjahre in Italien – Benevent (1874-1875), München, 1967, p. 603: «Jahrhunderte hindurch waren die einzigen Ereignisse öffentlischer Teilnahme für Benevent nur der Wechsel des Kardinallegaten auf der Burg und des Erzbischofs in der Katedrale».
[7] Stefano Borgia, op. cit., vol. III, p. 344.
[8] Ivi, vol. III, p. 410, nota 1.
[9] Il testo del giuramento di fedeltà dei Sindaci e Procuratori della città di Benevento a re Ferdinando nell’anno 1482 è pubblicato in Gaetana Intorcia, op. cit., pp. 170-174.
[10] Stefano Borgia, op. cit., III 391-392.
[11] Cfr. Camillo Porzio, La congiura de’ baroni nel Regno di Napoli, contro il Re Ferdinando, Roma, 1565.
Per quel che riguarda la diatriba a distanza tra il Giannone ed il Borgia sui diritti del Regno di Napoli e dello Stato della Chiesa riguardanti il territoro beneventano, cfr. Pietro Giannone, Ragioni per le quali si dimostra che l’Arcivescovado beneventano, nonostante che il dominio temporale della città di Benevento fosse passato a’ romani pontefici, sia compreso nella grazia conceduta da S.M.C.C. a’ nazionali e sottoposto al regio exequatur come tutti gli altri Arcivescovadi del Regno, in Opere postume di Pietro Giannone, Venezia, 1768, t. II, pp. 233-258. e Stefano Borgia, op. cit., vol. III, pp. 383-402.


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