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BREVE STORIA DI BENEVENTO DI GIANANDREA DE ANTONELLIS (VII)

Posted by on Mag 6, 2026

BREVE STORIA DI BENEVENTO DI GIANANDREA DE ANTONELLIS (VII)

Gianandrea de Antonellis e la casa editrice Realtà Sannita, che ringraziamo, ci autorizzano a pubblicare uno studio sulla storia della città di Benevento

Tumulti, invasioni, Risorgimento

Con l’insurrezione napoletana del 1647, indissolubilmente legata al capopolo amalfitano Masaniello, che ne fu protagonista e vittima, si confermava il carattere di tanti sommovimenti meridionali: fuochi d’artificio estemporanei che lasciavano sostanzialmente inalterata la situazione di fondo; anche perché questo genere di sommosse popolari, in linea di massima, restavano limitate alle città maggiori mentre indifferenza ed apatia continuavano a dominare il territorio circostante di piccoli borghi e feudi vastissimi. Con tutta probabilità, anche la popolazione di Benevento guardava con simpatia alla rivolta contro i soprusi del Viceré spagnolo, ma essendo la forma di governo della città da secoli diversa dalla signoria che sovrastava la plebe napoletana, le autorità locali riuscirono agevolmente a distogliere il popolo da tentazioni di novità[1]. Per ulteriore sicurezza, comunque, il Consiglio civico pensò bene di far restaurare porte e mura in modo da bloccare interventi esterni; d’altra parte non si piegò, dopo il fallimento della rivolta napoletana, alle ingiunzioni del Viceré di consegnare alcuni partigiani di Masaniello rifugiatisi nel Sannio sotto la protezione del manto pontificio.

Benevento intanto continuava a crescere dal punto di vista commerciale, grazie alla sua posizione geografica che la poneva al centro del Regno di Napoli, a mezza strada tra Tirreno e Adriatico. Un settore nel quale rifulse in termini economici, per esempio, fu quello della lana esercitato da tal Girolamo Mascambruni, titolare di un monopolio concessogli dalla civica università. L’intenso movimento di uomini e mercanzie provenienti da lontano costituì pure la causa indiretta di una epidemia gravissima: il dilagare della peste che nel 1656 colpì a Benevento circa diciottomila cittadini, due terzi dei quali morirono nel giro di quattro mesi, tra giugno e settembre. Proprio in quei giorni si distinse l’arcivescovo Giovan Battista Foppa trasformatosi – similmente al cardinale milanese Federigo Borromeo – in un instancabile volontario al capezzale dei suoi concittadini; del resto in questo periodo lo zelo religioso dei beneventani trovò corrispondenza in grandi figure ecclesiastiche. Così, qualche decennio più tardi, saliva alla cattedra di San Gennaro un domenicano destinato a contraddistinguere la storia del Sannio: il cardinale fra Vincenzo Maria Orsini d’Aragona dei duchi di Gravina e dei principi di Solofra (Gravina di Puglia, 2 febbraio 1649 – Roma, 21 febbraio 1730).

Nei suoi quarantaquattro anni di episcopato (1686-1730) l’Orsini offrì alla diocesi sannita un periodo di grandezza senza pari: istituì enti per aiutare poveri ed emarginati, migliorò l’assetto ecclesiale, abbellì chiese e palazzi con monumenti e opere d’arte e soprattutto seppe trasferire senza provocare malumori il potere dalle mani del Consiglio in quelle dell’Arcivescovo. In particolare chiamò Filippo Raguzzini (1680-1771), rinomato architetto, che lavorò alla chiesa di S. Bartolomeo e a quella di S. Filippo detta del Bambin Gesù di Praga, a palazzo Terragnoli e alla cappella di S. Gennaro nella chiesa dell’Annunziata detta di S. Rita. La predilezione dimostrata dal porporato nei confronti del Raguzzini fu tale che egli, pur essendo nato a Napoli, venne ben presto – e non senza una certa ironia – soprannominato «il beneventano». Grazie a questo straordinario arcivescovo la città riuscì a superare persino una calamità naturale di vaste proporzioni come il terremoto del 5 giugno 1688 allorquando l’intera regione venne squassata dal profondo e 1367 sanniti persero la vita sotto i fabbricati sgretolati: l’Orsini stesso sopravvisse miracolosamente al crollo del suo studio, rovinato nel sottostante deposito del Monte Frumentario. La ricostruzione procedette con incredibile alacrità e in pochi anni appariva completata. Nel 1702 un secondo terremoto scosse la città causando danni soprattutto agli edifici già lesionati quattordici anni prima: in particolare crollò l’antica basilica di S. Bartolomeo, situata a fianco della cattedrale; dopo inutili richieste di fondi all’amministrazione civica, l’Orsini decise di farla ricostruire, nel sito attuale, a proprie spese.

Nel frattempo il cardinale aveva disposto un censimento generale della popolazione di avanzata concezione: sotto il titolo Stato della città e diocesi, il documento – compilato da religiosi e sacerdoti locali – offriva un quadro completo della situazione economica, patrimoniale e dei bisogni della intera diocesi beneventana, nonché un elenco dello “stato delle anime”, vera e propria anagrafe degli abitanti. Inoltre veniva data un’organizzazione pressoché perfetta ai vari enti ed istituti religiosi operanti in diocesi mediante l’introduzione di norme archivistiche tuttora esemplari.

Ormai anziano (aveva 75 anni) l’Orsini venne esaltato dalla Chiesa con l’elezione al soglio pontificio assumendo il nome di Benedetto XIII[2]. Trasferitosi a Roma non dimenticò la sede beneventana, visitandola da Papa per ben due volte (nel 1727 e nel 1729) e continuando a governarla attraverso un vicario generale, monsignor Filippo Coscia, fratello del cardinale Niccolò Coscia[3] (Pietradefusi 1681 – Napoli 1755), a sua volta coadiutore di Benedetto XIII e destinato a sostituirlo sulla cattedra beneventana. Ma Niccolò, oggetto di numerosi odi ed invidie, alla morte del suo protettore dovette passare nelle carceri di Castel Sant’Angelo tutto il periodo del papato di Clemente XII (al secolo Lorenzo Corsini, suo nemico personale). Sulla complessa e discussa figura di questo porporato beneventano è stato scritto molto; ad ogni modo, per sottolineare la potenza del personaggio, basti ricordare una pasquinata che recitava: «Chi vuol grazia dalla Santa Sede, baci prima la Coscia e poi il piede».

Un episodio curioso è quello della rivolta del “Masaniello beneventano”, Matteo di Caterina detto Cecchetella, che nel gennaio del 1741, dopo un assalto alle botteghe dei fornai, accusati di fare incetta di farina, si proclamò “capo della plebe” impadronendosi delle chiavi della città. Come il modello napoletano, venne in un primo tempo blandito dalla nobiltà, quindi abbandonato al suo destino quando il governatore, ripreso il controllo politico, lo fece arrestare e condurre e Roma, dove venne impiccato nell’aprile dello stesso anno.

Tornando ad altri personaggi religiosi di statura storica e di onore per la città, l’arcivescovo Francesco Pacca (Benevento 1756 – Roma 1844) si dimostrò uomo di notevole cultura e saggezza, versato sia nel diritto civile che in quello canonico, letterato e scrittore (fu autore di una storia locale denominata Saecula Beneventana, in due libri, e fece rifiorire l’Accademia dei Ravvivati)[4] mentre finissima capacità amministrativa espresse un altro accreditato storiografo, il governatore Stefano Borgia (Velletri 1731 – Lione 1804), in seguito nominato cardinale, il quale riuscì a bloccare alle porte della città i danni della carestia del 1764 che imperversava in tutte le altre province meridionali – Napoli in testa – con terribili conseguenze materiali e notevoli perdite umane; anzi, avendo previsto la crisi e accumulato sufficienti scorte di grano, non solo poté autorizzare la vendita di farina ad un terzo del prezzo corrente nel Reame ma fu anche in grado di accogliere nel Sannio migliaia di regnicoli aggrediti dalla fame. Poco dopo, a seguito di controversie politiche, la città fu occupata dai Borboni e posta a capo del Principato Ulteriore. Ciò avvenne dal 1768 al 1774, anno in cui – risolti i problemi diplomatici con la S. Sede – venne restituita al Papato.


[1] Enrico Isernia, op. cit., vol. III, p. 168.

[2] In proposito cfr: Ferdinando Grassi, op. cit.; Ludwig von Pastor, op. cit.; Alfredo Zazo, Dizionario bio-bibliografico, cit.

[3] Sulla complessa e discussa figura del porporato bene­ventano si veda, tra gli altri, il profilo storico di Salvatore De Lucia, Il card. Nicolò Coscia, Benevento, 1934. Per sottolineare la potenza di questo personaggio, ba­sti notare che il popolino romano del Settecento soleva dire: “Chi vuol grazia dalla Santa Sede, baci prima la coscia e poi il pede” (Salvatore De Lucia, op. cit., p. 15, nota 1).

[4] E. Salaris, Delle Accade­mie di Benevento, in “Samnium”, 1932, pp. 240 sgg.

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