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BREVE STORIA DI BENEVENTO DI GIANANDREA DE ANTONELLIS (VIII)

Posted by on Mag 13, 2026

BREVE STORIA DI BENEVENTO DI GIANANDREA DE ANTONELLIS (VIII)

Gianandrea de Antonellis e la casa editrice Realtà Sannita, che ringraziamo, ci autorizzano a pubblicare uno studio sulla storia della città di Benevento

Rivoluzione e Controrivoluzione

Ma il dominio pontificio avrebbe dovuto subire dopo breve tempo ulteriori contrasti: nell’anno 1799 Benevento seguì infatti la sorte del resto d’Italia subendo l’occupazione francese. Per il generale Championnet entrare nella città pontificia fu semplice perché la guarnigione napoletana, entrata in città l’anno precedente e forte di cinquemila soldati e dotata di nutrita artiglieria, era stata stoltamente ritirata dal generale borbonico Cams che aveva lasciato a presidio delle mura la sola milizia urbana. Una delegazione civica (il governatore per il Re di Napoli Paolo Pacca, il prelato Carlo Pedicini, i consiglieri Antonio Zoppoli e Domenico Isernia) tentò invano di stabilire un amichevole contatto. La colonna francese, forte di tremila uomini comandati dal generale Brusier, si insediò a Benevento il 19 gennaio 1799: con particolare sollecitudine, ancor prima di erigere l’albero della libertà, si affrettò a trafugare il Tesoro del Duomo ricavandone settanta quintali di oggetti in oro e argento, quindi depredò il Monte dei Pegni di valori per settemila ducati. Inutilmente la città tentò di reagire: oltre quattrocento cittadini, levatisi nottetempo per inseguire spontaneamente l’esercito di depredatori, furono massacrati dai Francesi in località Campizze, presso Montesarchio, il 29 gennaio. Soffocato nel sangue il tumulto popolare si pervenne alla “sospirata” erezione del simbolo della raggiunta “libertà”.

Nell’aprile dello steso anno, i beneventani decisero di abbattere l’albero (che era sorto di fronte al monumento a papa Orsini) e, in segno di espiazione, al suo posto collocarono una Croce infissa su una colonna romana. Nel 1999 a ricordo dei tragici avvenimenti, il Comune ha apposto una lapide commemorativa, trasformando la Croce nel primo monumento dedicato in Italia agli Insorgenti.

Dopo qualche mese – sotto l’attento sguardo del “visitatore” fra’ Lodovico Ludovici, vescovo di Policastro – tutto tornò come prima, con la differenza che i Francesi avevano depredato gran parte dei tesori. In cambio avevano lasciato una nuova legislazione municipale sovrapposta all’antico ordinamento pontificio: il Consiglio civico era ridotto a 24 membri nominati per due anni tra patrizi, mercanti, artigiani ed agricoltori, agenti di affari nella proporzione di un quarto per ordine e doveva provvedere ai viveri, alle scuole, alle strade, al commercio e agli altri bisogni del comune, ma gli era concesso anche il diritto di punire col carcere e d’imporre nuove imposte e balzelli per le spese comunali[1]. La Curia arcivescovile continuava ad esercitare giurisdizione civile su persone e cose, avendo carceri, birri e bargelli al proprio comando.

Il 5 giugno 1806 Napoleone emanò – contro la volontà della Curia vaticana – un decreto col quale separava dallo Stato Pontificio il Principato di Benevento, che donava a Carlo Maurizio Talleyrand ed ai suoi successori; contemporaneamente occupò la città con un corpo di cavalleria. Ne conseguì un minore potere della cittadinanza: il Consiglio venne ulteriormente ridimensionato a soli 12 membri; aboliti taluni diritti daziari; ogni provvedimento amministrativo doveva ottenere il visto del governatore; abrogate le leggi locali con l’introduzione del codice napoleonico, salvo che per tre materie: matrimonio, doti, enfiteusi[2]. L’arroganza francese si faceva sentire persino nei confronti del papa Pio VII, costretto all’esilio, seguito in tale sventura dal suo pro-Segretario di Stato, il beneventano monsignor Bartolomeo Pacca, a lungo rinchiuso nel famigerato carcere piemontese di Fenestrelle[3]. Una delle cose più importanti del periodo “napoleonico” fu la realizzazione, nel 1810, di piazza S. Sofia (allora dedicata a Talleyrand), ottenuta spianando l’ammasso di casupole che circondava l’edificio sacro, e la costruzione dell’artistica fontana con i leoni e l’obelisco sormontato dalla bronzea aquila imperiale.

L’ultimo Principe, Talleyrand

Charles Maurice de Talleyrand-Périgord, di famiglia aristocratica, già vescovo apostata di Autun, rappresentante del Clero agli Stati Generali, quindi fautore del nuovo ordine imposto dalla Rivoluzione, Ministro degli Esteri sotto Napoleone, influente membro del Governo francese durante la Restaurazione da Luigi xviii a Luigi Filippo, tra il 1806 ed il 1815 venne insignito del titolo di Principe di Benevento dall’imperatore Napoleone.

Il periodo che va sotto il suo dominio viene generalmente diviso in due momenti: il primo, quando cercò di assicurarsi le rendite del Ducato a lui concesso; il secondo quando cercò di guadagnare il più possibile dalla sua vendita. Il “problema” era costituito in particolar modo dai beni della badia di Santa Sofia, principale chiesa beneventana, della cui commenda era stato insignito il Cardinal Fabrizio Ruffo (proprio lui, il comandante dell’Armata della Santa Fede), i cui diritti furono confermati da Napoleone stesso. Talleyrand cercò allora di rivalersi sull’Arcivescovo, tentando di esautorarlo, ma senza fortuna: decise allora che sarebbe stato meglio cedere – a buon prezzo – un Ducato tanto illustre quanto poco remunerativo.

Per fortuna dei suoi sudditi, il Principe si avvalse di un ottimo amministratore, l’alsaziano Louis de Beer, uomo di alta levatura morale e dalle ampie vedute, che seppe inserire il Ducato nell’orbita dell’Impero francese senza violentare eccessivamente lo spirito cittadino: si rese conto che certe leggi potevano andare bene a Parigi, ma non necessariamente erano applicabili nel Sannio ed adattò i termini del Codice Napoleonico proprio per non creare ulteriori motivi di contrasto con la popolazione, che non aveva apprezzato il passaggio dalla Santa Sede a Talleyrand.

Louis de Beer si trovò a combattere da un lato contro gli Insorgenti (che nel 1809 furono sul punto di assediare Benevento), dall’altro contro gli ufficiali napoleonici, i quali sia sotto Giuseppe Bonaparte che sotto Gioacchino Murat cercavano continuamente pretesti per giustificare un’invasione militare del Ducato e la sua annessione al Regno. Nonostante qualche ombra nel suo governatorato (in particolare si affidò all’ambiguo e corrotto marchese Giuseppe Pacca, un baciapile che, «nonostante il breviario ostentato, sarebbe stato pronto a farsi maomettano, in caso di conquista turca, per chiedere il titolo di pascià», scriveva il Governatore, che però gli lasciava la cura delle finanze) viene ricordato in maniera sostanzialmente positiva da tutti gli storiografi; ma non beneficiò della gratitudine di Talleyrand, che gli rimproverava di non averlo aiutato a “vendere” bene il feudo, interessato com’era – l’amministratore – al bene della cittadinanza più che a quello del suo Principe. Quest’ultimo si rifiutò addirittura di riceverlo quando, nel 1815, Louis de Beer si recò a Parigi per presentare le consegne.

L’Alsaziano tornò alla sua terra senza essersi minimamente arricchito (a differenza della maggior parte dei Francesi in Italia, e di Talleyrand in particolare) ed anzi impoverito per le spese che di tasca propria aveva sostenuto per manetenre il decoro della posizione.

Dal suo canto, Talleyrand rinunciò con successo (economico) al titolo sannita, riuscendo a percepire per la sua cessione molto più di quanto non avesse introitato nel periodo in cui ne fu feudatario (Emmanuel de Waresquiel, principale biografo del Principe, considera Benevento «uno dei migliori affari di Talleyrand»).


[1] Enrico Isernia, op. cit., vol. III, pp. 249-250.

[2] Cfr. Alfredo Zazo, Il codice Napoleone e la sua contrastata ap­plicazione nel Principato di Benevento 1806-1808 (in Ricer­che e studi storici, cit.).

[3] Bartolomeo Pacca, Memorie storiche scritte da lui medesimo, edizione seconda riveduta dall’autore e corredata da uovi documen­ti, Roma, 1830.

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