BREVE STORIA DI BENEVENTO DI GIANANDREA DE ANTONELLIS (X)
Gianandrea de Antonellis e la casa editrice Realtà Sannita, che ringraziamo, ci autorizzano a pubblicare uno studio sulla
storia della città di Benevento
IV. Dall’Unità al Duemila
L’età liberale e la Grande Guerra
L’annessione non era stata ancora formalmente sancita che scoppiarono lotte intestine tra gli unitari: innanzitutto, per ridurre i rischi del plebiscito di adesione al nuovo Regno, venne espulso l’arcivescovo, cardinale Domenico Carafa della Spina (il porporato poté far ritorno al proprio gregge soltanto nel 1867); quindi fu nominato prefetto il conte Carlo Torre, legato alla corrente cavourriana, che prese le distanze dal filogaribaldino Rampone e dal suo gruppo.
L’operato del prefetto consistette soprattutto nel lavoro di riassetto del territorio, che compì stabilendo i confini della provincia beneventana (creata con decreto di Garibaldi il 25 Ottobre 1860 e confermata dalla Luogotenenza di Napoli il 17 febbraio 1861): dal Principato Ultra vennero ceduti i territori di Vitulano, Montesarchio, S. Giorgio la Montagna (oggi: del Sannio), Paduli, Pescolamazza, S. Giorgio la Molara, Arpaise e Ceppaloni; dal Molise Pontelandolfo, Morcone, S. Croce di Morcone (oggi: del Sannio), Colle, Circello e Baselice; dalla Terra di Lavoro Cerreto, S. Agata dei Goti, Cusano, Guardia Sanframondi, Solopaca ed Airola; dalla Capitanata S. Bartolomeo del Galdo (oggi: in Galdo) e Castelfranco. Le capacità del Torre riscossero il vivo apprezzamento del nuovo governo, che lo chiamò prima a capo della prefettura di Torino, poi di quella di Milano e quindi lo nominò senatore del Regno. Se la dinastia sabauda aveva facilmente vinto la guerra per la conquista del resto d’Italia, molti altri anni dovevano passare perché stabilisse definitivamente la sua affermazione.
Ufficialmente il Regno delle Due Sicilie aveva cessato di esistere il 13 febbraio 1861 con la caduta di Gaeta, ma non tutto l’esercito borbonico si era arreso: la bandiera gigliata resisteva ancora sulle fortezze di Messina e di Civitella del Tronto, assai distanti e isolate tra loro; in molte province, poi, si andavano costituendo formazioni di militari e civili contrari al nuovo ordine imposto dai Piemontesi. In tale periodo si sviluppò il drammatico fenomeno del “brigantaggio” e l’intero Sannio tornò ad essere un punto strategico nel territorio meridionale: la posizione centrale tra Tirreno ed Adriatico, la presenza di montagne adatte a nascondere un movimento clandestino come quello dei briganti, la mancanza di una articolata rete stradale e ferroviaria (a causa della divisione del territorio tra due diversi stati, quello pontificio e quello borbonico) alimentavano lo sviluppo delle bande armate in senso antiunitario. Se la reazione borbonica, per numero di episodi e rilevanza degli obbiettivi raggiunti, rimane legata alla Basilicata – ove agirono lo sfortunato generale spagnolo José Borges e il brigante Carmine Donatelli detto Crocco – proprio nel Sannio si rilevò un’elevata concentrazione di gruppi resistenti in armi. E questa cruenta e violentissima lotta non lasciò indenne Benevento e la sua provincia.
La guerra dei “briganti” veniva alimentata da numerose e vivacissime formazioni armate che operavano clandestinamente tra borghi e campagne. Famose divennero le bande di Michele Caruso, di Cosimo Giordano, di Alessandro Pace, di Andrea Santaniello, di Francesco Guerra e della sua bellissima amante Michelina De Cesare, di Filippo Tommaselli, di Cipriano La Gala, dei fratelli Romano, di Giuseppe Schiavone (che combatteva in stretto collegamento con il nominato Crocco): nel complesso, circa novanta gruppi operarono per almeno dieci anni successivi all’unità nazionale. Al termine di questa guerriglia il bilancio appariva pesantissimo: circa diecimila morti (più di tutte le guerre del Risorgimento messe assieme, rileva lo storico inglese Denis Mack Smith) tra combattenti e fucilati, ventimila prigionieri condannati ai lavori forzati e varie decine di migliaia di feriti dimostrano inequivocabilmente che il fenomeno del brigantaggio non fu una semplice rivolta di gruppuscoli criminali, ma una vera e propria attività controrivoluzionaria di massa.
Gli invasori piemontesi consideravano le popolazioni meridionali alla stregua di selvaggi e le terre come colonie da conquistare con qualsiasi mezzo. «Che paesi son mai questi, il Molise e la terra di lavoro! Che barbarie! Altro che Italia! Questa è Affrica! I beduini, a riscontro di questi caffoni, sono fior di virtù civile» scrisse al Cavour il luogotenente Lugi Carlo Enrico Cialdini[1]. Per simile ottusità la repressione si andava esprimendo in modo ingiustificato e spesso con brutale violenza: come evidenzia un terribile episodio, avvenuto proprio nella provincia di Benevento e tristemente rimasto nella storia: l’eccidio di Pontelandolfo e Casalduni, due località devastate dall’esercito regolare dopo uno scontro tra una colonna di garibaldini ed elementi della banda Giordano. Ecco i fatti: all’alba del 14 agosto 1861 i due paesi, che pure non ospitavano alcun brigante, vennero circondati dalla truppa; i soldati – passando casa per casa – massacrarono tutti gli abitanti, compresi le donne, i vecchi ed i bambini, senza risparmiare neppure i simpatizzanti sabaudi, mentre le abitazioni furono messe a ferro e fuoco. I responsabili dell’eccidio non subirono alcun procedimento penale, anzi ricevettero addirittura gli elogi degli alti comandi militari…
In tutta l’Italia meridionale, del resto, la brutalità della repressione assurgeva a strumento dichiarato dei comandi militari costretti ad impiegare in queste operazioni di rastrellamento oltre settemila uomini tra ufficiali e soldati, che non riuscivano ad avere ragione del fenomeno; dalla loro parte esisteva la famigerata legge Pica che, tra l’altro, permetteva la fucilazione immediata di chiunque fosse ritenuto anche un semplice favoreggiatore dei briganti (veniva considerato tale – e quindi giustiziato – persino chi fosse stato sorpreso con due pagnotte anziché una sola).
Il brigante più legato a Benevento fu senza dubbio Michele Caruso. Nato a Torremaggiore, in provincia di Foggia, il 30 luglio 1837, poco più che ventenne otteneva il grado di colonnello da emissari del governo borbonico assieme al comando di una banda formata da volontari antiunitari. Si comportò sempre da grande, sia nel bene che nel male: era tanto crudele da sparare ai prigionieri solo per controllare il funzionamento delle pistole, quanto così giusto da rimborsare i contadini presso le cui masserie i suoi uomini si erano riforniti; spietato fino a rapire un prete filogaribaldino, strappandolo dall’altare ed uccidendolo dopo aver incassato il riscatto, così come tanto audace da esporsi sempre in prima linea durante le azioni belliche; feroce da uccidere un fattore ed abusare della figlia, quanto poi ingenuo nell’innamorarsi di lei a tal punto tanto da confidarle i propri spostamenti (e fu appunto lei, la bella Filomena, a denunziarlo all’autorità e fare da esca per un’imboscata).
Nonostante la violenza di cui faceva costante uso (gli vennero attribuiti oltre cento omicidi) i contadini ne ricordarono a lungo la generosità nei confronti dei più poveri. Un suo bando, diffuso nel 1862, non lasciava dubbi sulla fede borbonica: i volontari dovevano giurare obbligatoriamente sul Crocefisso di restaurare il Trono e difendere l’Altare dai liberali «con tutti i mezzi»; d’altro canto si garantiva la fucilazione ai disertori, trattati come spergiuri. Agli arruolati Caruso chiedeva dedizione assoluta, promettendo dopo la restaurazione un grado nell’esercito o un impiego statale e un vitalizio alle famiglie dei caduti.
Al momento della cattura aveva appena venticinque anni: immediatamente portato a Benevento, nella sala grande dell’Arcivescovado, subì un processo sommario durante il quale non gli venne accordato alcun diritto di difesa; la pubblica accusa era sostenuta da un personaggio di eccezione, il generale Ferdinando Pinelli, famigerato per la sua ferocissima e brutale politica di repressione, al punto che nel 1861 lo stesso stato maggiore piemontese aveva dovuto decretarne la temporanea sospensione.
Il 13 dicembre 1863, il giorno successivo alla condanna, il brigante, venne fucilato nel largo di Porta Rufina, dove era stato trasportato per scherno a dorso di un mulo. Gli abitanti di Benevento assistettero indifferenti, evitando di beffeggiarlo, come sarebbe stato nei desideri dei Piemontesi. Assieme a lui veniva giustiziato un contadinello di diciassette anni che, di fronte al plotone di esecuzione, scoppiò a piangere implorando la grazia in nome della Madonna. Michele Caruso invece rimase impassibile e rifiutò la benda; alla domanda se volesse chiedere perdono rispose con decisione: «No. Sono innocente». Anche un suo acerrimo nemico come il generale Pinelli dovette più tardi constatare che il brigante «aveva saputo morire».
Sul piano dell’amministrazione comunale, dopo l’Unità, uno dei maggiori problemi di Benevento diventava quello di darsi un nuovo assetto urbanistico. Scongiurata la manomissione di antichi monumenti come la Rocca dei Rettori e il campanile di Santa Sofia, proposta per motivi ideologici dagli anticlericali, venivano abbattute Porta Somma (vicino alla Rocca, detta anche Porta Urbana o del Castello, 1865) Porta Pia (o Porta Calore, alla sommità del ponte Vanvitelli, 1867), Porta Rettore e Porta S. Lorenzo (1868-9) e una parte della cinta muraria: delle sette antiche porte rimanevano in piedi solo Porta Rufina (ma solo per pochi decenni) e l’innocua e pressoché insignificante – e per questo ancora esistente – Port’Arsa; si disponeva inoltre l’allargamento del Corso – allora chiamato via Magistrale – progettando anche una (mai realizzata) arteria parallela, alle spalle della chiesa di S. Bartolomeo e di Palazzo Paolo V (anch’esso minacciato di abbattimento)[2].
Nel 1861 veniva ultimato il Teatro Comunale, prontamente dedicato al re di Sardegna Vittorio Emanuele II; nel 1872 si poneva in piazza Papiniano l’obelisco egizio (guarda caso, proprio di fronte all’allora Seminario arcivescovile: un altro gesto di provocazione anticlericale); nel 1874 si apriva la Villa Comunale disegnata dall’architetto Alfredo Dehnardt e nel 1889 si avviava la costruzione del Palazzo del Governo (terminato soltanto nel 1911), dall’aspetto imponente ma in contrasto con l’antico assetto del Corso, che con i suoi edifici non superiori a due piani era in grado di consentire la visione della Rocca a chi saliva dal Duomo.
Inoltre si disponeva la costruzione di un cimitero comunale (prima ne esisteva uno in località S. Clementina, inizialmente destinato ai soli colerosi, restando Benevento tra le ultime città italiane a conservare l’abitudine dell’inumazione nelle chiese). Venivano pure riorganizzate e rese pubbliche alcune scuole, mentre era nuovamente chiusa – dopo una breve riapertura – quella del seminario. Al 1903 risale l’inaugurazione della Camera di Commercio, mentre lo sviluppo della rete ferroviaria vedeva aperta la stazione di Porta Rufina sulla linea per Avellino dopo quella centrale, sulla linea Caserta-Foggia, con la sua tipica pensilina in ferro. L’illuminazione elettrica con una rete pubblica risaliva addirittura al 1894 (mentre dal 1872 ne esisteva una a gas).
E non era facile realizzare tante opere perché la situazione economica del municipio, intanto, negli anni successivi all’unità nazionale, appariva pesante in quanto lo Stato, anziché donare alle varie comunità i beni ecclesiastici requisiti in base alla legge Siccardi, aveva costretto il Comune ad acquistarli. Deposta ogni rilevanza politica, i più discussi eventi della città riguardavano le trasformazioni socioeconomiche introdotte dal piano regolatore e dall’ampliamento urbano, non sempre sviluppati in modo lineare ed armonico.
A fine Ottocento la città si manteneva stretta attorno al suo centro storico, non superando per numero di abitanti le 25mila unità, in perfetta armonia con la provincia costituita da 70 Comuni di piccola e media entità (soltanto Morcone, San Bartolomeo in Galdo e Sant’Agata dei Goti sopravanzavano gli ottomila abitanti; Montesarchio ne contava circa settemila). Il dibattito sul futuro del Sannio, comunque, si legava a quello sulla “questione meridionale” travalicando il mero problema tecnologico; la discussione dava però scarsi risultati, al punto che per decenni e decenni rimase aperto l’interrogativo sul ruolo del territorio senza riuscire a delineare le dimensioni del fenomeno e, di conseguenza, senza approfondirne le prospettive.
Città burocratica o commerciale? Nucleo industriale o agroalimentare? Centro di cultura o pigra provincia meridionale? Un dibattito per certi versi ancor oggi attuale. Inoltre proprio gli scontri sul piano regolatore in generale e su questioni di edilizia in particolare diventavano occasione, nei decenni successivi, di frequenti crisi amministrative nel governo comunale.
Il quale, dal punto di vista politico, vedeva la sostanziale presenza dei liberali al potere e dei socialisti all’oposizione. Il lungo lavoro di sfiancamento della Sinistra fu coronato dal successo con l’elezione alla carica di sindaco di Luigi Basile: ma il politico tradì le grandi aspettative suscitate negli elettori incaponendosi (a fianco di proposte veramente innovative ed importanti, come la perequazione delle tasse e la scuola pubblica) nell’imporre la rimozione del Crocifisso dalle aule scolastiche. Ciò causò un sollevamento generale nei suoi confronti e, sconfessato dai suoi stessi compagni di partito, vide le dimissioni di quindici consiglieri comunali su trenta, l’indizione di nuove elezioni (egli ne aveva richieste di sole suppletive, visto che i dimissionari non superavano il 50% del consiglio) e la vittoria del fronte a lui opposto[3].
Tra gli ex protettori di Basile va ricordato in primo luogo l’onorevole Leonardo Bianchi, illustre clinico ed alto grado della massoneria (cui apparteneva lo stesso Basile): da che si era posto come “padrino” dell’ala riformista nel Sannio, Bianchi si spostò su posizioni più realistiche (vale a dire moderate), ritenendo perdente lo scontro frontale con il blocco filoclericale. A Montecitorio votò contro la proposta di legge di Leonida Bissolati volta ad abolire l’insegnamento della religione nelle scuole, mentre a palazzo Giustiniani, sede del Grande Oriente d’Italia, prese una posizione distante da quella ufficiale e provocò la scissione (tuttora esistente) nella massoneria italiana, fondando la Gran Loggia d’Italia (detta di Piazza del Gesù)[4].
Il tempo intanto correva velocemente e la città affrontava con coraggio e sacrifici i nuovi eventi. In particolare la Grande Guerra (1915-1918) alla quale migliaia di giovani sanniti offrivano il proprio sangue su campi di battaglia lontanissimi nello spazio ma vicini negli ideali di riscossa nazionale.
La figura più eminente di questo periodo è certamente quella di Antonio Mellusi (Torrecuso 1847 – Napoli 1925), volontario garibaldino nel 1866, uomo politico e studioso, ma soprattutto poeta: di lui si ricordano L’assedio di Tocco Caudio, Il dubbio d’Amleto, L’odissea di un candidato e Il Leone del castello. Accanto a lui va ricordato anche Pasquale Martignetti (1844-1920), primo traduttore di Friedrich Engels in Italia.
Il processo di Benevento
Di fronte alla sistematica, brutale repressione del brigantaggio, desta curiosità il trattamento riservato dalle autorità al velleitario tentativo di rivoluzione anarchica posto in essere da un gruppo, denominato “banda del Matese”, aderente all’Internazionale socialista: il 7 aprile 1877 una cinquantina di persone, dopo aver ucciso un carabiniere nei pressi di San Lupo, occupò il municipio di Letino bruciando le carte relative alla proprietà e distribuendo tra i paesani i fondi reperiti nelle casse comunali. Un altro atto particolarmente apprezzato dagli strati più poveri della popolazione fu la distruzione del contagiri del mulino per impedire l’applicazione della odiosa tassa sul macinato. Nel pomeriggio il gruppo si diresse alla volta di Gallo per ripetere le medesime imprese. Come già i briganti antiunitari, anche gli Internazionalisti – peraltro immediatamente fermati – avevano individuato nel Sannio un’ottima base di partenza per il loro progetto insurrezionale, proprio in base alle sue caratteristiche di centralità geografica e nel contempo di isolamento. Va comunque aggiunto che, più fortunati dei reazionari borbonici, gli anarchici furono trattati umanamente.
Il procedimento giudiziario contro gli anarchici ebbe addirittura risonanza internazionale, citato nelle cronache del tempo come «il processo di Benevento»: si tenne, in una atmosfera infuocata, di fronte alla Corte d’Assise (nuova istituzione dei Piemontesi, inaugurata per l’occasione) dal 14 al 25 agosto 1878, mentre giungevano le notizie di un attentato al Kaiser e di un altro al capo della polizia russa (attuato proprio da uno dei cospiratori del Matese, rilasciato ed espulso dopo l’arresto perché di nazionalità russa).
Ventisei imputati, 19 i volumi dell’inchiesta; il Pubblico Ministero chiese la condanna non per il reato politico (coperto da amnistia) ma per l’uccisione del carabiniere di S. Lupo. La giuria, formata da dodici giudici popolari, tutti di estrazione borghese, stabilì la non volontarietà dell’omicidio (il milite era morto solo in seguito alle ferite), assolvendo gli imputati in larga misura appartenenti alla buona borghesia. Se non fosse stato reazionario e di umile famiglia, probabilmente anche l’antiunitario Michele Caruso avrebbe beneficiato della simpatia della giuria evitando la fucilazione, tre lustri prima.
[1] Lettera del 27 ottobre 1860; cit. in Claudia Petraccone, Le due civiltà. Settentrionali e meridionali nella storia d’Italia, Laterza, Bari 2000, p. 15.
[2] Sulla storia urbanistica del periodo liberale cfr. Mario Boscia e Franco Bove, Questioni di urbanistica a Benevento 1860-1914, in Benevento tra mito e realtà, Filo rosso, Benevento 1981. pp. 153-165.
[3] «Nessuna battaglia di progresso poteva giustificare un’offesa tanto grave al simbolo della cristianità. Insomma, l’intransigenza ideologica e gli eccessi giacobini aumentavano, e di molto, il rischio di isolamento del blocco popolare». Luigi Diego Perifano, Il topo e il leone. Socialisti a Benevento 1893-1913, Lume, Benevento 2004, p. 144.
[4] Ivi, p. 183.


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