BREVE STORIA DI BENEVENTO DI GIANANDREA DE ANTONELLIS (XII)
Gianandrea de Antonellis e la casa editrice Realtà Sannita, che ringraziamo, ci autorizzano a pubblicare uno studio sulla
storia della città di Benevento
Distruzione e ricostruzione
Benevento aveva accolto “con tripudio” – secondo un cronista del regime – l’annuncio della dichiarazione di guerra il 10 giugno 1940. Nessuno poteva immaginare il disastro cui si stava andando incontro. La cittadinanza, comunque, si adattava con disciplina ad ogni misura richiesta dalle autorità: le tessere alimentari, la predisposizione dei rifugi, la diminuzione dei trasporti, la chiamata massiccia alle armi. Tuttavia la guerra sembrava una contingenza estranea al tessuto della città, quasi una visione da cartoline postali pervenute dal fronte e da racconti di militari in licenza. La morte si manteneva discretamente lontana. Anzi, nel 1943, la caduta del fascismo (25 luglio) faceva illudere in un ravvicinato componimento del conflitto. A fine agosto, al contrario, senza alcun preavviso e con una spietatezza incomprensibile, la guerra metteva in mostra tutta la sua carica di violenza: l’inferno sembrava insediato nella città di Benevento. Venerdì 20 veniva bombardata la stazione ferroviaria: erano le 13 e 30, un’ora di punta per la gente che aveva concluso il lavoro o tornava dai mercati; quattro affollatissimi convogli sostavano presso le pensiline. Secondo le disposizioni, in caso di allarme aereo, i macchinisti avrebbero dovuto allontanarsi di qualche chilometro dallo scalo, ma il profilarsi dei bombardieri fu troppo improvviso. Inevitabile il massacro sotto la pioggia di proiettili e di spezzoni incendiari. Una scena terribile, replicata il giorno 27. E si arrivava così a quel terribile, indimenticabile settembre 1943…
Il giorno 7 – gli aerei nemici erano giunti di notte – veniva ulteriormente sconvolta la zona ferroviaria, che venne distrutta per intero con l’attacco aereo del giorno 11, che si accaniva pure contro il Corso e il Ponte Vanvitelli; il 12, alle ore 13 e 40, veniva colpita la cattedrale; nella notte del 14 avveniva la totale distruzione del Duomo con danni enormi all’antico quartiere Triggio; il 16 si susseguivano due bombardamenti su diversi Palazzi, tra cui quello Arcivescovile. Gli aerei continuavano a sganciare il loro carico di morte nei giorni 17, 18, 19 (un bombardamento diurno ed uno notturno), 20 (notturno, eccezionalmente violento), 21 (sia di giorno che di notte), 22, 24, 25 (all’alba), 28, 29, 30, il 1° ottobre.
Sotto il profilo strategico rimane incomprensibile tanto accanimento che, peraltro, non colpiva in modo grave le postazioni tedesche, ma distruggeva al 60% l’abitato e al 100% il nodo ferroviario.
A subire tutta la pesantezza degli attacchi era l’inerme popolazione che invano aveva sperato di giungere indenne fino al termine delle ostilità, specialmente dopo l’annuncio dell’armistizio (8 settembre). Ma il tributo di lacrime e di sangue non conosceva soste. L’aviazione americana aveva assalito la città con bombardamenti a tappeto, distruggendola per due terzi, arrecando danni irreparabili al patrimonio artistico e massacrando centinaia e centinaia di civili (si parla anche di duemila morti). A queste vittime innocenti si dovevano poi aggiungere, nell’estate 1944, le persone falciate da un’epidemia di tifo e vaiolo, anch’essa dovuta, sia pure in maniera indiretta, ai bombardamenti: essi avevano infatti colpito le tubature idrauliche e fognarie, causando una situazione di scarsa igiene.
Il 2 ottobre 1943 i “liberatori” entravano in città, ingaggiando con le truppe germaniche di stanza sulle colline del circondario una serie di scontri a cannonate che facevano ulteriori vittime tra la popolazione civile. Quindi, come dopo la sconfitta di Manfredi, i vincitori si distinsero per barbarie e sopraffazione nei confronti di uomini e, soprattutto, cose. A pace conclusa, un ufficiale “alleato” doveva confessare onestamente a un prelato beneventano, indicando il Duomo distrutto: «È stato un delitto senza ragione…». Altrettanto valeva per i Caduti alla cui memoria la città ha dedicato una strada, tra viale Mellusi e viale degli Atlantici, intitolandola alla giovanissima Tonina Ferrelli.
Intanto Benevento aveva dato alla Repubblica Sociale Italiana due figure assai diverse tra loro: Pietro Koch (Benevento 1915 – Roma 1945), fiancheggiatore della polizia tedesca, che operava in funzione antipartigiana a Milano, nella famigerata “Villa Triste”; e Goffredo Coppola (Guardia Sanframondi 1898 – Dongo 1945), insigne filologo e rettore della più antica università italiana, quella di Bologna. Il 25 aprile, pur non obbligato da alcuno, Coppola sceglieva di condividere la sorte del Duce, raggiungendolo a Milano e seguendolo nella fuga; fucilato sul lago di Como, anche il suo cadavere venne oltraggiosamente esposto in piazzale Loreto.
Venti anni dopo – il 15 giugno 1967 – il presidente della Repubblica Giuseppe Saragat decorava la città di Benevento con la medaglia d’oro al valor militare per le sofferenze patite in guerra; la motivazione esaltava i duemila suoi cittadini sacrificati “alla causa della patria e della libertà”.


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