BREVE STORIA DI BENEVENTO DI GIANANDREA DE ANTONELLIS (XIII)
Gianandrea de Antonellis e la casa editrice Realtà Sannita, che ringraziamo, ci autorizzano a pubblicare uno studio sulla
storia della città di Benevento
Quod non fecerunt barbari…
Benevento, prima città d’Italia a presentare un piano globale di ricostruzione all’indomani della guerra, non può vantare ugualmente di averlo eseguito in tempi stretti. Anzi, il problema urbanistico restava e resta – occorre finalmente parlare al presente – tra i nodi insoluti della città. Una questione spinosa sulla quale più di una giunta comunale è capitolata.
Gli eventi naturali hanno inoltre reso più arduo risolvere il problema, come nel caso dell’alluvione del 2 ottobre 1949 (l’acqua del Calore arrivò all’altezza dei primi piani sul versante del viale Principe di Napoli) e del terremoto del 23 novembre 1980 che attanagliava la città tra paura e danni. Dopo il primo evento si perdeva una buona occasione per disegnare una rete stradale più adatta ai nuovi tempi; dopo il secondo non sono state messe a giusto profitto le notevoli somme disposte dallo Stato per una sana ripresa economica e per un miglioramento del patrimonio edilizio.
Definire “obbrobriosi” gli interventi degli anni Cinquanta appare una espressione forte, ma essa corrisponde all’inerzia, o peggio al vuoto decisionale, ancora oggi visibile nei risultati (tra l’altro non sono state neppure salvaguardate le Terme romane riportate in luce a seguito dei bombardamenti – quod non fecerunt barbari fecerunt Barberini…). L’attuale desolazione offerta dal mancato assetto di piazza Orsini – sulla cui immediata sistemazione tutti erano d’accordo sin dal 1945 – rispecchia in pieno l’incapacità amministrativa di quanti si sono succeduti a palazzo Paolo V per cinquanta anni e la stessa ricostruzione del monumento a Benedetto XIII, distrutto dai bombardamenti americani e ricollocato nel suo sito originario, non ha mancato di suscitare qualche polemica da parte di chi avrebbe preferito spostarlo di fronte al Duomo, tenendo conto dell’attuale assetto della piazza. .
Nel 1958 l’architetto Piccinato presentava un secondo progetto per la città (dopo quello degli anni Trenta), anch’esso mai attuato, tanto che nel 1980 agli architetti Bruno Zevi e Sara Rossi veniva affidata la stesura di un nuovo piano urbanistico[1]. Sul fronte dell’edilizia popolare, invece, si realizzava il rione Libertà (progettato sin dagli anni ’30) il cui disegno tendeva a completare la divisione in quattro parti della città moderna: il centro come area amministrativa e di rappresentanza; il viale degli Atlantici e la Pace Vecchia quali zone residenziali per la borghesia; l’oltre Calore, verso la stazione, destinato allo sviluppo del settore economico terziario; il rione Libertà quale tessuto di case popolari e di edilizia agevolata. Restava del tutto eluso il problema dell’assetto industriale. Venuto meno l’antico e fondamentale collegamento con la campagna che un tempo caratterizzava la città in senso agricolo, le speranze dell’economia erano riposte sul potenziamento dell’artigianato (mai avvenuto) e su investimenti strutturali (soltanto in minima parte finanziati dalla Cassa per il Mezzogiorno).
Una sola operazione di vaste proporzioni sociali ha visto il suo epilogo: la lotta al mercato dei bambini, i cosiddetti “alani” (dal dialettale ualano, cioè garzone). Tale piaga, tipica del meridione, è stata debellata soltanto negli anni Cinquanta, grazie al decisivo intervento della Celere e dei Carabinieri. Per questa ignominiosa consuetudine il 15 agosto di ogni anno affluivano sulla piazza del Duomo centinaia di piccoli schiavi, letteralmente venduti ad un “padrone”, da famiglie numerose e bisognose per un anno intero; il giorno della Madonna di mezz’agosto avveniva l’accordo, mentre il pagamento – qualche migliaio di lire e pochi quintali di grano – era fissato per la festa della “seconda Madonna”, il 15 settembre, quando veniva effettuata la consegna del ragazzo destinato a servizi di garzone, pecoraio, stalliere, zappatore.
Politicamente, intanto, la città viaggiava tra umori diversi. Al referendum istituzionale del 2 giugno 1946 aveva stravinto la monarchia (78, 1%, 15.023 voti contro 4. 197) ed i primi sindaci si erano scelti tra i liberali per evitare nomi collusi col fascismo. Con le elezioni del 1952, tuttavia, la destra monarchica e missina riusciva ad ottenere la maggioranza assoluta dei consiglieri comunali, eleggendo di seguito ben quattro sindaci: Zazo (monarchico), Cangiano (fondatore del Msi locale), Rivellini (monarchico) e D’Alessandro (Msi).
Negli anni Sessanta, però, la città si allineava alle tendenze nazionali diventando democristiana e socialista, in parallelo con la trasformazione economica che puntava sul terziario vedendo esaurita ogni spinta alla industrializzazione. Questa politica, in sostanza, falliva in pieno i suoi obbiettivi di piena occupazione, aggravando il contesto generale per il mancato potenziamento del settore agricolo che – se sostenuto a dovere – avrebbe potuto offrire frutti ben più validi.
Qualche esempio. Nel 1955 la Sima, ex Aeronautica Sannita, era costretta a chiudere i battenti per lasciare spazio al monopolio Fiat. In tempi successivi nasce (male) la Fer, una industria meccanica per la produzione di macchinari agricoli: aperta nel 1976, si scontra ben presto con la concorrenza delle più agguerrite industrie nazionali; inoltre la carenza di formazione del personale crea situazioni paradossali: l’80% del personale è di estrazione rurale e si assenta in massa durante i periodi di raccolto agricolo. Di conseguenza, dopo aver sottratto braccia al lavoro dei campi, l’attività della Fer si esaurisce nel 1981, lasciando sulla strada anche il residuo 20% di autentici operai.
Intanto, mentre breve vita ha la “Mostra Campionaria di Benevento” (che pure nel 1950 ospita il presidente della Repubblica Luigi Einaudi), la città va ampliandosi a dismisura, senza possedere le relative strutture di servizio, sotto la spinta dell’esodo dalle campagne, causa prima dell’accentuato fenomeno di urbanizzazione. Al censimento del 1961 gli abitanti erano 55. 381; alla rilevazione del 31 dicembre 1968 il numero sale a quota 59. 578, pur considerando la perdita di 1720 cittadini emigrati nell’ultimo decennio, mentre l’intera provincia – con i suoi 307. 701 abitanti – annovera ben seimila unità in meno rispetto al precedente decennio, sempre a causa della forte emigrazione. Poi la situazione demografica si va stabilizzando e non subisce ulteriori accelerazioni, tanto che al censimento del 1991 il capoluogo conta 62. 561 abitanti e la sua provincia (78 Comuni) soltanto 293.060 con una densità per kmq di 141 persone, la più bassa dell’intera Campania (media regionale: 414 abitanti per kmq, passando da un tetto di 2576 per l’affollatissima Napoli al livello di Avellino che ne segnala 157).
In altri termini, Benevento si presenta ancora come un’area urbana dove è possibile respirare.
Ai nostri giorni
Molte cose sono cambiate – sul piano delle strutture – negli ultimi anni. In particolare si ricorda la costruzione dell’Ospedale civile che copre il fabbisogno dell’intera provincia. Nel 1979 viene inaugurato lo stadio “Santa Colomba”, costruito nel giro di soli tre anni in sostituzione del vecchio (e glorioso: nel 1946 aveva visto la squadra di calcio promossa in “serie B”, ma problemi economici ne avevano impedito l’iscrizione alla divisione superiore) “Meomartini”: capace di 25.000 posti (ma potrebbe contenere senza rischi anche 30.000 spettatori) l’impianto appare sicuramente meritevole di ospitare una squadra di calcio di livello superiore a quelli frequentati negli ultimi anni. Ma la vita agonistica della città si esprime anche attraverso altri sport di squadra, come il rugby (la compagine locale ha a lungo militato nella massima divisione), la pallamano (con la squadra in A1) e la pallacanestro, sia maschile che femminile.
L’occasione più esaltante per riportare Benevento agli onori della cronaca nazionale riguarda il campo della cultura, grazie alla settembrina rassegna teatrale “Città spettacolo”, ideata nel 1980 da Ugo Gregoretti e proseguita con iniziative e mezzi sempre più vivaci. L’evento attira artisti di fama nazionale e internazionale, con una serie di “prime” italiane ed europee, permettendo la riscoperta di testi dimenticati e l’affermazione di originali novità. Ogni anno viene messa in risalto una specifica tematica (dal “teatro fantastico” della prima edizione al “teatro tetro ed atro”, sulla drammaturgia legata al grandguignol, fino al “teatro delle lingue morenti”, con la riscoperta di testi dialettali destinati all’oblio, e a quello basato sul dualismo “sacro-profano”). Secondo numerosi registi ed attori la rassegna “Città Spettacolo” consente di mettere alla prova giovani autori ed interpreti, diventando così un ideale trampolino di lancio per ogni nuova produzione. A tale scopo sono stati ripristinati il Teatro De Simone (all’interno dell’ex Collegio De La Salle), gioiello di fine secolo, e l’Auditorium S. Nicola, ricavato nell’omonima chiesa settecentesca, mentre è stato restaurato il Teatro comunale Vittorio Emmanuele e nell’area universitaria è sorto il capiente e moderno Auditorium Nicola Calandra (dedicato ad un operista beneventano del XVIII secolo).
In tema di nuove costruzioni vanno segnalati, sempre nella zona alta, gli edifici del nuovo Tribunale e dell’Inps con la funzione di promuovere il quartiere nato dopo il terremoto del 23 novembre 1980 che, pur facendo notevoli disastri, non ha colpito il Sannio con la stessa intensità della vicina Irpinia: solo due morti (anziani deceduti per lo spavento) e diffuse lesioni nell’edilizia del centro storico. Più gravi risultano i danni ai paesi confinanti con la provincia di Avellino: ad esempio Paduli oppure San Martino Sannita, andati distrutti in gran parte.
Travagli più intensi, invece, provengono dagli ambienti politici locali. Costantemente instabile si presenta la situazione amministrativa alle prese con ricorrenti crisi di giunta e con un turbinio di sindaci e assessori, a dispetto di una naturale e indispensabile continuità gestionale: tra i diciotto primi cittadini del dopoguerra soltanto due, Mario Rotili e Antonio Pietrantonio, sono riusciti a superare i cinque anni di lavoro, anche se attraverso più giunte. D’altro canto, per fortuna, la città subisce soltanto marginalmente l’inquietante fenomeno del terrorismo, sviluppatosi con tanta crudezza in altre regioni del Paese: l’unico evento che colpisce direttamente Benevento consiste nel barbaro assassinio, avvenuto però a Napoli, del giovane assessore regionale Raffaele Delcogliano, trucidato dalle Brigate Rosse il 27 aprile 1982.
Cambiando argomento, nel 1978 scompare uno storico ente cittadino: l’antico Monte Orsini, prima inglobato in un istituto bancario regionale e poi confluito in una banca nazionale. Era stato creato nel 1694 da Benedetto XIII con il nome di Monte Frumentario per venire incontro alle esigenze produttive locali: in particolare l’istituzione anticipava agli agricoltori poveri i mezzi per seminare le terre prese in fitto. Inoltre il Monte Orsini svolgeva un’intensa opera di finanziamento di ogni altra attività rurale, soprattutto delle coltivazioni di tabacco, che per secoli hanno determinato e tuttora costituiscono il settore di maggiore reddito dell’agricoltura beneventana (la qualità del tabacco sannita era considerata ottima, pari a quella famosa della provincia di Lecce). Più tardi, con la sezione Pegni, a questa finalità si aggiunse quella di tutelare dalle estorsioni degli usurai: il Monte beneventano elargiva i prestiti al tasso del 3% (al contrario di tutti gli altri Monti su pegno italiani, che richiedevano il 5%) e, nonostante il minimo margine, riuscì a dotarsi di un notevolissimo patrimonio.
Invece ulteriore lustro alla città proviene dall’apertura della Scuola Allievi Carabinieri, nei locali dell’ex seminario (al termine di viale degli Atlantici), dalla nascita del Conservatorio di Musica (sorto come succursale di quello napoletano di S. Pietro a Maiella e resosi autonomo nel 1988) e dalla istituzione, in via di sviluppo in questi anni, di una Università, collegata a quella di Salerno, con le facoltà di Giurisprudenza, Ingegneria, Economia (con un corso specialistico per la gestione dei servizi turistici tenuto a Buonalbergo), Scienze matematiche, fisiche e naturali (dislocata a Paduli).
Sul piano storico si ricorda un evento rimarchevole: il 2 luglio 1990, ad oltre centoquaranta anni dall’ultimo pontefice (era stato Pio IX nel 1849), Giovanni Paolo II compie una visita pastorale alla città e nell’occasione inaugura il nuovo seminario regionale, sorto a pochi passi dal vecchio.
Senza dubbio, una grossa lacuna per Benevento – uno dei pochi capoluoghi di provincia in Italia ad esserne privo – è derivata dalla mancanza di un proprio quotidiano. Molte le emittenti radio e televisive, numerosi i periodici e le riviste, ma nessun giornale esclusivo per seguire e commentare i fatti della provincia. Tale carenza viene quantitativamente colmata nel 1996 dall’uscita de Il Sannio quotidiano. La città, comunque, appare pervasa da un forte desiderio di cambiamento. Ciò risalta da due elementi: da un lato il movimento di opinione che vorrebbe separare la provincia beneventana dalla Regione Campania o per entrare nel Molise (progetto “Molisannio”) o per creare una nuova entità (progetto “I due Principati”, assieme alle province di Avellino e Salerno); dall’altro, la determinazione a tagliare i ponti con il vecchio apparato partitico fondato sui notabili (tra l’altro, l’elezione plebiscitaria di Pasquale Viespoli alla carica di sindaco nel 1993, la prima volta con voto diretto per il primo cittadino, sembra riflettere questo stato d’animo).
Ma il progetto “neosannita” ha trovato il veto dell’amministrazione regionale molisana ed il sogno di un rinnovamento amministrativo comunale si è spento nel 2006, con il ritorno al potere della classe politica democristiana, in alleanza con la sinistra.
[1] Cfr. Angela Bosco e Pino Iadicicco, Da Piccinato a Zevi, in Benevento tra mito e realtà, Filo rosso, Benevento 1981. pp. 167-178.


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