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BREVE STORIA DI BENEVENTO DI GIANANDREA DE ANTONELLIS (XIII)

Posted by on Giu 17, 2026

BREVE STORIA DI BENEVENTO DI GIANANDREA DE ANTONELLIS (XIII)

Gianandrea de Antonellis e la casa editrice Realtà Sannita, che ringraziamo, ci autorizzano a pubblicare uno studio sulla 
 storia
 della città di Benevento

Quod non fecerunt barbari…

Benevento, prima città d’Italia a presentare un piano globale di ricostruzione all’indomani della guerra, non può vantare ugualmente di averlo eseguito in tempi stretti. Anzi, il problema urbanistico restava e resta – occorre finalmente parlare al presente – tra i nodi insoluti della città. Una questione spinosa sulla quale più di una giunta comunale è capitolata.

Gli eventi naturali hanno inoltre reso più arduo risolvere il problema, come nel caso dell’alluvione del 2 ottobre 1949 (l’acqua del Calore arrivò all’altezza dei primi piani sul versante del viale Principe di Napoli) e del terremoto del 23 novembre 1980 che attanagliava la città tra paura e danni. Dopo il primo evento si perdeva una buona occasione per disegnare una rete stradale più adatta ai nuovi tempi; dopo il secondo non sono state messe a giusto profitto le notevoli somme disposte dallo Stato per una sana ripresa economica e per un miglioramento del patrimonio edilizio.

Definire “obbrobriosi” gli interventi degli anni Cinquanta appare una espressione forte, ma essa corrisponde all’inerzia, o peggio al vuoto decisionale, ancora oggi visibile nei risultati (tra l’altro non sono state neppure salvaguardate le Terme romane riportate in luce a seguito dei bombardamenti – quod non fecerunt barbari fecerunt Barberini…). L’attuale desolazione offerta dal mancato assetto di piazza Orsini – sulla cui immediata sistemazione tutti erano d’accordo sin dal 1945 – rispecchia in pieno l’incapacità amministrativa di quanti si sono succeduti a palazzo Paolo V per cinquanta anni e la stessa ricostruzione del monumento a Benedetto XIII, distrutto dai bombardamenti americani e ricollocato nel suo sito originario, non ha mancato di suscitare qualche polemica da parte di chi avrebbe preferito spostarlo di fronte al Duomo, tenendo conto dell’attuale assetto della piazza. .

Nel 1958 l’architetto Piccinato presentava un secondo progetto per la città (dopo quello degli anni Trenta), anch’esso mai attuato, tanto che nel 1980 agli architetti Bruno Zevi e Sara Rossi veniva affidata la stesura di un nuovo piano urbanistico[1]. Sul fronte dell’edilizia popolare, invece, si realizzava il rione Libertà (progettato sin dagli anni ’30) il cui disegno tendeva a completare la divisione in quattro parti della città moderna: il centro come area amministrativa e di rappresentanza; il viale degli Atlantici e la Pace Vecchia quali zone residenziali per la borghesia; l’oltre Calore, verso la stazione, destinato allo sviluppo del settore economico terziario; il rione Libertà quale tessuto di case popolari e di edilizia agevolata. Restava del tutto eluso il problema dell’assetto industriale. Venuto meno l’antico e fondamentale collegamento con la campagna che un tempo caratterizzava la città in senso agricolo, le speranze dell’economia erano riposte sul potenziamento dell’artigianato (mai avvenuto) e su investimenti strutturali (soltanto in minima parte finanziati dalla Cassa per il Mezzogiorno).

Una sola operazione di vaste proporzioni sociali ha visto il suo epilogo: la lotta al mercato dei bambini, i cosiddetti “alani” (dal dialettale ualano, cioè garzone). Tale piaga, tipica del meridione, è stata debellata soltanto negli anni Cinquanta, grazie al decisivo intervento della Celere e dei Carabinieri. Per questa ignominiosa consuetudine il 15 agosto di ogni anno affluivano sulla piazza del Duomo centinaia di piccoli schiavi, letteralmente venduti ad un “padrone”, da famiglie numerose e bisognose per un anno intero; il giorno della Madonna di mezz’agosto avveniva l’accordo, mentre il pagamento – qualche migliaio di lire e pochi quintali di grano – era fissato per la festa della “seconda Madonna”, il 15 settembre, quando veniva effettuata la consegna del ragazzo destinato a servizi di garzone, pecoraio, stalliere, zappatore.

Politicamente, intanto, la città viaggiava tra umori diversi. Al referendum istituzionale del 2 giugno 1946 aveva stravinto la monarchia (78, 1%, 15.023 voti contro 4. 197) ed i primi sindaci si erano scelti tra i liberali per evitare nomi collusi col fascismo. Con le elezioni del 1952, tuttavia, la destra monarchica e missina riusciva ad ottenere la maggioranza assoluta dei consiglieri comunali, eleggendo di seguito ben quattro sindaci: Zazo (monarchico), Cangiano (fondatore del Msi locale), Rivellini (monarchico) e D’Alessandro (Msi).

Negli anni Sessanta, però, la città si allineava alle tendenze nazionali diventando democristiana e socialista, in parallelo con la trasformazione economica che puntava sul terziario vedendo esaurita ogni spinta alla industrializzazione. Questa politica, in sostanza, falliva in pieno i suoi obbiettivi di piena occupazione, aggravando il contesto generale per il mancato potenziamento del settore agricolo che – se sostenuto a dovere – avrebbe potuto offrire frutti ben più validi.

Qualche esempio. Nel 1955 la Sima, ex Aeronautica Sannita, era costretta a chiudere i battenti per lasciare spazio al monopolio Fiat. In tempi successivi nasce (male) la Fer, una industria meccanica per la produzione di macchinari agricoli: aperta nel 1976, si scontra ben presto con la concorrenza delle più agguerrite industrie nazionali; inoltre la carenza di formazione del personale crea situazioni paradossali: l’80% del personale è di estrazione rurale e si assenta in massa durante i periodi di raccolto agricolo. Di conseguenza, dopo aver sottratto braccia al lavoro dei campi, l’attività della Fer si esaurisce nel 1981, lasciando sulla strada anche il residuo 20% di autentici operai.

Intanto, mentre breve vita ha la “Mostra Campionaria di Benevento” (che pure nel 1950 ospita il presidente della Repubblica Luigi Einaudi), la città va ampliandosi a dismisura, senza possedere le relative strutture di servizio, sotto la spinta dell’esodo dalle campagne, causa prima dell’accentuato fenomeno di urbanizzazione. Al censimento del 1961 gli abitanti erano 55. 381; alla rilevazione del 31 dicembre 1968 il numero sale a quota 59. 578, pur considerando la perdita di 1720 cittadini emigrati nell’ultimo decennio, mentre l’intera provincia – con i suoi 307. 701 abitanti – annovera ben seimila unità in meno rispetto al precedente decennio, sempre a causa della forte emigrazione. Poi la situazione demografica si va stabilizzando e non subisce ulteriori accelerazioni, tanto che al censimento del 1991 il capoluogo conta 62. 561 abitanti e la sua provincia (78 Comuni) soltanto 293.060 con una densità per kmq di 141 persone, la più bassa dell’intera Campania (media regionale: 414 abitanti per kmq, passando da un tetto di 2576 per l’affollatissima Napoli al livello di Avellino che ne segnala 157).

In altri termini, Benevento si presenta ancora come un’area urbana dove è possibile respirare.


[1] Cfr. Angela Bosco e Pino Iadicicco, Da Piccinato a Zevi, in Benevento tra mito e realtà, Filo rosso, Benevento 1981. pp. 167-178.

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