BREVE STORIA DI BENEVENTO DI GIANANDREA DE ANTONELLIS
Gianandrea de Antonellis e la casa editrice Realtà Sannita, che ringraziamo, ci autorizzano a pubblicare uno studio sulla storia della città di Benevento, uniziamo con la premessa
Premessa
Sta per giungere alla terza edizione questo saggio apparso la prima volta trent’anni fa, in cui ho cercato di coniugare leggibilità e scientificità, e che l’editore Giovanni Fuccio (1941-2021) – a cui sono grato per la fiducia dimostratami – mi aveva chiesto più volte di ripubblicare, aggiornandolo ai nostri tempi. Un lavoro che mi era impossibile, per vari motivi, portare a termine.
Grazie alla figlia Maria Gabriella, che ha preso in mano le redini della casa editrice, il progetto ha potuto essere realizzato, rivedendo la parte già esistente ed aggiungendo il capitolo che riguarda gli ultimi venti anni, per far posto alla quale si è pensato di eliminare la sezione dedicata all’antologia dei testi letterari riguardanti Benevento, con l’impegno morale di una prossima pubblicazione autonoma interamente dedicata all’argomento: Benevento in letteratura.
Per il resto, sintetizzando quanto scrissi venti anni fa nella prefazione alla seconda edizione: un punto essenziale è quello dell’analisi critica e del giudizio da dare sul Governo Pontificio, che più a lungo di ogni altro ha retto Benevento e sulla mentalità che avrebbe contribuito a forgiare. Data l’ampiezza dell’argomento, mi sono limitato a riportare le considerazioni di Ferdinand Gregorovius e Alfredo Zazo (entrambi favorevoli al Governo Pontificio, quantunque non sospettabili di simpatie papaline).
Personalmente ritengo, sulla base di studi e non di semplici illazioni, che il fatto di essere stato un enclave pontificia a Benevento abbia portato sia benefici che danni, ma che almeno fino alla cosiddetta Restaurazione (che restaurò ben poco) la bilancia sia decisamente favorevole ai primi. Forse, con il Congresso di Vienna, Benevento avrebbe potuto essere assegnata al Regno delle Due Sicilie traendone cospicui risultati positivi: affermare che se Benevento avesse cessato di essere enclave pontificia duecento anni fa avrebbe avuto uno sviluppo diverso è affermazione accettabile; pensare che la mentalità dell’attuale popolazione sarebbe stata modificata dal passaggio da Roma a Napoli è invece un grave azzardo[1]. Di conseguenza, è inaccettabile sostenere che le colpe della ristretta mentalità cittadina siano imputabili al Governo Papale, come se i quasi centocinquant’anni di Unità e le numerose generazioni che ci separano da quando un Legato Pontificio sedeva nella Rocca dei Rettori fossero passati senza colpo ferire. Le cause dei guasti dell’arretratezza beneventana (e meridionale, italiana, europea) vanno cercate altrove – ma questo non è certo il compito del presente studio.
[1] Tale affermazione ricorda infatti le geremiadi di coloro che sostengono la storia di Napoli essere stata modificata dall’impiccagione dei cento rivoluzionari in piazza del Mercato nell’estate del 1799. E questo non – o non solo – perché si dimentichino i cinquemila “lazzari” morti per difendere la città dall’invasione francese (mentre i predetti giacobini sparavano loro alle spalle da Castel Sant’Elmo); non perché si dimentichino i circa millecinquecento condannati a morte dai tribunali rivoluzionari (in meno di sei mesi, con una media di dieci al giorno!); non perché si dimentichino i sessantamila morti tra la popolazione civile (la fonte è il resoconto del generale francese Paul Thiébault), ma perché è semplicemente ridicolo pensare che la perdita di quei cento personaggi possa aver influenzato le sorti dell’intera nazione napoletana per i due secoli successivi, anche nel caso – che peraltro non si dette – in cui costoro avessero rappresentato effettivamente l’élite partenopea.


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