Brevi considerazioni sulle figure zoomorfe della cattedrale di San Matteo, a Salerno
Andrea Ianniello
Su questo – complesso – tema, prima occorre far prima un breve discorso introduttivo, rimandando al seguente testo per ulteriori approfondimenti: A. A. Ianniello, Pietre che cantano. Suoni e sculture nelle nostre chiese, Giuseppe Vozza editore, Caserta-Casolla s.d. – in realtà del 2007. Quest’ultimo testo è dedicato, in modo particolare, alla cattedrale di S. Michele in Caserta vecchia, ma non solo ad essa. Qui di seguito si coglie, invece, l’occasione per “schizzar” dei punti di base, necessari. Dette questo, veniamo direttamente a tali punti.
Tutte le cattedrali presentano delle figure scultoree, che, di solito, – diciamo: spesse volte – sono statue, anche piccole, come quelle poste sui capitelli, per fare un esempio. E tuttavia, ve ne sono di altre, “strane” o particolari: esse non sono rappresentazioni di figure umane né di storie bibliche, storie bibliche ovviamente stilizzate, spesse volte molto stilizzate. Ma cosa sono? Sono figure di animali! Ed eccolo, “il” primo punto. Di solito derubricate a “materiali di risulta” o a “gusto ‘barbarico’” e cose del genere, tali figure zoomorfe avevano poco attratto gli studi, ma solo la “sensibilità” – eventualmente anche “romantica” – su di un Medioevo spesso del tutto inventato. Precisazione: il “Medioevo fantastico” – titolo di un testo di J. Baltrušaitis – davvero vi è stato, storicamente parlando; e tuttavia, non è affatto vero che il Medioevo sia stato solo questo! Anzi! Tal suo volto, pur se reale, però era solo una parte secondaria nel Medioevo.
Sul Medioevo, secondo punto, è bene l’esser chiari. Il Medioevo è stato un’età “di passaggio”, piena di cose che noi oggi – ma solamente oggi! – considereremmo “contraddittorie” ma che, come in ogni “età di passaggio”, convivevano bellamente assieme. Di conseguenza, il Medioevo è stato anche la grande età dei commerci, della produzione, delle innovazioni tecniche: non esisteva la “scienza moderna” e pure c’erano invenzioni: tante! Ecco una cosa che i moderni hanno grosse difficoltà nell’accettare. Esempi? Gli occhiali. L’aratro; la carta; la polvere da sparo – in Cina –, ed i mulini ad acqua e a vento; le staffe. Poi, c’è quel che chiamo “la più grande ‘invenzione’ del Medioevo”, la più duratura, la più storicamente significativa: la borghesia. Solo nel Medioevo occidentale l’ “abitante del borgo” si è pensato come radicalmente distinto da quello del “contado”, e ciò – sia detto solo en passant – è avvenuto solo e soltanto in Occidente, non in Cina, non in India, non nel mondo islamico. Mai, in quei contesti culturali, gli “abitanti delle città” si son sentiti così distanti dagli “abitanti del contado”. La dialettica città/campagna, quindi, ha “segnato” tutta la storia occidentale, finché le città si sono mangiate tutto: e siamo nell’attuale periodo che chiamerei: “post occidentale” …
Dette queste – brevi – “cose” introduttive, veniamo al terzo punto: ed allora queste figure d’animali sui capitelli, che cosa sono? Da dove derivano? Per la “derivazione” storica, rimando al testo già citato qui su.
Per il “cosa” sono, se ne dirà qualcosa qui di seguito, dopo aver ricordato lo studioso – in realtà un “etno-musicologo” – che si è chiesto, per la prima volta – dopo decenni! –, “cosa” fossero e “cosa” significassero: Marius Schneider. Da tutto un, complesso, discorso – sul quale qui non si ci può soffermare –, deriva che tali figure animali sono ricollegate con le note musicali. La cosa potrebbe sembrare “campata per aria” e priva di qualsiasi appoggio, di qualsiasi base “scientifica” d’alcun genere, ma non è così poiché nasce da un lungo e profondo studio “etno-musicologico” dove, cioè nel corso del quale, si pone a verifica che l’uso di figure animali per denotare le note musicali è cosa che si fa (due note!, “si” e “fa” cioè la dissonanza “naturale”, il “tritono” cioè il diabolus in musica del Medioevo …) sin da tempi antichissimi. Insomma: è un uso molto antico, nient’affatto un’ “invenzione” del Medioevo. Per cui, nonostante questa corrispondenza tra delle figure zoomorfe con le note musicali possa, in qualche modo, apparire “strana”, non è questo il “vero” punto di difficoltà dello studio “fondante” di Schneider. Al contrario, “il punto di difficoltà vero” è quello di ricostruire, nella pratica, le corrispondenze delle figure animali (zoomorfe cioè) con le note. Questa è stata la vera difficoltà da Schneider, brillantemente risolta da lui sia facendo appello a fonti indù e poi verificandole sia con quelle islamiche – soprattutto “persiane” o “iraniche” in generale (persiano ed iranico non coincidendo del tutto) – del Medioevo, sia ricostruendo la loro applicazione, soprattutto nei chiostri di San Cugat e Gerona, in Spagna, Catalogna per la precisione. Si giunge così a delle corrispondenze generali, che vanno al di là del “caso di studio” in Spagna, un “caso di studio” particolarmente preciso ed “esemplificante” ma la questione si è che tali corrispondenze, poiché generali, possono, a questo punto, applicarsi a tanti casi diversi, pur se non sempre così “limpidi” e chiari come quello studiato, illo tempore, da Schneider. Questo significa che non è affatto detto che possiamo aspettarci delle sequenze complesse come quelle studiate da Schneider, ma senza dubbio possiamo aspettarci dei frammenti di sequenze, o dei suoni “fermati” nella pietra. Pietre che cantano, appunto.
Una delle “applicazioni” possibili, di tali corrispondenze generali, è stata nel mio testo, citato qui sopra. Un’altra è quella del “paper” il cui link è riportato qui sotto.
La riflessione, – un “paper” -, ricollegato al tema di qui sopra, cioè “Le figure zoomorfe del duomo di Salerno: S. Matteo”, può leggersi al link:
Andrea A. Ianniello



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