Alta Terra di Lavoro

già Terra Laboris,già Liburia, già Leboria olim Campania Felix

BRIGANTAGGIO A ITRI

Posted by on Ago 4, 2021

BRIGANTAGGIO A ITRI

Già nel XVI sec. il brigantaggio ha dato un gran da fare ad Itri; infatti, Il bandito Marco Sciarra, proveniente dall’Abruzzo, dove possedeva un castello, scorrazzò per queste zone associato ad un altro delinquente, tale Angelo Ferro. Sciarra disponeva di un piccolo esercito valutato in circa mille uomini, tra le sue imprese spicca quella avvenuta a Fondi dove mise a ferro e fuoco il castello Acquaviva. Il Ferro, si dice, dovette ritenersi un miracolato perché per intercessione della Madonna della Civita, smise l’attività malavitosa e si arruolò nelle file di Filippo II impegnato a combattere nelle Fiandre.

Marco Sciarra continuò invece a razziare e ad uccidere nelle zone che oggi vanno dal sud pontino fino alla penisola sorrentina. Si stabilì ad Itri nel 1592, pose il suo quartier generale nel castello che domina la città, taglieggiando i viaggiatori che transitavano per la Via Appia. Il più illustre tra questi fu Torquato Tasso, riconosciuto dal bandito si racconta, fu fatto proseguire senza che gli fosse recato danno. Il 15 febbraio 1798 nasceva la Repubblica Romana, ma un certo malessere serpeggiava tra la popolazione laziale che non gradiva l’avvento dei nuovi padroni. Non passò molto che si verificarono focolai di rivolta contro le nuove leggi della neonata Repubblica; una rivolta che cagionò diecine di morti. La repressione da parte dell’esercito francese fu durissima, iniziò da Roma e si estese alle zone del frusinate fino ad arrivare in Terra di Lavoro. Furono trucidati centinaia di persone e dei loro corpi fu fatto scempio. Il 18 gennaio del 1799 Itri fu teatro dell’uccisione di sessanta dei suoi figli, tra questi Francesco Pezza padre di Michele, alias Fra Diavolo; il paese in questa circostanza subì saccheggi e violenze, fu messa a fuoco, molti perirono tra le mura delle loro case impossibilitati a fuggire. Gli atti di morte di quel periodo si trovano trascritti presso le parrocchie di S. Maria in Piazza Annunziata e in quella di S. Michele Arcangelo ubicata nel centro storico d’Itri. La causa “Sanfedista” capeggiata dal cardinale Ruffo animò le popolazioni del sud per cacciare gli invasori da quelle terre. Rispondendo all’appello di Ruffo, si arruolarono bande di disperati e capi massa d’ogni sorta, in Calabria come in Basilicata, decisi a ricacciare i francesi e a riportare sul trono di Napoli Ferdinando IV. La Campania non rimase estranea agli avvenimenti e in particolar modo la Terra di Lavoro (Caserta). Qui stabilì il quartier generale Michele Pezza, al secolo Fra’ Diavolo, personaggio che si discosta dalla figura tradizionale brigante. Fu accusato di due omicidi, le cause che lo avevano spinto alla macchia, nulla avevano a che vedere con il brigantaggio. Fu solo per amore che dovette vivere nascosto per qualche tempo, prima di essere graziato e arruolato come regolare nell’esercito borbonico. Di quel periodo non vi è traccia di sue azioni banditesche nei rapporti di polizia. In questo volume ho riportato in modo più dettagliato notizie sulla vita del più famoso “chef de brigands” com’era chiamato da Giuseppe Bonaparte re di Napoli, pur rivestendo i gradi di colonnello dell’esercito borbonico. Non fu da meno Pietro Colletta (storico e politico) ufficiale borbonico, esonerato dall’incarico perché aderì alla Repubblica Napoletana. Nelle pagine del periodico bi-settimanale il “Monitore Napoletano”, organo ufficiale della Repubblica, fondato da Eleonora Fonseca, pubblicato nel periodo febbraio-giugno ’99, è definito: “Assassino, capo di assassini, infame e colpevole”. Agli inizi ci fu un movimento insurrezionale contro i francesi per i massacri che si verificarono in Campania e Basilicata dove le truppe napoleoniche uccisero, depredarono tutto ciò che aveva un minimo di valore, profanarono luoghi sacri cari alla gente. Fu reso legale poi, dal movimento “Sanfedista”, che travolse la breve esistenza della “Repubblica Napoletana”. Anche in quell’occasione, si verificarono massacri ed uccisioni di francesi e loro simpatizzanti. La “Restaurazione”, diede una parvenza di legalità a banditi, che si resero colpevoli dei più efferati delitti; giustizieri in proprio, in una situazione politica di difficile interpretazione. Ma i francesi ritornarono nuovamente a Napoli, prima con il re Giuseppe Bonaparte e successivamente nel 1808 con Gioacchino Murat. In quel periodo bande di briganti si attestarono tra i monti del basso Lazio. La zona che andava tra “Portella e l’Epitaffio”, considerata “terra di nessuno”, divenne il luogo preferito dei briganti che passavano con facilità da uno stato all’altro sfuggendo ai rispettivi gendarmi. Il confino dello Stato Pontificio risaliva all’anno 1000, come è riportato nella Bolla di Papa Silvestro II, al secolo Gerberto di Aurillac. Il fortilizio dell’Epitaffio è così chiamato per una lapide fatta apporre dal viceré di Napoli Perafan de Ribera, nel 1568; era un invito rivolto ai viaggiatori che entravano nel Regno di Napoli a comportarsi in modo amichevole. Portella, la cui costruzione risale al 1500, era inizialmente di modeste proporzioni, successivamente fu fatta ampliare dal Ministro Cubon nel periodo dell’invasione francese; era composta da un rifugio per la guarnigione ed un muro che prolungava su per la montagna per impedire lo sconfinamento. Così fino al 2 gennaio 1929 segnò il confine tra il Lazio e la Campania. Sono opportune alcune notizie su questi due luoghi che ebbero un’importanza strategica per l’attività brigantesca nel periodo che va dal 1808 al 1825. Qui spadroneggiarono: Gasbarrone di Sonnino, Massaroni e Varrone di Vallecorsa ma non mancano altri nomi tristemente famosi di capibanda, non inferiori per ferocia, non mancano. Da ricordare la generosa donazione del re di Napoli, Gioacchino Murat, ad Itri nel 1810 dell’omonima fontana posta all’inizio di Via C. Farnese che porta al Santuario della Civita e prosegue per Ceprano. Nello stesso anno Murat fece pubblicare un elenco di trentamila banditi. Alla fine del 1825, si verifica dalle nostre parti un “avvenimento straordinario“, il terribile brigante Mezzapenta (Macaro Michelangelo) che associava le sue azioni a quelle di Gasbarrone, fu avvicinato da quattro canonici di Fondi, don N. Nannidon G. D’Ettorredon F. Padula e don O. Costanzo, i quali lo convinsero ad abbandonare quella vita sanguinaria. Mezzapenta fece penitenza e con altri componenti la sua banda, di Fondi e Monticelli (Monte S. Biagio), si recò il 27 di ottobre al Santuario della Civita per deporre le armi ai piedi della Madonna. Dopo aver sentito messa, fu condotto a Gaeta con gli altri briganti per essere trasferito al carcere di Pantelleria. Il 19 settembre del 1929, anche Mons. Pietro Pellegrini, in un’altra chiesa La Madonna della Pietà, posta su un monte di Sonnino, convinceva Antonio Gasbarrone e la sua banda a deporre le armi.

Il Brigantaggio post risorgimentale

Il brigantaggio post risorgimentale iniziato nel 1860 storicamente si è concluso alla fine del 1865, anche se rigurgiti si ebbero fino al 1870. Giuseppe Miozzi, però, nel volume “I carabinieri nella repressione del brigantaggio – ed. Funghi -1923 -Firenze”, divide quel periodo in due parti: “[…] fino al 1863 il brigantaggio politico, quello di delinquenza ordinaria fino al 1870”. Il brigantaggio successivo all’Unità d’Italia è considerato da alcuni storici come movimento di lotta sociale. La vendita dei terreni del demanio ai benestanti in parte del nord, unica risorsa dei contadini del sud, influì ad aggravare il malcontento dei meno abbienti. La delusione fu tanta per coloro che avevano riposto fiducia nell’impresa garibaldina di poter occupare le terre demaniali. Si creò una situazione di malcontento della gente del sud, sul quale pesava anche la crisi economica dello Stato Sabaudo. Il pagamento di nuove tasse, quasi triplicate, rispetto a quelle imposte dai Borboni spinsero i più violenti tra i contadini a ribellarsi. La leva militare obbligatoria portò tanti a fuggire sui monti per sottrarsi all’obbligo di legge. Ci furono sindaci che, già fedeli ai Borboni, sposarono subito la nuova causa liberale. Questi commisero degli eccessi di cui uno si verificò dalle nostre parti ai danni di Giuseppe Conte, reazionario di Fondi, filo borbonico, perseguitato dal Sindaco Giuseppe AmanteDario Lo Sordo, attento studioso del personaggio, autore di due saggi sul Conte, narra che questi finì alla macchia per l’atteggiamento persecutorio posto in essere dal primo cittadino fondano: “Alla famiglia Conte fece bruciare le messi, uccidere il bestiame, incarcerare familiari ed amici.” Narra ancora che: ” La sua banda era composta da ex soldati borbonici, di contadini e si nominò capo e si diede a girare per la selva di Fondi, per i monti […] Non fece parte della “Brigata volontari” costituita in Itri, composta di circa 1600 uomini e 40 cannoni, affidata al colonnello Teodoro Klitsche de Legrange, attestata nei dintorni di S. Germano”. Il Conte per la sua attività reazionaria fece uccidere tre sequestrati, su ordine del Comitato Borbonico di Terracina, li fece decapitare dai suoi uomini, benché i familiari avessero pagato il riscatto. […] “Per ordine del Comitato Borbonico di Roma quelli vanno ammazzati e le loro teste esposte al pubblico” disse ai suoi uomini. Le teste furono successivamente trovate lungo la Via Appia tra Itri e Fondi, sul ponte romano con tre cartelli con la scritta “Uccisi perché nemici della religione e del legittimo re”. Queste notizie sono frutto di meticolose ricerche che il Lo Sordo, studioso del brigantaggio locale (M.S. Biagio-Fondi), ha effettuato negli archivi dei comuni pontini e del frusinate e negli archivi di Stato. Il Conte come risulta dai documenti ritrovati, era tenuto in gran considerazione dalle Autorità Pontificie, le quali, dopo l’arresto ne chiesero l’immediata estradizione. Tutto questo avveniva nelle nostre zone dopo la caduta di Gaeta, avvenuta il 14 febbraio del 1861 con Francesco II che si rifugiò a Roma. E’ di quel periodo una disperata lotta dei contadini del mezzogiorno. La guerriglia sfociò in atti di brigantaggio; l’appropriarsi di beni altrui (benestanti) era una forma di rivincita verso lo Stato Unitario di cui i meridionali erano delusi; a nulla valsero i suggerimenti espressi dalla commissione parlamentare d’inchiesta nel 1863, che riconosceva il malessere e le sue fonti. Con l’aiuto del clero, i Borboni, cercarono di trasformare il brigantaggio in una generale insurrezione legittimista, per la riconquista del Regno di Napoli. Un proclama di re Francesco II che incitava a combattere contro i piemontesi diede i suoi frutti. Gli insorti furono riforniti dal Comitato borbonico di Roma di armi, viveri, denaro; diversi generali, francesi e spagnoli li addestrarono nella guerriglia. Si costituirono bande con a capo briganti passati alla storia per il loro atteggiamento sanguinario come: Crocco, Schiavone, Caruso, Masini, “Ninco-Nanco”, Tortora. Il Cardinali nella sua opera in due volumi, “I Briganti e la Corte Pontificia”, pubblicata nel 1862 (in tempo reale), riporta dei capi banda sopra citati uno stralcio della Commissione per il brigantaggio meridionale istituita dal Parlamento Italiano. Per evitare che […] non sieno già le parole mie incomposte e che debbono risentire de’ vizi di una opera istorica contemporanea; ma sibbene le indagini autorevoli praticate dalla commissione […] pag. 433, <<Alcuni nomi de’ capi vengono segnalati per dimostrare la origine facinorosa de’ briganti ed escludere il brigantaggio politico che tutt’al più vive in Roma ne’ suoi dirigitori:>> <<Caruso di Torre Maggiore, era un pastore del principe di Sansevero; sostenuto in carcere per delitti comuni, ebbe agio di scappare e si diede in campagna. Ninco Nanco è un miserabile contadino di Avigliano, il quale custodiva private proprietà nel bosco di Lagopesole: fu condannato nel 1856 per omicidio, scappò dalle carceri nel 1860; andò a Napoli a presentarsi al generale Garibaldi; gli fu ingiunto di tornare in paese, ed allora si diede in campagna. Crocco, nativo di Rionero, era un vaccaro: fece parte dell’esercito borbonico; perseguitato dalla giustizia prima del 1860, in quel tempo si ebbe il torto di ammetterlo nelle file degl’insorti per la causa della libertà, e sperava l’impunità; ma quando seppe che gli spiccava contro il mandato di cattura, si diede a fare il reazionario ed il brigante. Arrestato e tradotto nelle carceri di Cerignola trovò mezzo di fuggire…Tortora, di Ripacandida, è uno sbandato >>. La legge Pica, dello stesso anno e norme successive, diedero la possibilità ai gen.li Cialdini e Pallavicini di sconfiggere il brigantaggio, adottando nel contempo, una repressione con metodi polizieschi, non solo contro i briganti, ma contro manutengoli e verso chiunque avesse avuto contatti anche indiretti con loro. Secondo i dati ufficiali i briganti uccisi in combattimento o passati per le armi al 31 dicembre 1865 furono 5212, quelli che si costituirono o arrestati circa 8500. Nel solo periodo 1° giugno -1861/31 dicembre 1865 furono fucilati o uccisi 14.000 briganti; spesso dei loro corpi, dopo essere stati torturati, veniva fatto scempio. Stessa sorte toccava alle brigantesse dopo aver subito violenze e torture. La cospirazione dei Borboni era definitivamente fallita. I reazionari persero aiuti e protezione, le bande imperversarono a loro piacimento senza più freni inibitori. Il popolo da sempre filo-borbonico, disorientato, poco capiva gli avvenimenti epocali che stava attraversando l’Italia. E’ vero che aveva visto nel movimento anti Sabaudo un barlume di speranza ma alla fine si rivoltò contro le stesse bande, considerando capi e componenti dei comuni delinquenti e contribuendo ad aiutare con delazioni la repressione che dalle nostre parti era comandata dal generale Govoni. Le vittime tra la popolazione furono tantissime. Alla fine, anche se a caro prezzo l’ordine fu ristabilito. In quel periodo gli itrani alla macchia erano tanti, il comune, pose una taglia di 3000 lire e una pensione di 300 lire sul capo brigante Pasquale D’Alena. Taglia e vitalizio, per l’entità della somma, danno l’idea della ferocia di questo capo banda. Briganti, luoghi, avvenimenti; metodi per combattere il fenomeno che da rivolta diventò, attività puramente criminale. Forte fu l’impegno dei sindaci dei comuni delle zone interessate nel combattere il banditismo. Ma Itri non deve essere considerato solo come crocevia di ritrovo e rifugio di briganti; sarebbe far torto a chi si batté con coraggio perché la popolazione si sentisse sicura e difesa dallo stato di costrizione creatosi con la presenza delle bande di delinquenti che infestavano gli ausoni e gli aurunci. Il sindaco Gennaro Bonelli è uno di questi, una figura che dovrebbe essere ricordata alle nuove generazioni (intitolandogli una strada o una piazza), per il coraggio e la dirittura morale nella lotta al brigantaggio. Il suo apporto nel combatterlo non fu solo di facciata, perché interveniva in prima persona negli scontri a fuoco non solo a Itri, ma in tutto l’attuale sud pontino. Un episodio su tutti fu l’arresto del brigante Pietro Garofalo di Selvacava (Fr) e della sua compagna. Garofalo era capo di una banda e fu catturato nel territorio di Campodimele grazie ad un piano ben congegnato e coordinato dal sindaco Bonelli. Nelle sue memorie il Ten. Miozzi racconta l’azione coordinata dal Bonelli con i carabinieri della stazione di Itri e Formia, con l’ausilio di un drappello di guardie nazionali. Nella notte tra il 29 e 30 marzo, il sindaco fece irruzione con i militi nell’abitazione di un suo confidente, tale Costantino Pecchia, il quale aveva dato di proposito alloggio al brigante. La cattura avvenne dopo uno scontro a fuoco senza vittime. Il Miozzi racconta che l’unico a rimetterci, in tutti i sensi, fu il Pecchia al quale il brigante Garofalo, benché immobilizzato, staccò il naso con un morso mentre lo incrociava. Non solo il naso ci rimise ma, racconta il Col. Palmaccio biografo del Bonelli, il Pecchia fu arrestato per ordine del Pretore di Fondi, fu sospeso il pagamento in suo favore della taglia di tremila lire che pendeva sulla testa del brigante per l’avvenuta cattura. Quale fu il motivo di tanto? Il Palmaccio afferma che il Pretore fosse geloso del sindaco per la cattura del Garofalo e lo colpì indirettamente arrestando il suo confidente. Il Bonelli non accettò la situazione creatasi dando le dimissioni da primo cittadino. Il Gen.le Pallavicini che comandava le truppe per la repressione del brigantaggio, a conoscenza del valore del sindaco e della sua preziosa collaborazione, intervenne in prima persona con una lettera datata 8 maggio 1869: […] <<non posso che deplorare come per un malinteso debbasi privare un paese di un così distinto funzionario>>. Il sindaco ritirò le dimissioni solo dopo la scarcerazione del Pecchia. Bonelli difese il buon nome d’Itri anche quando le autorità cercarono di chiudere il Santuario della Civita perché, si disse, rifugio di briganti. Una figura certamente di primo piano, nella storia itrana. Le onorificenze non mancarono per lui: due medaglie al valor civile e l’ordine di Cavaliere dei SS. Maurizio e Lazzàro. In verità poca cosa, per quello che aveva fatto per la sua terra. Il XX settembre 1870, i bersaglieri entrarono a Porta Pia, il sogno di Francesco II di riconquistare il trono era svanito; lui partì per la Francia e Pio IX si ritirò nei palazzi vaticani. Roma era finalmente italiana e di lì a poco capitale, il sogno di Cavour si era realizzato. Personaggi, avvenimenti, storie, storia. Un periodo burrascoso e tragico che coinvolse Itri. Non manca niente per ripartire da questa città e andare indietro nel tempo; anche con la memoria, a quando le mamme evocavano, per impaurire i figli, Mammone o paragonarli per certi spavaldi atteggiamenti, a Gasbarrone dopo tanti anni dalla fine del brigantaggio.

fonte

da: http://www.visitaitri.it/Museo Notizi Nuova_pagina_3.htm

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