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Brigantaggio e unità d’Italia

Posted by on Dic 20, 2021

Brigantaggio e unità d’Italia

La conversazione di stasera riguarda quel fenomeno che è stato indicato ed è passato alla Storia con il termine brigantaggio.
Attraversiamo la soglia del 1860.
Da me, per la mia deformazione professionale, non potete che attendervi una valutazione dei fatti che parta dalla “esperienza” giuridica.


Poniamoci un paio di domande di comodo: quale era il carico delle pendenze penali in quegli anni? Quale era il rapporto fra le pendenze penali e la definizione dei processi?
Ho sotto mano una statistica del 1854 del Ministero di Giustizia del tempo: 27.000 i processi introitati o a seguito di querele o di accusa pubblica. Nell’arco dell’anno di essi se ne definirono 5.767 con condanne. Gli altri vengono conclusi con il proscioglimento o rinviati all’inquirente per ulteriori indagini.
Questo ci fa comprendere che la magistratura del tempo godeva di larga autonomia dal potere esecutivo e politico tant’è che le “assoluzioni” dalle accuse private e pubbliche erano davvero rilevanti. Essa era efficiente, rigorosa e attenta nella valutazione della prova. Onore al magistrato del Regno del Sud ed a quella grandissima scuola meridionale del diritto. [Per non andare lontano basti ricordare la modernità del codice penale del 1819 per comprendere quanto il legislatore fosse garantista fino a pretendere, in un regno dove numerosissime erano i dialetti parlati, che nei processi verbali si trascrivessero le dichiarazioni rese in modo conforme al “dictum” dell’imputato e del testimone, perchè venisse consacrato il suo pensiero vero.]
Un’altra domanda si impone. Quanti briganti infestavano il territorio prima del 1860? Io ho un dato ufficiale che si riferisce alla Basilicata. L’anno precedente lo sbarco veni-va ricercato per bandi un solo brigante.
E allora quale la causa di questo fenomeno dilagante, come nacque il brigantaggio, chi erano i briganti? Infatti, se in Calabria più di mille furono gli arrestati, 124 i fucilati e 134 morirono in conflitto a fuoco, se in Basilicata ne furono arrestati più di 3.000 e ne furono uccisi in conflitto 1232, in Abruzzo 1634 e le cifre sono pressoché analoghe in tutte le altre regioni del Sud, il fenomeno fu di larga portata tant’è che venne impiegato un esercito di 130.000 uomi-ni.
Mack-Smith nell’opera del 1972 “Storia d’Italia” riferisce le seguenti cifre: tra gennaio ed ottobre del 1861 vi furono nelle provincie del Sud 9.860 fucilati, 10.604 feriti, 918 case bruciate, 6 paesi distrutti, 12 chiese depredate, 40 donne e 60 ragazzi uccisi, 13.629 imprigionati, 1428 comuni insorti ed esemplarmente puniti. Fu certo una immane tragedia. Tutti cafoni e alcuni ufficiali del disciolto esercito borbonico, e Borjes un ufficiale carlista spagnolo. Nel 1862 in Sicilia si verificarono violenti disordini nei quali furono uccise più di 2.500 persone. Questi dati ci fanno comprendere che i briganti non erano certo criminali. E allora? Proviamo ad allontanarci dalla abitudine di conoscere la storia dai libri di testo, usati nella scuola, perché in essi abbiamo letto solo di eroi e lo sbarco dei Mille e l’avanzata da Calatafimi al Volturno presentati come un’epopea svoltasi con il beneplacito e l’accordo dei Savoia, che sono i veri liberatori di un Sud oppresso.
Il tempo ci impone rapidi riferimenti.
Francesco, inteso come Franceschiello per la sua giovane età, diventava re a 24 anni nel 1859. Egli era cugino del Re del Piemonte, perché figlio di Maria Cristina, zia di Vittorio Emanuele. I napoletani avevano partecipato in qualche misura alla prima e alla seconda guerra di indipendenza, non tanto per affezione parentale, essendo egualmente legati alla casa regnante austriaca da rapporti di consanguineità, ma per amore alla idea della unità nazionale. A Curtatone e Montanara proprio i napoletani salvarono dalla disfatta l’esercito piemontese, così troncando i rapporti di amicizia con l’Impero Asburgico.
Persino nei libri di testo si riconosce che 1’economia del Sud era fiorente e che proprio durante la recessione europea degli anni 30 si sviluppavano nel Regno industria, agricoltura e commercio. Molti i trattati internazionali sul commercio del sale e sulla esclusiva del commercio dello zolfo. (Questo aspetto meriterebbe un’apposita conversazione).
Ma una grande ingenuità aveva commesso il Borbone col tentativo di costruire una classe politica industriosa, intelligente e capace di risolvere i problemi concreti del Regno: quella di trasformare le rendite parassitarie in rendite di lavoro, penalizzando in qualche misura le classi baronali ed i grandi proprietari terrieri. Gli obblighi di consentire lo sfruttamento di una parte dei terreni dei feudi, del demanio e del patrimonio dei comuni da parte dei contadini, l’enfiteusi, il diritto di pascolo, gli usi civici, la censualizzazione dei fondi erano stati accolti di malanimo dagli irrequieti “padroni” che vedevano aggredito il loro potere e l’assetto del Regno.
Baroni, intellettuali e commercianti divennero naturali alleati contro il contadino ed il Monarca. Il mal fran-cese già diffuso da Murat, durante l’interregno, anche mediante il sistema capillare delle logge, gli interessi inglesi nel mediterraneo e sullo zolfo trovarono nel malcontento dei ricchi e delle classi medie desiderose di poteri un buon terreno di incubazione. Ferdinando cominciò a comprendere la necessità di nuovi assetti, ma ritenne di seguire la strada intrapresa. Il 24. l. 1848 concesse e giurò la Costituzione.
Ma i liberali chiesero che la Camera avesse altri poteri di cui il Re dove-va spogliarsi. Il rientro in Patria di molti esuli e fuoriusciti murattiani contribui a galvanizzare gli ambienti liberali che ritennero di potere ottenere ulteriori concessioni, utilizzando ogni risorsa di uomini e capiciurma. Ma il Re che aveva giurato fedeltà alla Costituzione non ritenne di poterla modificare. Le persecuzioni a cui, d’altra parte un po’ in tutta Italia, erano soggetti i liberali spinse molti di essi a concentrare gli sforzi rivoluzionari nel Sud dove si recarono perché ritennero debole il Regno. Così a Napoli scoppiò la rivol-ta del 15 e 16 maggio che si concluse nel sangue. Trovarono la morte nei moti circa 500 persone ed un centinaio furono gli arrestati. Cominciò proprio allora il declino psicologico e spirituale di Ferdinando che non comprese le necessità rivoluzionarie proprio perché andavano contro gli interessi del popolo. Nel processo che segui ai moti del ’48 molti furono condannati al carcere a vita e tre furono condannati a morte, tra essi Settembrini. Sul processo vigilò spocchiosamente l’ambasciatore inglese autore del celebre falso i che fece il giro delle corti d’Europa sulle condizioni disumane dei prigionieri detenuti nelle carceri borboniche. La condanna non sarà mai eseguita ed il tiranno nel 1854 ordinò la loro liberazione. Altrove, negli stessi anni, il bombardamento di Genova, arresti e deportazioni, (ma la ferocia del Piemonte è solo liberale, tutela di libertà). Altrove lo Spielberg, Silvio Pellico, le mie prigioni, qui Settembrini. I Borbone pagarono per non essere “spartani” come i Piemontesi o per essersi isolati nei rapporti internazionali con le grandi potenze. Franceschiello, giovanissimo, si trovò solo, con qualcuno della famiglia molto vicino ai liberali, con le grandi potenze ostili, con i baroni alleati dei massoni e dei liberali, con i quadri della marina e dell’esercito pronti al tradimento. Alla storia il giudizio sull’Ammiraglio Nunziante e sui vari generali come Lanza. Essi si fecero pagare i 30 denari in decine di migliaia di ducati. Dopo la scaramuccia di Calatafimi, la prima e sola vera battaglia fu sul  Volturno.
Il generale della piazza di Palermo, mentre stava per arrivare Von Moenchel con l’esercito che gli doveva dare man forte, si affrettava a firmare la resa così come lo stesso Lanza a Milazzo. Poi lo sbarco in Calabria. Infine dal Nord penetra l’esercito liberatore. Cavour il 16 Ottobre 1860 al Parlamen-to Sardo, presente Winspire, ministro di Francesco II, accreditato presso il re di Piemonte, presentò la seguente allocuzione:
﷓ Gli avvenimenti napoletani avevano determinato il governo a mandare i vascelli con soldati da sbarco per tutela dei Napoletani, poi le cose peggiorarono; Francesco II ha abbandonato la città capitale, ha quasi abdicato al trono. La guerra civile che vi infierisce e l’assenza di un governo regolare, mettendo in pericolo l’ordine sociale, perlocchè la città e i corpi costituiti di Napoli, ha mandato petizioni per soccorso a Re Vittorio…Per favori da tali missioni imposte ei manda a Napoli soldati il che salverà l’Italia e l’Europa, porrà fine all’anarchia ed al versamento di sangue italiano.
E però è dello stesso periodo il rapporto tra lui e Persano. Così Persano scriveva a Cavour: “al punto cui son giunte le cose non occorre più rischiare una rivoluzione in Napoli per far partire il Re; se ne andrà con l’avvicinarsi di Garibaldi col quale bisogna pienamente andare e francamente d’accordo. Si impossessi però sempre dei forti e della flotta”. E Cavour gli rispondeva: appunto perché Napoli è un osso duro, sta a lei che ha buoni denti, masticarla; saprà tuttavia tener conto delle immense difficoltà che ella deve superare; se non riesce vuol dire che riuscire era impossibile. Il problema che dobbiamo sciogliere è questo: aiutare la rivoluzione, ma facendo si che al cospetto d’Europa appaia come un atto spontaneo. Winspire abbandonava la seduta del 16 Ottobre 1860 e rispondendo a Cavour dice:
“L’occupazione sarda è contraria ad ogni diritto; i fatti precedenti, le alleanze, la parentela, l’amicizia fra i due Re la rendono straordinaria e nuova nella storia moderna”.
Francesco lasciò Napoli per evitare il bombardamento e si rifugiò a Gaeta, dove rimase alcuni mesi a difendere il Regno: Non era un Re che stava abdicando. Ed i soldati piemontesi che scendevano dal nord trovarono comunque, nonostante gli ingressi trionfali diffusi falsamente dalla stampa (sempre libera), notevoli resistenze; resistenze dovunque, anche dopo che Francesco Il lasciò Gaeta e si rifugiò a Roma.
E allora, sentite cosa avvenne, un po’ in tutta Italia; il generale Pinelli dichiarò lo stato di assedio e proclamò la Corte Marziale, con tre articoli di un proclama che fa in-vidia ai più sanguinosi tiranni:
“Chiunque sarà colto con armi di qualunque specie sarà fucilato immediatamente. Egual pena a chi spingesse con parole i villani a sollevarsi. Egual pena a chi insulti il ritratto del Re o lo Stemma dei Savoia o la Bandiera nazionale”.
A Marano, Casalprobe, Campotosto e un po’ dovunque abbiamo un “Pinelli”. Il generale, il 3 Novembre, con molti garibaldini, che si titolavano “Cacciatori del Velino”, mosse contro Avezzano ed avvisò il sindaco a farsi loro incontro con “i principali“ del paese, in caso contrario disse che “avrebbero fatto scempio di tutti”. Il sindaco tremante tentò di ubbidire, ma la popolazione suonò le campane a stormo e mosse contro i suddetti “cacciatori del Velino” dando loro addosso a colpi di zappa. E così il generale Pinelli dichiarò lo stato di assedio.
Dello stesso tenore gli ordini del generale Cuggia, del generale piemontese Bignoni, del generale La Marmora, del deputato Gaetano Del Giudice, Prefetto della Capitanata. Quest’ultimo chiese di assoldare una milizia tra i guardiani a cavallo dei proprietari, che ovviamente non mancarono di corrispondere; davanti a quest’invito del Governo i più notabili cittadini aprirono volontariamente una sottoscrizione per finanziare il reclutamento. Le altre città seguirono questo esempio. Fu un invito, ovviamente, alla guerra civile.
Infatti tra l’altro leggiamo:
” … D’ora in avanti nessuno potrà andare nei boschi di Dragonara, di Sant’Agata, di Selva Nera. del Gargano, di Santa Maria, di Motta, di Pietra, di Vulturara, di Vulturino, di San Marco la Catola, di Celenza, di Carlantino, di Biccari, di Vitruscelli e di Caserotte…”
“Qualsiasi proprietario, intendente o massaro sarà tenuto immediatamente dopo la pubblicazione del presente avviso a far ritirare dalle suddette foreste tutti i lavoratori, contadini, pastori, caprari, che vi potessero trovare, essi sono tenuti egualmente ad abbattere gli stazzi ed i capanni che vi sono stati costruiti”
Da allora in poi nessuno poté importare dai paesi vicini commestibili per l’uso dei contadini ed i contadini non poterono avere in loro possesso che la quantità di viveri necessari a nutrire per una giornata ogni persona della famiglia. I contravventori del presente ordine esecutorio due giorni dopo la pubblicazione saranno trattati come briganti e come tali fucilati”.
Bandi, proclami tutti così.
Ed allora, alcune brevi considerazioni.
Ho cercato di mettere in risalto cose apparentemente senza alcun rapporto tra loro. Ma così non è. Se tiriamo sia pur rapidamente, ma siamo stati rapidi nell’analisi, le somme, possiamo rilevare che i contadini si ribellarono e andarono a combattere con la falce o con la scure, gridando “viva o’ re”. Ma i piemontesi avevano prima tolto loro le terre, comprese quelle della Chiesa, che confiscate immediatamente ai contadini, furono assegnate, nella migliore delle ipotesi, ai vari “Mastro Don Gesualdo”, ai borghesi del tempo, per capirci al ceto liberale. Quindi i contadini vennero spogliati degli usi civici, delle sementi loro date per la coltivazione della terra, del diritto di pascolo. Però fu istituita la tassa sul macinato e la coscrizione obbligatoria (che per i siciliani non c’era mai stata) di sette anni. Togliere a un contadino uno, due, tre ragazzi (braccia da lavoro nella azienda agricola) significava provocare la fame.
Da qui nacque la ribellione nei confronti di un Piemonte che, dobbiamo pur dirlo per inciso, si appropriò anche dei soldi del Banco di Napoli e del Banco di Sicilia. Pensate che furono persino chiuse le scuole e mandati via molti magistrati “sono troppi”, per mancanza di denaro. Napoli dove prima del 1860, vi erano 135 Conservatori, dopo c’è solo una scuola superiore, un liceo con 70 alunni. Di questo cominciò a preoccuparsi persino Crispi che era uno di quelli che aveva ordito lo sbarco di Garibaldi in Sicilia. Se ne accorsero molti deputati del Sud e qualcuno alla fine si dimise dalla carica parlamentare – Crispi restò  e se ne accorsero anche i giornali stranieri, se ne accorse persino l’Inghilterra, e la Francia. Basti citare alcuni resoconti par-lamentari per capire quanto fossero gravi gli avvenimenti.
Persino il deputato Bixio subito dopo l’unità d’Italia cominciò ad avere qualche perplessità e affermò in pieno Parlamento che:
“la Sicilia sarebbe rimasta pacifica sotto i Borbone se la rivoluzione non fosse stata importata dalle altre provincie d’Italia, ossia dal Piemonte”.
Ondes-Reggio nella seduta del 5 Dicembre 1863 disse: “Devo esprimere a voi fatti miserandi e sui quali il ministero non accetta l’inchiesta, eppure non si tratta di partiti politici, ma dei diritti della giustizia e dell’umanità orrendamente violati. I Siciliani non hanno avuto mai leva militare ripugnando di essere arruolati, il Governo ha fatto per la Sicilia una legge eccezionale che è eseguita con fe-rocia”. Vediamo come: L’Ondes-Reggio continua la cronaca con la lettura di un documento ufficiale dal quale risulta essersi dato ordine nella serata del 15 Agosto 1863 dal Maggiore Frigerio, comandante piemontese del Comune di Licata, di doversi presentare tra poche ore i renitenti di leva ed in pena si priva l’acqua della città di 22.000 abitanti, si vieta ai cittadini di uscire di casa, sotto pena di subitanee fucilazioni e di altre più dure e severe misure.
“In Licata dunque vennero rinchiuse in carcere le madri, le sorelle, i parenti dei contumaci di leva, sottoposti a torture fina a sprizzarne il sangue dalle carni, uccisi i giovanetti a colpi di frusta e di baionetta, fatto morire una donna gravida…”
Il programma e la condotta del militare di Licata furono imitati a Trapani, Girgenti, Favara, Bagheria, Calatafimi, Marsala  ove fu anche distrutto il raccolto dell’uva  ed in altri comuni.
E il Crispi riferisce di arresti senza che mai gli arrestati venissero portati davanti al magistrato ed assolti condannati in galera nonostante l’ordine dato con la sentenza di proscioglimento.
E allora, io ho quasi concluso.
Voglio solo ricordare che in tutti i paesi che si ribellarono, soprattutto nella zona della Basilicata, l’esercito piemontese usava circondare l’abitato, dare fuoco alle case non permettendo a nessuno di uscire. Come i Kmer rossi.
Per vendicarsi, negli Abruzzi, di alcune pietre che erano arrivate in testa a un ufficiale, fu distrutto l’intero paese; lo stesso accadde a Camerino.
E pensate un po’, il 22 marzo, a un mese dalla resa di Gaeta, a Civitella del Tronto, si arrendeva l’ultima guarnigione, aveva resistito fino all’ultimo. Dopo la resa furono alcuni passati per le armi immediatamente gli altri imprigionati a Fenestrelle e di loro non si seppe più nulla.
Io ho l’impressione che il Sud si è portato da allora, dall’Unità ad oggi, il marchio di origine “le nostre classi politiche sono andate a governare non per tutelare le comunità, ma per avanzare nelle fortune proprie e delle “famiglie”.
E’ il marchio di origine.
Solo quando avremo capito questo fenomeno, probabil-mente, il concetto di autonomia diventerà serio, il concetto di unità anche dello Stato diventerà serio, ed è strano che proprio da quelle regioni da dove sono venuti ad invadere il Sud, per ridurlo nella miseria, oggi si parla il linguaggio del federalismo.
L’unità noi l’abbiamo pagata duramente con la servitù, perché il Sud è ancora più povero oggi di tanti anni fa.
E ancora oggi si verifica lo stesso fenomeno di allora: 500 milioni di debito pubblico il Sud, 1500 il Piemonte. I 9 milioni di cittadini nel Sud, con le loro tasse, spogliati di tutto, hanno dovuto pagare anche quel debito pubblico, che era tre volte più grosso del nostro.
Il debito pubblico oggi è spaventoso, ma non certo per colpa del Sud, e il Sud, il cittadino del Sud, deve andare a pagare ancora oggi il debito pubblico. Ed infine la politica delle banche da allora ad oggi …nulla è mutato.
Io ho finito.
Voglio solo leggervi alcuni versi:
“Dall’antico quartiere delle rocche
per i cupi rifugi delle forre,
dilegueranno gli accenti degli organetti;
nella piazza abbandonata
l’ombra dell’arco taglierà malefica
i riquadri del selciato
con il ricordo funesto del brigante decapitato”.

Non dimenticatelo…ogni siciliano per intelligenza e cuore…è della razza dei re …
Per cancellare quel ricordo funesto dobbiamo dare testa al popolo decapitato.

Glauco Reale


Lettura tenuta al:
Kiwanis Club di Floridia nell’anno sociale 1995-1996

fonte

Brigantaggio e unità d’Italia

1 Comment

  1. Molto chiaro!

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