BRIGANTAGGIO IN TERRA DI BARI
ll brigantaggio, che da movimento socio-politico, proprio del Mezzogiorno d’Italia, si trasformò in fenomeno delinquenziale, divampò nella Puglia del XIX secolo. ll proletariato delle campagne pugliesi che, fin troppo angariato dalle crescenti vessazioni e dal fatto di non poter in alcun modo rivendicare i demani usurpati, seppe energicamente insorgere e prendere la via del brigantaggio piuttosto che soggiacere all’odiato straniero borbonico. In circa un decennio, il brigantaggio con il pretesto di combattere una giusta causa, si eresse a difensore della giustizia, macchiandosi dei più efferati crimini.
E di queste imprese furono pieni i giornali, le cronache e le memorie di contemporanei, da Napoli a Lecce. Centinaia di campagnoli, temendo il richiamo e la circoscrizione militare, spinti dalla miseria e dalla mancanza di lavoro, si diedero alla macchia, formando bande armate.
Tra i fatti memorabili vi è la coalizione delle bande brigantesche che nell’agosto 1862, provenienti in massima parte dalle province di Bari e di Terra d’Otranto, si fusero in un unico corpo belligerante per opporsi ai Piemontesi, le forze armate del Nord che il popolino aveva così denominato e che il governo aveva dislocato al Sud per la repressione delle anzidette bande. Per la prima volta nella storia del brigantaggio pugliese si ebbe in loro la presenza fisica di tutti i capi storici operanti lungo la fascia orientale della Puglia tra tutti, il Sergente Romano, alla autorità del quale era legato il fior fiore della delinquenza nostrana, cui, in ordine di importanza, seguivano: Cosimo Mazzeo di San Marzano, detto Pizzichicchio; Rocco Chirichigno di Montescaglioso, detto Coppolone;Giuseppe Valente di Carovigno, Nenna Nenna; Nicola Laveneziana di Carovigno, dettoIl figlio del re; Marco De Palo di Terlizzi, detto La Sfacciatella; Tito Trinchera di Ostuni, figlio dell’integerrimo notar Pietro; Antonio Lo Caso, meglio conosciuto come Il Capraro di Abriola; Francesco Monaco di Ceglie Messapico; Luigi Terrone di Corato; Antonio Testino, detto Il Caporale di Ruvo; infine un giovanissimo, il martinese Ignazio Semeraro, entrato nelle file del brigantaggio a soli 14 anni. Nella formazione di questo pseudo esercito furono gli stessi malviventi a stabilire i propri quadri: maggiore era diventato il sergente Pasquale Romano che, sotto lo pseudonimo di Enricola Morte, venne acclamato comandante in capo; capitani: Pizzichicchio, Nenna Nenna, Il Capraro, Coppolone; primo sergente: Nicola Laveneziana di Ostuni; secondo sergente: Michele Greco di Barletta; caporali: Antonio Testino di Ruvo, Marco De Palo di Terlizzi, Angelo Catanese di Carosino, Oronzo De Pasquale di Fragagnano, Leonardo Filomena di Castellana, Michele Clericuzio di Ariano. La truppa era costituita da 230 uomini a cavallo, armati sino ai denti. Fu, per così dire, una guerra lampo, logisticamente studiata, che i banditi sferrarono da settembre a tutto novembre del 1862, su di un triplice fronte che comprendeva i comuni di Brindisi, Grottaglie e Martina, con propositi tattici ben definiti. Fu una lotta senza quartiere, aspra e disumana per il tragico bilancio: campagne devastate, paesi messi a ferro e fuoco, masserie depredate, bestiame fugato, donne violentate, giovani ed anziani uccisi senza alcuna pietà. Nè vanno dimenticati il saccheggio di Grottaglie, del 27 agosto; il massacro di Cellino, del 23 ottobre. Il Sergente Romano, scoperto, riuscì riuscì a portarsi in salvo nelle boscaglie in territorio di Acquaviva delle Fonti. Non fu così per suo fratello Domenico, che rimase ucciso.
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