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Brigantaggio Postunitario

Posted by on Set 2, 2026

Brigantaggio Postunitario

All’indomani della spedizione dei mille e della conseguente annessione del Regno delle Due Sicilie al nuovo Regno d’Italia, diverse fasce della popolazione meridionale cominciarono ad esprimere il proprio malcontento verso il processo di unificazione.

Questo malcontento era generato innanzitutto da un improvviso peggioramento delle condizioni economiche dei braccianti della provincia meridionale, che, abituati ad una condizione economica povera ma sopportabile (caratterizzata da un costo della vita moderato, da una bassa pressione fiscale e dalla libera vendita dei prodotti agricoli) si ritrovarono a dover fronteggiare un nuovo regime fiscale per loro insostenibile e una regolamentazione del mercato agricolo svantaggiosa per loro sotto ogni aspetto. Un altro importante motivo che spinse alla rivolta i contadini fu la privatizzazione delle terre demaniali a vantaggio dei vecchi e nuovi proprietari terrieri, che così ampliarono legalmente i loro possedimenti in cambio di un maggior controllo del territorio e della fedeltà al nuovo governo. Tutto ciò danneggiava i braccianti agricoli più umili, cioè quelli che lavoravano a giornata con lavoro precario e senza un rapporto di radicamento nel territorio, che con la sottrazione delle terre demaniali da loro utilizzate si ritrovarono a dover vivere in condizioni economiche ancora più disagiate e precarie rispetto al passato. A tutto ciò si aggiunse l’entrata in vigore della leva obbligatoria di massa, che in periodo borbonico avveniva invece tramite sorteggio e interessava solo pochi uomini, essendo l’organico dell’esercito borbonico, diversamente da quello piemontese, in parte costituito da truppe straniere. In tale contesto si cominciarono a formare, oltre alle bande di contadini e pastori che si davano al brigantaggio come estrema forma di protesta, anche gruppi organizzati di ex soldati del disciolto esercito napoletano, rimasti fedeli alla dinastia borbonica. Tra questi si inserirono anche malviventi e latitanti di vecchia data, adusi a vivere alla macchia. Inoltre, in taluni posti, erano avvenuti da parte dell’esercito di Vittorio Emanuele eccidi e devastazioni (come il massacro di Pontelandolfo il 14 agosto 1861) a causa dei quali i sabaudi non si erano fatti certo amare. Da ultimo, ma non per importanza, l’annessione al Regno d’Italia era sentita dalla parte della popolazione con sentimenti religiosi come una minaccia alla propria fede cattolica e alle proprie tradizioni. La componente religiosa ebbe un’importanza determinante sia perché durante il Risorgimento crebbe una forte connotazione anticattolica, in particolare a causa della questione romana, ragion per cui non poteva godere di un vasto consenso in tutte le classi della popolazione, soprattutto quella rurale, allora intensamente ancorata al proprio sentimento religioso, anche perché il basso clero, a contatto diretto con queste popolazioni, rafforzava l’idea che i liberali “massoni e senza Dio”, volessero abbattere radicalmente la “Santa Madre Chiesa”. Inoltre dal vicino Stato pontificio, in cui si erano rifugiati i reali borbonici, arrivarono aiuti e costanti incitamenti (fino al 1867) alla lotta armata senza quartiere contro uno Stato che aveva espropriato i beni dei conventi e minacciava la stessa sopravvivenza del potere temporale del Papa.

Già nell’ultima fase della spedizione dei mille i borbonici, asserragliati a nord del Volturno intorno Gaeta, avevano deciso di fare ricorso a formazioni armate irregolari a supporto delle truppe regolari ancora attive tra il Sannio e l’Abruzzo, al fine di coprire il fianco rispetto all’avanzata verso sud dell’esercito sardo, guidato dal generale Enrico Cialdini. Nell’autunno 1860 P. Ulloa, ministro della Polizia borbonico diffuse un documento di istruzioni per la Brigata di Volontari stanziata a Itri, con le seguenti indicazioni: 1) ricostruire il governo di Sua Maestà, 2) disarmo delle guardie nazionali e conseguente armamento di chi si unisse alla colonna dei volontari, 3) impadronirsi della casse pubbliche, 4) possibilità di imporre tasse per i bisogni dei volontari, 5) possibilità di esigere il pagamento delle tasse in equivalenti in cereali in mancanza di denaro, 6) arrestare chi si opponesse alla colonna o potesse successivamente recarvi danno, agendo alle sue spalle, 7) arrestare ugualmente chi potrebbe agitare lo spirito pubblico contro la monarchia, 8) tenere stretti collegamenti con i propugnatori della causa regia, 9) mantenere l’ordine e il rispetto della religione e dei suoi ministri, 10) proclamare l’antica fedeltà degli abitanti verso Sua Maestà e l’avversione contro gli invasori del Regno. Conseguentemente a queste istruzioni si mosse una colonna agli ordini del prussiano Klitsche De La Grange diretta verso l’Abruzzo e la fortezza di Civitella del Tronto con l’obiettivo di provocare una serie di focolari di ribellione in grado di tagliare i collegamenti fra le truppe di Garibaldi a sud e quelle piemontesi a nord. La colonna non era costituita da truppe di linea, impegnate nella difesa dell’area circostante Gaeta e Capua, ma da uomini della milizia urbana e polizia siciliana ritiratasi sul continente. A questa seguirono altre due colonne, guidate dai generali Scotti Douglas e von Meckel, sempre dirette verso gli Abruzzi e il Molise. Questa guerra civile interessò quasi tutte le regioni dell’entroterra del regno borbonico annesso al nuovo regno sabaudo italiano, tuttavia il fenomeno fu del tutto assente in quelle regioni del meridione in cui le condizioni economiche erano decisamente migliori, come ad esempio nelle aree urbane e industrializzate, nelle zone agricole più produttive e nell’amplissima fascia costiera del Mezzogiorno e della Sicilia. Infatti la Relazione parlamentare “Massari” del 1863 testualmente riporta: “…

Nella provincia di Reggio Calabria difatti, dove la condizione del contadino è migliore, non vi sono briganti”. Una delle zone più strategiche delle forze dei briganti divenne per l’appunto il Vulture e il suo capo più rappresentativo fu Carmine Donatelli Crocco di Rionero in Vulture. Il brigantaggio si contrappose prima alle milizie civiche, armate dai notabili e dai possidenti meridionali, che più ebbero a soffrire della stagione di violenze e poi all’esercito italiano, generalmente indicato come ‘piemontese’. Due tra i più famosi comandanti militari della repressione sabauda furono Cialdini, modenese, ed Emilio Pallavicini, genovese. L’azione delle bande, diffusa un po’ in tutto il territorio continentale appartenuto all’ex-Regno delle Due Sicilie, è stata definita, a seconda del punto di vista: brigantaggio secondo la storiografia prevalente, rivolta come resistenza all’annessione al Regno sabaudo secondo la storiografia revisionista meridionalista. Il brigantaggio si contrappose prima alle milizie civiche, armate dai notabili e dai possidenti meridionali, che più ebbero a soffrire della stagione di violenze e poi all’esercito italiano, generalmente indicato come ‘piemontese’. Due tra i più famosi comandanti militari della repressione sabauda furono Cialdini, modenese, ed Emilio Pallavicini, genovese. L’azione delle bande, diffusa un po’ in tutto il territorio continentale appartenuto all’ex-Regno delle Due Sicilie, è stata definita, a seconda del punto di vista: brigantaggio secondo la storiografia prevalente, rivolta come resistenza all’annessione al Regno sabaudo secondo la storiografia revisionista meridionalista. All’estremo sud continua a resistere, e lo farà sino alla primavera del 1861, la cittadella di Messina (che, già nel luglio 1860 aveva smesso di combattere, pattuendo di liberare la città e di non ostacolare Garibaldi nel passare lo stretto) e solo il 20 marzo 1861, tre giorni dopo la proclamazione dell’Unità d’Italia, si arrese la guarnigione della cittadella di Civitella del Tronto, al confine tra Abruzzo e Marche. A seguito della partenza dei Borbone di Napoli, dopo la sconfitta subita nella battaglia del Volturno e dell’assedio di Gaeta, il partito legittimista prese ad organizzarsi per tentare di cacciare l’invasore (supportati dai Borbone di Napoli, esuli a Roma, un poco dai Borbone di Spagna, dalla nobiltà legittimista e da una parte del clero). Nelle formazioni irregolari, che la popolazione locale denominava masse, affluirono migliaia di uomini: ex soldati dell’esercito sconfitto e disciolto, coscritti che rifiutavano di servire sotto la bandiera italiana, popolazione rurale, banditi di professione e briganti stagionali, che si dedicavano già alle grassazioni nei periodi nei quali non potevano trovare impiego in agricoltura. Si registravano sollevazioni diffuse, seguite dal rovesciamento dei comitati insurrezionali, sostituiti con municipalità legittimiste. A Napoli, l’ex-capitale travagliata da una grave crisi economica, agiva la propaganda del comitato borbonico della città, che riuscì, perfino, a organizzare una manifestazione pubblica a favore della deposta dinastia. Nel mese di aprile venne sventata una cospirazione anti-unitaria e arrestate oltre seicento persone, fra cui 466 ufficiali e soldati del disciolto esercito borbonico. Nella primavera del 1861 la rivolta divampava ormai in tutto il Mezzogiorno continentale, assumendo spesso le forme di estese jacquerie contadine e, come tali, votate alla sconfitta nel loro impari confrontarsi con un moderno esercito calato in forze a combatterle. Si materializzava, tuttavia, il rischio concreto di un collegamento di tutte le formazioni della rivolta, dalla Calabria alle province contigue allo Stato Pontificio, dove risiedeva il re deposto, Francesco II, con un’azione centrata fra Irpinia e Lucania, ciò che condusse ad un incremento notevole sia delle forze impegnate, sia della ferocia con la quale la repressione delle insorgenze fu attuata.

Nel luglio 1861 venne inviato a Napoli il generale Enrico Cialdini, con poteri eccezionali per affrontare l’emergenza del brigantaggio. Egli seppe rafforzare il partito sabaudo, arruolando militi del disciolto esercito meridionale di Garibaldi e perseguendo il clero e i nobili legittimisti. In una seconda fase, comandò una dura repressione messa in atto attraverso un sistematico ricorso ad arresti in massa, esecuzioni sommarie, distruzione di casolari e masserie, vaste azioni contro interi centri abitati: fucilazioni sommarie e incendi di villaggi erano frequenti, restano presenti nella memoria storica gli eccidi dei paesi Casalduni e Pontelandolfo nell’agosto 1861, messi a ferro e fuoco dai bersaglieri, per rappresaglia dopo il massacro di oltre 40 militari regolari perpetrato da briganti con l’appoggio di elementi attivi della popolazione locale. L’obiettivo strategico consisteva nel ristabilire le vie di comunicazioni e conservare il controllo dei centri abitati. Le forze a sua disposizione consistevano in circa ventiduemila uomini, presto passate a cinquantamila unità nel dicembre del 1861. I suoi metodi repressivi impressionarono perfino il governo di Torino e scandalizzarono la stampa estera, per cui Cialdini venne sospeso nel settembre di quello stesso anno e sostituito dal generale Alfonso La Marmora. Gli strumenti a disposizione della repressione venivano, nel frattempo, incrementati, con la moltiplicazione delle taglie e l’istituto delle deportazioni: questa era la forma di quei tempi del domicilio coatto. Il 15 agosto 1863 venne emanata la legge Pica, che prese il nome dal redattore della legge l’abruzzese Giuseppe Pica, una legge speciale adottata in deroga agli articoli 24 e 71 dello Statuto albertino, articoli che garantivano, rispettivamente, il principio di uguaglianza di tutti i sudditi dinanzi alla legge e la garanzia del giudice naturaleconnessa al divieto di costituire tribunali speciali. Tale legge colpiva non solo i presunti e veri briganti, ma affidava al giudizio dei tribunali militari anche i loro parenti e congiunti o semplici sospetti di collaborazione coi briganti. A cavallo degli anni 1862-66 le truppe dedicate alla repressione vennero aumentate sino a 105.000 soldati, circa i due quinti delle forze armate italiane del tempo. Il generale Emilio Pallavicini,che alla dura repressione preferiva favorire il “pentitismo” tra i briganti, giunse ad eliminare le grandi bande a cavallo con i loro migliori comandanti: furono sgominate le colonne militari di Crocco e quelle pugliesi comandate da Michele Caruso nella zona di Foggia e Pasquale Romano attivo nella zona di Bari, quest’ultimo nativo di Gioia del Colle, era un ex tenente dell’esercito borbonico ed era considerato un abile stratega: la sua morte in battaglia rappresentò la fine della guerriglia organizzata militarmente in Puglia.

Con le sue azioni, il Pallavicini aveva raggiunto l’obiettivo strategico principale della lotta contro il brigantaggio, cancellando le premesse per una possibile sollevazione generale e militarmente coordinata dei guerriglieri delle province meridionali: l’insurrezione non era ancora terminata, come dimostrò pure la rivolta del sette e mezzo in una città importante quale Palermo, ma venne meno qualsiasi carattere di azione collettiva, si affievoliva l’appoggio popolare. La resistenza degenerò così, sempre più spesso, in mero banditismo. Nel 1867, infatti, Francesco II delle Due Sicilie sciolse il governo borbonico in esilio. Continuava l’azione di poche e isolate bande d’irriducibili ma, vista l’impossibilità di ottenere risultati politici e per non logorarsi in un’eterna guerra civile, la spinta insurrezionale volgeva gradualmente al termine. Alla fine del brigantaggio contribuì anche il cessare dell’appoggio da parte dello stato pontificio, che per i primi anni costituiva una terra di rifugio ed asilo a tutti quelli che sconfinavano nel suo territorio. Nel 1864 la rivista Civilta’ cattolica scriveva: “una delle piaghe piu cancrenose del preteso regno d’Italia e’ il cosiddetto brigantaggio che da quattro anni infierisce nelle province meridionali“, e dopo aver descritto e denunciato le azioni repressive del governo e l’impoverimento delle popolazioni causato dall’incremento dei prezzi e concludeva “che la cagione del brigantaggio e’ politica, cioè l’odio al nuovo Governo“. Nello stesso stato pontificio per meglio combattere il brigantaggio nelle provincia di Frosinone nel 1865 venne istituito, dal conte Leopoldo Lauri, comandante della gendarmeria un corpo di “squadriglieri” formato da montanari volontari, abili conoscitori dei luoghi, che arrivò a contare fino a 1443 armati nel 1870. Nel 1867 la stessa rivista riportava un editto del 17 marzo 1867 del monsignor Luigi Pericoli, Delegato apostolico, emanato allo scopo di estirpare il brigantaggio dalle province di Frosinone e Velletri. Il contenuto dell’editto era preceduto dalla premessa che “tra le miserande conseguenze dell’usurpazione violenta del reame di di Napoli, si ha purtroppo da deplorare già da sette anni, e produsse già troppe rovine, quella del brigantaggio, che imperversa sulle frontiere delle province meridionali dello stato Pontificio, dove si annidò fra le giogaie de’ monti e le selve inestricabili, per quinci piombare, quando dall’uno o dall’altra parte dei due stati confinanti, a compiere le più esecrabili ribalderie“. Tra le varie norme introdotte l’editto considerava “conventicola” (vietata) anche la riunione di due soli briganti armati, taglie variabili da 2500 a 6000 lire per la consegna o uccisione di briganti e premi in denaro per briganti che consegnino alla giustizia loro compagni (sia vivi che morti), 10 – 15 anni di galera per chi ostacolasse la lotta al brigantaggio, possibile allontanamento dalla provincia di dimora dei familiari di briganti, divieto di muoversi in campagna portando con sé un eccesso di viveri e di indumenti, divieto di assumere come pastori o custodi per il bestiame di parenti di briganti, la chiusura di osterie, case di campagna e distruzione di capanne che potessero servire come rifugio ai briganti. Infine l’articolo della rivista riporta l’accordo verbale, che “potrebbe riuscire salutare ed efficace“, stabilitosi fra il comandante delle truppe pontificie e quello delle truppe di Vittorio Emanuele II che permise alle truppe di uno stato di sconfinare nell’altro durante l’inseguimento di briganti in fuga. L’accordo, è noto come “Convenzione di Cassino”, dal nome del paese in cui il 24 febbraio 1867 questo venne sancito dall’incontro fra il Conte Leopoldo Lauri Maggiore Comandante la 2a suddivisione della gendarmeria della provincia di Frosinone e Lodovico Fontana Maggior Generale Comandante la 1a zona militare di Cassino; nella sostanza l’accordo di collaborazione sullo sconfinamento delle truppe riprendeva quello stipulato il 4 luglio 1816 tra il governo papale e quello borbonico, che era stato prontamente ripristinato il 19 luglio 1918 dopo la caduta di Murat. Nel 1869 furono catturati i guerriglieri delle ultime grandi bande con cavalleria e a gennaio 1870 il governo italiano soppresse le zone militari nelle province meridionali, sancendo così la fine ufficiale del brigantaggio. Sempre nel 1870, Civiltà Cattolica pubblicava un articolo intitolato Il brigantaggio distrutto negli stati pontifici, in cui affermava che negli Stati del Papa il brigantaggio è già da più mesi del tutto estinto: ove che negli Stati occupati da Vittorio Emmanuele seguita ad inferocire, lo stesso articolo, non firmato, ma attribuibile a P. Piccirillo direttore della rivista, forniva alcune cifre sulla lotta al brigantaggio negli stati pontifici attuata dal novembre 1865, anno in cui la responsabilità dell’ordine pubblico in quegli stati passo’ dalle truppe francesi a quelle pontificie, al novembre 1869: 42 uccisi e 23 feriti nelle milizie papaline, 447 briganti catturati, di cui 240 indigeni delle province papaline, 48 briganti uccisi in combattimento “oltre i non pochi i quali, mortalmente feriti al lembo della frontiera e trafugati nottetempo, sono iti a spirare nel territorio assoggettato al regno d’Italia”, 17 fucilati alle spalle, 54 condannati alla galera perpetua e 409 persone arrestate per complicità.

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