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Briganti, le faide in Costiera

Posted by on Ago 23, 2021

Briganti, le faide in Costiera

Nei confronti del dominio napoleonico, nel Regno di Napoli ma anche in altri territori d’Italia, si ebbero, soprattutto tra i ceti popolari, diffuse manifestazioni di ostilità, se non di guerra aperta come nel caso della Calabria, tra il 1806 e il 1811.

Lo storico liberale Luigi Blanch, testimone oculare degli accadimenti per essere passato, col grado di capitano, dall’esercito borbonico a quello murattiano, ha scritto che quella avversione della popolazione verso il regime francese “…originava da un istinto, di cui non si rendevano conto, ma che influiva nella loro mente, era quello che un governo più forte, che avesse avuto forza distributiva nell’interno del regno, cosa che non vi era, lo avrebbe sottomesso ad una più severa licenza, quell’impunità, che teneva luogo di libertà ed era la sola che conoscevano ed apprezzavano, la quale sarebbe scomparsa in cospetto di un’altra libertà, che non comprendevano, non desideravano e vedevano associata a idee che più aborrivano, come licenziose e irreligiose…”. (Luigi Blanch, “Il Regno di Napoli dal 1801 al 1806“, in “L.B., Scritti storici”, a cura di Benedetto Croce, 3 voll., Laterza, Bari, 1945, vol. I, pagg. 46-47). La manifestazione più eclatante di quel sentimento antinapoleonico, doviziosamente indirizzato e fomentato dagli inglesi, si concretizzò nella guerra per bande, per la prima volta battezzata dai francesi col termine di “brigantaggio”. I territori meridionali che si prestavano alle tattiche di guerriglia erano ovviamente quelli dell’appennino irpino e calabro-lucano, ma anche alcune località costiere prive di strade di collegamento, come nel caso della Costa d’Amalfi, raggiungibile solo via mare o, per strade e sentieri interni, attraverso il valico di Chiunzi. La strada litoranea Vietri-Amalfi fu promossa proprio nel decennio francese, con decreto reale del 1811, ma completata solo nel 1854. La letteratura e l’indagine storica hanno trattato ampiamente il tema del brigantaggio in età napoleonica ed alcuni dei protagonisti sono passati alla storia, come nel caso di Michele Pezza , alias “Fra Diavolo”, catturato a Baronissi dai francesi nel 1806, e impiccato in Piazza Mercato a Napoli in quello stesso anno; di altri capi-massa meno noti abbiamo anche trattato in queste pagine (il caso del prete Giuseppe Paterna in “La Città”, 5 marzo 2018 ). Nel novero dei pochi storici contemporanei impegnati a studiare il brigantaggio in costa d’Amalfi nel decennio francese, c’è Francesco Barra , professore ordinario di Storia moderna presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi di Salerno, che nel 1981 pubblicò il suo “Cronache del brigantaggio meridionale. 1806-1815”. Tra le diverse aree geografiche, dal Molise alla Calabria, un capitolo di quello studio è dedicato alla Costiera Amalfitana (pag. 283-296).

Qui emergono, da un manoscritto conservato presso la Biblioteca Nazionale di Parigi, che Barra pubblica per la prima volta (Fonds Italien, ms. 1124,ff. 176-185), le figure principali di capibanda operanti in quelle contrade: il già ricordato Fra Diavolo, ma soprattutto i locali Giuseppe Mansi e Domenico Celentano . Il titolo completo della cronaca anonima, scritta tra il 1812-13, è: “Compendio de’ delitti e sceleragini commesse dalla comitiva delli rinomati capi briganti Giuseppe Manso, ossia Giuseppiello di Majuri, e Domenico Celentano Codino di Cane di Tramonti, col numero de’ loro seguaci e fautori, in tutto il tempo delle differenti corse”. Il racconto dell’anonimo di parte francese, prende avvio nel 1806 con le operazioni di disturbo condotte dagli inglesi, i quali, dalla base di Capri da loro occupata dal 1806 al 1808, spedivano sulla costa pattuglie di locali, già evasi o liberati dal bagno penale di Santo Stefano, con l’obiettivo di creare nei paesi delle sommosse antifrancesi.

Tra questi ergastolani era Giuseppiello, che sbarca di notte a Capo d’Orso in compagnia di altri 20 – tutti nativi della costa – e subito s’infratta sulle alture. In quei paraggi del Regno, che il cronista dice prima tranquilli e dove scorrazzava un solo brigante, un Pisani di Ravello, ora si andavano formando di continuo bande, e lo stesso Fra Diavolo fa una fugace comparsa tra i boschi di Agerola. Sulla spiaggia di Positano l’11 novembre 1806 sbarcò, proveniente dalla enclave di Capri quasi una seconda Gibilterra la banda di Gaetano Gallo, “il sordo di Praiano”, assoldato dagli inglesi a scopo di pirateria; ma quella spedizione fallì. Nel 1807 il comando militare in costiera fu assunto dall’ufficiale Nicolas Desvernois, che si distinse subito per i metodi brutali e sbrigativi con i quali credette di riuscire a domare e sconfiggere quella guerriglia: destituì alcuni sindaci e pretese, nonostante le proteste dei notabili locali, di scegliere da sé i sostituti, fece passare per le armi, senza formalità, molte decine di persone e furono tante le teste di briganti, uccisi durante gli scontri o fucilati sul posto, recise e poi inchiodate alle torri di Maiori e di Minori. Dopo l’ottobre del 1808, con la riconquista di Capri ad opera di Murat e del suo esercito, alle bande venne meno l’appoggio inglese, ma queste, tra cui la comitiva di Giuseppiello e Codino di Cane, continuarono a imperversare tra la costa e l’agro nocerino, con saccheggi, furti e omicidi.

Nel documento, che elenca tutti i componenti delle bande, figurano molti cognomi del versante amalfitano e dell’agro nocerino, quasi tutti finiti uccisi negli scontri, fucilati o abbattuti a baionettate; la stessa sorte toccò ai due capi, Giuseppiello e Codino di cane, nel gennaio del 1811, sorpresi dalla truppa, grazie a una soffiata, in un casolare presso Nocera, uccisi nello scontro e i cui corpi “ ..furono trascinati lungo le strade di Majori e Tramonti, e quindi inquartati in diversi punti..”. Dopo di allora, almeno lungo la costa, cessarono gli episodi di brigantaggio. Negli anni di Giuseppe Bonaparte e Gioacchino Murat le eredità della rivoluzione francese andavano modificando l’assetto territoriale, politico e sociale del Regno di Napoli, per mezzo di riforme, validissime molte sul piano della ragione; eppure, in quegli stessi anni, la tragedia meridionale si consumava nel dilagare di una guerriglia feroce, ancora più spietatamente repressa, che dimostrava quanto fosse difficile raggiungere nei fatti i nuovi equilibri economici e sociali vagheggiati all’ombra dell’albero della libertà, piantato nella piazza del paese.

Alessio De Dominicis

fonte

https://www.lacittadisalerno.it/cultura-e-spettacoli/briganti-le-faide-in-costiera-1.2075539

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