Alta Terra di Lavoro

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Briganti! Una mostra (inteso come femminile di mostro) a Torino

Posted by on Feb 21, 2026

Briganti! Una mostra (inteso come femminile di mostro) a Torino

Erminio de Biase

Lo scorso ottobre è stata inaugurata a Torino una mostra che, a detta dei suoi organizzatori, garantendo “una pluralità di interpretazioni”, avrebbe dovuto offrire“un racconto unico e veritiero” di quella impari lotta che fu etichettata “Brigantaggio”.

 In realtà, però, questo “racconto” condito con  retorica squisitamente accademica (del tipo, “Convergenza di linguaggi fra la linea controrivoluzionaria del rimpianto e quella rivoluzionaria della recriminazione”;“rimediazione d’una sorta di Brigantiland”;“arcipelago social che veicola la narrazione consolatoria della “causa perdutaborbonica e brigantesca”; “ricostruzioni critiche favorite dalla consegna del fenomeno alla storia”; ecc.) non è per niente “unico e veritiero”, ma reitera l’ennesimo, becero tentativo di cambiare le carte in tavola, confondendo artatamente il Brigantaggio postunitario col banditismo storico e con la delinquenza comune “che si estende dalla fine del Settecento fino all’epoca contemporanea”… Con buona pace della proclamata intenzione “di stimolare la riflessione critica dei visitatori” …

Con tali intenzioni e col suo innato spirito giacobino, l’insigne cattedratico salernitano Carmine Pinto fa passare per bandito un fulgido eroe come Michele Pezza (Fra Diavolo) che fino alla morte, contrastò eroicamente quella invasione francese che causò migliaia di vittime liquidate come “lazzari”. A proposito, Fra Diavolo si scrive senza apostrofo…

A rincarare la dose, gli stanno dietro Giulio Tatasciore e Silvia Cavicchioli. Il primo ridisegnando sull’insorgente postunitario lo stantio cliché del bandito di strada armato di trombone e l’altra guardandosi bene dal chiedere perché mai poche migliaia di insorgenti non esitarono ad opporsi con la forza della disperazione agli invasori piemontesi, dando così loro modo di vincere quella che lei assurdamente definisce “la prima guerra dell’Italia unita…” ma che, in realtà, fu solo la sanguinosa aggressione di un esercito di 120.000 uomini contro pochi legittimisti…

Alla pagina 38 del catalogo della mostra, una ventina di titoli (articoli compresi) che hanno la presunzione di essere definiti “bibliografia”, si rifanno più all’immaginario collegato al Brigantaggio che all’effettiva analisi storica dello stesso. Probabilmente, Alessio Petrizzo ignora che sul Brigantaggio c’è una infinità di testi, alcuni dei quali vere e proprie pietre miliari, come gli scritti di Emidio Cardinali, di Michele Ferri, di Franco Molfese, di Marc Monnier, di Valentino Romano, di Giuseppe Tardio, di Michele Topa, di Ludwig Richard Zimmermann…

Di seguito, Gian Luca Fruci, dell’università di Pisa, illustra le varie forme di spettacolo che hanno avuto come soggetto i Briganti ma, nella foga di definire Michele Pezza “bandito rivoluzionario”, gli sfugge che la leggendaria figura di Fra Diavolo ha – addirittura – ispirato la composizione di un’opera lirica al francese Daniel Auber. (Ancora una volta: Fra Diavolo si scrive senza apostrofo…).

Bolla come “ultraconservatore” lo scrittore lucano Carlo Alianello, sol perché questi smaschera la vulgata risorgimentale in maniera – è proprio il caso di dire – “rivoluzionaria”, dimostrando, così, di essere il Fruci stesso un vero conservatore che si avvinghia alla storiografia ufficiale così come fa una cozza allo scoglio…

Descrive come “maestro del genere risorgimentale” il regista Luigi Magni che nei suoi film reinventa la  storia come più gli aggrada, ma omette (non sappiamo se per ignoranza o per malafede) titoli più significativi come, ad esempio, …Li chiamarono Briganti di Pasquale Squitieri; non accenna né al fantasmagorico spettacolo estivo al Parco de La Grancìa, in provincia di Potenza, un vero e proprio film dal vivo ricco di effetti speciali con oltre 200 figuranti, dedicato al Brigantaggio lucano post-unitario, intitolato non a caso “La Storia Bandita”, né al musical popolare Voci, suoni e canti di Briganti in Terra di Lavoroche, negli ultimi tempi, sta mietendo incoraggianti successi in quella che fu l’Alta Terra di Lavoro”.

E così si approda al Novecento, secolo di cui, registrando episodi localizzati, si citano delinquenti comuni come Domenico Tiburzi in Maremma…, Giuseppe Musolino in Calabria…, Sante Pollastri in Liguria…, Salvatore Giuliano in Sicilia…, il banditismo sardo… in modo che il visitatore venga inconsciamente portato a collegare questi personaggi ai protagonisti del Brigantaggio e… voilà, il gioco è fatto!

Brigantaggio e/o banditismo quasi esclusivamente meridionale, però, perché in questa disamina lunga due secoli, a parte un rapido accenno a Giuseppe Mayno, nessun altro accenno al Piemonte in cui, nella prima metà dell’Ottocento, si consumavano efferati omicidi da parte di bande di briganti e grassatori dediti all’agguato notturno, all’imboscata, all’assalto alle diligenze, al punto da sembrare cingere d’assedio la stessa capitale. Una malavita che conservava molte parentele con l’antico brigantaggio da strada…[1]

Così come non compare il nome di Stefano Pelloni, il Passator cortese di pascoliana memoria che, a metà Ottocento, con le sue gesta sanguinarie, terrorizzò l’intera Romagna. Questo sì, un vero bandito al quale, forse proprio per questo, qualche “padre della patria” pensò di proporre di mettersi al servizio del suo Paese, affinché diventasse “il condottiero dell’indipendenza italiana”. Il Pelloni rifiutò e, come ben si sa, lo si sostituì con un certo Garibaldi: un “eroe” valeva l’altro…

È perciò infamante affermare che i Briganti siano la leggenda del banditismo. Il Brigantaggio postunitario fu ben altro, fu l’espressione armata della volontà di chi non voleva essere sopraffatto, fu l’insorgenza contro una sanguinosa occupazione. Come scrisse Franco Molfese, i Briganti furono uomini che decisero di morire in piedi anziché vivere in ginocchio. Questi furono i vari Sergente Romano, Luigi Alonzi, Michelina De Cesare e tanti altri ancora volutamente ignorati dagli “esperti di alto profilo” che hanno “progettato, ideato e sostenuto” questo pachidermico evento “culturale” …

I suddetti lor signori, accecati dal loro imprescindibile giacobinismo e per rispetto del loro pretenzioso “rigore” scientifico che vantano in quest’ambito, avrebbero dovuto, se non esporre, perlomeno citare il pensiero di Antonio Gramsci in merito: “Lo Stato italiano è stato una dittatura feroce che ha messo a ferro e fuoco l’Italia meridionale e le isole, squartando, fucilando e seppellendo vivi i contadini poveri che scrittori salariati tentarono di infamare chiamandoli briganti!”. Ma se ne sono ben guardati, altrimenti chiunque, scorrendo il corposo elenco di patrocinatori – istituzionali e non – che hanno foraggiato la rassegna, fondi del PNRR compresi, avrebbe senz’altro concordato con l’affermazione gramsciana.

Tra i suddetti sponsor risalta particolarmente il Museo di Antropologia Criminale di Torino nel quale sono esposti come “cimeli” i teschi di tanti meridionali, al fine di dimostrare la loro appartenenza ad una razza inferiore. Il direttore di questo museo, l’emerito Luciano Montaldo, argomentando sulla “nuova scienza lombrosiana che codifica il paradigma del brigantaggio come fenomeno criminale”, cerca di arrampicarsi sugli specchi pur di giustificare la presenza di quei resti. Resti dei quali, qualche tempo fa, fu invano chiesta la restituzione alle loro radici per un’umana sepoltura. Tale richiesta, sempre secondo il dotto Montaldo, non era altro che un “circo mediatico” che si è però stemperato gradualmente nel tempo grazie – oltre all’esaurirsi della ricorrenza celebrativa – anche “alla comparsa di una nuova storiografia sul Brigantaggio che ha contrastato le grossolane falsificazioni dei revisionisti”. Cicero pro domo sua…

Non si illuda, illustre professore, il nostro revisionismo non si è affatto stemperato, come Lei auspica, né la nostra battaglia è un circo mediatico. Qual è la nuova storiografia di cui Lei blatera, forse quella rappresentata dalla scialba, apologetica e manichea bibliografia di cui s’è detto sopra? La storiografia che l’intellighenzia ufficiale continua a sfoderare negli atenei della penisola o che si legge nelle pubblicazioni di associazioni di sedicenti studi storici? Quella che, grazie al supporto mediatico di cui godono, pennivendoli di regime, meglio definiti come “utili idioti”, continuano a diffondere? O quella espressa dal vuoto del vostro baraccone così approssimativamente messo in piedi?


[1] Umberto Levra, L’altro volto di Torino risorgimentale 1814-1848, Torino 1988, pp 178/179

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