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BussoLaStoria: Giovan Battista Marino, il “re” del ‘600

Posted by on Mag 1, 2020

BussoLaStoria: Giovan Battista Marino, il “re” del ‘600

La scorsa settimana su BussoLaStoria abbiamo conosciuto Francesco II di Borbone, l’ultimo Re delle Due Sicilie. Oggi incontreremo invece Giovan Battista Marino, definito famosamente dal critico Francesco de Sanctis come “Il re del secolo, il gran maestro della parola, fu il cavalier Marino, onorato, festeggiato, pensionato, tenuto principe de’ poeti antichi e moderni, e non da plebe, ma da’ più chiari uomini di quel tempo.

La Vita

Nacque a Napoli il 14 Ottobre 1569, forse da oriundi calabresi, e morì nella medesima città il 25 Marzo 1625 dopo vari spostamenti. Trascorse ivi i primi trentun anni di vita e la sua formazione nella città partenopea fu fondamentale, sebbene la carriera del Marino trovò spazio nel Nord prima e all’estero poi.

Nella seconda metà del 1596 Marino diventa segretario del ricco mecenate Matteo di Capua (già protettore di Tasso); pochi mesi dopo viene arrestato a causa di un aborto procurato a una donna, tale Antonella Testa, che muore in seguito all’episodio. Dopo essere uscito di prigione lo arrestano nuovamente nel 1600, questa volta a causa di un duello nel quale uccide l’avversario.

Nonostante a Napoli non fosse presente un’Inquisizione “alla maniera della Spagna” , e non ci fosse la stessa pressione del resto d’Italia sulle censure delle opere (al tempo fortissima), il Marino trascorse a Roma gli anni successivi con relativa pace. Vi giunse nel 1600 e non corse pericoli grazie ad alcune conoscenze influenti (era, infatti, in ottimi rapporti con la Chiesa).  Ebbe diversi contatti con le Accademie locali, prima fra tutte l’Accademia degli Umoristi e l’Accademia Romana.

Nel 1601 stampa a Venezia le sue “Rime“, che contengono gran parte della sua produzione adolescenziale. Nel 1603 entra al servizio del cardinale Pietro Aldobrandini, nipote di papa Clemente VIII.

Alla morte di Clemente VIII, tuttavia, lo scenario per Marino (e per Aldobrandini) cambia, visto che il cardinale viene trasferito a Ravenna e il poeta napoletano è costretto a seguirlo.

Il viaggio si rivela molto disagevole, e scoprono che la città di destinazione è insalubre e povera. Da Ravenna, comunque, Marino ha l’opportunità di raggiungere con una certa facilità Bologna e Venezia, centri della stampa europea. In questo periodo Marino legge la traduzione latina delle “Dionisiache” dell’autore greco Nonno di Panopoli, che lo influenza in maniera notevole. Accompagna Aldobrandini a Torino presso la corte di Carlo Emanuele I: in questa occasione, compone il panegirico “Ritratto del serenissimo don Carlo Emanuello, Duca di Savoia“.

Nel 1615 lascia Torino e giunge in Francia, dove sin dal 1609 la regina Maria de’ Medici l’aveva invitato. Marino in terra di Francia si muove praticamente senza alcuna raccomandazione. Del 16 giugno 1615 è una lettera dell’ambasciatore fiorentino a Parigi, Luca degli Asini, nel quale annuncia l’entrata del Marino a corte, la sua introduzione per cura della Galigai, e il colloquio di un’oretta avutosi tra il Marino e la regina nel di lei gabinetto; ma anche della sua intenzione di passare in Inghilterra e nelle Fiandre.

Marino muore a Napoli il 25 marzo del 1625, di martedì santo, alle nove del mattino (pochi giorni prima aveva fatto testamento) a causa di una stranguria curata male (altre fonti parlando di un tumore ai testicoli, che avrebbe portato a un tentativo di castrarlo prima del decesso); poco prima di trapassare, per non essere nel peccato, ordina di bruciare alcuni scritti lascivi o semplicemente sentimentali, sebbene contro il parere del confessore e dei suoi amici: non tutto va’ perduto, e infatti alcune opere, come La strage degli innocenti, sono (per fortuna) salvate e pubblicate postume.

Opere ed eredità del Marino

Nel 1612 scrive “Il Rapimento d’Europa” e il “Testamento amoroso“, mentre nel 1614 dà alle stampe “La Lira“, che include le sue prime “Rime” con l’aggiunta di nuovi scritti: in totale, oltre novecento componimenti, la maggior parte dei quali sonetti, di argomento sacro, encomiastico o amoroso, raccolti a seconda dei temi (rime eroiche, rime amorose, rime marittime, e così via).

Nello stesso anno, Marino porta a termine le “Dicerie sacre“, una sorta di repertorio di prediche, diviso in tre parti (“La pittura“, “La musica“, “Il cielo“), mentre l’anno successivo si dedicata a “Il Tempio. Panegirico del cavalier Marino alla maestà christianissima di Maria de’ Medici reina di Francia & di Navarra“.

Tra il 1619 e il 1620 scrive “Lettera di Rodomonte a Doralice” e “La Galeria distinta in pitture & sculture“, oltre alla raccolta “La Sampogna‘”. Ma è nel 1623 che Marino scrive il suo capolavoro “L’Adone”: esso narra la favola della relazione amorosa tra Venere e Adone, episodio della mitologia classica: il testo è costituito da 40.984 versi ed è dedicato al re Luigi XIII di Francia e a sua madre, Maria de’ Medici. “L’Adone“, costituito da venti canti e anticipato da un proemio, doveva inizialmente contenere soltanto quattro canti: si evolsero poi in dodici e infine in ventiquattro. Questa crescita ne ha fatto l’opera più lunga della letteratura italiana.

Ci vorrebbero ore per elencare tutti gli altri componimenti e le opere minori del poeta, che per lungo tempo è stato considerato poco dalla critica in Italia e invece amatissimo nel resto d’Europa, siccome nel corso del secolo moltissimi intellettuali di ogni dove seguirono il suo esempio e il suo stile (si rifanno a lui correnti come il preziosismo in Francia, l’eufuismo in Inghilterra, il culteranismo in Spagna). Marino fu, infatti, uno dei personaggi più emblematici del Barocco: nelle sue opere emerge un uso estremo della metafora e dell’astrazione, una ricerca dello stravagante e del bizzarro e una tendenza ad abbondare ed allungare i testi fino al prolisso (L’Adone ne è la prova).

Fu uno dei motivi per cui la critica non fu molto gentile con lui e lo rivalutò soltanto nel corso degli anni ’60-70. Lo scoprirono come autore moderno, disinteressato anche se per obbligo alle questioni rilevanti del mondo: ne è emblematico il viaggio fra i pianeti di Adone guidato da Mercurio, la struttura dell’universo di Marino non è esplicitata sebbene nel mondo infuriasse il dibattito fra la teoria Tolemaica e quella Copernicana (probabilmente a lui importava poco). Centrali anche il gusto per la descrizione e per la meraviglia, che oggigiorno un po’ abbiamo perso con la nostra attenzione sempre più limitata e temporanea.

fonte

Giambattista Marino

Il napoletano Giambattista Marino (1569-1625) è lo scrittore più significativo del nostro Seicento e rappresentò un modello imitato dagli scrittori dell’epoca in tutta Europa.

La vita e le opere

Avviato agli studi giuridici, si dedicò quasi subito alla poesia come poeta cortigiano presso il duca Ascanio Pignatelli e poi (1592) presso il principe Matteo di Capua. Nel 1600 entrò al servizio del cardinale Pietro Aldobrandini a Roma. Pubblicate le Rime (1602), cominciò a lavorare alla stesura del poema Adone, che nel progetto iniziale avrebbe dovuto essere di tre libri. Nel 1606 seguì Aldobrandini a Ravenna e in altre città del Nord. Giunto a Torino (1608), scrisse per Carlo Emanuele I un panegirico Il ritratto del serenissimo don Carlo Emanuele duca di Savoia (1608), ottenendone in cambio una generosa ospitalità dal 1610 al 1615. A corte si scontrò con l’invidia del segretario del duca, il poeta Gaspare Murtola, autore del poema sacro La creazione del mondo (1608) deriso da Marino. Nel 1608 Marino aveva stampato la raccolta lirica La lira. Gli anni torinesi furono particolarmente fecondi: riprese e ampliò il progetto dell’Adone; nel 1614 stese le Dicerie sacre, tre orazioni fittizie (La pittura, La musica, Il cielo) che dimostrano un’abilità virtuosistica straordinaria nel modellare la lingua nel genere “oratoria sacra”. Nel 1615 fu chiamato alla corte di Francia dalla regina Maria de’ Medici, a cui dedicò il poemetto encomiastico Il tempio (1615). A Parigi scrisse alcune delle sue cose migliori: gli Epitalami (1616), poesie per nozze, La galeria (1619), rassegna di opere di scultura e pittura di artisti contemporanei. Nel 1620 diede alle stampe La sampogna, composta da 12 poemetti, 8 di contenuto mitologico e 4 di tipo pastorale. Il trionfo giunse con l’Adone (1623), poema in 20 canti la cui lussuosa edizione fu finanziata dallo stesso re Luigi XIII. Poco dopo Marino decise di tornare in Italia, accolto con grandi onori a Torino, a Roma e soprattutto a Napoli. Nella sua città si dedicò alla composizione di un poema religioso in ottave, La strage degli innocenti, già iniziata vent’anni prima; l’improvvisa morte non gli consentì di concludere quest’opera, pubblicata postuma nel 1638. Anche le Lettere (uscite a partire dal 1627) sono postume.

I caratteri dell’opera di Marino

Il carattere del lavoro di Marino è chiarito già da un’affermazione dello stesso poeta, che riguardo alle proprie vaste letture scriveva: “Imparai sempre a leggere col rampino, tirando al mio proposito ciò ch’io ritrovava di buono, notandolo nel mio zibaldone e servendomene a suo tempo”. Marino è il poeta che reinventa e rinnova con un’esuberanza cromatica e figurativa mai vista nella nostra letteratura. Sembra aver superato senza ritorno il classicismo a favore di una curiosità infinita e sensuale, originalmente barocca. Le liriche della Lira sono una proliferazione di timbri e sonorità; la Sampogna è un esercizio di gusto inconsapevolmente “esotico” e svaporato; la Galeria poi ­ forse il libro migliore di Marino ­ rimane un incredibile tessuto di rifrazioni e annotazioni curiose.

L'”Adone”

Il libro di maggior successo fu comunque l’Adone. Con i suoi 40.000 versi è il più lungo poema della letteratura italiana. La vicenda che ne costituisce l’esile trama ha al centro l’innamoramento di Venere per il bellissimo giovane Adone. Marte, preso dalla gelosia, costringe il giovinetto a una serie di peripezie e alla fine ne provoca la morte a opera di un cinghiale. Lo svolgimento del mito ha tuttavia un’importanza relativa. Ciò che conta è il modo con cui esso viene raccontato e soprattutto l’infinita serie di episodi secondari, di spunti descrittivi (come quelli celebri del canto dell’usignolo o dell’elogio della rosa) sfruttati oltre ogni aspettativa; l’abilità nel trasformare aspetti allegorici in luoghi della fantasia, come il giardino del Piacere e l’isola della Poesia; e ancora l’infinita gamma di piani e di livelli con cui viene trattata la materia erotica che sta alla base del mito: si va dalle allusioni appena accennate alla narrazione audace e densa di particolari. L’Adone è un immenso coacervo di immagini, una “fabbrica delle meraviglie”, un succedersi inarrestabile di metafore e sarebbe vano cercarvi un centro logico; la sua novità sta proprio nell’infrazione della regola classicistica dell’unità del poema eroico e nel recupero della narrazione affabulatoria dei grandi narratori di favole latini (Apuleio, Ovidio, Claudiano) ed ellenistici (Apollonio Rodio, Mosco e Bione).

fonte

http://www.sapere.it/sapere/strumenti/studiafacile/letteratura-italiana/il_seicento_/a1_il_barocco__e_giambattista_marino/Giambattista-Marino.html

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