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CALUNNIA, CALUNNIA, RESTA SEMPRE QUALCOSA! – W. Gladstone

Posted by on Feb 27, 2026

CALUNNIA, CALUNNIA, RESTA SEMPRE QUALCOSA! – W. Gladstone

Vincenzo Giannone

Dopo la rivoluzione del 15 maggio1848 a Napoli, avendo perso la speranza di poter scacciare Ferdinando II di Borbone con le armi, gli oppositori politici si dissero: bisogna distruggere la buona fama che il governo borbonico gode in tutta Europa, ma a chi affidare l’incarico?

Non conosciamo i retroscena della missione, ma un rappresentante dell’università di Oxford nella Camera dei Comuni, Lord William Gladstone, giunse a Napoli intorno alla fine del 1850.

IL 7 aprile 1851, penetrato dal sentimento di dover tentare di mitigare gli orrori dell’amministrazione del Reame, Gladstone scrisse e pubblicò una “lettera” diffamatoria sul governo del Re di Napoli e per darle importanza la indirizzò al conte Aberdeen, ex ministro del Parlamento inglese.

Per mitigare gli orrori del governo borbonico, Gladstone scrisse “per sentito dire, per credenza e giudizio altrui”. Senza prove certe, mosse al Re di Napoli accuse sulla presunta «assenza di legalità e sulle sofferenze di tanti infelici» prigionieri politici rinchiusi nelle carceri di Napoli. Parlò di torture e strumenti di tortura usati nelle carceri borboniche. — Fin dai primi anni del suo regno Ferdinando II di Borbone aveva attuato riforme nel sistema penitenziario ispirate da sentimenti di umanità cristiana. Un decreto del 20 agosto 1848 attesta:

Art. 1 – I custodi debbono invigilare, che la disciplina sia severamente mantenuta nelle prigioni…

Art. 2 – Essi sono chiamati allo stretto adempimento di quanto viene scritto dagli art. 34 e seguenti del cap. 5 del regolamento del 18 dicembre 1817.

Art. 3 – Ai custodi od a qualunque altra persona destinata a servire nelle prigioni, resta espressamente vietato di vendere alcuna cosa di proprio ai detenuti…

Art. 4 – Resta pure espressamente loro vietato di percuotere, ed in qualunque modo malmenare i detenuti, i quali debbono essere da loro trattati con umanità, e secondo che prescrivono le leggi, ed i regolamenti in vigore.

Art. 5 – In ogni caso che i custodi ardissero di trasgredire alcuna delle disposizioni date negli art. precedenti, saranno senza più puniti con la destituzione.

Art. 6 -omissis

Art. 7 – I detenuti, che a torto si sentiranno malmenati, sia nella persona, sia nell’avere dai custodi, dovranno richiamarsene presso i funzionari o amministrativi, o di polizia preposti alle carceri; ed a questi corre stretto l’obbligo d’indagare il fatto, e dove si accertino della veracità delle accuse, ne faranno rapporto alle autorità superiori. Se essi mai trascureranno di ciò fare, sosteranno la stessa pena della destituzione»

Art. 8 – In ogni mese le Commessioni delle prigioni, in un giorno che verrà fermato dal Ministero de Lavori Pubblici, si dovranno recare a visitare le carceri, e rendere severo informo se mai i custodi, e le persone dette negli articoli 3 e 7 siensi in quest’intervallo di tempo dipartiti dalle fermate disposizioni…[1]

[omissis]

Gladstone scrisse: «Credesi generalmente che i prigionieri per reati politici nel Regno delle Due Sicilie ammontino a quindici, venti, trenta mila!».  Il numero dei prigionieri rinchiusi nelle carceri di tutto il Regno, citato da Gladstone, era così sproporzionato che nessuno gli credette. Per carpire la buona fede dei popoli e scandalizzare l’opinione pubblica, Gladstone si era inventato cifre esorbitanti. In realtà, i prigionieri politici tenuti in carcere nel Regno di Napoli al 18 giugno 1851, secondo i rapporti della polizia, erano in tutto 1819.

L’8 maggio 1863, l’inglese Bowyer dichiarò alla Camera:

Ma come accadde che il nostro governo si sia mostrato sfavorevole a tutte le dinastie italiane, e specialmente alla borbonica? Ciò accadde perché i Borboni ci furono dipinti dalla stampa, e specialmente dal partito, di cui è capo il nobile Lord Palmerston, quali tiranni insopportabili ed esecrati. Ecco il motivo che spingeva il signor Gladstone a scrivere il suo libello. Questo libello era lo specchio di coloro che l’aveano ispirato, ed infatti il signor Gladstone fu circondato in quella circostanza dai nemici del Re di Napoli. Posso assicurarvi, conoscendo il fatto, che lo scrittore di quell’opuscolo non si dette molta briga di conoscere la verità. Non si rivolse mai agli amici del governo, perché non dubito che se li avesse interrogati, gli avrebbero forniti i più minuti ragguagli. Si disse che tutto in quello scritto era vero; la qual cosa non posso ammettere, essendo stato l’autore obbligato a ritrattare in un altro opuscolo le più gravi accuse. Era infatti un tessuto di menzogne, spero non volontarie, che gli furono suggerite da coloro che lo circondarono in Napoli. [2]

Nella seconda lettera, che fu costretto a scrivere per rimediare agli errori commessi, Gladstone si giustificò dicendo che la principale accusa versava intorno alla grande illegalità del procedere, ed il numero dei prigionieri e le condizioni delle prigioni non erano materia di tanta importanza.

Gladstone si giustificò dicendo:

Confessai già, che mi fu impossibile verificare con precisione i particolari di parecchie delle cose da me narrate […]

So che avendo io asserito di credere, che il numero dei prigionieri politici nelle Due Sicilie ammontasse a 20 mila, si osservò che dai rapporti constava non esservene che 2000 circa. Ma soggiungerò una cosa. A’ miei occhi il numero dei prigionieri politici, come lo stato delle prigioni non ha che un interesse secondario. Se essi sono umanamente e legalmente arrestati, umanamente e legalmente trattati prima del processo, umanamente e legalmente giudicati, questa è la principale quistione. […] Io ho avuto cura di notare che la mia affermazione poggiava soltanto sopra una opinione; opinione, a parer mio, ragionevole, ma sempre opinione.[3]

«Uno dei più illustri pubblicisti» inglesi, Charles Mac-Farlane, affermò: «Hanno ammassato calunnie sopra calunnie, falsità sopra falsità, finché l’ammontare totale crebbe sino alla mostruosità ed all’incredibile».

E non tardarono, numerose e incisive, le risposte alle false accuse di Gladstone. Il sottosegretario di Napoleone III, Albert de Dalmas, nella premessa al libro Le roi de Naples scrisse:

  • «La politica inglese varia spesso nelle sue forme, è sempre perfida nei suoi mezzi, sleale nelle sue azioni. 
  • L’Inghilterrasi mostra forte o astuta a seconda che i suoi interessi lo richiedano: se vuole ridurre paesi di per sé deboli o privi di alleanze protettive, usa la preponderanza delle armi, o usa la violenza per far trionfare i suoi trionfi; se brama la conquista o la rovina di paesi potenti, si getta sulla via delle cospirazioni che fomenta, su quella delle rivoluzioni che sovvenziona;
  • la calunnia, sotto la maschera di un’ipocrita umanità, diventa un’arma formidabile nelle sue mani, e, quando necessario, ha sempre di riserva qualche filantropo che si impegna a denunciare al mondo le presunte crudeltà, delitti, nefandezze del governo la cui rovina insegue. CALUNNIA, CALUNNIA, RESTA SEMPRE QUALCOSA!» (Calomniez, calomniez, il ne reste toujour quelque chose!)

Per screditare il governo di Ferdinando II di Borbone davanti alle Corti europee il ministro degli esteri inglese, Lord Palmerston, inviò la lettera di Gladstone a tutti i ministri ed agenti inglesi all’estero e li incaricò di trasmetterne alcuni esemplari alle Corti presso cui erano accreditati.

In Francia, più che altrove, si alzarono voci di protesta contro le ingiuste e infamanti accuse rivolte da Gladstone al Re di Napoli. Il ministro degli esteri francese Baroche inviò a tutti i membri del corpo diplomatico francese un esemplare delle Confutazioni scritte e pubblicate da Jules Gondon col titolo: La Terreur dans le Royaume De Naples.

Numerosi furono i giornali francesi che scesero in campo per dimostrare quanto le accuse mosse da Gladstone al Re di Napoli fossero senza fondamento e calunniose: L’Univers, La Patrie, l’Ordre, l’Assemblée nationale, il Courier de Marseille, l’Alsacien, la Gazette du Midi, le Messager de l’Assemblée et des Débats.

In Italia, da ottobre a novembre 1851, il giornale di Milano La Bilancia pubblicò la «Rassegna degli Errori e delle fallacie pubblicate dal sig. Gladstone in due lettere indirizzate al conte Aberdeen sui processi nel Reame delle Due Sicilie».

In Austria, il capo del gabinetto Schwarzenberg protestò contro il diplomatico inglese, che a nome del suo ministro Palmerston gli offrì un esemplare della lettera qualificandola un «libello», uno scritto diffamante e irriverente.

Nell’agosto del 1851, durante un pranzo di gala tenuto a Londra, l’ambasciatore francese Walewski, al ministro Palmerston, che aveva preso a pretesto le lettere di Gladstone per screditare il re di Napoli, gli disse pubblicamente:

Milord, son pochi mesi ch’io sono partito da Napoli, dopo d’avervi soggiornato quasi due anni, e posso dirvi che i fatti narrati nelle lettere sulle quali vi puntellate per assalire il Re di Napoli, sono in parte falsi e in parte esagerati.  Il Re di Napoli ha dovuto aggravare la mano su uomini che cospiravano per rapirgli la corona; qualsivoglia altro Governo in simili condi­zioni avrebbe fatto lo stesso, e ve ne ha non pochi ch’ebbero assai meno umanità.

Numerosi furono gli autori italiani che scrissero in difesa del Re di Napoli. Si ricordano in particolare Salvatore Mandarini e Terenzio Sacchi.

Ecco alcune delle calunnie che Gladstone mosse al governo del Re di Napoli. La più infamante è un’espressione che ancora oggi molti ripetono pappagallescamente perché o non conoscono la storia o fingono di non conoscerla:

  • è «la negazione di Dio eretta a sistema di governo»;
  • è un permanente oltraggio alla religione, alla civiltà, all’umanità, ed alla decenza pubblica
  • è la violazione sistematica di ogni diritto,
  • i prigionieri, prima di essere giudicati, vengono detenuti in carcere per parecchi mesi, per un anno, per due, ordinariamente il termine è più lungo,
  • dire una prigione di Napoli è dire, come ben si sa, lo estremo del sucidume e dell’orrore;
  • i prigionieri politici sono trattati «in modo così barbaro, che tutta l’Europa cristiana dovrebbe entrare in guerra nel regno di Napoli, sfondare le porte delle prigioni e liberare i prigionieri di stato che vi sono rinchiusi».
  • Vi è inoltre ogni ragione di credere che il Settembrini venga assoggettato a fisiche torture. Rispettabili persone mi accertarono, che gli si conficcassero acuti strumenti sotto le unghie delle dita». Nella seconda lettera, Gladstone fu costretto ad ammettere che sul conto di Settembrini si era sbagliato.

E chi se non un napolitano esiliato poteva sostenere le lettere di Gladstone? GIUSEPPE MASSARI, che tradusse le lettere di Gladstone e le pubblicò a Torino nello stesso anno.

— Massari nacque a Taranto nel 1821 ma si considerò sempre barese. Suo padre era ispettore di ponti e strade nella provincia dell’Aquila. Nel 1838 conobbe a Parigi l’abate Vincenzo Gioberti, che fu il suo confidente fino alla sua morte avvenuta nel 1852. Nel 1847 Massari si stabilì in Piemonte e collaborò al nuovo giornale Il Mondo illustrato. Eletto deputato nel Parlamento di Ferdinando II, venne arrestato dopo i moti del 15 maggio 1848. Nel 1849 fuggì a Malta e poi a Torino. Cavour gli offrì la collaborazione al giornale il Risorgimento ma egli preferì dirigere il Saggiatore.

Dopo il plebiscito tenuto a Napoli il 21 ottobre 1860, Massari scrisse a Cavour:

«Eccellenza mi trovo in un mondo affatto nuovo per me, e voglio dirle le mie impressioni. Napoli porge lo spettacolo più bizzarro […]. Io ho sempre amato ed apprezzato il Piemonte ma dopo questi tre giorni [passati] in Napoli lo adoro. Proprio questo povero paese ha bisogno di una grossa invasione di moralità piemontese».

Moralità piemontese? E quale morale c’era in un ministro e un re piemontese che con menzogne, intrighi e inganni rubarono i regni altrui? Domenico Amato nel libro I fogli sparsi del libro Nero così descrisse Massari:

Anche nella specie umana vi sono dei rettili. Giuseppe Massari il deputato di Bari, l’uomo che sa indossare tutte le livree, e, col vestito sempre sporco, ed il cappello sempre unto fa l’apologia nello stesso giorno di Pio IX, di Carlo Alberto, di Vittorio Emanuele, e di Cavour […]

Ma se sotto a quel cappello unto e bisunto si volesse cercare una sola idea, oh! per trovarla ci vorrebbe tempo assai, che nel cervello di Giuseppe Massari vi ha acqua, nulla più che acqua […].

(V. Giannone)


[1] MINISTERO DE’ LAVORI PUBBLICI, Napoli 20 agosto 1848. Disciplina da serbarsi nelle prigioni, e pene contro i custodi, ed altre persone, che abusando dell’infelice condizione de’ carcerati ne rendono più lagrimevole la sorte.

[2] ANONIMO, La quistione napoletana discussa nel Parlamento inglese otto maggio 1863, Ed. Italia 1863, p. 32.

[3]  W. E. GLADSTONE, Two letters to the Earl of Aberdeen, on the state prosecutions of the Neapolitan government, p. 42.

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