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Carceri, carcerati e torture a Napoli-1868

Posted by on Lug 21, 2021

Carceri, carcerati e torture a Napoli-1868

Nel 1851, per screditare e distruggere l’immagine di Ferdinando II di Borbone, un rappresentante dell’Università inglese di Oxford, Lord Gladstone, aveva diffuso in Europa, sotto forma di due lettere, false e calunniose notizie sulla completa assenza di legalità e sulle sofferenze di tanti infelici, rinchiusi nelle carceri del Regno delle Due Sicilie. Fin dalla sua salita al trono, avvenuta nel 1830, già prima che negli altri regni italiani, Ferdinando II aveva provveduto a riformare le prigioni. Le modifiche iniziarono nel 1832, quando furono colmate orribili e crudeli segrete e dettate norme affinché man mano le prigioni fossero condotte ad uno stato migliore sotto il rapporto igienico, religioso, morale, ed economico.

Al termine del suo viaggio in Italia, Alphonse Cerfeberr scrisse nel 1839: «A Napoli vi hanno prigioni speciali per le diverse categorie de’ condannati. Una ve ne ha per le donne, una pei giovani detenuti, quella di S. Francesco e quelle della Vicarìa. La prigione delle donne, detta di S. Maria d’Agnone, è stimata un modello nel suo genere […]. Le detenute vi dividono il tempo tra il lavoro, la preghiera, e gli esercizi religiosi […]. Nella prigione de’ giovani detenuti, non si vede che ordine, pulitezza e disciplina, e i prigionieri, eccetto la libertà che non hanno, vi stanno assai meglio che fuori. […] La Vicarìa, che sir Gladstone ha appellata un Carnaio, il colmo dell’orrore e del sucidume, è invece una prigione pulitissima, secondo il sig. Gondon che l’ha visitata. Il cibo vi è variato, sufficiente e di ottima qualità».

Ulteriori modifiche strutturali furono apportate alle prigioni negli anni successivi. L’anno prima dell’invasione garibaldina e piemontese, Francesco Durelli scriveva: «Le famose luride prigioni di Castel Capuano sono state tramutate in sale spaziose, piene di abbondevole luce e di libera, aperta atmosfera, ammirande per ogni maniera di nettezza, e fornite di quanto è d’uopo per la conservazione sanitaria de’ detenuti… Il carcere per donne di S. Maria ad Agnone, è stimata un modello nel suo genere […]. e quello che, non più carcere, ma sala d’istruzione e di lavoro, va oggi distinto col nome d’Instituto Artistico per gli imberbi [adolescenti] e pe’ giovanetti di S. Aniello: e farne la descrizione rileverebbe tale lavoro da compiere un volume».

Significativo sul carcere di San Francesco è il giudizio di Luigi Settembrini, che nelle Ricordanze scrisse: «Usciti dalla Vicarìa, [il carcere] S. Francesco ci parve piuttosto una casa che un carcere: si passeggiava pei corridoi, si usciva fuori una loggia. scoperta, si vedevano persone umane e civili, si aveva visite di parenti e di amici, io vedevo mia moglie e i miei cari bambini e Raffaele che mi portava i suoi esemplari di scuola, e la piccola Giulietta che allora moveva i primi passi».

Ma se anche le calunnie mosse da Gladstone e dai liberali a Ferdinando II in merito alle carceri e ai prigionieri politici fossero state vere in parte, che cosa fecero i rigeneratori dopo l’annessione al Piemonte e l’unità d’Italia? Liberarono tutti i detenuti politici regolarmente processati e per lo stesso principio di giustizia e libertà buttarono nelle prigioni, senza processo, migliaia di persone sospettate. Rivelatore e significativo è l’articolo Visitare i carcerati pubblicato il 30 aprile 1861 dal giornale liberale di Napoli Che Tuoni, che con sarcasmo scriveva: «Ora il paternissimo governo attuale, come liberalissimo e giusto, non può in alcun modo imitare quello che faceva il governo passato, ingiusto e nemico dei liberali. Quello, per non venir meno all’alta sua riputazione di misericordia, tollerava che si facessero delle opere di misericordia. Questo non ha misericordia per chi pratica le opere di misericordia». Ma facciamo un salto in avanti e vediamo che cosa scriveva un giornale di Napoli nel marzo 1868.

«Fortunatamente, tu non saprai mai come si sono ridotte le carceri in quest’epoca di libertà, e beato te se per misericordia del cielo non ci sei ancora entrato. Ma c’è bisogno di mettere in chiaro lo strazio tremendo al quale sono soggetti quegli sventurati che vanno a popolare le prigioni del nostro paese, possono così avere un’idea di quanto di buono si è fatto di sollievo da otto anni in qua per queste nostre povere carni battute, che dopo essere state portate allo stato di marcire per mancanza d’alimenti vanno a morire. Si dice che il fuoco della terra, ossia quello che serve per tutti i nostri bisogni, non è altro che un semplice dipinto a paragone di quello che si trova nell’inferno. E alla stessa maniera tutto quello che si può dire in merito alle torture che ti regalano le carceri moderne, è davvero una pittura che non potrà mai descrivere la verità. Preparati a fremere, o napoletano che mi leggi: sono cose che fanno arricciare i capelli in testa, quelle che vado a raccontare, sono tormenti che faranno vergognare tutti i Neroni, e i più barbari tiranni della terra, se tornassero a nascere. Oggi il carcere è la sepoltura dell’uomo, non più una casa di correzione dove si va a scontare un reato o una pena. Chi ci entra, deve avere proprio un miracolo particolare per uscirne vivo, tanto sono le sevizie e i maltrattamenti che gli vengono fatti dai moderni civilizzatori.

Cominciamo dall’esterno: il carcerato non deve più vedere la bella luce del sole. Ai tempi di Ferdinando II la luce era libera, l’aria poteva entrare e uscire dal carcere a suo piacere, ma oggi no. Oggi il carcerato non deve avere più aria. Un tavolato, che impedisce pure la vista del cielo, è stato messo in faccia alle cancellate. Appena un filo di luce, che dall’alto scende come un’elemosina, permette al carcerato di distinguere la notte dal giorno, la luce dalle tenebre. Del resto non c’è altro inferno aperto, che il carcere d’oggi, dove sono di permanenza tutte le sofferenze del mondo, tutte le sevizie più atroci. Dentro al carcere d’oggi non c’è alcuna distinzione come una volta. Qua, ai perduti malfattori, ai ladri più schifosi, agli assassini più feroci, ai falsari più ributtanti si uniscono i giovani virtuosissimi, gli onesti padri di famiglia, i veri patrioti, i galantuomini più distinti. Si fa d’ogni erba un fascio e non si ha nessun riguardo di mischiare la lana con la seta, l’onestà con la svergognatezza, il delitto con l’innocenza. Tanti poveri signori, per un semplice sospetto, sono presi per un braccio e uniti ai malfattori! Se non altro l’uguaglianza si fa consistere solo in questo! Lo sbirro deve stare a cassetta con un vescovo o un parroco, il ladruncolo con un onesto negoziante conosciuto, la prostituta attaccata alla gonna di una donzella. La moderna Babilonia per moltiplicare i vizi, tenta tutti i mezzi che possono corrompere la gente buona.

Non credete alle parole di fraternità, civiltà, progresso e via dicendo: le carceri ne sono una prova. Se la civiltà esistesse davvero, non vedremmo mischiare la gente onesta con la feccia del popolo, assoggettata quest’ultima agli stessi riguardi della prima.

Se il progresso non fosse addirittura una parola scema, non vedremmo lo strazio della carne umana, i sacrifici che si fanno soffrire alla gente, i flagelli a sangue che si adoperano a danno dei poveri carcerati. Sentite quando c’è di terribile in una prigione in questo momento in cui scrivo. Mettetevi una mano sul cuore, per non sentirlo scoppiare, a leggere tante barbarie, e dopo armatevi d’attenzione e rassegnazione, e seguitemi.

Correva il mese di agosto, narra il Popolo (al quale ringraziamo di averci dato quest notizie che noi riportiamo parola per parola) era il secondo anno della rigenerazione, di Cristo 1862. Napoli era comandata a bacchetta allora da quel furfante, oggi più furfante ancora, perché messo da parte dalla consorteria, và negoziando con i repubblicani, Filippo de Blasio.

Erano le 2 p. m.

I detenuti, chi leggendo, chi cedendo la testa al sonno, chi oziando, stavano tutti facendo un po’ di digestione sopra i rispettivi letti.

Tutto a un tratto, uno sbattere di cancello, un correre uno strillare, un minacciare, una casa del diavolo da non credere.

Che è, che non è: era un povero carcerato che cercava di rifugiarsi nella prima camera che trovava aperta, e quattro manigoldi, due dei quali armati di frusta di cuoio, uno di un mazzo di chiavi, e l’ultimo con una spada sfoderata, che lo seguivano infuriati, minacciosi, terribili.

L’infelice correva, si girava, piangeva, si torceva per la paura, e quando non ebbe più dove fuggire, cadde in ginocchio, e cominciò a gridare: per pietà, in nome di Maria Santissima, non uccidetemi: ho due figlie… poveri figli miei!

Le grida strazianti di questo sfortunato erano soffocate non più dalle minacce, dalle bestemmie dei carcerieri, ma dalle loro mazzate.

Le strisce di cuoio rompendo l’aria fischiando, strappavano la pelle del collo e della faccia di quell’infelice inginocchiato: il sangue schizzava in faccia al muro e vi colava, e quello continuava a dare senza misericordia in testa, in faccia, sul petto, sulle spalle, da per tutto.

Era orribile: quel disgraziato non piangeva più, non pregava più, cadeva, sembrava che stesse morendo.

E con tutto ciò lo battevano ancora, a dargliene sempre, aggiungendo alle mazzate i calci con i loro tacchi ferrati.

Non era un uomo aggredito da quattro assassini: era un agnello che cacciava sangue tra le grinfie di quattro lupi.

I Carcerati spettatori di questa scena di sangue erano atterriti, sdegnati, tremanti, ma non s’azzardavano neppure a dire una parola, a fiatare.

Chi scrive questo fatto, ricorda molti nomi di quelli che erano compagni suoi di carcere; e all’occorrenza potrei fare i loro nomi.

Ma il governo non è Argo, si dirà; queste cose non le sa, che diavolo! Vi pare che se qualcuno gliele avesse rivelate, quei bricconi non sarebbero stati castigati? La colpa è dei carcerati che sono vili tanto da temere di denunciare i torti che si fanno loro.

E va bene: il governo non è Argo: voi avete ragione. Ma dite un poco, se loro, i signori governanti, ispirassero fiducia, quale sarebbe il vile, vile tanto da lasciarsi battere e non dire niente?

E se egli si sta zitto, non significa che i sudditi governanti, più che fiducia mettono paura ai carcerati? E in questo caso di chi è la colpa? Quante volte essi non mettono nelle le prigioni appositamente spie per i detenuti? Ebbene perché non ne tengono qualcuna pure per i carcerieri?

Ammettiamo pure che i governanti non siano complici dei carcerieri, ammettiamo invece che siano addirittura angeli in fatto di moralità; ma allora non sarebbero sempre degli stupidi abbandonando all’arbitrio feroce della feccia degli uomini, dalla quale escono i custodi delle prigioni, quei poveri sfortunati, molti dei quali sono innocenti, parecchi dei quali potrebbero ritornare onorati, liberi e affrancati alle loro case?

Ma andiamo avanti. Questo che abbiamo detto è quello che non dovevamo dire. Prendetela come una parentesi, e cambiamo dolore.

Dì un poco, governo rigeneratore, il cascione, la palla e la camicia di forza anche questi sono arbitrii dei carcerieri? Sono loro, i carcerieri che a spese proprie e per far dispetto a Beccaria, hanno arricchito le carceri di questo strumento di tortura?

Sono loro, i custodi, che hanno fatto cucire quelle camicie, fondere quelle palle e piallare quei cassoni?

Ma i lettori vorranno sapere che diavolo sono questi oggetti. Ed eccoci a servirvi.

La camicia così detta di forza è una specie di giacchetta come una maglia, di tela grossolana, che abbraccia il petto, dalla parte inferiore del collo fino alle ultime costole. Questa giacchetta ha le maniche molto lunghe, di modo che tirate con forza dalla parte di sopra, non solo incrociano molto strette le braccia della vittima attorno al collo, ma le stringono tanto il petto da fargli mancare il respiro. Lo stringere di più o di meno non dipende dalla più o meno carità che i guardiani hanno nel cuore, ma dalla più o meno forza che hanno dentro ai polsi. E questo è il più leggero dei supplizi, è il supplizio cortese, roba da signorine.

C’è di peggio ancora. C’è la palla. Questo castigo consiste nell’avvicinare il carcerato in faccia al muro, dove all’altezza di 8 palmi ci sono due forti anelli di ferro. Si incrociano le braccia dell’individuo con una cinghia di cuoio, la quale passando sopra i gomiti va ad essere legata dietro ai reni. Una volta posizionato il detenuto in questa maniera, gli si attaccano ai polsi due piccole catene, le quali passando dentro agli anelli di ferro, che abbiamo detto incastrati sulla parete del muro, cadono a piombo per il peso delle due palle di circa dieci chili, che sono legate alla punta delle medesime catene.

Il condannato a questa tortura non ci resta meno di 12 ore, e lo dicesse Dio per noi in mezzo a quale martirio.

Resta il cascione. Questo poi è un ritrovato sublime. Noi non sappiamo veramente chi ne sia stato l’inventore, ma crediamo Spaventa. Spaventa di fatto fu uno dei più attivi riformatori del sistema carcerario. A ogni modo se egli per modestia non ha cercato un brevetto di invenzione, questa non è una buona ragione perché noi non avessimo a chiederlo per lui.

Si legge nelle storie che a Fàlaride, tiranno d’Agrigento, si presentò un giorno un Silvio Spaventa di quell’epoca, il quale sperando d’ottenere una grossa ricompensa dal tiranno (il nostro Spaventa più magnanimo l’aspetta dalla patria) gli mostrò un toro di bronzo, dentro il cui ventre si poteva rinchiudere una vittima e bruciarla a fuoco lento. Falaride da uomo di talento che era, ammirò il bel lavoro, ma ordinò che si facesse il primo esperimento sul suo inventore.

La patria dalla quale l’onorevole Spaventa spetta la ricompensa, l’ingegnoso filantropo, non ha avuto il talento di Falaride. A ogni modo un uomo che ha saputo inventare il Cassone ha provato che aveva ragione d’inventarlo. Lasciamo dunque fare a Dio, che dice il proverbio è un santo vecchio.

Noi passiamo a descriverlo.

Il cascione è né più né meno che una cassa da morto, una semplice bara, della lunghezza di un uomo di statura regolare, e larga quanto basta perché quello che si impizza dentro tocchi con le due spalle l’una e l’altra tavola laterale.

A la parte di sotto vi è stato fatto un buco affinché il paziente potesse adempire, senza incomodare nessuno, a tutti i suoi bisogni.

Altre piccole aperture sono praticate a tutte e due le parti laterali, da dove passano forti cinghie di cuoi, che servono a dare all’uomo che ci sta rinchiuso l’immobilità del cadavere.

Queste cinghie stanno a una certa distanza l’una dall’altra, di modo che le prime due vengono a stringere i piedi sopra il Malleolo, le altre due le gambe sopra le ginocchia, le terze stringono il petto, e le ultime lo cannarone (la gola).

Delle braccia non ne parliamo, perché nessuno viene posto dentro al cassone, se prima le braccia non sono state chiuse dentro la camicia di forza.

L’immobilità è dunque di assoluta necessità, una cosa terribile; è l’immobilità del cadavere; non si può fare nessun movimento possibile, neppure quello della testa, poiché non appena cercaste di muoverla in un modo qualunque, le cinghie che avete tutto intorno al collo vi strangolerebbero — il che in certi casi potrebbe anche sembrare, e essere pure una risorsa — ma vi provocherebbe terribili spasimi, più insopportabili degli altri.

Il trattamento ordinario di chi sta dentro al cassone è il pane ed acqua, e l’uno e l’altra gli sono dati con la carità di cui è capace il carceriere, dal guardiano, il quale lo spezza e glielo infila nella bocca come si metterebbe un carbone dentro una fornacella; del modo come gli danno l’acqua non e parliamo, se lo raffigurerà chiunque si volesse dare la pena di riflettere alla difficoltà che, stando in quella posizione, l’uomo ha, se vuol bere.

Abbiamo parlato delle tre torture, la Camicia di forza, la Palla e il Cascione: ce ne sono delle altre. Tenteremo di descrivere anche queste.

C’è il Puntale. È un collare di ferro che si chiude alla gola dell’individuo con un apposito catenaccio. Questo collare, mediante una corta catena, è attaccato a un anello che sta ficcato dentro il muro.

Il minimo della durata di questa tortura è di due giorni e due notti. Bisogna perciò mangiare in piedi, dormire in piedi, completare stando così tutti gli atti necessari… morire in piedi, caso mai il cuore di chi vi è condannato fosse sorpreso da una sincope, caso mai il suo cervello fosse colto da un tocco apoplettico.

Ma questo non basta: per i nostri rigeneratori è poca cosa la forca; vili come i conigli, stupidi come oche, non possono è vero, come pure vorrebbero, essere feroci come le tigri, ma s’industriano, le buone creature, fanno tutto il possibile per sembrarlo. Una volta che si sentono tanti contro uno, che si sentono al sicuro della vendetta delle loro vittime, che sono certi che non subiranno nulla, diventano, per fare del male ai loro simili, industriosi di tal maniera, come, per giovare al proprio figlio, diventa industriosa la mamma.

Ci sta una quinta tortura, e diciamo quinta e non sesta e non settima e non decima, perché non ci sembra che ne valesse la pena in tanto lusso di crudeltà, in tanta quantità di ferocia, tener conto delle manette, polsini, del pane ed acqua, dei sotterranei, e d’altre cose più o meno civili, ingegnose e degne di questi schifosissimi che hanno schiacciato i pidocchi che avevano dentro le camice loro con le monete d’oro che stavano dentro le tasche nostre.

Questa quinta tortura è chiamata dei Ferri corti. Consiste nel legare l’individuo mani e piedi e tenerlo così accovacciato, accartocciato e arravogliato a terra come un gomitolo sulla nuda terra.

Le diverse torture non sono nate tutte da un pensiero: una ne ha scoperta un’altra.

Un uomo accovacciato così, ha mostrato che la testa si poteva mantenere diritta; ebbene bisognava fargliela abbassare; è un dolore di più? E perché non approfittarne?

E ne hanno approfittato.

Serrano il collo del paziente dentro un collare di ferro. Nella parte superiore di questo collare ci legano una forte cinghia di cuoio; ve la passano sopra la testa e quando la barba tocca il petto, legano l’altra estremità della cinghia al ceppo dove sono legati le mani e i piedi vostri.

Questo ingegnoso meccanismo si sperimenta ordinariamente dentro la camera contrassegnata, se la memoria non ci fa sbagliare, col numero 44. Questa camera sta vicino a la fontana al secondo piano del carcere della Vicarìa.

Il cassonedel quale abbiamo parlato nell’articolo precedente, se lord Gladstone volesse avere la bontà di venire a vederlo, — affinché potesse poi dichiarare per quello che è quest’altro governo — lo troverebbe dentro una piccola camera situata vicino alle cosiddette Scuole Vecchie.

A chi si è obbligati per l’invenzione di queste torture, lo ripetiamo, nessuno lo sa, ma noi insistiamo sempre col crederle opera di Spaventa. Quando Dio dà a un soggetto una faccia come quella che ha dato a Spaventa, non può, certo, non avergli posto dentro al cuore qualche cosa che spiegasse il perché di quella faccia.

E di fatto, guardate con un poco d’attenzione quest’uomo e poi venitemi a dire — ancorché non foste Levater[1] — se non vi sembra nato per impiccare o essere impiccato.

Sia come si voglia, certo si è, che, dicemmo nell’articolo precedente, egli ebbe una parte per nulla indifferente, dentro alla cosiddetta riforma del sistema carcerario.

Ma voi esagerate — si dirà — queste cose non sono possibili nel 1868. Che si cammini come i gamberi dentro l’Italia? Con un governo galantuomo? Con un governo civilizzatore, riparatore, moralizzatore, e per giunta redentore?

Ma va! Questa è una calunnia troppo materiale; è una pazzia di cattivo genere.

Sì, è vero, noi calunniamo, noi lo diciamo per pazzia.

E affinché le calunnie nostre avessero più aria di verità, perché le pazzie nostre sembrassero le cose più serie di questo mondo, daremo forza alle une e alle altre, se piace a Dio, citando date, e nominando soggetti. Chi lo può ci smentisse.

Verso la fine del 1865, nelle vicinanze di Monteforte fu arrestato un individuo. Era di bassa statura poteva avere una trentina d’anni, aveva una barba nera e un aspetto da burlone.

Interrogato da quelli che l’arrestarono non rispose: interrogatolo di nuovo, accompagnarono le domande con le minacce, s’ebbe lo stesso silenzio e un muovere d’occhi disordinato, incerto, stupido, pauroso.

Chi lo conosceva disse ch’era sordomuto. Ma questa giustificazione non piacque; e lo inviarono per l’accertamento al carcere della Vicarìa.

E di prova in prova, vale a dire da tortura a tortura, s’arrivò al marzo 1866.

Lo tennero così per dieci giorni dentro al cassone, poi ai ferri corti, poi di nuovo al cassone, poi con la testa in giù — e sempre a pane e acqua.

E poiché tutto questo non era sufficiente a completare tutti gli esperimenti; – i carcerieri che sono uomini di coscienza — gli buttavano di tratto in tratto una quantità d’acqua addosso servendosi di un secchio!

Non sappiamo come finì: forse fu liberato, forse soccombette ai dolori; sappiamo solo come fino a quell’epoca non si parlasse di giudizio e ancora meno, per conseguenza, di difesa.

Andiamo avanti.

Un certo Vito Monte, del quartiere Mercato, arrestato per reato comune — crediamo per furto qualificato, addirittura — nell’aprile del 1866, il mattino del 3 giugno, mentre con gli altri passeggiava dentro il cortile del carcere fu preso e posto sottochiave.

A chi chiese sue notizie dopo qualche giorno, fu detto trovarsi in punizione per essersi lamentato del trattamento dei carcerati.

Da lì a poco tempo, fu tolto da quel porcile, dove sembra che protestasse ancora, e fu posto nel Cascione.

L’infelice piangeva, pregava, scongiurava per tutti i santi del paradiso, imprecava per tutti i diavoli dell’inferno che lo togliessero da quel supplizio.

Le lacrime che si piangono restano in prigione, sono come quelle che si gettano per i morti, sono lacrime perse. Il carceriere non si commuove per virtù del pianto: le preghiere non arrivano mai alle orecchie sue. Il carceriere è come il poeta, nasce per il mestiere; se avesse orecchie sarebbe carcerato, se avesse cuore diventerebbe pazzo.

Il 10 giugno, Vito Monte, aveva una febbre da cavallo che bruciava. Tolto dal cascione fu portato all’ospedale. Disgraziatamente per lui stette bene, e diciamo disgraziatamente, perché dopo l’ospedale lo rimisero nel cassone.

Le grida di questo disgraziato straziavano; le bestemmie sue atterrivano, le minacce che faceva mettevano orrore:

«Infami, strillava il poverello, è questa la ricompensa che mi date per i servizi resi alla rivoluzione! Non mi mettevate allora nel cassone, quando mi pagavate per abbattere gli stemmi dei Borboni, eh? Non mi mettevate, briganti, dentro al cassone, quando mi pagavate per andare a saccheggiare i posti di polizia? … Cani! Assassini! Figli di scrofa! Avanzi di forca! eccetera eccetera».

Sembrava che stesse per diventare pazzo.

Un giorno dai suoi custodi fu – certo per inavvertenza – lasciata aperta la porta della camera del supplizio.

Alcuni detenuti politici, vuoi per pietà, vuoi per altro, entrati di nascosto, dopo avergli detto di non dire nulla, lo sciolsero.

«Un’arma, cominciò a strillare allora quel pazzo, datemi un’arma per carità; per le anime dei vostri morti, un’arma! Un pezzo di legno, una pietra, un pezzo di vetro, un chiodo…. Ah, che possa aprire il cuore di questi infami; bere un sorso dei loro cervelli, che possa ficcare la testa nel loro ventre e dare un morso, un morso solo al loro intestino! E si alzò.

In un angolo della cameretta c’era una grossa scopa di saggina; la vide. Il suo aspetto era triste, terribile; le narici del naso s’erano allargate tanto che sembravano di sentire l’odore del sangue; sbatté i denti gli contro gli altri, farfugliò non so che bestemmia, e come una belva che si butta sui figli per salvarli dall’insidia del cacciatore, si lanciò sulla scopa e con un movimento compulsivo la prese come se volesse colpire quegli stessi che l’avevano salvato.

Le membra sue s’erano gelate, le articolazioni senza moto, le forze gli vennero meno; la commozione della gioia gli avevano risvegliato addosso la commozione del dolore, le ginocchia si piegarono sotto il peso del suo corpo, tremò per un momento, traballò e cadde.

I suoi salvatori pensarono di ritirarsi per non essere scoperti.

I custodi quando tornarono nella camera trovarono la loro vittima sciolta e fuori del cassone, ma non più minacciosa né in atto di chi vuol vendicarsi, ma distesa lunga a terra, tremante, supplichevole, affannosa, con la bocca sporca di schiuma sanguigna, la fronte bagnata di sudore gelato. Il povero Monte, il povero torturato non aveva più la minaccia sulla bocca; L’infelice aveva solamente la morte al cuore.

Debitamente battuto, debitamente interrogato e schiaffeggiato e preso a calci per giunta, fu nuovamente posto dentro la cassa.

È finita per me, esclamò il Monte, chiuse gli occhi e lasciò fare.

La fronte gli si distese: era il riflesso di un’idea che gli era venuta in testa.

Aveva deciso di lasciarsi morire di fame.

Al carceriere che più tardi gli portò il pane e l’acqua disse di non volerne.

Per trentasei ore non toccò cibo.

Il carceriere sospettò il suo pensiero.

— Tu vuoi morire, gli disse, non è così?

— Si, rispose il Monte, è la mia volontà.

— Aspetta però (disse il carceriere) che ora io ti faccia sperimentare prima la mia volontà.

E così dicendo, si dette a picchiarlo sulla bocca con quanta forza avesse nel braccio, con lo stesso pane duro che teneva tra le mani.

— Apri la bocca, marmotta; apri la bocca, briccone, diceva ad ogni colpo e batteva sempre.

Le labbra rotte, rotte le gengive, i denti rotti, dalla bocca di quel poverello usciva una schiuma di sangue.

 — Magna carogna, ripeteva sempre con rabbia crescente il carceriere, mangia carogna!

E la carogna mangiò. Mangiò più per il dolore che per volontà, mangiò pane e sangue e denti rotti.

Caduto malato un’altra volta, fu di nuovo mandato in ospedale: guarito di nuovo, fu un’altra volta posto nella cassa…

Era il mattino dell’8 agosto. Dentro la camera del Monte regnava un silenzio profondo.

I carcerieri, sorpresi di non sentire i soliti strilli, entrarono.

Un rantolo sordo, cupo, sinistro era l’unico suono che rompeva il silenzio del carcere.

L’infelice agonizzava.

Tolto in fretta dalla cassa fu portato dentro la camera numero 42.

Dopo un’ora, la vittima aveva cessato di soffrire, perché il suo cuore aveva smesso di battere.

Era morto.


[1] Un grande fisonomista che scopriva tutte l’indole con i loro vizi e virtù in fondo all’anima dalla forma del naso e degli orecchi.

Vincenzo Giannone

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