CARLISMO PER NAPOLITANI
Ringraziamo la Casa editrice Solfanelli per la cortese concessione a pubblicare estratti dal volume Carlismo per Napolitani.
Il saggio completo (p. 168, Chieti 2022) è richiedibile presso il sito della casa editrice
Gianandrea de Antonellis
Il soldato napoletano ben guidato, non è secondo ad alcuno, ed ha una principalissima qualità che ritrovo soltanto ne’ soldati spagnuoli; cioè tollera in pace i disagi e la fame con pazienza ammirabile, battendosi da prode!
Giuseppe Buttà
Desidero quindi ringraziare gli amici che mi hanno aiutato nel redigerlo, leggendolo in tutto o in parte e fornendomi preziosi consigli: Miguel Ayuso, ispiratore del saggio e supervisore della collana in cui è stato inserito; Francesco Maurizio Di Giovine, che ne ha esaminato l’aspetto storico; e Giovanni Turco, che ha controllato il capitolo di tematica filosofica.
Un particolare ringraziamento va infine a Paolo Ferrante, che ha esercitato l’ufficio di vero e proprio “avvocato del diavolo”, costringendomi a rivedere, correggere ed integrare tutti i punti (e sono stati tanti!) che non lo convincevano.
Il fine del presente scritto è quello di riuscire a infiammare il primo gruppo, offrire spunti di riflessione ed approfondimento al secondo e a convincere i miei compatrioti come Paolo.
Introduzione
La fiaccola sopra il moggio
«Il seminatore uscì a seminare la sua semente. Mentre seminava, parte cadde lungo la strada e fu calpestata, e gli uccelli del cielo la divorarono. Un’altra parte cadde sulla pietra e appena germogliata inaridì per mancanza di umidità. Un’altra cadde in mezzo alle spine e le spine, cresciute insieme con essa, la soffocarono. Un’altra cadde sulla terra buona, germogliò e fruttò cento volte tanto». […] Il significato della parabola è questo: Il seme è la parola di Dio. I semi caduti lungo la strada sono coloro che l’hanno ascoltata, ma poi viene il diavolo e porta via la parola dai loro cuori, perché non credano e così siano salvati. Quelli sulla pietra sono coloro che, quando ascoltano, accolgono con gioia la parola, ma non hanno radice; credono per un certo tempo, ma nell’ora della tentazione vengono meno. Il seme caduto in mezzo alle spine sono coloro che, dopo aver ascoltato, strada facendo si lasciano sopraffare dalle preoccupazioni, dalla ricchezza e dai piaceri della vita e non giungono a maturazione. Il seme caduto sulla terra buona sono coloro che, dopo aver ascoltato la parola con cuore buono e perfetto, la custodiscono e producono frutto con la loro perseveranza.[1]
La spiegazione della parabola è chiara e non dà adito a dubbi. Eppure, fin dalla prima volta che l’ascoltai a catechismo, richiesto di commentarne la prima parte, prima di udire la “interpretazione autentica” del testo (per voler utilizzare un termine giuridico), avevo immaginato – e tuttora mi riesce difficile non immaginare – un altro possibile significato: il seme siamo noi anime, noi uomini, e riusciamo a germogliare (cioè a diventare bravi cristiani) solo quando veniamo posti in un terreno adatto. Tranne rare eccezioni, se ci capita di nascere laddove vige l’ignoranza della vera Fede, in un Paese islamico o dove è imposto l’ateismo di Stato (la strada) la nostra fede inaridisce o viene calpestata; se manca una Chiesa che rafforzi le radici, perché sviata dal modernismo, la Fede nasce, ma inaridisce presto, come fanno i semi sulla pietra; laddove ci sono persecuzioni (le spine) essa viene facilmente soffocata: solo nel terreno adatto, cioè in uno Stato compiacente o almeno tollerante (Stati cristiani veri e propri ormai non ce ne sono più), siamo finalmente capaci di divenire “buoni” cristiani. È un dato di fatto che non viviamo più in un’epoca di martiri o, più esattamente, la stragrande maggioranza di noi non possiede più la stoffa del martire, il coraggio di affrontare, se non il martirio, la semplice discriminazione.
Ed è altrettanto vero che, per conoscere quale sia la retta via, abbiamo bisogno di maestri che ce la insegnino: se dalle cattedre e dai pulpiti si indica soltanto la strada errata (e solitamente più facile da percorrere), sarà ancor più difficile imboccare quella giusta.
Continuando la lettura del Vangelo, poco dopo la parabola del seminatore, Gesù esorta gli apostoli a non nascondere la Verità, a non porre la fiaccola (o la lampada) sotto un moggio, ma al di sopra, affinché dia luce a tutta la casa[2].
In politica (nel senso più alto del termine), la verità è data dalla perfetta aderenza alla Tradizione e alla Regalità sociale di Cristo e il movimento che più è stato coerente con tale impostazione, evitando ogni tentennamento e rifiutando qualsiasi compromesso, è stato il Tradizionalismo ispanico, ovvero il Carlismo.
Il compromesso – ciò che un grande scrittore politico, il Principe di Canosa Antonio Capece Minutolo bollava come “politica dell’amalgama” e che il Conte Monaldo Leopardi chiamava (accentuando ironicamente l’aggettivo) “politica del giusto mezzo”[3] – è stato sempre alieno alla tradizione ispanica: dalla decisione della Corona di combattere fino allo stremo la guerra contro il luteranesimo (lo scontro con i ribelli olandesi si estese dal 1568 al 1648 e viene ricordato appunto con il nome di guerra degli Ottant’anni; e fu veramente guerra di religione e non di espansionismo territoriale o di interessi economici, perché in questo caso la si sarebbe potuta evitare facilmente con ampie concessioni in materia di tolleranza religiosa e accordi sull’uso dei porti delle Fiandre) a quella dei suoi uomini dei Tercios, che preferirono immolarsi sul campo – «solo tras de muertos capitularemos»– piuttosto che ritirarsi da sconfitti, come avvenne a Rocroi il 19 maggio 1643 o nell’assedio di Castelnuovo, in Dalmazia, un secolo prima.
Alieno dal compromesso lo spirito di hidalguía del Siglo de Oro (che abbraccia sia il Cinque che il Seicento) ed alieno dal compromesso lo spirito di aristocrazia di coloro che, nel xix secolo, preferirono rinunciare ai propri interessi per seguire, pur nella sconfitta e nell’esilio, il Re legittimo di Spagna. I carlisti, infatti, pagarono – e continuano a pagare – duramente la loro fedeltà con l’ostracismo e la discriminazione (oltreché con la vita in battaglia) e, inoltre, con la condanna all’oblio.
Di conseguenza, il problema del Carlismo (in generale, ma soprattutto in Italia) è quello di essere poco conosciuto[4]: è una fiaccola tenuta sotto il moggio non per volontà dei suoi seguaci o per paura di persecuzioni (che, ripeto, tuttora non mancano) ma per espressa volontà dei suoi avversari, che preferiscono colpirla proditoriamente attraverso la congiura del silenzio anziché combatterla apertamente sul campo della discussione, presumibilmente perché certi di non avere sufficienti argomenti per rispondere all’ideario tradizionalista.
Questo piccolo testo si propone di contribuire – assieme agli altri che sono stati pubblicati nelle collane curate dal Circolo Tradizionalista José Borges[5] – alla conoscenza del grande tesoro dottrinale rappresentato dall’ideario carlista.
* * *
Ma perché Carlismo per Napolitani?
Ogni Napolitano che abbia un minimo di conoscenze di storia patria conosce il Carlismo almeno di nome perché sa che carlista era il generale catalano José Borjes, che nel 1861 combatté valorosamente in Basilicata in nome di Re Francesco ii – e che, se non fosse stato abbandonato dagli uomini della banda di Crocco, invidioso dei successi del generale e timoroso di essere messo da parte, avrebbe potuto dare molto altro filo da torcere agli Italiani.
Partendo da questa semplice notizia – il generale Borjes era carlista – lo studioso medio viene a scoprire almeno che il Carlismo era un movimento legittimista sorto in Spagna per difendere i diritti di Don Carlos María Isidro (donde il nome del movimento), fratello del Re Ferdinando vii e suo legittimo successore contro l’usurpazione della figlia di questi, Isabella; ma scopre anche che non di semplice disputa dinastica si trattava, bensì di inconciliabile lotta politica: infatti Don Carlos – o più precisamente Carlo v – era tradizionalista e sostenuto da tradizionalisti, mentre Isabella e sua madre, la reggente Cristina, erano espressione del partito liberale (cioè anticlericale e progressista). Talvolta si viene a sapere che pure in Portogallo esisteva una simile disputa politico-dinastica e che i tradizionalisti antiliberali seguivano re Michele i (che regnò dal 1828 al 1834) contro l’usurpatrice Maria ed erano definiti miguelisti.
La conoscenza dell’argomento, però, il più delle volte si ferma qui.
Mi si permetta a questo punto una digressione con un ricordo personale: pochi anni fa mi trovavo in compagnia di un amico napolitano dalle notevoli competenze genealogiche e dinastiche, membro di un’accademia araldica e di varie antiche confraternite partenopee, nonché di più Ordini cavallereschi. Gli stavo appunto parlando – distintivo con le aspe di Borgogna[6] in bella mostra sul bavero della giacca – del Carlismo ai nostri giorni, quando mi interruppe per chiedermi cosa intendessi con tale termine, ritenendo che mi riferissi ai partitari di… Carlo di Borbone-Due Sicilie nei confronti del cugino Pedro per il titolo di Duca di Calabria e di Gran Maestro dell’Ordine Costantiniano di San Giorgio!
Stupefatto, gli risposi che mi riferivo al tradizionalismo ispanico ed egli mi replicò dicendomi che – naturalmente – conosceva bene quel movimento, ma era stato tratto in inganno dal fatto che io ne parlassi «come di un fatto attuale», essendosi invece esso estinto con il venir meno della disputa dinastica alla morte di Don Alfonso Carlo nel 1936.
Rimasi turbato da una simile, perentoria affermazione, poiché non stavo discutendo con un quivis de populo, bensì con una persona esperta di questioni dinastiche, genealogiche e storiche, per di più recentemente ammesso nel Real Cuerpo de la Nobleza de Madrid e quindi addentro alla “materia di Spagna”, da cui non mi sarei aspettato una simile dichiarazione della “morte del Carlismo” più che non mi attenderei una affermazione sulla “morte di Dio” da parte di un curato di campagna (mentre non ne sarei tanto stupito se parlassi con un teologo gesuita).
Ne dedussi che uno dei principali ostacoli alla diffusione del Carlismo nell’ex Regno di Napoli e in tutta la penisola italica fosse dovuto principalmente alla mancata conoscenza di tale dottrina, al di là delle notizie storiche relative al momento della sua nascita e alle guerre carliste dell’800, nonostante il fatto che si tratti del più antico movimento politico oggi esistente – o forse, proprio perché il più antico[7], viene inesorabilmente percepito ancorato al passato e superato. Di qui l’idea di creare una collana di studi carlisti che cercasse per quanto possibile di colmare tale lacuna.
Solo la mancata conoscenza del tradizionalismo ispanico, infatti, poteva giustificare il disinteresse generale per il suo ideario. Certo, non è di aiuto l’etichetta ispanico, soprattutto per chi è stato formato da una scuola come quella italiana, caratterizzata dall’anti-ispanismo inculcato fin dalle elementari, in uno Stato-Nazione che ha costruito la propria traballante identità essenzialmente sulla guerra (militare e soprattutto culturale) allo straniero, in particolare fomentando l’odio verso Spagnoli e Tedeschi – mentre Francesi e Inglesi, per meriti di “ghigliottina & grembiule”, sono sempre stati sostanzialmente elogiati.
Fatica doppia, quindi, ma impresa necessaria.
Del resto, ai nostri giorni il tradizionalismo in generale – e il tradizionalismo cattolico in particolare, specialmente (ma non paradossalmente, purtroppo) all’interno delle odierne istituzioni ecclesiastiche – è vittima della “congiura del silenzio” che, quando si ha il coltello mediatico dalla parte del manico, è una delle armi più potenti.
Approfondendo l’ideario carlista, incontrando testi che facevano stretto riferimento alla storia della Penisola iberica, mi sono sempre chiesto se e quanto i suoi princìpi potessero essere validi anche in altri tempi e in altri luoghi; e se, in particolare, possano essere validi:
1) anche ai nostri giorni e
2) anche nei territori dell’ex Regno di Napoli.
Di qui, sulla scia del saggio di Miguel Ayuso Carlismo para Hispanoamericanos, l’idea di un volumetto che potesse spiegare ai miei compatrioti la compatibilità del progetto tradizionalista ispanico non solo per la Spagna e per i territori ispanici d’oltreoceano (o al contrario, come qualche ipercritico sostiene, solo per alcune regioni iberiche), bensì – con i dovuti adattamenti alle singole tradizioni locali – per l’intero orbe e, a maggior ragione, per un territorio che tanto a lungo ha condiviso le sorti dei Re Cattolici, avendoli come propri Monarchi.
Del resto, l’affinamento del pensiero carlista nel corso dei decenni e la formazione di una dottrina che – fermi restando gli elementi fondamentali, sintetizzati nel lemma: «Dio, Patria, Fueros e Re»[8] – si è adattata ai tempi ed alle circostanze – tanto che si è parlato di pre-carlismo assolutista e di un proto-carlismo legittimista, prima di giungere al carlismo fuerista e il movimento è stato anche definito di volta in volta, con riferimento al Re legittimo vivente, carlismo o jaimismo, e ai nostri giorni si potrebbe parlare di sistismo[9] – dimostra che, lungi dal voler imporre uno stesso modello governativo a tutti i popoli (come pretende invece l’attuale assolutismo “costituzionale” e, prima di esso, il giacobinismo democratico e il suo “naturale” antecedente – ma non contrapposto – assolutismo monarchico), è doveroso far sì che dalla tradizione di ciascun popolo scaturisca il governo a lui più adatto.
Precisazioni terminologiche
Prima di concludere questa introduzione, va fatto un distinguo: spesso, anche in certa letteratura scientifica di lingua italiana, si incontra una confusione tra i termini ispanico e spagnolo o iberico, quasi fossero sinonimi. È quindi d’uopo specificare che in questo saggio i termini saranno usati con il loro preciso significato. Quindi: iberico è un termine riferito alla Penisola iberica[10], dunque anche alla parte portoghese; spagnolo è relativo alla sola Spagna continentale; invece ispanico si riferisce a un concetto basato non tanto sulla geografia, bensì sullo spirito e di conseguenza riguarda tutto il mondo imperiale ispanico (assolutamente diverso dall’imperialismo britannico!), a cominciare dal Regno di Napoli.
Sulla ispanità come stile di vita, che si incarna nella figura dell’hidalgo, non si può non rimandare al saggio di Manuel García Morente sull’argomento[11].
Quando, nel 1998, Silvio Vitale iniziò la traduzione completa del fondamentale saggio storico di Francisco Elías de Tejada in cinque volumi sul Regno di Napoli, Nápoles hispánico (che, tradotto letteralmente, suonerebbe Napoli ispanico: quindi al maschile – anche perché relativo al Regno e non alla sola città[12] – ed inoltre con un riferimento al concetto di Hispanidad ben più complesso del semplice richiamo alla Spagna) ammise di aver compiuto una forzatura (che impose anche ai suoi collaboratori nella traduzione dei successivi volumi) utilizzando il termine spagnolo, anziché ispanico, finalizzata a smentire la “leggenda nera” che era stata appositamente creata intorno al periodo che tutti definivano (sia pure erroneamente) spagnolo. Sostanzialmente, è come se avesse voluto dire: voi sostenete che il periodo della Napoli spagnola fu buio? Ebbene: ecco a voi duemila pagine che vi dimostrano – grazie al lavoro di uno studioso che ha letto direttamente i testi, a differenza dei tanti che si limitano a ripetere quanto detto (erroneamente) da altri – quali tesori di cultura ha prodotto la tanto vituperata Napoli spagnola.
La scelta aveva quindi una sua ragion d’essere. Passati oltre vent’anni da quel momento, si può (e si deve) compiere un ulteriore passaggio e definire il periodo che va da Carlo iv a Carlo v (come Re di Napoli, cioè, secondo la numerazione del Trono di Castiglia, da Carlo i a Carlo ii) come imperiale, dato che Napoli fece in quel periodo parte dell’Impero spagnolo (o meglio ispanico).
E, certo, l’augusta definizione di Napoli imperiale farebbe già da sola una certa giustizia di tutto il fango che secoli di propagandistica “leggenda nera” hanno gettato sulla nobilissima Napoli cosiddetta spagnola. Preciso inoltre che utilizzerò il termine napoletano come aggettivo indicante la sola città e quello napolitano per riferirmi all’intero Regno di Napoli, non come vezzo antichizzante, ma riprendendo la denominazione ufficiale in uso fino al 1860
[1] Luca 8:5-8,11-15.
[2] Cfr. Lc 8:15, ma anche 11:33, nonché Mt 5:15 e Mc 4:21.
[3] Riprendendo la locuzione francese (per niente ironica) politique du juste milieu.
[4] In Spagna, invece, pur essendo molto conosciuto, lo è in modo superficiale e fuorviato da distorsioni e da falsi pregiudizi.
[5] Collana di Studi Carlisti (Solfanelli, Chieti) e Quaderni di Studi carlisti (Club di Autori Indipendenti, Castellammare di Stabia [Napoli]).
[6] Le Aspe di Borgogna (o Croce di Sant’Andrea) rosse in campo bianco furono la bandiera imperiale ispanica. Con variazioni di colori distinsero le varie unità dei Tercios e successivamente sono state presenti in secondo piano dietro lo scudo coronato, nelle insegne dei reggimenti spagnoli. La bandiera bianca con la Croce di Sant’Andrea rossa a tutto campo fu ripresa dai Carlisti e divenne emblema ufficiale dei Requetés con decreto del 24 aprile 1934 (cfr. Melchor Ferrer, Historia del Tradicionalismo Español, tomo xxx, vol. ii, Editorial Católica Española, Siviglia 1979, doc. 45, p. 65-66).
[7] Individuando come data di nascita del Carlismo l’anno dello scoppio della prima guerra carlista (1833) – ed omettendo i precedenti antigiacobini (1794), antinapoleonici (1808), antiliberali (1820) e le prese di posizione anti-assolutiste contro la Prammatica sanzione (1830) – non si può fare a meno di notare come esso preceda cronologicamente il partito comunista, nato nel 1848 con il Manifesto di Karl Marx e Friedrich Engels, e di conseguenza i successivi ulteriori parti dell’ideologia hegeliana: i partiti socialista (1864, Prima internazionale), fascista (1919) e nazionalsocialista (1920).
[8] La sequenza dei quattro termini, come si dirà successivamente, non è casuale, ma risponde a un ben preciso criterio.
[9] Dai nomi di Carlo v, vi e vii, di Giacomo iii e dell’attuale Abanderado de la Tradición, Don Sisto Enrico (Enrico v).
[10] In realtà sia il termine geografico iberico (la penisola) che quello culturale ispanico includono entrambi il Portogallo. Luís Vaz de Camões (1524-1580), poeta nazionale portoghese, cantò i Lusitani descrivendoli come «huma gente fortissima de Espanha» (Os Lusíadas, I, 31) e il poeta romantico João Baptista da Silva Leitão de Almeida Garrett (1799-1854) concluse un interessante ragionamento sulla “spagnolità” dei vari popoli iberici – “espressione geografica” al pari della “italianità” dei differenti popoli italici e della “germanicità” di quelli tedeschi – sostenendo che «Hespanhoes somos, de Hespanoes nos devemos prezar: Castelhanos nunca» (Camões, nota C al canto ii, p. 210 della I ed., Na Livrearia nacional e Estrangeira, Paris 1825; divenuta nelle edizioni successive nota D e così modificata: «espanhóis somos, de espanhóis nos devemos apreciar todos os que habitamos à Península Ibérica», senza il Castelhanos nunca che pure si ritrova in tante citazioni).
[11] Manuel García Morente, Idea dell’ispanità, Solfanelli, Chieti 2018. Cfr. anche i recenti contributi di Miguel Ayuso, La Hispanidad como problema. Historia, cultura y política (2019) e Tradición política e hispanidad (2020), entrambi editi dal Consejo de Estudios Hispánicos Felipe ii di Madrid.
[12] In molti delle centinaia di testi consultati dallo studioso spagnolo, però, si trova Napoli – come città, declinata al maschile.


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