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CARLISMO PER NAPOLITANI (V)

Posted byon Set 23, 2026

CARLISMO PER NAPOLITANI (V)

Ringraziamo la Casa editrice Solfanelli per la cortese concessione a pubblicare estratti dal volume Carlismo per Napolitani.
Il saggio completo (p. 168, Chieti 2022) è richiedibile presso il sito della casa editrice

Gianandrea de Antonellis

Storia del Carlismo a Napoli

I presupposti immediati

Il 10 maggio 1713 Filippo v aveva promulgato ilNuevo reglamento sobre la sucesión en estos Reinos, noto anche comeLey de Sucesión Fundamental, in cui stabiliva per la successione al trono la cosiddetta legge semi-salica, in base alla quale il ricorso a un’erede di sesso femminile sarebbe dovuto avveniresolo in mancanza di un successore maschio, ovvero (come avrebbe ribadito Carlo iii nella sua citataPrammaticadel 1754, «estinti tutti i maschi». Questo in coerenza con la legge di successione ispanica che – come quella napolitana (altra consonanza) – era simile, cioè prevedeva la successione di una donna solo in casi eccezionali: così era avvenuto in Castiglia con Isabella di Castiglia (1574-1504) e con sua figlia Giovanna (1504-1516), questa ultima anche regina di Napoli; a Napoli con Giovanna i d’Angiò (1343-1381) e Giovanna ii d’Angiò-Durazzo (1414-1435).

Nel 1830, però Ferdinando vii di Spagna modificò la legge successoria, promulgando una propriaPragmática Sanciónin base alla quale il figlio nato dal suo recente matrimonio con Maria Cristina, figlia di Francesco i delle Due Sicilie, di qualsiasi sesso fosse, avrebbe avuto la precedenza sul fratello Carlos, con il quale i rapporti si erano deteriorati. Per convalidare tale decreto il Re avrebbe dovuto convocare le Cortes: ma non lo fece, forse perché temeva di uscirne sconfitto, a causa del­l’al­tissimo appoggio popolare su cui contava la filosofia monarchica tradizionalista incarnata dal fratello Don Carlos. Sembra anche che il Monarca sul letto di morte abbia ritrattato quanto aveva unilateralmente e illegittimamente stabilito. Ciò nonostante, alla scomparsa del Re (1833), i fautori del laicismo e del liberalismo appoggiarono Isabella come futura Regina e sua madre Maria Cristina, che intanto si era proclamata Reggente del trono.

Scoppiò quindi uno scontro che non era di sola natura dinastica, ma che soprattutto contrapponeva le due anime inconciliabili della Spagna: quella legata alla Tradizione ed ai principii del Cattolicesimo, che si identificava in Don Carlos, che assunse il nome di Carlo v; e quella dei novatori, dei liberali, dei laicisti, dei francesizzati, che sosteneva Isabella (ancora in fasce) e sua madre, ambedue facilmente manovrabili.

Lo scontro portò nell’Ottocento a tre “guerre carliste” (1833-1840, 1846-1849, 1872-1876) e prosegue, anche se in maniera non cruenta, fino ai nostri giorni: i Carlisti incarnano la monarchia tradizionale cattolica e sono intransigenti e inconciliabili sia con posizioni assolutiste e conservatrici, sia moderate e liberali.

Le posizioni filo-carliste del Regno delle Due Sicilie

Fin dal 1830, cioè fin dalla promulgazione dellaPrammatica sanzionedi Ferdinando vii di Spagna, Francesco i delle Due Sicilie, che come detto era padre di Maria Cristina, intervenne respingendo l’atto illegittimo del genero[1].

Inizialmente indirizzò a Ferdinando vii una lettera di protesta (10 Settembre 1830), ricordando che la modifica danneggiava i diritti della sua discendenza:

Io non posso essere indifferente alla rivocazione della legge promulgata nel 1713 da Filippo v, nostro bisavolo, per la successione al Trono di Spagna.

Mi astengo di farle parola delle consequenze gravissime che un tal atto può produrre per la tranquillità e della Spagna e dell’Europa tutta; è questo un oggetto dipendente intieramente dall’alta saggezza di Vostra Maestà, e dalla Sua Somma previdenza; son però costretto di osservarle, che questo atto ferisce ed annulla i diritti della suddetta mia discendenza, perché la priva dell’eventuale successione al Trono di Spagna che dalla precitata legge di Filippo v l’era stata assicurata.

Non mi dissimulo in questa occasione che tali diritti sono per ora remoti, per essere ed io, ed i miei figli preceduti da altri che sono ai noi poziori: convengo che questi secondo ogni apparenza saran per moltiplicarsi; ed aggiungo col più vivo sentimento di affetto che i Miei voti all’Altissimo sono e saranno sempre che l’Augusta posterità di Vostra Maestà voglia perpetuarsi all’infinito da Maschio in Maschio ; ma non è meno vero, che questo stato di cose, e gli stessi Miei sinceri voti non avrebbero recato veruna alterazione ai diritti eventuali anzidetti, se non avesse avuto luogo la rivocazione della precitata Legge di Successione.

Questo cenno, lo spero, farà conoscere a Vostra Maestà, che non mi è affatto permesso di negligere questo importante interesse quando anche potessi averne la volontà. desiderando quindi provvedere, per quanto mi sia possibile, a che la mia posterità maschile conservi indenni quelle ragioni, che dal nostro augusto bisavolo, l’erano state tramandate, e volendo anche in questo incontro non allontanarmi da’ quei principi, che regolar debbono i rapporti di due famiglie, unite per una origine comune, le quali per l’accordo de’ loro interessi, e de’ loro sentimenti non debbon formarne che una sola, ho creduto di dover preferire ad una solenne protesta una semplice riserva di ragioni da farsi nella maniera la più amichevole e confidenziale.

Essendomi appigliato a tal partito, cotesto Mio Incaricato di Affari darà la conveniente esecuzione; Mi fo il dovere d’informarne direttamente Vostra Maestà nella dolce speranza che trattandosi di una misura, che Mi piace di riguardare come non ancora definitivamente perfezionata, sarà Vostra Maestà per dare nella Sua Saggezza que’ provvedimenti, che Le saran dettati dalla Sua giustizia, e vorrà riconoscere in questa Mia ingenua manifestazione una nuova riprova dell’inva­riabile allacciamento e della costante cordialissima amicizia, con cui sono di Vostra Maestà Affezionatissimo Fratello, Cugino, Cognato[2]e Suocero.

Francesco

Napoli 10 Settembre 1830[3]

Quindici giorni dopo, il 26 Settembre 1830, a poche settimane dalla morte (che sarebbe sopraggiunta l’8 novembre), Francesco I si decise ad un «atto di riserva» per tutelare i diritti della propria discendenza, lesi dalla decisione di Ferdinando vii. E fece ciò con una lettera fatta redigere dall’ambasciatore Ferdinando Lucchesi il quale, dopo aver riassunto i termini della questione e spiegato i motivi che avevano indotto Filippo v a introdurre in Spagna la legge semisalica – e naturalmente dopo aver ripetuto gli auguri di una ampia discendenza maschile (non era ancora noto il sesso della nascitura, che sarebbe venuta alla luce il 10 ottobre 1830) –, nel tono più sommesso possibile annuncia che

una semplice riserva di diritti sia il solo Atto che possa aver luogo tra due Parenti così strettamente uniti e per moltiplici Legami di Sangue, e per cordialissima amicizia, e che tale riserva sia fatta in una maniera tutta privata e senza alcuna pubblicità, si è determinata la Maestà Sua di appigliarsi ben volontari a tal partito; e perciò con questo ufizio viene a riservare, siccome formalmente riserva a sé ed alla sua discendenza maschile all’infinito ogni e qualsisia diritto, che alla successione del Trono di Spagna veniva a lei, ed a’ suoi discendenti maschi è devoluto dalla precitata legge di Filippo v.[4]

Succeduto al padre, Ferdinando ii scrisse almeno due volte, il 18 maggio e il 17 giugno 1833, prima della morte di Ferdinando vii (avvenuta 29 settembre 1833) e in occasione della convocazione delle Cortes (prevista per il 20 giugno) perché prestassero giuramento all’infanta Isabella.

Laonde coerentemente a ciò che fu praticato dal Nostro Augusto Genitore con la riserva dei diritti, ch’ei fece in data de’ 22 settembre del sudetto anno 1830, crediamo essere indispensabile al nostro onore, ai nostri reali diritti, ed ai doveri, che c’impone il rango, in cui la provvidenza ci ha posti, di altamente protestare innanzi ai legittimi sovrani delle nazioni tutte, come con la presente facciamo, contro la Prammatica Sanzione de’ 29 Marzo del cessato anno 1830, e contro ogni atto che ledere, o alterar possa, anche menomamente, quei principii che hanno finora servito di base allo splendore ed alla potenza della Casa de’ Borboni, ed agli eventuali diritti innegabili e sacri che a noi, alla famiglia ed ai discendenti nostri in infinito sono stati legittimamente tramandati in forza della fondamentale legge di successione costantemente finora osservata, e col prezzo di sacrifizi immensi.

Questa nostra solenne protesta sarà da Noi trasmessa a tutte le Corti; e vogliamo che sottoscritta da Noi, munita del suggello delle nostre Reali Armi, e rubricata dal nostro Ministro Segretario di Stato degli Affari Esteri sia conservata nei nostri Ministeri di Stato degli Affari Esteri, e della Presidenza del Consiglio dei Ministri, e presso il nostro Ministro Segretario di Stato di Grazia, e Giustizia, Protonotaro del Regno.[5]

La lettera di pugno di Ferdinando ii fu seguita, come era successo con quella del padre, da una conferma inoltrata per via diplomatica[6].

Come si può vedere, si tratta soprattutto di una rimostranza basata sul rispetto della legge e, quindi di una protesta per questioni di diritto successorio, che non tocca, almeno apparente­mente, l’altro aspetto della questione, quello dottrinario sul tipo di governo (liberale o tradizionale) che Isabella e il legittimo Don Carlos rispettivamente rappresentavano.

Scoppiata la prima guerra carlista (1830-1840), il Regno delle Due Sicilie sostenne Don Carlos (anche se si trattò di un sostegno soprattutto morale)[7]. Successivamente prese le distanze dalla sorella Maria Cristina, rifiutando di incontrarla quando la Reggente di Spagna venne a visitare Napoli[8]e appoggiando il matrimonio (10 luglio 1850) tra sua sorella Maria Carolina e il figlio di Don Carlos, che aveva assunto il nome di Carlo vi in seguito all’abdicazione del padre nel 1845.

Il Conte di Montemolín, CarloVI

Il Sovrano legittimo delle Spagne più vicino a Napoli è stato sicuramente Carlo vi, cioè Carlo Luigi di Borbone-Spagna, (Madrid, 31 gennaio 1818 – Trieste, 13 gennaio 1861), che utilizzò il “titolo di incognito” di Conte di Montemolín. Egli era il primogenito di Carlo v e della sua prima moglie Maria Francesca di Braganza. Divenne Re dopo l’abdicazione paterna (1845) e durante il suo regno fu combattuta la seconda guerra carlista (1847-1849).

Il legame con Napoli è dato dal periodo in cui visse nel Regno delle Due Sicilie in seguito almatrimonio (10 luglio 1850) con Maria Carolinadelle Due Sicilie, quinta figlia di Francesco i delle Due Sicilie e di Maria Isabella di Borbone-Spagna e sorella di Ferdinando ii; la coppia non ebbe figli.

Il 1° aprile 1860 Carlo vi partecipò assieme al fratello Don Ferdinando (1824-1861) al moto insurrezionale di San Carlos de la Rápita (località sulla costa tarragonese), tentativo conosciuto anche comeOrtegadaperché condotto dal generale Jaime Ortega y Olleta (1816-1860), capitano generale delle Baleari. Lo sbarco del Re legittimo, che avrebbe dovuto dare il via ad un sollevamento generale, fu invece un fallimento per il venir meno dei militari che avevano promesso di appoggiarlo e sia Carlo vi che suo fratello furono catturati e costretti a firmare un discusso impegno a non ritentare alcun altro colpo militare.

Poco dopo la liberazione, Carlo vi e sua moglie Maria Carolina, morirono (rispettivamente il 13 e il 14 gennaio 1861), a distanza di pochi giorni dalla fine del fratello Ferdinando (2 gennaio): si parlò anche di avvelenamento, ma probabilmente la causa fu il vaiolo, quantunque favorito dalla debolezza dovuta al duro trattamento subito in carcere. Vennero sepolti a Trieste, nella cappella di San Carlo Borromeo nella Cattedrale di San Giusto. Gli successe il fratello minore, Don Giovanni Carlo (1822-1887).

L’epopea di Borjes e di Tristany

Nello stesso anno in cui scomparve Carlo vi, un altro importante carlista fece la sua apparizione nel Napoletano: si tratta del Generale José Borjes[9](1813-1861), veterano della prima e della seconda guerra, figlio di un ufficiale che aveva combattuto contro Napoleone e contro i liberali “cristini”, morendo in guerra nel 1836.

Raggiunto da alcuni legittimisti napolitani a Marsiglia, dove viveva poveramente in esilio, partì subito per Malta, ove avrebbe dovuto ricevere una forte somma per organizzare uno sbarco in Calabria, ma di cui gli giunse solo un quarto,

perché anche in quest’altra faccenda si erano infiltrati i ladri ed i traditori. In Malta comprò ventidue fucili, armando eziandio il suo domestico, e su piccola barca, eludendo le navi da guerra sarde in crociera, si lanciò a difficile e perigliosa impresa.

Quanti servili e nauseanti elogi non si scrissero per Garibaldi, perché questi, con circa mille e trecento uomini, bene armati ed equipaggiati, sbarcò a Marsala, protetto dalla squadra inglese e, indirettamente, da quella stessa napoletana, oltre di che sostenuto da tre potenze, che aveano tutto preparato in questo Regno per fargli fare la figura di eroe? Ebbene! nessuno elogia l’audacia di Borjes, che con 21 compagni, in circostanze diametralmente opposte a quelle di Garibaldi, sbarcò intrepido sulla costa calabra, ed impavido si avanzò per riacquistare questo Regno al legittimo sovrano. Oh! la ragione è chiarissima; Borjes era un legittimista, Garibaldi un manubrio di setta; ma più di tutto perché questi riuscì nell’impresa, e quegli fu tradito e soccombette. Però le grandi imprese non si debbono giudicare dagli effetti, ma dalle cagioni; quindi se quelli di Borjes non furono felici nell’evento, nondimeno lasciarono un esempio meraviglioso, che non cadrà negli abissi del tempo.[10]

È nota la sua vicenda, costellata di tradimenti: quello dei legittimisti che avrebbero dovuto finanziare la sua impresa; quel­lo di Crocco e della sua masnada che mal soffrivano il suo carisma; infine, quello della guida che, la sera prima di attraversare il confine, li vendette ai Piemontesi, in particolare al maggiore dei bersaglieri Franchini, che li fece fucilare senza processo, per potersi così impossessare dei loro beni (furto che non sarebbe stato possibile se li avesse consegnati alle autorità).

L’iconografia liberale ha spesso ritratto il generale José Borjes nei panni – o meglio nell’armatura – di Don Chisciotte, quasi a voler esorcizzare la paura che il comandante catalano incuteva. Se per “donchisciotte” intendiamo un uomo coraggioso, pieno di ideali elevati, pronto a battersi a prescindere dalle possibilità di vittoria, sicuramente Borjes lo fu. Certo non fu un visionario che prendeva mulini per giganti: la sua strategia – se non fosse stato per il venir meno degli “alleati” – avrebbe potu­to, se non portare alla restaurazione del Trono di Francesco ii, almeno realizzare una resistenza antipiemontese (rectius: anti-italiana) molto più estesa nello spazio e nel tempo, creando in Basilicata una roccaforte intorno a Potenza che avrebbe potuto resistere per mesi e mesi.

Comunque, se Carlo vi rappresentò nel Regno di Napoli il simbolo del Carlismo politico, Borjes simbolizzò il Carlismo militare, purtroppo rimasto senza il seguito che avrebbe meritato: e chi esalta la figura ambigua (dall’inizio alla fine) di Carmine Crocco – militare borbonico disertore, omicida per futili motivi, bandito comune, poi garibaldino, quindi filoborbonico “Generale dei Briganti”, infine pentito (e forse anche delatore) – dovrebbe invece considerare la bellezza e la nobiltà di José Borjes e rendersi conto della distanza abissale che separa il comandante carlista dall’avventuriero egoista.

Alla vicenda di Borjes si affiancò quella di Rafael Tristany (1814-1899): ambedue erano nati in provincia di Lérida, nella Catalogna occidentale; il primo, a Vernet; il secondo, ad Ardèvol. Allo scoppio della guerra carlista, l’uno e l’altro avevano seguito le bandiere legittimiste dei loro progenitori.

Valorosissimi, ardenti, geniali comeguerrilleros, i nomi del Borges e del Tristany fecero fremere i capi degli eserciti liberali. Borges acquistò lustro popolare nell’attacco della piazza forte di Ripoll. L’esito sfavorevole della prima guerra carlista, nel 1840, costrinse i due giovani a esulare in Francia. Ambedue parteciparono più tardi ai colpi di mano carlisti del 1847 e del 1855 […]. Fra queste date, il Borges, generale allora nell’esercito carlista, si recò a Napoli; nel 1856, troviamo Tristany a Modena, col grado di colonnello. Gli stretti legami tra i carlisti spagnuoli e la corte di Francesco ii indirizzarono verso l’Italia le vite dei due capi catalani. La loro partecipazione attiva agli eventi militari italiani può datarsi al 1860-1861, dopo la spedizione dei Mille. […]

Il Tristany fini la sua impresa italiana in Castel Sant’Angelo. Egli aveva combattuto nell’aspro paese degli Abruzzi, creato maresciallo di campo da Francesco ii. Questi gli aveva promes­so tremila soldati bene armati; ma [Tristany] n’aveva trovati soltanto diciotto, con dieci vecchi fucili. Si capisce che egli finisse in breve nelle prigioni romane. Bisogna, però, sottoli­nea­re lo spirito dei suoi proclami al popolo abruzzese. Essi cominciano: «È suonata l’ora della emancipazione … Sollevatevi al grido della patria che vi chiama alla difesa … I vecchi, i mariti, i figli, privi di sussistenza, chiedono pane, lavoro, libertà». Parole che non suonano a vuoto, come motivi di propaganda demagogica, poiché rispondono, in realtà, all’idealismo democratico dell’assolutismo carlista, nello spirito d’un paradosso incomprensibile fuori di Spagna. Esse, infatti, si possono congiungere alle parole finali del proclama: «Il Dio degli eserciti combatterà accanto a voi; l’arcangelo dalla spada di fuoco condurrà l’augusta bandiera del fiordaliso, nella quale si legge il motto:Indipendenza e Francesco ii».[11]

I Napolitani alla Terza guerra carlista

Il romanzoL’eredità della prioradi Carlo Alianello si concludeva con la partenza verso gli Stati Uniti di Gerardo Satriano, ex ufficiale borbonico, al quale dopo la partecipazione alla guerra di resistenza (il cosiddetto “brigantaggio”) era interdetto il ritorno in Patria: nella finzione letteraria il personaggio viene ingaggiato per combattere come mercenario per l’esercito unionista, ma nella realtà la maggior parte dei militari napolitani, soprattutto per sfuggire alla prigionia di Fenestrelle, si batterono sotto la bandiera confederata[12].

Meno noto, ma ben più importante – perché frutto di una scelta volontaria e non di un mezzo per evitare la reclusione nel campo di concentramento sabaudo – fu l’apporto dei Napolitani alla Terza guerra carlista (1872-1876), motivato da ragioni puramente ideali.

Tale fu il caso di Teodoro Troiano Marulli, figlio del generale Gennaro, che nel 1860 aveva concluso l’ultimo anno della Nunziatella “borbonica” ed era entrato in Marina, il quale nel 1868 rifiutò di rimanere sotto la bandiera sabauda ed andò a combattere in Spagna assieme al Conte di Caserta, fratello di Francesco ii, morendo nella battaglia di Igualada (Catalogna) il 19 maggio 1874. Alla sua figura si è presumibilmente in parte ispirato l’anonimo autore diErnesto il disingannato[13].

Il combattente napolitano più noto è però appunto il Conte di Caserta, Alfonso di Borbone-Due Sicilie (1841-1934), terzogenito di Ferdinando ii. Il 20 settembre 1874 fu nominato Colonnello d’Artiglieria ed aggregato al comando generale di quell’arma. Poco dopo fu trasferito al comando delle batterie che operavano in Guipúzcoa e partecipò a tutti i fatti d’armi ed ai combattimenti che ebbero luogo intorno alla posizione trincerata della linea del fiume Oria. Si distinse in particolar modo nell’assedio di San Sebastián, meritando la Croce di Seconda Classe del Merito Militare per servizio di guerra. Quindi diresse l’attacco contro la piazzaforte di Guetaria, guadagnando (13 maggio 1875) il grado di Generale di Brigata. Fu inizialmente destinato alla Divisione di Castiglia che operava nella provincia di Burgos; ma il 9 luglio dello stesso anno, per l’infermità del valoroso Generale León Martínez Fortún, fu mandato come Capo delle operazioni nella provincia di Álava. La resistenza di Álava è stata paragonata a quella dei Trecento alle Termopili, per la sproporzione tra i due eserciti. Nonostante ciò, egli riuscì vittoriosamente a contenere le forze nemiche, fronteggiandole poi in Navarra dove ai primi di settembre si erano ritirate.

Il 17 settembre 1875 liberò, con la sua Brigata, la Divisione alavese stretta in Guipúzcoa. Il 28 settembre vinse a San Marcos e quindi ripartì con la sua Brigata per la Navarra.

Il 28 ottobre, sei giorni dopo la vittoria carlista a Lumbier (Navarra), cui valorosamente concorse, fu nominato Generale di Divisione; l’8 novembre venne richiamato in Alava, dove il nemico aveva di nuovo concentrato le sue forze.

Qui assunse la suprema direzione dell’esercito del Nord, come Capo di Stato Maggiore Generale (11 dicembre 1875), ufficio che disimpegnò con grande energia e valore ormai da tutti riconosciuto.

Ai primi di febbraio del 1876, per disparità di vedute, lasciò quell’incarico e andò a comandare la Divisione Castigliana, rimasta priva del Generale Francisco de Borja Cavero; a capo di questa ebbe l’onore di proteggere e custodire la persona di Carlo vii di Spagna e accompagnarlo in Francia.

Dopo la nefasta fine della guerra, il Conte di Caserta si stabilì a Cannes[14].

Purtroppo, divenuto legittimo Re delle Due Sicilie, dopo la morte dei fratelli Luigi (1886) e Francesco (1894), Alfonso accettò il matrimonio (1901) tra suo figlio Carlo Tancredi e l’Infanta di Spagna Mercedes, figlia maggiore di Alfonso (xii), riconoscendo così la dinastia usurpatrice. Di conseguenza, decadde come Re delle Due Sicilie, ragion per cui l’attuale legittimo Re di Napoli non appartiene alla sua discendenza, ma è Don Sisto Enrico di Borbone.

1873: “Ernesto il disingannato”,
il primo romanzo carlista

Tra il 1873 e il 1874 – durante la terza guerra carlista (1872-1876) – apparve, pubblicato a puntate sul giornale trisettimanaleIl Trovatore(inizialmente intitolatoLo Trovatoree redatto in vernacolo napoletano), un interessante romanzo anonimo,Il passato e il presente, ossia Ernesto il disingannato[15]. L’interesse di questa pubblicazione, forse non eccelsa dal punto di vista letterario, consiste nel dato storico, trattandosi del primo romanzo “borbonico”[16]e del primo romanzo carlista in assoluto della letteratura italiana. Protagonista della prima parte (che si volge dal 1858 al 1861) è il giovane Ernesto, giovane onesto e di buoni propositi che si lascia sedurre (in tutti i sensi) da alcuni cospiratori liberali al servizio degli unitari, entrando a far parte di una rete di agenti incaricati di corrompere importanti burocrati ed alti ufficiali napolitani al fine di facilitare la futura aggressione militare e la seguente annessione al Piemonte. Nel corso degli eventi si renderà conto che la sua opera, prestata in buona fede, è servita non tanto all’ideale unitario, quanto all’interesse di vari “patrioti” che hanno approfittato della situazione per arricchirsi rapidamente alle spalle dei concittadini e quindi trasferirsi altrove e menare vita da gran signori.

La seconda parte si svolge nel periodo 1871-1873: lo stesso Ernesto, ormai disingannato, data la propria onestà di fondo e le sue indubbie capacità, viene chiamato a riscattarsi facendo – per la parte legittimista – ciò che aveva fatto oltre dieci anni prima per i rivoluzionari. Il programma prospettatogli è «Madrid, Parigi, Roma»: cioè non impegnarsi nel tentativo – inutile, almeno per il momento – di restaurare il trono napolitano, ma puntare prima di tutto alla riconquista della Spagna, restituendola al legittimo Carlo vii; quindi riprendere la Francia, restituendola al legittimo Enrico v (che era zio di Carlo vii); e infine – con il sostegno delle del Re Cattolico e del Re Cristianissimo di nuovo sui propri troni – ripristinare il potere temporale del Papato. A quel punto, imporre una restaurazione degli Stati preunitari sarebbe stato possibile.

Oltre all’aspetto storico-letterario, è importante notare cheIl Trovatore, sotto la ferma direzione di Pasquale Tomas, subentrato nel 1869 al moderato “Don Saverio” (ovvero Giovanni Gagliardi), scelse un indirizzo che lo portò dal nostalgismo borbonico al ben più battagliero Carlismo, divenendo con la sua tipografia-editrice un punto di riferimento a Napoli per la pubblicistica religiosa e legittimista.

Il passaggio dal dialetto alla lingua, dovuto all’intento di dare maggior peso culturale al giornale, che altrimenti poteva essere creduto «un giornale da buffoni, o per lo meno una gazzetta teatrale»[17]fu annunciato con un editoriale che ribadiva l’adesione alla fede cattolica ed al legittimismo e che si chiudeva con una versione – in grassetto – del motto carlista «Dios, Patria, Fueros, Rey»: «Per Dio, per la Patria, per la Giustizia e pel Diritto legittimo!!!»[18].

1875: “I diamanti della Principessa di Beira”, un altro romanzo carlista

Tornando alla letteratura, seErnesto il disingannatoha un indubbio valore storico e politico, non è però eccelso dal punto di vista artistico. A colmare questa lacuna penserà il gesuita Luigi Previti (1823-1891), collaboratore della (allora) prestigiosissima rivista «La Civiltà cattolica» (nata a Napoli nel 1850), con il romanzoI diamanti della Principessa di Beira o Il volontario di Zumalacárregui[19], che narra la storia di Auguste Poriace. Questi, appena uscito dalla scuola militare francese di Saint Cyr, lascia l’esercito e decide di fare un viaggio sui Pirenei. Qui, affascinato dalle vicende di Carlo v, subitamente decide di pas­sa­re la frontiera ed arruolarsi nell’e­ser­cito carlista, agli ordini del­l’eroico generale Tomás Zumalacárregui (1788-1835), un vero e proprio uomo da leggenda. Fondamentale per lui sarà l’in­contro con la Contessa di Rosamares, impegnata nel tentativo di far giungere al Re un cofanetto di gioielli donati dalla Principessa di Beira per aiutare la causa del cognato Don Carlos.

Il romanzo è la traduzione-adattamento di unfeuilletonfrancese di Pierre-Emmanuel-Albert du Casse e rispetto all’originale inserisce nella vicenda narrata (che si svolge durante la prima guerra carlista, 1833-1840) una serie di considerazioni sul terzo conflitto (1872-1876), allora in corso (e sulla «Civiltà cattolica» padre Previti si occupava appunto di politica estera).

Va detto che durante quel conflitto la stessa rivista dei Gesuiti pubblicò una serie di articoli che individuavano in Carlo vii «l’antitesi perfetta della rivoluzione»[20], definizione riferibile non al solo Monarca spagnolo, bensì a tutto il movimento, anzi a tutto l’ideario carlista.

Al romanzo di Luigi Previti si sarebbe ispirato nel 1900 il drammaDon Pedro di Elisonda. Episodio della guerra dei Carlistidi Giovanni Martini (1876-1905), che mette in scena un episodio immaginario della prima guerra carlista, imperniato sulla famiglia del Conti di Elisonda, una casata di legittimisti su cui pende un’infondata accusa di tradimento e che vuole far pervenire a Carlo v i documenti che provano l’innocenza di Don Pedro, capo della casata, e alcuni diamanti per finanziare le azioni belliche deirequetés– i soldati carlisti – nel nord della Spagna. La realizzazione del disegno di Pedro, però, andrà incontro a pericolosi imprevisti e ne nascerà una grande avventura. Tra i personaggi storici inseriti nellapièceteatrale ci sono il Re legittimo Carlo v di Spagna, il mitico generale carlista Tomás Zumalacárregui e il suo avversario liberale Vicente Genaro de Quesada, qui dipinto a tinte fosche.

Il dramma – recentemente ripubblicato a cura di Riccardo Pasqualin[21]– evidenzia sia l’interesse esistente per il Carlismo in sé, sia il successo riscosso dal precedente romanzo del gesuita.

Carlo VII a Napoli

Nei decenni a cavallo tra Otto e Novecento, sono noti vari passaggi a Napoli di Carlo vii: nel 1876, durante un «viaggio circolare in Europa»[22]e, assieme a Donna Bertha nell’inverno del 1894 e poi – dopo aver trascorso le festività natalizie presso la Tenuta Reale a Viareggio – di nuovo a gennaio 1895, per imbarcarsi alla volta della Terrasanta[23]; inoltre una loro fotografia, scattata mentre passeggiano sul lungomare, apparve nel 1909 su un giornale cattolico[24].

Non è chiaro il motivo della reiterata presenza della coppia regale a Napoli nella stagione invernale: oltre a questioni climatiche, Francesco Maurizio Di Giovine la attribuisce a contatti di tipo “diplomatico-politico”, soprattutto per accreditarsi come referente del legittimismo, dopo la defezione liberale del Conte di Caserta.

Francisco Elías de Tejada e la rinascita del tradizionalismo napoletano

Dobbiamo fare un salto di oltre mezzo secolo perché il Carlismo ritorni a Napoli, grazie al sodalizio tra il professor Francisco Elías de Tejada (1917-1978) e l’avvocato Silvio Vitale (1928-2005).

Nel 1956 Francisco Elías de Tejada, la cui famiglia si era trasferita da Napoli ai tempi di Filippo iv, tornò nella città degli avi. Inizialmente deluso[25], si dedicò allo studio del glorioso passato, ribaltando la visione negativa che aveva caratterizzato il periodo ispanico, visione causata in primo luogo dall’igno­ranza di ciò che era stato. Infatti constatava che

la classe media, ubriaca di garibaldinismo, alla ricerca di vantaggi personali, continua a vagare nella leggenda nera forgiata nel xix secolo contro la Napoli tradizionale; l’aristocrazia decadente o decaduta, oscillante tra la frenesia di rinnegare le proprie glorie per essere più in armonia coi tempi e un isolamento mortale; il clero impegnato in un vaticanismo di marca democristiana che sogna una repubblica guelfa nella quale Napoli non conta. […] Alcuni sono socialisti ed altri monarchici savoiardi, alcuni papalini, altri garibaldini, alcuni rivolti verso Mosca ed altri verso il Vaticano… ma nessuno pensa a Napoli, nessuno è napoletano.[26]

Sette anni di studio lo portano a realizzare quel capolavoro costituito dai cinque volumi diNápoles hispánico, in cui evidenzia le peculiarità della tradizione politica e della cultura napoletana. Una tradizione politica caratterizzata dalla

esistenza di un corpo politico autonomo, con istituzioni proprie, con un diritto peculiare, con consigli eCortesseparati; di un Regno, insomma, quale lo foggiò Ferdinando il Cattolico e lo rafforzarono i suoi successori nell’unione profonda tra la Corona e il popolo.[27]

A fianco della tradizione politica, una cultura (letteraria e giuridica) che fu possibile perché i Re delle Spagne furono

fermi al loro credo tradizionalista di rispettare la personalità storica del Regno, anche quando suggerimenti provenienti dagli stessi napoletani li incitavano alla castiglianizzazione del Regno partenopeo.[28]

Indipendente sia nella sfera culturale che in quella del diritto, il Regno napoletano ebbe una missione storica: «difendere la verità cattolica del Cristo contro i nemici del nord e del sud, contro il protestantesimo e l’islamismo»[29], combattendo «le battaglie del Signore nei leggendariTercioso nei banchi di Trento, nelle flotte da guerra o nella stampa dei libri»[30]. Si trattò di una «guerra intellettuale contro l’Islam e l’Europa. Ignorarla o disconoscerla è voler ignorare e disconoscere coscientemente l’essenza del Regno di Napoli»[31].

Il pensiero politico napoletano, come quello spagnolo in generale, fu antieuropeo, antiluterano, antimachiavellico, antibodiniano, schiettamente aderente alla Controriforma. L’Islam e l’Europa furono i nemici nazionali. Fino al 1700 il Regno formò un blocco con il resto dei popoli della monarchia federata ispanica difendendo il teocentrismo intransigente della Cristianità di fronte alla nuova civiltà antropocentrica europea. La Napoli tradizionale, insomma, si cristallizzò in [=incentrò su] tre punti: la difesa intransigente del Cristianesimo cattolico, il mantenimento appassionato delle libertà del Regno inteso come corpo politico perfetto e totale, il fervido servizio al Re, capitano dell’impresa della Controriforma e paladino della Cristianità missionaria.[32]

Era evidente che un Paese con questo “curriculum” non poteva che essere osteggiato dai corifei della Rivoluzione europea. Pertanto, «in tutti i popoli spagnoli [=ispanici] della monarchia federale spagnola [=ispanica], la storia degli ultimi tre secoli sarà la lotta delle rispettive tradizioni spagnole [=ispaniche] contro l’estraneo spirito europeo»[33].

Napoli non costituisce un’eccezione ed il suo sviluppo storico

s’identificherà con la polemica intorno alla sua tradizione assalita dall’assolutismo francese nel secolo xviii, dal garibaldinismo liberale nel secolo xix e dal sogno “romano” del fascismo nel secolo xx che si succederanno lottando gli uni contro gli altri senza mai permettere una soluzione autenticamente napoletana.[34]

Il secolo xviii vede il trionfo delle idee europee sulle Spagne, divise e separate. Anche l’anima nazionale napoletana viene negletta. Scrive Elías de Tejada: «l’eroico idealismo della difesa della Cristianità viene sostituito dal volgare pragmatismo di moda alla corte di Versailles», in cui letterati e giuristi come Antonio Genovesi, Gaetano Filangieri, Mario Pagano «disprezzano la loro storia per inginocchiarsi ai piedi del­l’idolo Voltaire»[35], voltando le spalle ai loro incomparabili prede­ces­sori.

Solo il popolo protesta e continua a parlare napoletano, quel napoletano che gli eruditi disdegnano, come disdegnano le lettere, la filosofia e la giurisprudenza napoletane facendo a gara nel portare a termine un vero e proprio suicidio nazionale paragonabile solo a quello coevo della Castiglia e del Portogallo, soggiogati dalla stessa stupida imitazione europea.[36]

Nel furore collettivo di rinnegare le proprie tradizioni «solamente il popolo abbandonato a sé stesso cercò di continuare ad essere napoletano» e,

nel mondo delle lettere, Giambattista Vico, [che] rappresenta l’ultima voce tradizionale con la sua avversione alla cultura moderna, con la sua lotta contro il pensiero europeo, fedele alla comune tradizione spagnola, fedele a Francisco Suarez […] nemico di Hobbes e Machiavelli, quali empi, distruttori della giustizia, scandali del pensiero […], spregiatore del­l’idio­ma francese fino all’estremo di vantarsi di ignorarlo, lui, l’erudito degli eruditi, ultimo nome della Tradizione napoletana.[37]

Di conseguenza, lo studioso ritiene che la morte culturale di Napoli non sia avvenuta con l’invasione piemontese del 1860, quando «i liberali trionfarono sugli assolutisti ed i Piemontesi sostituirono i Francesi»[38]: «Napoli non moriva allora, già era morta da 150 anni quando era uscita dalla confederazione monarchica delle Spagne».[39]

Stretta tra «l’assolutismo infrancesato dei Borbone nel secolo xviii ed il garibaldinismo rivoluzionario dei Savoia nel xix»[40],

la tradizione napoletana perde il senso della monarchia autentica, ma sente la nostalgia delle libertà spagnole, continua ad odiare l’Europa, e crede nella realtà tradizionale di Napoli. Il suo grido di battaglia sarà l’evviva la Santa Fede ed il popolo napoletano![41]

Di conseguenza, «il grande teorico del tradizionalismo napoletano d’allora»[42]Antonio Capece Minutolo, Principe di Canosa, anziché una monarchia assoluta, auspicava una monarchia temperata dalla presenza dei corpi intermedi, in primo luogo del­l’aristocrazia, aspirando così a «una Napoli fedele alla tradizione nazionale dei tempi spagnoli,tradizione più intuita che conosciuta»[43].

Con l’eccezione di Vitale e forse di pochissimi altri, Francisco Elías de Tejada si scontra non con Napoletani “ispanici”, bensì – per riprendere la differenziazione sopra utilizzata – con Napoletani “francesi” o “inglesi”. Tra questi viene inserito il “comandante” Achille Lauro, colpevole di non aver utilizzato il proprio potere per «creare cattedre, fondare centri di cultura, finanziare case editrici, patrocinare ricerche, in una parola intraprendere l’impresa di fomentare la restaurazione spirituale di tutto il suo popolo» e «salvare il salvabile della tradizione napoletana»[44], ma di aver realizzato una politica clientelare di basso profilo. È la solita deficienza che si riscontra in tutte le cosiddette politiche di destra o centro-destra.

Silvio Vitale, “l’ultimo tradizionalista napoletano”

Il saggioLa monarchia tradizionaledi Francisco Elías de Tejada si conclude con una passeggiata simbolica nella vecchia via Toledo, meta prediletta da tanti napoletani purosangue.

Forse ora è tardi per risuscitare la Tradizione di Napoli. Ma, per coloro che ancora cercano di denigrarla o vogliono ignorarla, lì stanno le sue vestigia; nei libri che non si leggono, nel popolo che viene disprezzato, nel cuore di molti che inconsciamente le sentono come io le sento. Perciò, passeggiando tanti pomeriggi nella frequentata via Toledo ho sofferto la tristezza profonda della solitudine, consolata solo dalla voce serena dell’ultimo tradizionalista napoletano, l’amico fraterno Silvio Vitale.[45]

Silvio Vitale (1928-2005) si è distinto per una notevole attività politica, iniziata da giovanissimo, come “resistente” nel­l’Italia occupata dagli Anglo-americani[46], quindi proseguita nel fuan (di cui fu fondatore e primo presidente nel 1950), nel Centro Studi Ordine Nuovo e nel msi, tra le cui file divenne consigliere regionale (1975-1990 e 1994-1995) e parlamentare europeo (1988-1989). Ma ben più importante del suo impegno politico fu la sua indefessa e insostituibile attività culturale, per la quale sarà imperituramente ricordato, associata a un aristocratico modo di trattare che ne fece un punto di riferimento per i tradizionalisti dell’ex Regno e non solo.

Fondatore nel 1960 del periodico «L’Alfiere. Pubblicazione napoletana tradizionalista», contribuì in maniera fondamentale a rivedere non solo i luoghi comuni della retorica patriottarda risorgimentale, ma anche quelli del nostalgismo borbonico, avendo per primo il coraggio di riconoscere che il momento di maggior sviluppo di Napoli era stato quello del­l’unione personale con la Corona delle Spagne. Sulle pagine della sua rivista iniziò la traduzione di alcuni passi del fondamentale saggio di Francisco Elías de Tejada (che, come abbiamo visto, lo definì «l’ultimo tradizionalista napoletano»), ripropose saggi del Principe di Canosa, che contribuì a riscoprire attraverso la ripubblicazione in volume di suoi importanti studi (la cosiddettaEpistola contro Colletta;I piffari di montagna, di cui approntò una traduzione in lingua italiana corrente; gli ineditiDiscorso sulla decadenza della nobiltàeL’isola dei Ladroni o sia La Costituzione selvaggia, dramma satirico sulla rivoluzione del 1820, assieme ad altri studi[47].

Fin dal 1972 fu tra gli animatori della “Montejurra napolitana”, l’annuale Incontro tradizionalista della Fedelissima Città di Civitella del Tronto, nato l’anno prima e caratterizzato da un’anima carlista infusale dal suo fondatore, lo studioso compostelliano Paolo Caucci von Saucken e dall’orga­nizza­tore, Francesco Maurizio Di Giovine, Commendatore dell’Or­di­ne della Legittimità Proscritta[48], incontro che avrebbe raggiunto il culmine con la presenza di S.A.R. Don Sisto di Borbone nel 2010.

Nel 1974, dopo un importante convegno organizzato a Napoli presso l’hotel Terminus (ottobre 1973), fondò e presiedette la sezione italiana della Associazione di Giusnaturalisti Cattolici “Filippo ii”, che con l’aiuto dell’assiduo collaboratore Pino Tosca[49], vicesegretario dell’Associazione, realizzò quattro incontri nazionali di alto livello scientifico: su San Tommaso d’Aquino (Genova, 1974), su Giambattista Vico (Bari, 1975), sulle Insorgenze (Palermo, 1976) e sulRisorgimento e la tradizione italiana(Roma, 1977), limitando la propria attività dopo la morte di Francisco Elías de Tejada.

Va ricordato anche che nel 1992 Silvio Vitale fondò l’an­nuale Convegno tradizionalista della Fedelissima Città di Gaeta (di cui poi altri si sono appropriati) e nel 1993 diede vita all’editoriale (oggi fondazione) “Il Giglio”, dedita alla riscoperta del pensiero politico tradizionalista napolitano.

Il suo “canto del cigno” è stata la traduzione – questa volta integrale, curata assieme ad altri studiosi – della monumentaleNapoli spagnoladi Francisco Elías de Tejada: lasummae il punto di partenza per ogni serio studio sul periodo imperiale ispanico di Napoli.

Il suo passato politico, il suo continuo lavoro culturale, la squisitezza dei suoi modi hanno attratto nel corso degli anni decine di studiosi (anche di parte avversa), di giovani e meno giovani attivisti politici (che riusciva a sottrarre all’estremismo e all’a-cattolicesimo), di nostalgici di varia natura (che sapeva guarire da sia da uno sterile “borbonismo” quanto da un deleterio attaccamento al fascismo, incompatibile con il tradizionalismo). E sempre con una estrema delicatezza, senza mai imporre ma solo indicando una strada, senza fare comizi ma solo esprimendo considerazioni e riuscendo in tal modo assai più convincente.

Come per i Maestri del Tradizionalismo napoletano del capitolo precedente, anche per Silvio Vitale non si può parlare di una “scuola” in senso stretto, anche se il suo ultimo progetto, purtroppo interrottosi a causa della sua scomparsa, sarebbe stato quello di far nascere un Centro di Studi Storici da contrapporre a similari istituzioni napoletane di impostazione liberale (l’Istituto italiano per gli studi storici fondato da Croce) o giacobina (l’Istituto di Studi Filosofici). Se dunque non esiste una sua “scuola” classicamente intesa, è però indubbio che le persone che hanno ruotato intorno alla rivista da lui diretta, che hanno partecipato ai convegni da lui organizzati, che assistevano alle sue conferenze, che leggevano i suoi libri, hanno potuto apprendere molto e varie di esse sono rimaste in contatto tra loro.

Infine, il rapporto privilegiato che ebbe con la Fondazione Francisco Elías de Tejada e con il suo attuale presidente, l’ultimo allievo del Maestro estremegno, Miguel Ayuso, ha permesso di far conoscere meglio a Napoli il Tradizionalismo ispanico, cioè il Carlismo, inteso non come un semplice ricordo del passato, legato alla mutua collaborazione durante le guerre carliste e la resistenza anti-italiana, bensì come una realtà sempre viva ed attuale, di ispirazione per il futuro.


[1]Sull’argomento, cfr.Francesco Maurizio Di Giovine,Breve storia del Carlismo nella Penisola italica(Solfanelli, Chieti2022).

[2]In prime nozze Ferdinando vii aveva sposato la sorella di Francesco i, Maria Antonia di Borbone-Napoli.

[3]Archivio del Ministero degli Affari Esteri, Madrid. Sezione Storica, fascicolo n. 2.836.

[4]Ivi, Lettera dell’Incaricato di Affari di S. M. il Re del Regno delle Due-Sicilie in Spagna Ferdinando Lucchesi a D. Emanuele González Salmón, Primo Segretario Interino di Stato e del dispaccio per Sua Maestà Cattolica.

[5]Ivi, Lettera di protesta firmata da Ferdinando ii e controfirmata da Antonio Statella (18 Maggio 1833).

[6]Ivi, Lettera scritta da Madrid il 17 Giugno 1833 dal barone Antonini (Incaricato di Affari in Spagna di S. M. il Re Ferdinando ii dalla Due Sicilie) indirizzata alla S. E. Don Francisco di Zea Bermúdez, Primo Segretario di Stato spagnolo.

[7]Sull’argomento, cfr. l’esaustivo saggio di José Ramón Urquijo Goitia,Relaciones entre España y Nápoles durante la Primera Guerra Carlista, Actas, Madrid 1998.

[8]«Il 18 giugno 1847 arrivò a Napoli, sulla fregata francesePanama, Maria Cristina, vedova di Ferdinando vii re di Spagna, sorella di Ferdinando ii, e prese stanza nella real Casina del Chiatamone; fu ricevuta dalla regina madre e dal ministro spagnuolo duca di Rivas. Le guerre civili di Spagna, cui aveano dato luogo il testamento del re, voluto da quella regina, revocandosi la legge salica per intronizzare la figlia di lei Isabella, a danno de’ legittimi dritti del cognato D. Carlos, non poteano essere approvate da Ferdinando ii; quindi Maria Cristina ricevette freddissima accoglienza. Il re, la regina, i conti di Aquila e di Trapani, conoscendo l’arrivo della medesima, per non incontrarla, anticiparono la loro partenza per le Puglie, accompagnati dal tenente generale [Carlo] Filangieri. Per la stessa ragione era partito per la caccia di Persano l’infante di Spagna D. Sebastiano, cognato di Ferdinando ii, uomo colto e valoroso, ex-generalissimo nell’esercito di D. Carlos dopo l’infame tradimento del general Maroto. Maria Cristina, visto che in Napoli era detestata a causa della politica di quel tempo, il 30 di quel mese, partì per Civitavecchia». Giuseppe Buttà,I Borboni di Napoli al cospetto di due secoli, vol. ii, cap. 7. Sebastiano Gabriele di Borbone e Braganza (1811-1875), figlio della Principessa di Beira Maria Teresa, aveva sposato Maria Amalia, sorella di Ferdinando ii.

[9]La grafia del suo nome in catalano è Josep Borges. Per questo, spesso lo si trova citato come José Borges.

[10]Giuseppe Buttà,Edoardo e Rosolina o le conseguenze del 1861, Trabant Brindisi 2011, cap. iii, p. 87.

[11]Jaume Vicens Vives,Rapporti tra l’Italia e la Spagna nel Risorgimento, «Rassegna storica del Risorgimento», 1955, p. 486-487. Va da sé l’assoluta inaccettabilità dell’affermazione «idealismo democratico dell’assolutismo carlista, nello spirito d’un paradosso incomprensibile fuori di Spagna», che dimostra come anche una mente brillante come quella dello storico spagnolo Jaume Vicens Vives, liberale avvicinatosi all’Opus Dei, non sia stata in grado di comprendere (o quanto meno di sintetizzare) l’essenza del Carlismo.

[12]Cfr. Paolo Poponessi,Dixie. Storia italiana della guerra civile americana, Il Cerchio, Rimini 2015.

[13]Tra i possibili nomi che sono stati fatti c’è quello del romanziere Giacomo Marulli (1822-1883), fratello di Gennaro e zio di Troiano.

[14]Le notizie sulle attività militari del Conte di Caserta sono tratte da Gaetano De Felice,Il Re. Note e ricordi, Napoli 1895, edizione anastatica in Idem,Il Re. Alfonso di Borbone Conte di Caserta, a cura di Giuseppe Catenacci e Francesco Maurizio Di Giovine, D’Amico, Nocera Superiore (Salerno) 2013, p. 34-36; cfr. anche Gaetano Fiorentino,Il Conte di Caserta, in «L’Al­fie­re», dicembre 1990 (n. 4 n.s.), p. 2.

[15]Lo Trovatore,Il passato e il presente o Ernesto il disingannato, D’Amico, Nocera Superiore (Salerno) 2017, prefazione S.A.R. Don Sisto Enrico di Borbone, introduzione e cura del testo di Gianandrea de Antonellis, postfazione di Francesco Maurizio Di Giovine; con due scritti inediti di Don Carlo vii e di Francisco Elías de Tejada.

[16]Le virgolette sono necessarie perché, per evidenti motivi di censura – a cui il giornaleLo Trovatoreandava costantemente soggetto, non viene mai citata la passata dinastia, limitandosi l’autore a sottolineare le storture del governo piemontese.

[17]Il Trovatore, editoriale del 4 gennaio 1873.

[18]Ibid.

[19]Tipografia Pontificia ed Arcivescovile dell’Immacolata Concezione, Modena 1875 (in due volumi); Giachetti, Prato 1886 (nel secondo volume della raccoltaRacconti e leggende); Solfanelli, Chieti 2020 (edizione moderna con revisione linguistica a cura di Gianandrea de Antonellis).

[20]L’antitesi perfetta della rivoluzione. Gli scritti sul Carlismo della «Civiltà Cattolica» (1873-1875), a cura di Gianandrea de Antonellis, Solfanelli, Chieti 2019.

[21]Giovanni Martini,Don Pedro di Elisonda. Episodio della guerra dei Carlisti, Solfanelli, Chieti 2021.

[22]Francisco Martín Melgar (Marcos Laguna),Viaje de los Señores Duques de Madrid a Egipto y Palestina, Club di Autori Indipendenti, Castellammare di Stabia (Napoli) 2021, p. 100. Nel 1867, provenendo da Corfù, era sbarcato a Brindisi: non è noto se proseguì via Ancona o via Napoli.

[23]Ivi, p. 13

[24]«Pro Familia», del 10 gennaio 1909. La fotografia è stata riprodotta in Franci­sco Martín Melgar,op. cit., p. 121.

[25]«Non era il regno di Napoli, ma una provincia dipendente da signori che la governavano da Roma, dove la lingua ufficiale era il toscano ed i soldati vestivano uniformi piemontesi. Non era la capitale del primo degli Stati della penisola italiana; non aveva più parlamenti in San Lorenzo, né re nazionali, né leggi proprie, né – ed è quello che più importa – la bella serenità di sapersi portatrice di una missione storica».Francisco Elías de Tejada,La monarchia tradizionale, Controcorrente, Napoli 2001, p. 132.

[26]Ivi, p. 133.

[27]Ivi, p. 138-139.

[28]Ivi, p. 141. Il riferimento è a Tommaso Campanella (cfr.supra, p. 80).

[29]Ivi, p. 142.

[30]Ibid.

[31]Ibid.

[32]Ivi, p. 144.

[33]Ivi, p. 144-145. Come accennato, Silvio Vitale decise scientemente di tradurre l’aggettivohispánicoconspagnolo. Cfr.supra, p. 14-15.

[34]Ivi, p. 145.

[35]Ibid.

[36]Ivi, p. 146.

[37]Ivi, p. 148.

[38]Ivi, p. 150.

[39]Ibid.

[40]Ibid.

[41]Ivi, p. 149.

[42]Ibid.

[43]Ivi, p. 150. Corsivo mio.

[44]Ivi, p. 153.

[45]Ivi, p. 153.

[46]In particolare pubblicando e diffondendo la rivista ciclostilata «All’armi!». Cfr.Il dissenso clandestino 1943-1945 nelle regioni meridionali occupate dagli Anglo Americani, Atti del convegno (Napoli, 8 novembre 1998), Istituto di Studi storici ed economici, Napoli 1998, p. 85-87.

[47]Antonio Capece Minutolo,Il Principe di Canosa e l’epistola contro Pietro Colletta, Berisio, Napoli 1969; Idem,I pifferi di montagna, Controcorrente, Napoli 1998; Idem,Discorso sulla decadenza della nobiltà, Krinon, Caltanissetta 1992; Idem,L’isola dei ladroni, Krinon, Caltanissetta 1993; Idem,Ideario. Massime, opinioni e improperi, Il Cinabro, Catania 1997;Silvio Vitale,Il Pensiero del Principe di Canosa. Le dissertazioni sulla religione, Ed. L’Alfiere, Napoli 1991.

[48]Si tratta del principale Ordine cavalleresco carlista.

[49]Pino Tosca, fra l’altro autore di un interessante saggio sulla storia dei movimenti tradizionalisti nella Penisola italiana (Il cammino della tradizione. Profilo storico del tradizionalismo italiano dagli anni venti agli anni Ottanta, La Terra degli Avi, Modugno [Bari] 1993; ora inIl cammino della Tradizione e altri scritti, Il Cerchio, Rimini 20053), morto prematuramente, volle farsi seppellire con il Rosario e laboinarossa, simbolo della sua adesione al Carlismo.

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