CARLISMO PER NAPOLITANI (VI)

Ringraziamo la Casa editrice Solfanelli per la cortese concessione a pubblicare estratti dal volume Carlismo per Napolitani.
Il saggio completo (p. 168, Chieti 2022) è richiedibile presso il sito della casa editrice
Gianandrea de Antonellis
Una prospettiva per il futuro
Il Tradizionalismo ispanico
In cosa si differenzia il Tradizionalismo ispanico dagli altri movimenti tradizionalisti e in particolare da quello che potremmo definireeuropeo, di marca francese? Essenzialmente per due elementi.
Il primo, a livello operativo, è dato dalla presenza fisica del Re legittimo, figura spesso mancante agli altri Tradizionalismi, che tendono quindi ad essere più frammentati e a perdersi su discussioni teoriche, anziché affrontare questioni pratiche.
È infatti quasi superfluo sottolineare come la presenza fisica del Re legittimo (Carlo v, Carlo vi, Giovanni iii, Carlo vii, Giacomo iii, Alfonso Carlo i, Saverio i, Enrico v) sia incommensurabilmente più adatta a dare forza e coesione a un movimento monarchico rispetto all’adesione più o meno ipotetica di vari candidati che alimentano vane e continue discussioni astratte, creando divisioni che paralizzano l’azione[1].
Parlare di Monarchia senza un Monarca (o senza un Pretendente[2]realmente interessato a riconquistare il Trono e non solo a gestire uno o più lucrosi ordini dinastici) significa dissipare le proprie energie, con il rischio di creare movimenti autoreferenziali (magari autonominandosi Reggenti o altro) e perdersi in discussioni astratte, in genere sulla sola base dellalegittimità di origine, senza tener conto di un altro, fondamentale fattore: lalegittimità di esercizio[3].
E qui siamo arrivati al secondo elemento che caratterizza il Tradizionalismo ispanico: la presenza della legittimità di esercizio; anzi, addirittura la sua prevalenza su quella di origine, che segna il punto di confine tra l’autentica Monarchia tradizionale e la sua degenerazione, l’assolutismo[4].
La questione è fondamentale e ci si può addirittura chiedere se la si possa applicare non alla sola Monarchia classicamente intesa, ma anche a qualsiasi altro tipo di potere sovrano o infra-sovrano (dal vertice della Chiesa alla base della società, cioè alla famiglia).
Va anche detto che la dottrina della legittimità di esercizio, già implicitamente presente nellaChristianitas maior(il Medioevo) e nellaChristianitas minor(la Monarchia cattolica delle Spagne), fu ordinatamente e chiaramente formulata nellaChristianitas minima(il Carlismo)[5]in seguito alla deviazione verso il liberalismo del Re – dinasticamente legittimo – Giovanni iii (1861-1868) ed è stata, in tempi più recenti, applicata in seguito alla deriva socialisteggiante (e poi al riconoscimento della dinastia usurpatrice) da parte di Carlo Hugo, che ha portato la Comunione Tradizionalista a seguire come Re legittimo l’Abanderado de la Tradición, il Portastendardo della Tradizione,Don Sisto Enrico di Borbone, Enrico v.
Quattro passi (non tra le nuvole) per iniziare
Ma la restaurazione di una Monarchia tradizionale è solo un sogno nostalgico destinato a restare tale?
Rimandando a saggi più complessi sull’argomento[6], di cui qui si cercherà di dare una sintesi estrema, quattro sono i punti concreti in cui si può operare per raggiungerla concretamente:Organizzazione corporativa;Vincolo di mandato;Societismo;Monarchia tradizionale.
Naturalmente, ci si rende conto che si tratta di un percorso lungo e che i danni causati dalle passate rivoluzioni e soprattutto dalla mentalità che esse sono riuscite a diffondere capillarmente, non potrà essere eliminato – a meno di interventi soprannaturali, per i quali dobbiamo pregare – nel giro di pochi anni, ma di svariate generazioni.
È però importante mantenere viva la speranza e accesa – e ben in mostra sopra il moggio – la fiaccola della verità, perché tutti possano rendersi conto di ciò che è vero.
Organizzazione corporativa
Una premessa: Prima di parlare della organizzazione corporativa (detta anchedemocrazia organica[7]ocorporativa) è necessario chiarire cosa si debba intendere perdemocrazia.Storicamente indica una forma di governo politico in cui il potere (kraJia, pr. krathìa) è amministrato, direttamente o indirettamente, dal popolo (demoV, pr. dèmos). In effetti, oltre che un tipo di governo, il termine indica un modo di individuare la fonte del potere dal basso (cioè dal popolo) anziché dall’alto (cioè da Dio). Grazie ad un lungo ed abile lavoro di propaganda, il termine è passato anche nel campo morale ed ora indica soprattutto:
- gentilezza: «Mi appello al tuo senso di democrazia per lasciarmi parlare»;
- educazione: «Quanto è democratico!», solitamente a proposito del nobile, del ricco o del potente cosiddetto “alla mano”, che non tratta necessariamente a calci i suoi sottoposti;
- ampiezza di vedute: «Dobbiamo creare una società veramente democratica»;
- docilità o mitezza: «Tizio è meglio di Caio perché è (più) democratico»;
e così via. Di conseguenza si evince chenonessere democratici equivale ad essere:
- maleducati, come ad esempio quando si interrompe continuamente l’interlocutore;
- altezzosi o sussiegosi, ma magari solo non eccessivamente socievoli;
- mentalmente ristretti o non moderni: per esempio riferendosi a genitori che non siano capaci di accettare le idee della figlia in campo di libertà sessuale;
- duri di cuore.
Come si vede, nulla che abbia a che fare con il significato originario del termine. Mancanza di vocabolario sufficiente? Data la vastità della lingua italiana si può sicuramente affermare di no. In realtà il gran numero di significati assunti da un unico termine non è polisemia propriamente detta: in altre parole il terminedemocrazianon significa realmentegentilezzaoppureeducazione, bensì ha assunto tali significati perché si voleva che la gente pensasse alla democrazia come ad una forma di governo delicata, moderna ed in cui non è possibile non essere felici (per questo si ritiene necessario esportare la democrazia – con il conseguente gravissimo caos istituzionale sotto gli occhi di tutti – anche in Paesi del tutto inadatti a questo genere di governo, come Libia o Afganistan).
Siamo quindi di fronte ad un palese tentativo di violentare il linguaggio: infatti, per converso, essere non democratici, cioè preferire la forma aristocratica od oligarchica, comporta l’essere additati come retrogradi, violenti, etc.
Di passaggio notiamo come non abbiamo citato, tra le forme contrapposte alla democrazia, la monarchia, la quale, per un corretto modo di esprimersi, è antitetica alla repubblica, ma non necessariamente alla democrazia (tutte le attuali monarchie europee convivono perfettamente con il sistema democratico)[8]. Dal canto suo anche una repubblica può non essere perfettamente democratica, quando sia il presidente a scegliere il proprio consiglio ed il consiglio a scegliere il nuovo presidente. In questo caso si può parlare didemocraziasolo con riferimento allafontedel potere (idealmente posta nel popolo) e non perché tale potere sia effettivamente esercitato dal popolo stesso.
Dunque in cosa consiste l’organizzazione corporativa?
L’organizzazione corporativa è definita come una organizzazione politico-amministrativa organicistica alternativa ai sistemi liberaldemocratici di democrazia parlamentare e alla dittatura del proletariato marxista[9].
Essa si caratterizza per il particolare sistema elettorale che, anziché basarsi su una elezione generale con seggi aperti contemporaneamente in tutto il Paese, procede per gradi: il consiglio parrocchiale o quello di quartiere elegge non un deputato, bensì un delegato. I vari delegati parrocchiali o di zona eleggono a loro volta un delegato a livello decanale o zonale, che ne eleggono uno a livello comunale, poi provinciale, poi regionale. I vari delegati “finali” scelgono infine il deputato (che non deve essere necessariamente un delegato).
Il sistema apparentemente sembra un po’ farraginoso, ma in realtà questo tipo di elezioni è estremamente più economico di quello dei seggi “ugualitari”, che in Italia sono oltre sessantamila e costano quasi 400 milioni di euro, tra scrutatori, militi, stampa delle schede e materiale vario. Quattrocento milioni a ogni tornata elettorale che potrebbero essere praticamente azzerati con il sistema della votazione, per così dire, piramidale ogerarchica… Adattato al sistema attuale, si eleggono i consiglieri comunali, che eleggono sindaco e consiglieri provinciali, che eleggono quelli regionali, che eleggono i deputati. Ogni elezione avverrebbe all’interno di una riunione del consiglio, senza costi aggiuntivi.
Gli attuali partiti verrebbero praticamente eliminati o riconosciuti per quello che sono, cioè inutili: quando 200 elettori scelgono un loro rappresentante, una persona che conoscono direttamente, non c’è bisogno dell’intermediazione dei partiti. Le formazioni politiche tradizionali, invece, continuerebbero la loro opera di indirizzo. Peraltro, non sarebbe vincolante procedere con un criterio residenziale (parrocchie o quartieri, quindi consigli di zona, etc.), ma i gruppi potrebbero essere formati con un criterio corporativo, magari attraverso gli ordini professionali.
Tale sistema, essendo a costo zero, semplificherebbe il ricambio della classe dirigente: ricostituendo il “vincolo di mandato”, su cui ritorneremo, se il deputato – che rappresenterebbe solo i suoi elettori e non l’intera nazione – si comporta in maniera diversa da quella promessa, lo si può sostituire immediatamente, per volontà di chi lo ha scelto, senza attendere la fine della legislatura. E ciò vale – a scalare – per i consiglieri regionali, provinciali, comunali.
Vincolo di mandato
Abbiamo accennato al vincolo di mandato, cancellato dalla Costituzione della Repubblica degli Italiani, che infatti all’art. 67 recita: «Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato», slegando così la rappresentanza dalla sua stessa natura.
Il vincolo di mandato – con la spada di Damocle del rispetto della parola data e delle promesse fatte – trasformerebbe i deputati da capetti onnipotenti ed intoccabili in attesa della pensione di fine “mandato” (o meglio,carriera), interessati ai giochi di potere e del tutto alieni dai reali interessi di coloro che li hanno votati, in effettivi rappresentanti dei (soli) propri elettori.
Attualmente essi sono considerati “rappresentanti della nazione”, cioè dell’intera popolazione, non del collegio in cui sono stati eletti; quindi si occupano di tutte le questioni possibili e immaginabili a prescindere dalle proprie effettive capacità – e magari erano stati inviati al Parlamento perché si erano impegnati a risolvere, in base a competenze specifiche, un ben determinato problema di un altrettanto ben determinato territorio.
L’attuale sistema elettorale con liste “chiuse”, va aggiunto, esalta il ruolo dei partiti rafforzando l’oligarchia partitocratica (o partitocrazia) a scapito della tanto conclamata e strombazzata “democrazia” e “partecipazione popolare alla vita politica della nazione”.
Invece, con gli attuali sistemi informatici, che possono permettere di monitorare ogni singola partecipazione e ogni singolo voto espresso in Parlamento, sarebbe possibile da parte dei cittadini non solo controllare il comportamento corretto del singolo deputato, ma soprattutto, in caso di deviazione dalle promesse fatte, poterlo rimuovere in tempi brevi e senza ricorrere a complesse (e costose) elezioni generali.
Va detto che il sistema parlamentare democratico senza vincolo di mandato ha sì la caratteristica di far risiedere il potere nel popolo, ma di esautorarlo immediatamente, già all’indomani delle elezioni: il deputato diviene improvvisamente – come se fosse sceso su di lui lo Spirito Santo – un essere onnisciente, ben diverso dalla “vile massa” che lo ha eletto e quindi svincolato da ogni promessa fatta e dall’obbligo di rendere conto del proprio operato.
Fin da subito può cambiare (più volte) partito, appoggiare una proposta di legge che si era impegnato a respingere o viceversa, mostrare una schizofrenia di princìpi senza che gli possa essere rinfacciato alcunché: è nel suo pieno diritto e, con l’attuale legge elettorale che ha abolito le preferenze, è più interessato a compiacere il capo del partito che deciderà in quale posizione di lista assegnarlo alle prossime elezioni, anziché assolvere il compito per cui è stato eletto.
Del resto, con l’attuale sistema elettorale, la pratica dei comizi e del “metterci la faccia” viene superata dal carisma del capo del partito, che diventa quindi il fulcro della competizione elettorale.
Il ritorno all’elezione diretta del deputato – tramite collegi uninominali, ma con il sistema di democrazia organica – e, soprattutto, la sua subordinazione al vincolo di mandato è un elemento fondamentale per ridare la dignità al parlamento e riportare i deputati al corretto ed effettivo ruolo di rappresentanti della popolazione (del proprio collegio).
Societismo
Si è accennato al ruolo che alcune società infra-sovrane – tra cui gli Ordini professionali – potrebbero avere nel sistema elettorale, formando uno dei collegi o sotto-collegi per la scelta del deputato. Questo sarebbe un sistema per dare a tali società un ruolo politico che vada oltre il semplice controllo interno delle attività dei suoi consociati.
In epoca tradizionale, nell’antico regime (da non confondersi con il concetto usualmente legato alla locuzioneancien régime, usata per indicare lo Statoassolutofrancese ante-1789[10]) la vita politica era fondata sulle società infra-sovrane, da quella basilare (la famiglia) a salire, sia da un punto di vista geografico (villaggi, quartieri[11], comuni, valli, province, regioni, Regni[12]e via enumerando), sia da un punto di vista sociale (confraternite, corporazioni[13], Ordini religiosi e cavallereschi, etc.). La degenerazione da antico regime (tradizionale e sociale) adancien régime(assoluto ed antitradizionale) ha portato all’esautoramento di talicorpi intermedie, in alcuni casi[14], alla loro restaurazione fittizia (cioè imposta dall’alto, dallo Stato, e non sorta spontaneamente dal basso).
Per indicare il sistema politico tradizionale, il filosofo e politologo (prima che uomo politico) carlista Juan Vázquez de Mella, ha coniato il terminesocietismo(in spagnolo:sociedalismo), volendo sottolineare l’importanza dellesocietà intermedie(dalla famiglia agli ordini professionali) e il loro ruolo politico attivo nella vita dello Stato. Il societismo
non consiste nel fatto che lo Stato eserciti una tutela sulla società per imporre una struttura coerente e duratura, bensì nel restaurare l’intera società con i suoi organi naturali e la sua vitalità interna. Non consiste nel fatto che il sociale diventi un’ulteriore funzione del potere politico, ma che torni ad essere una realtà più ampia, di fini e organi vari, che racchiuda in sé – e per un certo aspetto richieda – l’autorità civile.[15]
Mella preferì evitare di chiamare tale soluzionecorporativaodorganica, ritenendo che questi aggettivi fossero limitati rispetto al concetto che voleva esprimere[16].
Sicuramente il nome stesso disocialismogli sarebbe andato bene, se non fosse stato illogicamente usurpato da una teoria che, al contrario, rappresenta lo statalismo assoluto, cioè il completo assorbimento della società da parte dello Stato, della struttura sociale da parte di quella politica. Per questo motivo, Mella improvvisò il nome disocietismo[sociedalismo] per questa concezione.[17]
Il fine è quello di restaurare la società con le sue istituzioni naturali e il dinamismo interno che le è proprio, liberandola dalla rigida struttura ufficiale che l’ha soffocata e sostituita. L’aggettivosociale, per Mella, si contrappone astatalee indica tutto ciò che si riferisce alla coesistenza di società e istituzioni autonome rispetto al potere pubblico.
Monarchia
Quando al vertice dello Stato c’è un gerarca superiore depositario della sovranità politica, è facile indicare la fonte del malgoverno, e il clamore generale e la pubblica protesta lo limitano e lo costringono facilmente, obbligandolo nella direzione del dovere. Ma quando il potere è disperso in una collettività e distribuito tra più soggetti, è difficile, se non impossibile, incutere un salutare timore e reclamare contro tutti coloro che hanno contribuito al male. Lo stesso numero fa da scudo al disordine, rende inefficace la minaccia e si presta ad evitare la responsabilità, sviandola sul complesso.[18]
La Monarchia – naturalmentetradizionale(cioè non assoluta),ereditaria,federativa(non centralista) erappresentativa– è la migliore forma di governo. Non soltanto perché così appariva ad Aristotele o a San Tommaso, ma perché, alla verifica concreta della Storia, risulta il sistema più adatto alla maggior parte degli Stati[19].
Le succitate quattro funzioni sono interconnesse tra loro.
Tradizionale
La Monarchia tradizionale si distingue da quella assoluta perché rispetta la tradizione (innanzitutto religiosa e giuridica) del popolo che governa e non si pone al di sopra di essa. Il problema consiste quindi nel recuperare l’autentica tradizione, tenuto conto della violenta e secolare cesura imposta dal sistema post-rivoluzionario. A differenza dei tradizionalisti, i conservatori nutrono una sconfinata ammirazione per l’ancien régimee per la monarchia assolutista, magari citando la frase attribuita a Talleyrand: «Coloro che non hanno conosciuto l’Ancien Régimenon potranno mai sapere cos’era la dolcezza della vita»[20], dimostrando nostalgia per quello che in realtà fu un periodo di decadenza (ancorché raffinatissima) che portò alla rivoluzione francese.
Ereditaria
La bontà del sistema ereditario – al di là della puerile obiezione sull’ipotesi di un Erede incapace (che viene escluso dalla successione) e di un Monarca inabile (che viene sostituito dal Successore o, in caso di minore età di quest’ultimo, da una Reggenza) – risiede:
1) nella completa identificazione degli interessi del Monarca con quelli della Nazione obene comune(cosa impensabile per un altro tipo di capo di Stato): andare contro l’interesse pubblico significa – alla lunga – danneggiare anche l’interesse privato proprio e della propria Dinastia (ereditàmortis causa);
2) nella particolare educazione che il Principe riceve fin dalla più tenera età, venendo formato alla gestione dello Stato (evento impensabile per un presidente della repubblica): fin dalla culla, i Principi imparano il lorocompitodi Rein condizioni in cui nessun altro può apprendere il proprio (ereditàinter vivos).
Federativa
Bisogna distinguere, a questo punto, il federalismo (o meglio la confederazione) di società già esistenti dalla decentralizzazione, che impone dall’alto un frazionamento centralista (cioè si passa dal centralismo statale a quello regionale – come nell’attuale caso italico). In sintesi:
il regionalismo solleva il potere dello Stato da certe funzioni per conferirle alla regione o al municipio; il federalismo, al contrario, conserva ai municipi e agli antichi Regni tutte le loro funzioni e poteri, ad eccezione di quelli esclusivi dello Stato – militari, diplomatici e giudiziari – che assegna a quest’ultimo.[21]
Anche in questo caso è necessario in primo luogo restituire alle società di base il loro naturale ruolo politico: ciò riporterebbe ad una attività dal basso, legata alla realtà e alle effettive necessità della gente comune e non a dare priorità a inesistenti problematiche imposte dall’alto (dalle questioni legate algender– che riguardano a dir tanto il 2% della popolazione – al terrorismo sanitario per una pretesa pandemia che finora ha riguardato solo lo 0,1% della popolazione[22]).
Rappresentativa
«Ulteriore conseguenza dell’autonomismo sociale deve essere il carattererappresentativodella Monarchia»[23]. Il Re deve necessariamente dialogare con le diverse realtà istituzionalmente organizzate che formano la società; deve ascoltare i suoi “Stamenti”, i suoi rappresentanti, deve intendere «i loro bisogni e le loro richieste, richiedere loro il sostegno e la collaborazione necessari»[24].
Il colloquio, il confronto con le reali esigenze della popolazione deve avvenire attraverso le società intermedie e i loro rappresentanti, non attraverso i partiti politici che (come il nome stesso indica) rappresentano esclusivamente gli interessidi una parte(cioè di unafazione).
Come si vede, la Monarchia tradizionale è istituzionalmente più vicina alle esigenze di rappresentatività della popolazione di quanto non potranno mai esserlo le repubbliche sedicenti democratiche, in realtà eredi, nella sostanza, dell’assolutismo più rigido.
Conclusioni
Tradizione, è necessario ribadire,nonè il continuare ad agire come si è sempre agito (perché si può aver agito scorrettamente), bensì il prendere il meglio del passato, adattandolo al momento presente (ricordate l’esempio dell’evoluzione della bicicletta?)[25]ed innestando di volta qualcosa di nuovo che sia nellanaturadella materia trattata (cioè che non vadacontronatura) evitando sbalzi violenti (come invece avvenne con l’imposizione del calendario rivoluzionario giacobino o bolscevico con la settimana di dieci giorni…).
Insomma, per ripetere l’aforisma attribuito a Gustav Mahler: «La tradizione consiste nel conservare il fuoco, non nell’adorare le ceneri».
La naturalezza dei comportamenti crea una tradizione; e la tradizione, a sua volta, è perfettamente in armonia con la natura. È vero che esistono anche tradizioni violente e/o immorali (pensiamo ai sacrifici umani di alcune tribù o etnie), ma esse sono generalmente imposte con la forza e divienenaturaleliberarsene appena se ne ha la possibilità: la cristianizzazione delle Americhe fu realizzata con relativa facilità proprio al fatto che la maggior parte delle tribù locali si schierò dalla parte deiConquistadoresper contrastare l’oppressione degli Aztechi: evidentemente erano ben pochi coloro che apprezzavano tale tradizione precolombiana.
Inoltre la consuetudine – che forma parte della tradizione e che è alla base della formazione del diritto tradizionale – poiché deve essere necessariamente reiterata per un certo lasso temporale, tende ad evitare l’affermarsi di norme contrarie al buon costume, a differenza di quanto può capitare in un sistema assolutistico, quando le regole sono imposte arbitrariamente dall’alto.
In altre parole, il rapporto tra tradizione e natura è molto più stretto rispetto a quello tra natura e assolutismo: la tradizione – ripetiamo – per durare a lungo deve essere conforme alla natura e dalla natura si sviluppa la consuetudine che sfocia nella tradizione.
È dunque necessario far riprendere alle varie società infrasovrane tradizionali i loro ruoli naturali per ricollegarsi a una tradizione che non potrà essere quella, identica e precisa, di secoli fa, ma che da essa riprenderà non la forma, bensì lo spirito. Consideriamo questo dialogo, riportato da un volontario napoletano durante l’ultimaCruzada:
Quando al vecchioRequetédella Navarra, il giovane Falangista della Andalusia rimproverava: «Voi volete vivere come gli uomini del passato! Voi portate dunque nel nostro programma il germe di nuove dissoluzioni!», quello rispondeva: «No, noi vogliamo vivere come i nostri grandi del passato vivrebbero oggi!».[26]
Vivere come i nostri grandi del passato vivrebbero oggi: cioè adattare al momento presente (e in primo luogo alla sua tecnica) lo spirito, al di sopra del tempo, dei grandi del passato. Dunque non sognare carrozze e cavalli, cappelli piumati e abiti stretti da cinturoni da cui pende una spada, pronta ad essere sguainata per questioni di precedenza; bensì utilizzare automobili e motociclette, autobus e tram, treni ed aeroplani, computer ed internet, telefoni e telefonini interattivi… e via enumerando.
E, naturalmente, copricapi meno vistosi, senza armi al fianco, ma con lo stesso fiero spirito pronto a battersi per difendersi – magari con le parole e con gli scritti, anziché con sciabole, picche ed archibugi – con l’orgoglio degli antichi componenti ilTercio Viejo de Nápolese con gli strumenti oggi a disposizione.
In questo risiede il vero senso della Tradizione.
Appendice
Re legittimi delle Spagne
1833-1845 Carlo v (1788-1855), abdica nel 1845
Conte di Molina
1845-1861 Carlo vi (1818-1861) figlio di Carlo v
Conte di Montemolín
1860-1868 Giovanni iii (1822-1887), fratello di Carlo vi
Conte di Montizón
Re legittimi delle Spagne e di Napoli
1868-1909 Carlo vii (1848-1909), figlio di Giovanni iii
Duca di Madrid
dal 1900 Carlo viii di Napoli
1909-1931 Giacomo iii (1870-1931), figlio di Carlo vii
Duca di Madrid
Giacomo idi Napoli
1931-1936 Alfonso Carlo i (1849-1936), fratello di Carlo vii
Duca di San Jaime
Alfonso iii di Napoli
1952-1977 Saverio i di Borbone Parma (1889-1977), Conte di Molina
dal 1936 Reggente della Comunione carlista
Saverio i di Napoli
1977- Enrico v (Sisto Enrico, 22.07.1940-), figlio di Saverio i
Duca di Aranjuez
Enrico i di Napoli
Bibliografia essenziale
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Wilhelmsen Frederick D.,Il problema dell’Occidente e i Cristiani, Solfanelli, Chieti 2021
Indice
Introduzione
La fiaccola sopra il moggio. 7
Precisazioni terminologiche. 13
L’antispagnolismo come categoria risorgimentale. 18
Vari aspetti della napoletanità. 27
La politica religiosa dei Re Cattolici 32
Beato il popolo che non ha bisogno di eroi 34
Napoli e Spagna: storie parallele. 43
Un solo Re, due Regni diversi 43
Un errore borbonico: la Prammatica sanzione (1756) 53
Un errore borbonico: l’abolizione dei Sedili (1800) 56
Un errore borbonico: la mancata Restaurazione (1815) 58
Il diritto napolitano e il diritto rivoluzionario. 60
La leggenda nera antispagnola (e antinapoletana) Tra antirisorgimento ed antispagnolismo 65
Una parentesi sulla tassazione. 70
Un formidabile strumento di propaganda. 73
Permanenza del luogo comune. 80
Radici filosofiche e politiche del pensiero tradizionalista napolitano 87
Storia del Carlismo a Napoli 117
Le posizioni filo-carliste del Regno delle Due Sicilie. 118
Il Conte di Montemolín, Carlo vi 122
L’epopea di Borjes e di Tristany. 123
I Napolitani alla Terza guerra carlista. 126
1873: “Ernesto il disingannato”, il primo romanzo carlista. 128
1875: “I diamanti della Principessa di Beira”,
un altro romanzo carlista. 130
Francisco Elías de Tejada e la rinascita del tradizionalismo napoletano 132
Silvio Vitale, “l’ultimo tradizionalista napoletano”. 137
Una prospettiva per il futuro. 141
Il Tradizionalismo ispanico. 141
Quattro passi (non tra le nuvole) per iniziare. 143
Organizzazione corporativa. 144
Appendice
Re legittimi delle Spagne. 156
Re legittimi delle Spagne e di Napoli 156
1. Francisco Elías de Tejada, Rafael Gambra, Francisco Puy,
Il Carlismo, introduzioni di Miguel Ayuso e Paolo Caucci von Saucken,
2.L’Antitesi perfetta della Rivoluzione. Gli scritti della «Civiltà Cattolica» sul Carlismo (1873-1875), a cura di Gianandrea de Antonellis
3. Melchor Ferrer,Breve storia del Carlismo
a cura di Gianandrea de Antonellis
4. Luigi Previti,I diamanti della Principessa di Beirao
Il volontario di Zumalacárregui
revisione linguistica di Gianandrea de Antonellis
5. Frederick D. Wilhelmsen,Il problema dell’Occidente e i Cristiani, introduzione di Miguel Ayuso
6. Francisco Elías de Tejada,Le radici della modernitàintroduzione di Giovanni Turco
7.La legittimità di esercizio. Scritti di Maria Teresa di Braganza, Principessa di Beira, Carlo VII, Juan Vázquez de Mella, Fernando Polo, Melchor Ferrer, Francisco Elías de Tejada e Rafael Gambra
saggio introduttivo e traduzioni a cura di Gianandrea de Antonellis
8. Rafael Gambra,La Monarchia sociale e rappresentativa
nel pensiero tradizionale
Prefazione di Miguel Ayuso
9. Giovanni Martini,DonPedro di Elisonda.
Episodio della guerra dei Carlisti
saggio introduttivo e revisione del testo teatrale di Riccardo Pasqualin
10. Francesco Maurizio Di Giovine
Breve storia del Carlismo nella Penisola italiana
11. Gianandrea de Antonellis
Carlismo per Napolitani
Fuori collana
Francisco Elías de Tejada,Sardegna ispanica
prefazione di Miguel Ayuso, introduzione di Giovanni Turco, postfazione di Gianandrea de Antonellis
[1]Non è un caso che nell’UMI (Unione Monarchica Italiana) e nel MMI (Movimento Monarchico Italiano) nei primi anni Ottanta dello scorso secolo potessero convivere sabaudi (divisi tra filo-Umberto – allora ancora vivo – e filo-Vittorio Emanuele “iv”), sostenitori del Duca d’Aosta e nostalgici dei Borbone: l’idea monarchica li legava al di sopra delle differenze dinastiche, ma nonostante questo “ecumenismo” (o più probabilmente, proprio a causa sua) il movimento filomonarchico italiano non riuscì ad avere alcun rilievo politico.
[2]Il Tradizionalismo ispanico preferisce non utilizzare il terminePretendente, usato per indicare non chi reclama il Trono senza averlo, bensì chi lo reclama senza averne diritto.
[3]Lalegittimità di origineconsiste nella discendenza da un ramo legittimo, cioè è il diritto ad essere cinto della Corona; lalegittimità di esercizioattiene alla modalità di governo, che deve rispettare i princìpi del diritto naturale incarnato nel modo d’essere di un Popolo ed è il diritto a continuare ad essere cinto della Corona. Sull’argomento, cfr.La legittimità di esercizio. Scritti di Maria Teresa di Braganza (Principessa di Beira), Carlo vii, Juan Vázquez de Mella, Fernando Polo, Melchor Ferrer, Francisco Elías de Tejada e Rafael Gambra, a cura di Gianandrea de Antonellis, Solfanelli, Chieti 2021.
[4]L’assolutismo – come è stato già detto – non è una degenerazione esclusiva del regime monarchico: infatti la rivoluzione francese non risolse tale problema, ma si limitò a spostarlo dalla figura del Re a quella del “popolo”, di volta in volta rappresentato da un’Assemblea, una Costituente, un Comitato di Salute Pubblica, un Direttorio, un Primo Console, un “Imperatore” o, come attualmente (e non solo in Francia) un Parlamento. Cfr., sopra, nota 43 a p. 62.
[5]La definizione diChristianitas maioreminorper indicare la persistenza della Cristianità medioevale nella Monarchia Cattolica ispanica è di Francisco Elías de Tejada, cui Miguel Ayuso ha aggiunto il lemmaChristianitas minimaa suggerire l’ulteriore persistenza, pur numericamente ridotta, degli ideali cristiani medioevali nel Carlismo.
[6]In lingua italiana si consiglia la lettura di: Miguel Ayuso,La costituzione cristiana degli Stati, esi, Napoli 2010; Francisco Elías de Tejada, Rafael Gambra, Francisco Puy,Il Carlismo, introduzioni di Miguel Ayuso e Paolo Caucci von Saucken (2018); Rafael Gambra,La Monarchia sociale e rappresentativa nel pensiero tradizionale(2021); entrambi editi da Solfanelli (Chieti) nella collana di Studi Carlisti. In lingua spagnola, tra i vari, si segnala il già citato saggio di José Miguel Gambra,La sociedad tradicional y sus enemigos, Escolar y Mayo, Madrid 2019.
[7]In realtà il terminedemocrazia organica, caro alla propaganda franchista, è un ossimoro: « On organise pas la démocratie. On ne démocratise pas l’organisation. Organiser la démocratie, c’est instituer des aristocraties ; démocratiser une organisation, c’est y introduire la désorganisation : organiser signifie différencier, c’est-à-dire créer des inégalités utiles ; démocratiser, c’est égaliser, c’est établir à la place des différences, des inégalités, des organisations, l’égalité qui est stérile et même mortelle », come sosteneva Charles Maurras,Le dilemme de Marc Sangnier(1906), Art. vi, § xvii; ora inLa démocratie religieuse, Nouvelles Editions Latines, 1978, p. 113.
[8]C’è però chi, come Vázquez de Mella, le ha giustamente definite “repubbliche coronate”.
[9]Cfr. Matteo Pasetti,Progetti corporativi tra le due guerre mondiali, Carocci, Roma 2006, p. 97.
[10]Sempre ricordando che la rivoluzione francesenoneliminò l’assolutismo, ma si limitò a cambiare il sovrano assoluto spostando le sue prerogative dal Re all’Assemblea, al Direttorio, al Parlamento, etc. Cfr.supra, p. 61-62.
[11]Si pensi ai Sedili o Piazze delle principali città del Regno di Napoli.
[12]Ricordiamo che il Re delle Spagne era innanzitutto Re di Castiglia, di León, di Aragona, di Jaén, di Napoli, di Sicilia, di Sardegna, etc.
[13]Per comprendere il ruolo sociale delle corporazioni, al di là delle problematiche strettamente relative alla vita lavorativa, si consiglia la lettura del romanzoSotileza(1884) di José Marìa de Pereda (trad. it.: Mondadori, Milano 1970): in esso la corporazione dei pescatori si occupa anche di sistemare gli orfani, nella fattispecie l’adolescente Silda, soprannominataSotileza.
[14]Come quelli dei regimi fascista italiano, franchista spagnolo o salazarista portoghese.
[15]Rafael Gambra,La Monarchia sociale e rappresentativa, cit., p. 69.
[16]Cfr.ibid.Ai nostri tempi, per l’uso improprio che ne è stato fatto dal fascismo (che, come detto, impose le corporazioni dall’alto, innaturalmente) si aggiunge un ulteriore motivo per evitare questo termine.
[17]Ibid.
[18]Vázquez de Mella, Articolo su «El Correo Español», 26 ottobre 1889; cit. in Rafael Gambra,La Monarchia sociale, cit., p. 124.
[19]Con le dovute eccezioni, come ricordava il pensatore carlistaFrederick D. Wilhelmsen: «Una Monarchia ereditaria è totalmente in disaccordo con la psicologia e la storia degli Stati Uniti o della Svizzera, per esempio». Idem,Il problema dell’Occidente e i Cristiani, Solfanelli, Chieti 2021, p. 155.
[20]«Ceux qui n’ont pas connu l’Ancien Régime ne pourront jamais savoir ce qu’était la douceur de vivre». La versione originale della frase, per la precisione, suona: «Qui n’a pas vécu dans les années voisines de 1789 n’a pas connu le plaisir de vivre», François Guizot,Mémoires pour servir à l’histoire de mon temps, Michel Lévy, Paris 1858, vol. I, p. 6.
[21]Ivi, p. 143.
[22]Pare che un recente studio abbia dimostrato che si moriva anche prima del cosiddetto “Covid-19”.
[23]Rafael Gambra,La Monarchia sociale, cit., p. 160.
[24]Ibid.
[25]Cfr.supra, nota 17 a p. 47.
[26]Tullio Rispoli,La Spagna dei Legionari, Solfanelli, Chieti 2018, p. 184.


