CARLISMO PER NAPOLITANI I
Ringraziamo la Casa editrice Solfanelli per la cortese concessione a pubblicare estratti dal volume Carlismo per Napolitani.
Il saggio completo (p. 168, Chieti 2022) è richiedibile presso il sito della casa editrice
Gianandrea de Antonellis
Una Hispanidad napolitana?
Dalle reminiscenze linguistiche alle maestosità artistiche, a Napoli la cultura ispanica ha lasciato un segno profondo. Ma non è qui il caso di fare un elenco, che risulterebbe necessariamente incompleto, delle parole di derivazione castigliana in uso nella lingua napoletana o negli altri dialetti dell’ex Regno oppure delle opere d’arte risalenti ai secoli xv-xvii che caratterizzano i suoi palazzi e le sue chiese.
L’influenza ispanica, da Alfonso il Magnanimo (1442-1458) a Carlo ii (o meglio, come Re di Napoli, Carlo v, 1665-1700), dai Trastámara d’Aragona agli Asburgo di Castiglia, è sempre riconosciuta a livello architettonico, urbanistico, artistico, culturale… Invece è negata qualsiasi influenza spirituale o, se la si ammette, è considerata negativa. Anzi, addirittura nefasta.
Da un lato, infatti, il periodo ispanico (usualmente definito spagnolo, con una scelta semantica che può essere dovuta a superficialità oppure a ben precisa volontà di separazione e creazione del “diverso” su base nazionalistica[1]) viene considerato negativamente e ad esso sono attribuiti tutti i mali (o quasi) della Penisola italica, anche a costo di evidenti forzature[2]; dall’altro si nega una qualsiasi influenza positiva sulle popolazioni regnicole e si considera il rapporto tra Spagnoli e Napolitani di totale impermeabilità, quasi fossero acqua e olio. Il simbolo per eccellenza di tale supposta insofferenza sarebbe Masaniello, il tipo di popolano semplice e incorrotto, che capeggia la rivolta contro gli Spagnoli e i loro affiliati, cioè la Nobiltà e la borghesia corrotta dallo “spagnolismo”. Ovviamente, tutte queste affermazioni vengono sostenute senza tener conto che il grido di rivolta di Masaniello e del Popolo era «Viva il Re di Spagna, muoia il malgoverno!». Mi sembra palese che sia difficile definire antispagnola una rivolta avvenuta in nome… del Re di Spagna!
Eppure il pregiudizio è talmente radicato che il termine spagnolismo ha assunto anche il significato – oltre a quello di «termine linguistico derivato dall’idioma iberico», di «gusto del magniloquente nel parlare, del fastoso e dell’appariscente nel vivere; tendenza ad apparire più di quanto si sia, soprattutto economicamente (secondo il modo di vita reputato proprio degli Spagnoli, e da essi trasmesso agli Italiani, durante il loro dominio in Italia)»[3].
L’antispagnolismo come categoria risorgimentale
Questo pregiudizio non nasce casualmente né, tantomeno, spontaneamente: esso viene creato in funzione anticattolica, all’interno della più vasta “leggenda nera” (leyenda negra) ed è utilizzato per fomentare una – altrimenti inesistente – unità politica.
Infatti nella Penisola italica (non c’è alcuna offesa nel chiamarla in questo modo, sottolineando la sua struttura di “espressione geografica”, quale è stata sostanzialmente fino al xix secolo, piuttosto che di Nazione)[4] coesistevano Nazioni diverse (e talvolta contrapposte), che utilizzavano l’italiano (rectius, il toscano) come “lingua franca” e parlavano di Italia con riferimento non all’intera penisola, bensì alla propria terra (fosse essa il Piemonte o Venezia, la Toscana o il Regno di Napoli), magari speranzosi di allargarla e certo di fortificarla, ma non perciò desiderosi di unirla alle altre nazioni italiche[5].
Il termine italico nella sua accezione archeologica si riferisce alle antiche popolazioni che vivevano nella penisola, eccezion fatta per Etruschi ed Italioti (i discendenti dei colonizzatori greci trapiantatisi nella Magna Grecia). Proprio quest’ultimo termine – italiota – è passato da un’indicazione storico-geografica e dalla relativa produzione artistica (soprattutto nel campo della ceramica) all’esprimere, nella lingua corrente, un insulto (come dire: Italiano medio).
Se è comunemente accettato questo secondo (ancorché antipatico) significato, non si vede perché non si possa utilizzare il termine italico nel senso di abitante della Penisola italica, differenziandolo dal concetto di italiano nel senso di persona che si sente di nazionalità italiana. Del resto, in un recente saggio, uno studioso filorisorgimentale[6] utilizza (a mio avviso in perfetta coerenza) il termine italiano per identificare i fautori dell’Italia unita (non importa se nati e/o vissuti a nord o a sud del Garigliano), sostenendo implicitamente che gli altri, i fautori di un’Italia federale o divisa, non fossero veri italiani, quantunque anch’essi nati nella penisola. Ed è difficile non dargli ragione: l’italianità non è dunque una semplice questione di nascita geografica (iure solis) o di discendenza genealogica (iure sanguinis), bensì di appartenenza (o identità) politica, di elezione spirituale.
Come l’ispanità.
È stato usato, a proposito dell’opposizione armata all’Unità il termine guerra civile italico-italiana[7]. Anche questa mi sembra una ottima soluzione semantica: distinguere coloro che sono nati in Italia (espressione geografica) ma non se ne sentono politicamente parte (pur facendone parte culturalmente), cioè Italici ma non Italiani, da coloro che invece si sentono profondamente, intimamente Italiani. Se ai nostri giorni il discorso risulta non immediatamente comprensibile (e accettabile) a causa della cesura apportata dal Fascismo (che, come abbiamo accennato[8], ha realizzato – sia pure per breve tempo – una quasi totale identificazione Stato-Nazione, peraltro dissoltasi come neve al sole negli ultimi anni di guerra[9]), all’inizio del processo risorgimentale, la separazione tra le varie nazioni italiche era tanta e tale che era necessario creare (ex nihilo) un concetto di italianità partendo da un “altro da sé”.
E quale strumento più efficace che utilizzare la leggenda nera antispagnola già in atto, collegandosi alla propaganda illuministica antireligiosa? La Spagna dei Re Cattolici, «martello degli eretici, spada di Roma, luce di Trento, culla di S. Ignazio»[10] era l’obiettivo perfetto di una mentalità nel Settecento spiritualista e illuminista, nell’Ottocento positivista e risorgimentale: ambedue visioni sostanzialmente anticristiane e di matrice massonica.
Volendo cercare un “nemico esterno” – elemento fondamentale per far nascere un sentimento nazionalista su base negativa, laddove manchino elementi positivi su cui fondarsi – ed immaginando una Italia che non era mai riuscita ad unificarsi per colpa dell’oppressione straniera e papalina (dando quindi per scontata una volontà popolare unitaria – nella realtà invece inesistente, essendo gli unitari una ristretta élite) si sarebbe potuto trovare un eccellente nemico nella Francia oppure – a partire dal Settecento – nell’Inghilterra, due nazioni che effettivamente raggiunsero una notevole influenza nella Penisola finalizzata al mero sfruttamento, ottenuto anche attraverso una sorta di divide et impera. Ma Francia e Inghilterra avevano – agli occhi dei propagandisti risorgimentali – il “pregio” di una politica religiosa tutt’altro che cattolica e, di conseguenza, non erano adatti a svolgere il ruolo di nemici da esecrare (oltre ad essere potenziali alleati nelle immediate contingenze). La Spagna, invece, era percepita come distante e poco pericolosa[11] e pur essendo retta (dal 1833 in poi) da una dinastia liberale, si prestava perfettamente a fungere da bersaglio per quanto aveva operato in passato.
In più, la parentela tra la Casa regnante spagnola e quella napolitana ne faceva un obiettivo ideale. E così, il Risorgimento italiano, unico caso di unificazione nazionale fatto contro e non in nome della religione del popolo[12], nasce in nome di una pretesa lotta allo “straniero”. Di conseguenza:
L’antispagnolismo risulta congenere alle origini stesse dello Stato nazional-liberale, nel suo costituirsi come realizzazione ideologica che, attingendo al modello elaborato non solo dalla Rivoluzione francese ma anche dal liberalismo inglese, e dando compimento al movimento inaugurato dalla Riforma protestante, costituisce uno sbocco della modernità.
In sostanza, l’antispagnolismo costituisce un capitolo di una dialettica oppositiva che segna il passaggio dall’ecumene della Christianitas (ancora difesa dall’impero di Carlo v e dalla monarchia dei suoi successori ispanici) all’Europa dei poteri e delle nazioni (disegnata dalla pace di Augusta e di Westfalia, e dai Trattati di Utrecht e di Rastadt, fino agli sviluppi del secolo xix). Insomma la polemica antispanica non ha carattere particolare (o “nazionale”), ma ha connotazione “categoriale”. Piuttosto che riguardare uno Stato o un popolo, ha come obiettivo un “cosmo storico”.[13]
In conclusione:
L’antispagnolismo è funzionale a tracciare una linea di demarcazione tra due modelli di civiltà: quella della Riforma e quella della Controriforma, quella dei Lumi e quella della Tradizione, quella dell’Europa e quella della Cristianità.[14]
Filo-ispanità napolitana
A fianco del profluvio di propaganda anti-ispanica permane a Napoli un, pur minoritario, sentimento filo-ispanico: esso è dato dalla coscienza storica di quanto di positivo è avvenuto nel periodo in cui Napoli era parte delle Spagne; dalla coscienza culturale che considera la produzione artistica del Siglo de Oro napolitano come strettamente legata alla vita ispanica.
L’imprescindibile, monumentale saggio di Francisco Elías de Tejada nel campo del pensiero politico[15], che enumera centinaia di autori; l’analisi di Francesco Abbate in quello dell’arte[16], in cui si dimostra lo splendore napoletano pur in un periodo di decadenza – a livello europeo – come il Seicento[17]; i vari studi sulla scuola musicale napoletana[18] e le molte riprese di suoi lavori ai nostri tempi; o anche una semplice passeggiata lungo le strade, affacciandosi nelle chiese, nei musei e nelle biblioteche di Napoli e di tante altri città dell’ex Regno, possono dimostrare, nonostante tutti i tentativi di propaganda ostile, l’estrema ricchezza della produzione architettonica, urbanistica, artistica, letteraria, saggistica, drammaturgica, musicale… in una parola, culturale, del tanto denigrato periodo spagnolo (che – ripetiamo – sarebbe molto più corretto definire imperiale).
In questo periodo, anziché essere una lontana «terra di frontiera» sfruttata esclusivamente in funzione di «barriera antiturca»[19], come è stata definita dalla propaganda risorgimentale, Napoli, «privilegiata dalla natura e amata dai suoi re», costituiva invece «la più bella gemma della corona delle Spagne, autentica meraviglia di splendore il cui solo nome rappresentava la felicità sulla terra»[20].
Chi cancella il proprio passato, non merita un futuro: ammesso – e non concesso – che quel passato non possa ritornare (non nella forma, evidentemente, ma nei princìpi)[21] è assurdo voler cancellare il proprio passato – abbattendo croci in nome della Legge… della memoria storica (!) in Spagna o lapidi e monumenti eretti dal Fascismo in Italia – oppure volendo negare l’eredità culturale che ha legato per secoli il Regno di Napoli alla Corona dei Re Cattolici. Una eredità di cui si dovrebbe andar fieri, soprattutto una volta che – realizzata e consolidata l’unità d’Italia – non è più necessario calunniare una delle migliori Dinastie (se non direttamente la migliore) che abbiano cinto una Corona italica per giustificare l’usurpazione di una mediocre casata francese come i Savoia e l’imposizione di uno Stato unitario di matrice rivoluzionaria. A meno che questo Stato non si senta tanto debole da essere tuttora terrorizzato da fantasmi non del Novecento fascista o dell’Ottocento borbonico (il che comunque è già grave di per sé), ma addirittura di mezzo millennio fa!
Se non l’Italia, almeno Napoli non deve aver paura del proprio passato ispanico. Anzi, dovrebbe riconoscere la propria ispanità e gloriarsene, come è logico, anziché vergognarsene.
I re di Napoli, che sono i re di tutte le Spagne, lottano contro l’Europa[22] e il regno accorre alla chiamata dei suoi re. I reggimenti napoletani di Camillo del Monte assediano Amberes nel 1585, Geronimo Carafa, marchese di Montenero, difende nel 1597 la piazza di Amiens contro gli assalti francesi, Carlo Spinelli combatte a Praga nel 1620, Lelio Brancaccio si rende famoso sulle sponde del Reno, Gerardo Gambacorta guerreggia contro il Piemonte, Giovan Vincenzo Sanfelice, conte di Bagnoli, si batte contro gli olandesi in Brasile. Chi legga Il genio bellicoso di Napoli di Raffaele Maria Filamondo noterà quanto sia inoppugnabile che Napoli, dal punto di vista militare, sia stata antieuropea, al completo servizio dei suoi re. […]
Identico atteggiamento investe il campo del pensiero, come vedremo nel corso di questo studio. Radicalmente nemico dell’Europa, il Regno di Napoli affina le caratteristiche della sua personalità in tutti i campi, in armonia con il carattere federativo delle Spagne, e nella letteratura assistiamo durante il secolo xvii alla primavera degli scrittori in lingua napoletana: Giambattista e Domenico Basile, Giulio Cesare Cortese, Filippo Sgruttendio di Scafati, Giambattista Valentino, Andrea Perrucci, Masillo Reppone, Gabriele Fasano, Giancola Sitillo, Ferdinando Boccosi, Santillo Nova, Arnoldo Colombi, Giacomo Antonio Palmieri, Niccolò Capasso, sono la nutrita coorte che afferma nell’ambito delle belle lettere la personalità storica del Regno di Napoli, messe matura della buona seminagione sparsa da Fernando il Cattolico e irrorata dai suoi successori.[23]
La presenza di soldati napoletani in vari Tercios ispanici[24], in cui si distinsero a tutti i livelli[25]; l’appoggio economico liberamente concesso alla Corona per la lotta nelle Fiandre (anche quando si criticavano ferocemente, come nel 1647 al tempo di Masaniello, le modalità con cui raccogliere tali somme)[26]; il costante interscambio politico e culturale con il mondo iberico, fatto di artisti napolitani operanti in Spagna[27] e artisti spagnoli presenti a Napoli[28] e nel Regno (da Cervantes a Quevedo) o addirittura “napoletanizzati”, come avvenne con il valenziano Jusepe (o José) de Ribera, detto lo Spagnoletto (1591-1652), è indicativa di un comune sentire, non certo dell’imposizione di “conquistatori”.
Comune sentire che viene spezzato quando cinque successive fratture determinano il passaggio dalla Cristianità all’Europa, dal mondo medioevale (o quello che ne sopravviveva nelle Spagne) alla “modernità” (in senso assiologico e non cronologico)[29]:
La Cristianità muore nelle terre dell’Occidente per far nascere l’Europa, quando questo organismo sociale si rompe tra il 1517 ed il 1648 in cinque fratture successive. Sono cinque fasi del parto e della nascita della Europa, cinque pugnali nella carne storica della Cristianità, e cioè:
- la rottura religiosa del luteranesimo,
- la rottura etica del machiavellismo,
- la rottura politica del bodinismo,
- la rottura giuridica dell’hobbesianesimo,
- la rottura sociologica che fa divenire realtà effettiva la rottura definitiva del corpo mistico politico cristiano con la firma dei trattati di Westfalia.[30]
La gravità della nascita dell’Europa (in senso cultural-ideologico e non geografico) è causata dalla sua incompatibilità con la Cristianità, per cui l’espandersi dell’una rende necessaria la diminuzione, fino all’annullamento dell’altra. Francisco Elías de Tejada individua la fase culminante di questo processo tra il 1517 e il 1648, precisando che le fasi di questo processo portano da una Christianitas maior (la Cristianità medioevale) a una Christianitas minor (le Spagne cattoliche); e si può proseguire il discorso fino ad individuare l’attuale Christianitas minima rappresentata dal Carlismo[31].
Un discorso simile si potrebbe fare con la napoletanità, almeno con la napoletanità ispanica – cioè, se non l’autentica, la più elevata – che è incompatibile con l’italianità: si potrebbe individuare tra il 1799 e il 1870 un periodo in cui una serie di eventi porta alla creazione dell’Italia (in senso politico-ideologico e non geografico) – eventi per altro preparati da un secolo di mentalità illuministica ed assolutistica (e quindi antitradizionale). Ma su di essa è necessario operare un distinguo.
Vari aspetti della napoletanità
È mai esistito un pensiero che si possa dire napolitano? Sicuramente: anzi, non solo è esistito in passato, ma si può ben dire che esista tuttora. Per la precisione, ne esistono vari: possiamo infatti contare almeno un pensiero napolitano “infranciosato” o francesizzante (progressista), uno anglicizzato (moderato) e pure uno più autonomo, che potremmo chiamare tradizionale o napolitano-ispanico. E non dobbiamo dimenticarne un quarto, che definisco plebeo o acerrano, per la sua somiglianza al querulo personaggio di Pulcinella.
Chiarisco il punto: definisco questi vari pensieri napolitani in quanto provenienti dal (o dall’ex) Regno di Napoli; poi aggiungo una specificazione, per distinguere le varie – distanti e incompatibili – correnti.
Partendo dal pensiero acerrano, esso è caratterizzato dal vuoto nostalgismo e dal vittimismo, due dei mali peggiori di un certo attuale meridionalismo, purtroppo tanto radicati da impedire una effettiva rinascita del Sud, perché portano al lassismo, alimentando l’autocommiserazione e l’autoconvincimento che, sempre e comunque, ogni impresa al Sud (calcio compreso o addirittura in primis) sia destinata a fallire a causa dei disegni distruttori del Nord. Di conseguenza, anziché rimboccarsi le maniche, «armarsi e combattere l’oltraggiosa fortuna» si preferisce “andare sul sicuro” e farsi cullare dall’assistenzialismo. Molto spesso i nostalgici lo sono quasi esclusivamente del periodo borbonico: per essi la civiltà a Napoli è arrivata con Carlo, che chiamano iii anziché vii, ed è finita con Francesco ii a Gaeta, come se non fosse esistito niente prima e come se le cause della decadenza del Regno non fossero da cercare in primo luogo in alcune discutibili scelte della dinastia di origine francese (dall’accettazione dell’imposizione europea di separare le Corone di Napoli e di Spagna all’abolizione dei Sedili, dalla ricezione del Codice Napoleone al costante perdonismo concretatosi nella suicida politica dell’amalgama) e soprattutto che non si rendono conto che l’indipendenza (teorica: di fatto ci fu una subordinazione alla Gran Bretagna) non fu un traguardo positivo, essendo congiunta alla debolezza: cioè non si comprende che è meglio essere secondi in un grande Impero che primi in un piccolo Regno…
Il pensiero napolitano infranciosato, in quanto influenzato dalla cultura giacobina di provenienza francese, prima illuministica e poi rivoluzionaria, è invece ferocemente antiborbonico: sono i nipotini di Eleonora Pimentel Fonseca, che vivono ogni giorno come se fosse il 23 gennaio del 1799. Ciò li porta a snaturare la storia, a partire dalla toponomastica cittadina, che piange costantemente i giacobini giustiziati a Piazza del Mercato, facendo di quelle cento esecuzioni capitali il perno di tutta la storia della Città (che identifica con il Regno) e addossando alla reazione borbonica tutti i mali presenti, come se quei cento avessero rappresentato il gotha esclusivo della cultura napoletana e come se i giacobini (tra invasori francesi e collaborazionisti napoletani) non avessero massacrato diverse migliaia di “cittadini”: non solo rozzi e incolti lazzari, ma anche rappresentanti della borghesia tanto esaltata dall’Istituto di Studi Filosofici.
Il pensiero napolitano anglicizzato, liberale ed “aperto” alle innovazioni moderniste, viste come positive e necessarie, è il pensiero di chi del periodo borbonico ammira solo il lato estetico, ma è pronto ad apprezzare l’unità italiana; che magari desidera entrare nell’Ordine Costantiniano, ma non rinuncerebbe ad una onorificenza sabauda o repubblicana, oppure che apprezza Carlo (rigorosamente definito Terzo) per l’aspetto “illuminato”, poiché prima (vale a dire nel periodo ispanico) c’era solo barbarie e asservimento. Gli “anglofili”, moderati e/o conservatori, sono sostanzialmente interessati più al futuro che al passato (come se ci potesse essere un futuro senza passato) e quindi sostanzialmente indifferenti a discussioni viscerali sulle problematiche storiche: tra di essi ci possono essere filo-borbonici o filo-giacobini; un giorno possono esaltare l’illuminismo napoletano e quello seguente la politica economica di Ferdinando ii; riconoscere lo splendore del periodo artistico “spagnolo” oppure rammaricarsi per la mancata concessione della Costituzione. Non c’è contraddizione, perché l’approfondimento storico-filosofico viene considerato quantomeno secondario, se non addirittura superfluo. Si comportano, quindi, un po’ come il Principe di Moliterno, che nel gennaio del 1799 si propose come capo dell’esercito popolare e poi tradì lo stesso popolo, perché i giacobini riuscirono facilmente a convincerlo, non avendo egli basi teoriche solide[32], finendo con il bombardare i Napoletani da Castel Sant’Elmo. Ecco perché, laddove potessero decidere, riterrebbero inutile modificare i nomi di alcune vie o spostare alcune statue: l’importante è pensare allo sviluppo economico futuro, non “gingillarsi” nella sterile contemplazione del passato…
Infine c’è un pensiero napolitano-ispanico (o imperiale), che potremmo più semplicemente definire tradizionale, che si lega al periodo aureo di Napoli, quello in cui vigeva l’unione personale della Corona con quella del Re delle Spagne, quando – come ricordato – Napoli era la prima città di un Impero «su cui non tramontava mai il sole», quando importava cultura, anziché limitarsi ad esportarla (importazione che continuò ad avvenire, va sottolineato, anche nel periodo borbonico); quando contribuiva a fare della Monarchia cattolica la «evangelizzatrice di mezzo mondo, martello degli eretici, luce di Trento, spada di Roma», come già detto[33].
Questo pensiero, di matrice cattolica ortodossa (in particolare tomista), che ha i suoi campioni negli scrittori cinque-seicenteschi (Francesco Lanario, Ottavio Sammarco, Giulio Cesare Capaccio, Giulio Antonio Bracalasso, etc.), non si è esaurito alla fine del Seicento ma, con caratteristiche simili nella sostanza, è continuato nei secoli successivi, giungendo fino ai giorni nostri.
Tale pensiero, fondato sul binomio «Trono ed Altare», è cattolico, monarchico tradizionale (cioè non assolutista) ed aristocratico; sostiene la necessità di subordinare la politica alla morale naturale (anziché svincolarla da essa, come pretendeva Machiavelli) e afferma come necessaria l’unità religiosa (cioè il riconoscimento del cattolicesimo come Religione di Stato).
Esso è continuato anche dopo il periodo imperiale e tra i maggiori rappresentanti possiamo annoverare nel Settecento Giovan Battista Vico (1668-1744) e nell’Ottocento Antonio Capece Minutolo, Principe di Canosa (1768-1838). Ma su questo argomento sarà necessario un ulteriore approfondimento.
* * *
Tornando al xviii secolo, illuminista e francesizzante (e quindi assolutista), Napoli, essendo pienamente ispanica, andava deispanizzata. E ciò avvenne con il distacco dalla Corona ispanica (peraltro già infranciosata con l’arrivo di Filippo v)[34].
Sintetizza Francisco Elías de Tejada:
Se non che l’Europa vinse le Spagne e Napoli fu vinta dall’Europa. Quando le nazioni europee vittoriose imposero lo smembramento delle Spagne vinte e lo svolgersi fatale degli eventi portò sui troni ispanici francesi europeizzati, Filippo v in Castiglia e Carlo iii nelle Due Sicilie, ciò per Napoli significò la fine delle Spagne. L’introduzione dell’assolutismo astratto, enciclopedista, “rinnovatore” ed europeizzante fu la formula imperante nell’Europa del xviii secolo sotto l’egida francese, formula che l’Europa vittoriosa ci impose.
Ma con essa uccisero lo spirito nazionale di Napoli […]. I forestieri intrapresero la deispanizzazione del regno. Un genovese, Paolo Mattia Doria, inizierà la leggenda nera della menzogna, della calunnia e dell’incomprensione. Un pisano, Bernardo Tanucci, condurrà la campagna europeizzatrice ponendosi a fianco del francese Carlo iii.
Così le riforme materiali e amministrative si risolsero nella morte spirituale del regno. Europeizzata, Napoli è un corpo senz’anima. […]
Il fatto che sedevano fisicamente in Napoli re soltanto napoletani comportò di fatto la fine del regno sul piano spirituale, perché i re delle Spagne avevano governato come Napoletani benché fisicamente risiedessero lontano, mentre ora un francese intraprendeva a Napoli una politica europea[35].
Il rinnegamento della Napoli autentica fu per i napoletani una sorta di follia collettiva, fu come se, con l’uscita dalla confederazione delle Spagne, l’anima e la cultura patria avessero perduto la loro ragion d’essere.[36]
La politica religiosa dei Re Cattolici
La politica estera e interna dei Re Cattolici, improntata alla difesa della Fede e alla conseguenziale carità nei confronti dei più bisognosi, trovò nel Regno di Napoli pieno consenso. La nascita di congregazioni religiose come i Teatini (1524) e i Caracciolini (1588), non a caso fondate da aristocratici[37], finalizzate alle “missioni interne” ed al sostegno ai più bisognosi[38]; e quella dei numerosi “Monti” di fondazione privata[39], scaturisce dalla mentalità feudale ampiamente diffusa nel Regno. Per fare opere caritative bisogna, infatti, avere disponibilità e tempo sufficienti; ma bisogna soprattutto avere una mentalità disposta a donare. La mentalità protestante, in particolare calvinista, è poco o per nulla disposta ad aiutare chi è bisognoso. Infatti, mentre per un cattolico un uomo povero è innanzitutto un pover’uomo che va aiutato ad uscire dalle difficoltà in cui si trova, al contrario per un calvinista un povero è un segnato da Dio, un malvagio punito per i suoi peccati, poiché la ricchezza raggiunta in terra è segno della predestinazione ad entrare nel Regno dei Cieli…
Oltre che al vero cattolico, la predisposizione ad aiutare il prossimo è (o almeno dovrebbe essere) connaturata anche al feudatario, che ha come propri obblighi non solo quelli nei confronti del Re che lo ha investito (riscossione delle tasse e sostegno militare), ma anche verso la popolazione che gli è soggetta (amministrazione della giustizia e mantenimento della pace): l’Obsequium Pauperum (per mutuare il motto dell’Ordine di San Giovanni di Gerusalemme) segue ed è legato alla Tuitio Fidei, alla difesa della Fede (sia essa di tipo militare nelle Fiandre o a Lepanto, oppure pacifica nelle missioni estere o in patria); la Carità segue la Fede: la segue e ne consegue. Non si può infatti leggere: «Perché ebbi fame e mi deste da mangiare; ebbi sete e mi deste da bere; fui straniero e mi accoglieste; fui nudo e mi vestiste; fui ammalato e mi visitaste; fui in prigione e veniste a trovarmi. […] In verità vi dico che in quanto lo avete fatto a uno di questi miei minimi fratelli, l’avete fatto a me» (Matteo 25:35-36,40), senza essere spinti a metterlo in pratica.
Una società aristocratica e cattolica è quindi naturalmente più propensa alla generosità di quanto lo sia una società borghese e calvinista; e nessuno mette in dubbio che la Napoli ispanica sia più vicina allo spirito aristocratico cattolico di matrice feudale ispanico (ancorché molti studiosi considerino questi elementi in senso fortemente critico) rispetto allo spirito imprenditoriale “mitteleuropeo” invece presente nel Nord della Penisola (non a caso si è parlato di “calvinismo lombardo”).
Una società che dà maggiore importanza a ciò che si è rispetto a ciò che si ha potrà forse o presumibilmente svilupparsi (dal punto di vista economico) con maggior lentezza, ma dovrebbe assicurare una migliore vivibilità. E questo modo di essere rappresenta un ben determinato “stile” che è l’elemento caratterizzante l’essenza di un popolo, essenza che non consiste (in senso materiale) nel semplice retaggio di un passato comune, né (in senso spirituale) nell’astratto progetto di vita condiviso da più persone, bensì appunto in uno “stile”, realmente incarnato in una popolazione e da essa vissuto, come ben spiega Manuel García Morente nel suo Idea dell’Ispanità:
In che consiste l’Hispanidad? Cos’è questa Spagna, identica e diversa lungo i secoli? In che consiste questo “essere” dell’ispanico, a cui la storia della Spagna si subordina da un capo all’altro del suo lungo viaggio? In questo scritto ci siamo proposti appunto di rispondere – con maggiore o minore esattezza – a queste domande. È il tentativo di catturare in parole e concetti, qualcosa, almeno, di questa essenza impalpabile che chiamiamo Hispanidad.[40]
Per García Morente la Hispanidad, caratterizzata da un cattolicesimo tradizionale, si estende a tutti i popoli che vissero sotto le Spagne anche al di fuori della Penisola iberica, quindi compreso il Regno di Napoli, instillando in essi uno stile che si identifica con quello del Cavaliere cristiano (e che può essere universale).
Beato il popolo che non ha bisogno di eroi
La frase di Bertold Brecht, messa in bocca a Galileo, in originale suona: «Unglücklich das Land, das Helden nötig hat», «Sventurata la terra che ha bisogno di eroi»[41] ha un chiaro significato pacifista ed è contrapposta a quella, recitata poche battute prima dal personaggio di Andrea Sarti: «Sventurata la terra che non ha eroi!». Sulle intenzioni dell’autore, nulla quaestio.
Sul significato della frase, estrapolata dal suo contesto e ripetuta nella forma del titoletto, Beato il popolo che non ha bisogno di eroi, bisogna invece ragionare un attimo, perché può essere condivisibile, purché rettamente intesa. Proviamo, infatti, a modificare alcune parole, lasciando inalterati i cardini (beato e bisogno) e pensiamo al concetto di «beata la famiglia che non ha bisogno di cibo». Escludendo che abbia raggiunto un tale distacco dalle necessità materiali da permetterle di poter fare a meno dell’assunzione di alimenti (generalmente, quando ci si abitua a non nutrirsi, si rischia di far la fine dei cavalli di Monsignor Perrelli, che sventuratamente morirono proprio dopo essersi abituati a non mangiare!) è chiaro che la beatitudine a cui si fa riferimento non è quella eterna, bensì quella della sazietà: beata la famiglia che non ha bisogno di pane, perché ne ha già avuto abbastanza, e quindi non necessita di ulteriore nutrimento.
Così, il popolo che non ha bisogno di eroi, evidentemente, ne ha già a sufficienza. È chiaro che i progressisti interpretano la frase nel senso – peraltro coincidendo con l’intenzione di Brecht – per cui è bene liberarsi dal bisogno di avere eroi, perché se ne può fare a meno, come si dovrebbe fare a meno della carne secondo i vegetariani, dei latticini secondo i vegani, del sigaro secondo i salutisti e della tauromachia secondo gli animalisti. Ma gli stessi progressisti amano poi incensare i propri eroi: dalle ottocentesche suffragette inglesi che si immolavano alle corse facendosi travolgere dal cavallo preferito di Sua Maestà britannica – peraltro uccidendo così anche l’innocente animale, del tutto ignaro delle richieste democratiche della “eroina” in questione – alle novecentesche pasionarie che uccidevano fantaccini nella maggior parte dei casi rei soltanto di militare sotto una bandiera diversa dalla propria; dalle isteriche femministe degli anni Settanta alle altrettanto disturbate ambientaliste del Duemila. Per non parlare della difesa dell’aborto, che anch’essa ha le sue eroine (che insegnavano alle madri a disfarsi con una pompa di bicicletta del proprio nascituro, ma che mai e poi mai avrebbero assistito alla feroce crudeltà di una corrida!) e della sostituzione del virile (e maschilista) sigaro con una più accomodante “canna” di marijuana. Cambiare l’epiteto del “personaggio” da eroe o eroina (di sapore militarista)al più neutro icona non nasconde la necessità (anche per le cause più perverse, anche per le menti più progressiste) di avere un punto di riferimento che chi non ha paura delle parole preferisce continuare a chiamare eroe, continuando a considerare fortunata la terra che non ne necessita, solo perché già ne possiede a sazietà (caso peraltro, almeno al presente, assai raro, se non inesistente).
Estremamente indicativo è il fatto che i nostri degenerati tempi abbiano fatto assurgere l’eroe sportivo a sostituto del guerriero e non è un caso che, nel linguaggio giornalistico, si faccia gradissimo uso della terminologia militare, soprattutto nel calcio e negli sport affini (dalla pallacanestro al rugby): pensiamo ai termini attacco, contrattacco, assedio (dell’area avversaria), difesa, bunker, barricate, cannonata, bombardamento, bomba (che nella pallacanestro indica il tiro da tre punti), bomber, etc.
La Spagna più nobile (e con essa il mondo strettamente ispano-americano) ha mantenuto l’arte della corrida, della tauromachia, nelle sue varie modalità (non necessariamente cruente)[42], ma che oppongono l’uomo (essere debole, ma razionale) al toro (dalla forza incommensurabile, ma privo di raziocinio), con effettivo rischio della vita che per certi versi giustifica l’esaltazione dei seguitori di un torero più di quella dei fanatici (o fan) di un funambolo del pallone…
Insomma, c’è sempre bisogno di eroi e, ripetiamo, anche il progressismo, nelle sue diverse metamorfosi, si è sempre avvalso di essi, dagli “eroi” (che ancora venivano chiamati così) del risorgimento a quelli della “liberazione” partigiana, dalle “icone” della contestazione sessantottina a quelle dell’ambientalismo, dell’antiproibizionismo (ligi al pur contraddittorio motto proibito proibire!) e del femminismo (pardon, parità di genere). Però – e a maggior diritto – anche chi si fa ancora guidare dalla retta ragione ha bisogno di eroi, che non necessariamente debbono essere militari, ma possono operare attraverso l’eroismo della santità o quello delle lettere.
I “maestri” del pensiero, i punti di riferimento della letteratura, della musica, della pittura, della scultura e delle altre arti; ma soprattutto i santi e i beati della Chiesa cattolica sono altrettanti eroi degni di essere considerati esempi da seguire e di cui venerare la memoria.
A questo punto è interessante notare come una certa parte politica degli anni passati (quelli dal dopoguerra fino ai nostri giorni) abbia avuto un disperato bisogno esplicito di eroi – a differenza di quello implicito e mascherato dietro il tifo sportivo della stragrande maggioranza della popolazione mondiale. Mi riferisco in particolare alla cosiddetta “galassia neofascista”, soprattutto a quella della Penisola italiana.
Ridestatosi dal sogno mussoliniano[43], gran parte del neofascismo italiano – soprattutto i più giovani – si gettò nell’ammirazione di un particolare corpo militare: le Waffen-SS, che avevano la caratteristica di essere internazionali (quindi non esclusivamente tedesche)[44] e prive di quegli ambigui connotati esoterici che caratterizzavano l’ordine nero. Tuttora esiste una casa editrice italiana che continua a sfornare libri su tutte le divisioni di questo corpo e i loro stemmi sono stati ampiamente adottati come proprio simbolo da vari gruppi di estrema destra[45].
Sicuramente su tali scelte ha influito la vicinanza cronologica che compensava quella geografica (e spesso anche ideologica), il fascino estetico esercitato dalle ricercate divise naziste, nonché dalla cultura germanica antica (poco o nulla studiata a scuola e quindi non odiata dalla maggior parte degli studenti), magari conosciuta attraverso Wagner e quindi dotata di un fascino tenebroso mancante alla mitologia greca e romana. Del resto, c’è voluta la dilogia cinematografica di Zack Snyder[46] per creare un contraltare mediterraneo alla saga cinematografica tratta dal capolavoro di Tolkien e (ri)destare nelle nuove generazioni l’orgoglio dell’epopea del re di Sparta Leonida e dei suoi guerrieri lacedemoni.
Va notato come, mentre nel dopoguerra si esaltava la coraggiosa resistenza fino all’ultimo uomo dei volontari della “Charlemagne” nella Berlino del 1945 e prima, durante il Ventennio, si tentava di riproporre una romanità, quasi che l’Italietta liberale che il Fascismo tentò invano di scalzare potesse trasformarsi nella riproposizione moderna dell’Impero romano, nessuno – dico nessuno – pensò a prendere come esempio, anziché gli antichi Romani (lontani cronologicamente) o le moderne Waffen-SS (lontane geograficamente e culturalmente), alcuni eroi più vicini da un punto di vista geografico, essendo nativi del Regno di Napoli e assai più vicini nel tempo rispetto alle legioni romane. Mi riferisco agli uomini dei Tercios, tra cui abbondarono i Napolitani sia ai posti di comando che nelle file dei semplici militi.
I Tercios, invincibili per quasi un secolo e mezzo, nacquero proprio a Napoli grazie al genio militare di Gonzalo Fernández de Córdoba (1453-1515), Duca (tra l’altro) di Sessa (Aurunca) e di Terranova (presso Reggio Calabria), detto il Gran Capitán, liberatore del Regno di Napoli dai Francesi che lo avevano occupato e primo Viceré di Napoli (1503-1507) per conto di Ferdinando il Cattolico (ovvero Ferdinando iii di Napoli, 1504-1516).
Il Tercio Viejo[47] de Nápoles si distinse in particolar modo nella battaglia di Nördlingen (1634) e soprattutto nell’assedio di Castelnuovo (presso Ragusa, in Dalmazia), quando, dal 18 luglio al 7 di agosto del 1539, si trovò abbandonato dagli alleati veneziani e si batté con coraggio leonino contro un distaccamento ottomano, comandato dal temutissimo Khayr al-Dīn (Ariadeno) Barbarossa. Nonostante l’enorme differenza numerica (gli uomini del Tercio erano 3.500, gli assalitori assommavano a 50.000 soldati e il forte era bombardato da 130 galere e 70 galeotte, il capitano spagnolo, Francisco de Sarmiento e i soldati che comandava decisero di combattere fino alla fine, riuscendo a infliggere al nemico almeno 20.000 perdite, prima di essere massacrati.
Sólo tras de muertos capitularemos: ci arrenderemo solo dopo morti, ovvero non ci arrenderemo finché saremo in vita. Non è un esempio esaltante come quello dei 300 di Leonida o degli ultimi combattenti di Berlino? Anzi, non lo è ancor più, poiché in esso vi era un ulteriore motivo di orgoglio, quello di lottare per la religione cattolica?
Solo l’ignoranza – nel senso etimologico di mancata conoscenza, dovuta a una scuola che ha deciso di cancellare la storia della propria patria, ritenendola (a torto) negativa, e cassando con essa anche le pagine più eroiche di un passato non così lontano come potrebbe apparire – giustifica simile dimenticanze.
«Un popolo che rinnega il proprio passato non merita di avere un futuro» è stato affermato per commentare i vergognosi attacchi alle statue da parte degli attivisti del “Black Lives Matter”[48] o alle croci della smemorata (e a senso unico) “Ley de la Memoria histórica”. Però, anche il voler dimenticare nelle scuole primarie e secondarie le glorie del Siglo de Oro della cultura e della storia napolitane significa per lo meno precludersi volontariamente un futuro migliore.
Patria, Nazione, Stato
La mentalità ispanica è sempre andata molto al di là della ristretta identificazione, tipicamente moderna, dei concetti di Patria, Nazione e Stato, iniziata con l’assolutismo seicentesco, sviluppatasi attraverso l’illuminismo settecentesco, propagandata (a suo modo) dalla Rivoluzione, per imporsi con particolar modo con il processo risorgimentale e la sua “naturale” continuazione, il nazionalismo novecentesco. Per il comune studente italiano (ma lo stesso vale per quello francese e tedesco) del dopoguerra – nonostante venisse istruito (o condizionato) in una scuola rigidamente “democratica e antifascista” – i concetti di Patria, Nazione e Stato rimanevano puri sinonimi, perché la mentalità anti fascista e ante fascista (cioè assolutistica, illuministica, rivoluzionaria e risorgimentale) era identica – almeno in questa materia – a quella fascista.
Anzi, la classe dirigente democratico-cristiana e comunista, che in gran parte proveniva dai quadri del pnf (anche se faceva di tutto per occultarlo) e/o aveva entusiasticamente partecipato ai Littoriali e che era intrisa – come peraltro il resto della popolazione – della retorica patriottarda del Fascismo, una volta rifiutatone l’aspetto esteriore (cioè mutata casacca ed eliminato il distintivo del pnf) aveva mantenuto la mentalità statalista che, come già detto, non era una “invenzione” mussoliniana, ma aveva radici ben più profonde.
Si è festeggiato il 25 aprile e il 2 giugno, anziché il 9 maggio (Fondazione dell’Impero) e il 28 ottobre (Marcia su Roma), ma si è sempre continuato ad adorare il tricolore, simbolo rivoluzionario per eccellenza[49].
La Patria, cioè la terra dei Padri, veniva imposta come unica dalle Alpi alla Sicilia anche a chi non si era mai mosso dal proprio paesello natale. I flussi migratori interni, sconosciuti fino al Novecento e sintomo di un grave malessere[50], hanno contribuito in parte a creare questa illusione di “Patria comune”, almeno inizialmente: non è un caso che, con il venir meno della generazione (ancorché antifascista) educata dal Fascismo, nonché con la scomparsa dell’effetto aggregante di Casa Savoia, i legami “patriottici” si siano allentati e sia risorto il fenomeno del separatismo[51].
[1] Cfr. Alle origini di una nazione. Antispagnolismo e identità italiana, a cura di Aurelio Musi, Guerini e Associati, Milano 2003.
[2] Ciò accade quando si contrappone una Milano “civile” grazie alla dominazione austriaca a una Napoli “incivile” a causa della dominazione spagnola prima e di quella borbonica poi, dimenticando: a) che gli Spagnoli governarono Milano dal 1540 (Filippo ii) al 1714 (Filippo v) e b) che Asburgo erano Filippo ii e i suoi successori spagnoli fino a Carlo ii (1665-1700) e Asburgo erano Carlo vi imperatore e i suoi successori austriaci.
[3] Vocabolario Treccani, voce spagnolismo. Corsivo mio.
[4] Si può correttamente affermare che con il cosiddetto Risorgimento l’Italia sia diventata uno Stato, ma non una Nazione; gli Italiani si sono sentiti “nazione” forse soltanto durante una parte del Ventennio fascista (i cosiddetti anni del consenso) e durante l’estate del Mundial di calcio spagnolo (1982).
[5] Non dimentichiamo che il progetto iniziale di Cavour – che con la lingua di Dante aveva serie difficoltà – era quello di realizzare un “Grande Piemonte” e non l’Italia unita (cfr. Arrigo Petacco, Il regno del Nord. 1859. Il sogno di Cavour infranto da Garibaldi, Mondadori, Milano 2009.
[6] Carmine Pinto, La guerra per il Mezzogiorno. Italiani, borbonici e briganti 1860-1870, Editori Laterza, Roma-Bari 2019.
[7] Cfr. Eugenio Di Rienzo, Il brigantaggio post-unitario come problema storiografico, D’Amico, Nocera Superiore (Salerno) 2020, p. 16. Nella prima edizione del volume, per un errore di stampa, si legge: conflitto civile italo-italiano, tautologia priva di significato.
[8] Cfr. supra, nota 4.
[9] Su quest’ultimo punto, cfr. Ernesto Galli Della Loggia, La morte della patria. La crisi dell’idea di nazione tra Resistenza, antifascismo e Repubblica, Laterza, Bari 2003 e Gianni Oliva, Le tre Italie del 1943. Chi ha veramente combattuto la guerra civile, Mondadori, Milano 2004.
[10] «España, evangelizadora de la mitad del orbe; España martillo de herejes, luz de Trento, espada de Roma, cuna de San Ignacio…; ésa es nuestra grandeza y nuestra unidad; no tenemos otra. El día en que acabe de perderse, España volverá al cantonalismo de los arévacos y de los vetones o de los reyes de taifas. A este término vamos caminando más o menos apresuradamente, y ciego será quien no lo vea». Marcelino Menéndez Pelayo, Epílogo de Historia de los heterodoxos españoles, 1880-1882.
[11] Cioè non minacciava direttamente la Penisola italica con eserciti (come quello francese) o con la flotta (come quella inglese).
[12] «L’Italia è l’unico Paese d’Europa (e non solo dell’area cattolica) la cui unità nazionale e la cui liberazione dal dominio straniero siano avvenute in aperto, feroce contrasto con la propria Chiesa nazionale». Ernesto Galli della Loggia, Liberali che non hanno saputo dirsi cristiani, «Il Mulino», n. 349, xlii (1993), n. 5 (settembre-ottobre), p. 855-866:859.
[13] Giovanni Turco, Antispagnolismo ed unitarismo risorgimentali. Tra storiografia e teoria giuridico-politica, introduzione a Francisco Elías de Tejada, Sardegna ispanica, Solfanelli, Chieti 2020, p. 9-58:39.
[14] Ivi, p. 42.
[15] Francisco Elías de Tejada, Nápoles hispánico, 5 voll., Edizioni Montejurra, Madrid 1958-1964; traduzione italiana: Napoli spagnola, Controcorrente, Napoli 1999-2017.
[16] Francesco Abbate, Storia dell’arte nell’Italia meridionale, Donzelli, Roma 2001 (iii. Il Cinquecento) e 2002 (iv. Il secolo d’oro).
[17] «Secolo di grave crisi economica, politica e sociale, il Seicento è invece a Napoli, e di riflesso anche nel Regno, un periodo di straordinaria vivacità nel campo delle arti figurative, tanto da essere definito, e non a torto, il secolo d’oro dell’arte napoletana. Napoli condivide con Roma, e in parte con Bologna, il ruolo di grande capitale dell’arte; più di Venezia, di Milano, di Firenze che non vivono, nel Seicento, la loro migliore stagione artistica. Caravaggio, Battistello, Ribera, Stanzione, il “Maestro degli Annunci ai pastori” (forse lo spagnolo Juan Do), Guarino, Preti, Giordano, il giovane Solimena: sono solo alcuni dei grandi protagonisti della pittura naturalistica e di quella barocca, cui sono da aggiungere gli arrivi emiliani (Reni, Domenichino, Lanfranco), che fornirono un contributo decisivo alla svolta in senso classicistico della pittura meridionale. Come già nel secolo precedente, Napoli è un centro di attrazione per spagnoli e per sudditi della Spagna, come i fiamminghi, che appaiono numerosi a Napoli e nel Sud. Un’apparizione, seppur fugace, fece a Napoli anche il grande Diego Velázquez». Ivi, I aletta di copertina.
[18] Cfr. Giampiero Tintori, L’opera napoletana, Ricordi, Milano 1958. Un elenco dei numerosissimi compositori di tale scuola si può trovare in Enzo Amato, La musica del Sole, Controcorrente, Napoli 2012.
[19] Gabriele Pepe, Il Mezzogiorno d’Italia sotto gli Spagnoli, Sansoni, Firenze 1952, p. viii.
[20] «Privilegiada por la naturaleza y mimada por sus reyes, fue el más lindo florón de las Españas y la encandilande maravilla sobre le tierra». Francisco Elías de Tejada, Nápoles hispánico, iv, Montejurra, Sevilla 1961, p. 17; traduzione italiana: Napoli spagnola, iv, Controcorrente, Napoli 2012, p. 40-41. Lo stesso concetto è ribadito a p. 50 e seguenti, citando autori castigliani del Seicento, tra cui Miguel de Cervantes e Jerónimo de Pasamonte.
[21] Nessun tradizionalista che si rispetti e che sia dotato di senno potrà mai sostenere di voler tornare al passato riproducendolo così come si è svolto. Sul concetto si ritorna nel capitolo finale, Una prospettiva per il futuro.
[22] Cioè contro una politica illuminista e assolutista, influenzata dal giusnaturalismo protestante, frutto delle cinque fratture consumatesi tra Cinque e Seicento (cfr. oltre, p. 26-27).
[23] Francisco Elías de Tejada, Napoli spagnola, I, La tappa aragonese (1442-1503), Controcorrente, Napoli 1999, p. 6.
[24] In particolare a Napoli, oltre al Tercio viejo de Nápoles, si formò anche il Tercio di Alonso Ladrón de Guevara, che divenne noto come Tercio de la Sangre, dopo il coraggio dimostrato nella battaglia de Les Avins, presso Liegi (20 maggio 1635), combattendo fino all’ultimo uomo. Devo questa informazione a Hugo Álvaro Cañete.
[25] Cfr. Raffaele Maria Filamondo, Il genio bellicoso di Napoli; memorie istoriche d’alcuni capitani celebri napolitani c’han militato per la Fede, per lo Re, per la Patria nel secolo corrente, Muzio e Parrino, Napoli 1694; Hugo A. Cañete, Gianandrea de Antonellis et alii, Condottieri e battaglie della Napoli spagnola (xvii-xviii sec.), D’Amico, Nocera Superiore (Salerno) 2017.
[26] Cfr. Giuseppe Campanile, Innocenzo Fuidoro, Diario della sollevazione della plebe di Napoli (1647-1648), «Napoli Imperiale Ispanica» 6, D’Amico, Nocera Superiore (Salerno) 2022.
[27] Cfr. José Vicente Quirante Rives, Viaggio napoletano in Spagna, Tullio Pironti, Napoli 2015.
[28] Cfr. Idem, Napoli spagnola. Dieci passeggiate tra strade, palazzi, monumenti e chiese, Grimaldi, Napoli 2018. Cfr. anche Idem, Teresa Cirillo Sirri, L’averno e il cielo. Napoli nella letteratura spagnola e ispanoamericana, Dante & Descartes, Napoli 2007.
[29] Sull’argomento, cfr. Giovanni Turco, Le radici della modernità nel pensiero di Francisco Elías de Tejada, in Francisco Elías de Tejada, Le radici della modernità, Solfanelli, Chieti 2021, p. 5-66.
[30] Francisco Elías de Tejada, Rafael Gambra, Francisco Puy, Il Carlismo, Solfanelli, Chieti 2018, p. 66.
[31] Tale definizione è stata coniata da un allievo del Maestro estremegno, Miguel Ayuso, presidente della Fondazione Francisco Elías de Tejada, già capo della Segretaria Politica di S.A.R. Don Sisto Enrico di Borbone.
[32] Cfr. Walter Maturi, Il Principe di Canosa, Le Monnier, Firenze 1944, p. 21: Antonio Capece Minutolo ricordava come nei suoi proclami Girolamo Pignatelli non facesse mai menzione del Re.
[33] Cfr. supra, nota 10 a p. 20.
[34] Tale giudizio negativo su Filippo v, formulato da Marcelino Menendez y Pelayo e fatto proprio da Francesco Elías de Tejada, è temperato da quello di altri studiosi, anch’essi di posizioni tradizionaliste, come Rafael Gambra, Andrés Gambra e Miguel Ayuso.
[35] Ne senso – come detto – di illuminista e assolutista, influenzata dal giusnaturalismo protestante.
[36] Francisco Elías de Tejada, Napoli spagnola, vol. I, Controcorrente, Napoli 1999, p. 6-7.
[37] I Chierici Regolari Teatini (ovvero chietini) furono fondati da San Gaetano dei conti di Thiene e dal vescovo Gian Pietro dei principi Carafa (il futuro Paolo iv, all’epoca episcopus theatinus, cioè vescovo di Chieti, donde il nome della congregazione). I Chierici Regolari Minori o Caracciolini furono fondati da San Francesco Caracciolo Pisquizi dei Duchi di Celanza.
[38] I Teatini, fondati nel 1524, giunsero a Napoli nel 1533 per essere impiegati in funzione antiereticale; essi fecero sorgere il Monte di Pietà, da cui avrebbe avuto origine il Banco di Napoli.
[39] Ricordiamo solo il Pio Monte della Misericordia (1602), fondato da sette giovani aristocratici; il Real Monte Manso di Scala (Collegio de’ Nobili) sorto nel 1608 per volere del Marchese di Villa, Giovan Battista Manso di Scala onde assicurare gratuitamente un’istruzione ai figli delle famiglie patrizie napoletane decadute, gestito dai Padri Gesuiti; il Monte dei Poveri Vergognosi, fondata nel 1614 dalla Congregazione dei Nobili.
[40] Manuel García Morente, Idea dell’Ispanità, cit., p. 32.
[41] Bertold Brecht, La Vita di Galileo (Leben des Galilei), scena 13.
[42] Ad esempio i recortes (dove si provoca il toro per poi schivarlo con acrobazie o in cui vince chi gli infila nelle corna il maggior numero di anelli) oppure il celebre encierro di Pamplona, con la corsa davanti al branco di tori per le vie della città.
[43] «Questo è il secolo del Fascismo: ce n’è per voi e per quelli che verranno», campeggiava ambiziosamente su un mosaico che adornava lo scalone del Palazzo dell’Informazione di Milano: quel “secolo” durò circa un ventennio; sempre più, comunque, che i soli dodici anni del millenario Reich hitleriano.
[44] L’internazionalità della Waffen-SS compensava il senso di inferiorità dei popoli latini nei confronti dei popoli germanici: consci di non poter aspirare ad entrare nell’Ordine nero, i nostalgici italiani del dopoguerra vagheggiavano un loro immaginario inserimento “almeno” nelle Waffen-SS, che sotto certi aspetti era una sorta di concessione dei nazisti non solo agli altri popoli di ceppo germanico (scandinavi e baltici), ma anche a popolazioni che consideravano sostanzialmente “inferiori”: soprattutto gli slavi, ma anche i latini. Di tale “concessione” non approfittarono gli iberici: gli Spagnoli crearono infatti una propria divisione di volontari, la cosiddetta División Azul (Divisione Blu), che non fu inquadrata nelle Waffen-SS, bensì nell’esercito regolare: il suo nome ufficiale infatti in Spagna era División Española de Voluntarios e in Germania 250 Infanterie-Division.
[45] La casa editrice è la Ritter (Milano), che si fregia del pugno della 17. SS-Freiwilligen-Panzergrenadier-Division “Götz von Berlechingen”. Tra le formazioni, vorrei ricordarne almeno una siciliana caratterizzata dallo stemma della 38. SS-Grenadier-Division “Nibelungen”, che con il suo elmo alato ricordava le origini normanne degli ariani di Sicilia, mentre un gruppo napoletano “borbonico” si fregiava dello scudo della 33. Waffen-Grenadier-Division der SS “Charlemagne”, che unendo l’aquila imperiale ai gigli di Valois accontentava sia “guelfi” che “ghibellini”. Per non parlare della runa del lupo (Terza Posizione: 2. SS-Panzer-Division “Das Reich”; Movimento Politico Occidentale: 34. Waffen-Grenadier-Division der SS “Landstorm Nederland”), della runa del ghiaccio haglaz o hagall (Ideogramma: 6. SS-Gebirgs-Division “Nord”), della runa othala della Tradizione (Avanguardia Nazionale, che aveva rielaborato lo stemma della 7. SS-Gebirgs-Division “Prinz Eugen”, da cui aveva anche mutuato l’inno sociale). A questo punto ricordiamo pure il simbolo della casa editrice catanese “Il Cinabro”, in biblico tra revisionismo antirisorgimentale e tradizione neopagana, che è la runa dagaz.
[46] 300 (2007) e 300. L’alba di un impero (2014).
[47] Vantava il titolo di antico (viejo) perché risultava già formato dal Gran Capitán, allorché l’imperatore Carlo v li costituì ufficialmente, con decreto inviato proprio al Viceré di Napoli, allora Pietro di Toledo, il 23 ottobre 1534.
[48] Cioè “le vite dei negri contano”, come se le vite dei bianchi o degli ispanici non meritassero alcunché.
[49] L’Italia non possiede un proprio simbolo tradizionale unitario che non sia il recente tricolore, peraltro di stampo giacobino e massonico (l’utilizzo di tre colori “anonimi” nasce per sostituire appunto una simbologia tradizionale – come i gigli francesi, i simboli degli antichi Regni iberici, etc.). Sull’argomento, mi permetto di rimandare al mio L’Italia non esiste. «Una d’arme, di lingua, d’altare»? considerazioni sull’identità italiana pre- e post-risorgimentale, «Anales de la Fundación Francisco Elías de Tejada» (Madrid), xxv (2020), p. 119-142, in cui – dopo aver ricordato che a differenza delle varie compagini di Rugby xv, gli “Azzurri” sono l’unica nazionale di un certo livello a non possedere un emblema naturalistico (per non dire un animale o pianta totemici), ma la Federazione Italiana Rugby adotta semplicemente un autoreferenziale scudetto tricolore con la scritta fir – riporto un altro esempio, ben più aristocratico, ma altrettanto deprimente: «Le antiche otto “venerande lingue” dell’Ordine di San Giovanni di Gerusalemme, detto di Malta, sono rappresentate da otto bandiere storiche. L’Alemagna dall’aquila bicipite; l’Inghilterra dal leone e dai gigli inquartati; le due lingue spagnole dai simboli storici di Castiglia (leone e castello inquartati) e di Aragona (pali rossi in campo d’oro, catena d’oro di Navarra); le tre lingue francesi da tre gigli (Francia), dal delfino (Alvernia) e dalla Croce di Gerusalemme (Provenza). L’Italia – rectius, la lingua italiana: l’Italia non esiste! – è rappresentata da una bandiera nera con la scritta diagonale “italia”. Più squallido di così…» (p. 131).
[50] Gli Stati preunitari non avevano conosciuto l’emigrazione di massa. Era esistita l’emigrazione di singoli essenzialmente dovuta a motivi politici (ad esempio l’esilio dei liberali dopo il 1848) oppure economici, ma per cercare maggior ricchezza, non per fuggire da una estrema povertà: è il caso dei vari musicisti che si recavano a Napoli (come il bergamasco Donizetti o il pesarese Rossini) attratti da contratti assai convenienti; di quelli, già famosi in patria, che si recavano all’estero (dal cantante andriese Farinelli al compositore tarantino Paisiello). La prima emigrazione di massa – dovuta a gravi esigenze di sopravvivenza – si ebbe nel Meridione d’Italia dopo la conquista sabauda. Esempio di migrazione interna sono quelle dei contadini veneti, friulani ed emiliani che negli anni Trenta popolarono le zone bonificate dalle paludi dell’Agro Pontino, in una politica di mescolamento delle etnie, a conferma della situazione di disagio nelle zone di provenienza.
[51] Il fenomeno del separatismo, apparentemente scomparso sotto la dominazione sabauda e cancellato dal nazionalismo fascista, all’indomani della seconda guerra mondiale si ripresentò in alcune zone, dove espresse anche movimenti politici: Sicilia (Movimento Autonomista Siciliano), Sardegna (Partito Sardo d’Azione), Valle d’Aosta (Union Valdotaine), Trentino Alto Adige (Sudtiroler Volkspartei).
È molto più tardo il fenomeno autonomista-federativo di tipo leghista, risalente agli anni Ottanta dello scorso secolo.


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