Carlo Alianello e la controstoria del Risorgimento: un autore da riscoprire
La rassegna Antonio del Monaco celebra la voce non allineata di Alianello, tra memoria borbonica e critica alla narrazione ufficiale
Un riferimento culturale non omologato
La rassegna d’arte e libri Antonio del Monaco by Ultimo Ballo in Maschera, ideata e diretta dal Maestro Michele Letizia, rappresenta per la provincia casertana, ormai da un lustro, un riferimento culturale non omologato, capace di bypassare massificanti bestseller da mainstream e scovare preziosità antiche o attuali che, sempre, sanno rintracciare l’angolo inedito da cui guardare.
La vocazione culturale: pensiero critico e indipendente
E non è proprio questa la vocazione culturale: saper restituire a chi la frequenta un’anima critica, indipendente, divergente, padrona del suo pensiero?
L’evento del 18 settembre a Maddaloni
Appare, nelle presentazioni, fedele a questo spirito anche l’evento che si svolgerà il 18 settembre a Maddaloni (qui tutte le notizie), che avrà come cardine la figura di Carlo Alianello.
“Carlo Alianello? Chi era costui?”
Parafrasando la celebre domanda manzoniana del Don Abbondio, leggo negli occhi degli attenti lettori: “Carlo Alianello? Chi era costui?” (Se il Manzoni vi appare “familiare” e l’Alianello un estraneo degno di sospetto, non angustiatevi, la colpa non è vostra e forse proseguendo la lettura capirete il perché.)
Wikipedia e il pensiero unico
I pochi che sopravvivono all’era della bassa attenzione e del “passiamo ad altro, mi annoio”, probabilmente smaniosi di rispondere velocemente alla domanda posta, saranno approdati sul sito dell’enciclopedia del pensiero unico, tal wikipedia, dove si legge: “Carlo Alianello, scrittore e sceneggiatore italiano, noto per i suoi romanzi storici ambientati in epoca risorgimentale, i cui protagonisti sono i borbonici sconfitti”. Riduttivo e, per certi versi, fuorviante.
La scrittura come svelamento
Alianello fu certamente uno scrittore, ma la sua scrittura fu lo “svelamento” della falsa identità che all’Italia era stata attribuita dalla manipolatrice apologetica risorgimentale. Attraverso la narrazione letteraria egli ambiva a restituire alla memoria collettiva quelle verità storiche difficilmente divulgabili se confinate entro i limiti di saggi specialistici o trattazioni accademiche.
Le radici lucane e la memoria borbonica
Carlo Alianello nacque a Roma nel 1901, ma le sue radici affondano profondamente nel cuore della Lucania. Il padre, Antonio, proveniva da Missanello, un minuscolo centro dell’entroterra potentino, mentre la madre, Luisa Salvia, era originaria di Tito. A plasmare l’immaginario e la vocazione letteraria del giovane Alianello furono soprattutto le memorie paterne, e in particolare quelle del nonno, ufficiale dell’esercito borbonico, rimasto lealmente vincolato al giuramento prestato al sovrano Francesco II fino all’ultimo istante — una figura che riecheggia nel protagonista del romanzo L’alfiere. Queste reminiscenze familiari alimentarono la sua ispirazione, trovando espressione compiuta nella trilogia risorgimentale (L’alfiere, Soldati del re, L’eredità della priora), mentre le influenze materne, di orientamento liberale, ebbero un ruolo assai più marginale: basti ricordare che Ernesto Salvia, fratello di Luisa, fu senatore del neonato Stato unitario.
La pubblicazione e la ricezione de L’alfiere
L’alfiere vide la luce editoriale nel dicembre del 1942, inaugurando un percorso di ricezione caratterizzato da una vitalità discontinua ma significativa, con due momenti di particolare rilievo: il primo, negli anni Cinquanta, coincise con il successo dello sceneggiato televisivo tratto dal romanzo; il secondo, negli anni Sessanta, fu segnato dalla ristampa ad opera di Feltrinelli, che ne rinnovò l’interesse presso il pubblico e la critica.
La battaglia di Calatafimi e il protagonista
La narrazione prende avvio in Sicilia, nel cruciale anno 1860, sullo sfondo della battaglia di Calatafimi, teatro dello scontro tra le forze garibaldine e l’esercito duosiciliano. In tale contesto storico, si inserisce l’esperienza del protagonista, Pino Lancia, giovane aristocratico napoletano e alfiere dell’esercito borbonico, appartenente al prestigioso corpo dei cacciatori napoletani dell’8° battaglione, sotto il comando del generale Sforza. La sua partecipazione al conflitto, culminata in una ferita, non solo inaugura la vicenda narrativa, ma sottolinea la rigorosa aderenza al quadro storico che permea l’intera opera.
Un affresco storico equanime
Il romanzo è un imponente quadro storico, capace di restituire con rara equanimità la fisionomia autentica tanto dei vincitori quanto dei vinti, al di là delle semplificazioni ideologiche e delle distorsioni operate da una visione risorgimentale improntata al manicheismo.
Una narrazione controcorrente
La prospettiva eterodossa con cui interpretò la vicenda storica, radicata nella memoria familiare e nella fedeltà al Sud borbonico, si traduce in una narrazione che restituisce complessità, ambiguità e dolore a un processo troppo spesso semplificato da una narrazione propagandistica.
La lingua come resistenza
Ciò che conferisce a L’alfiere la sua straordinaria vividezza e il suo carattere inconfondibile nel raffigurare il Mezzogiorno non risiede unicamente nella finezza descrittiva dei personaggi e degli scenari, ma anche nella raffinata orchestrazione linguistica. Alianello intreccia con perizia l’italiano con il napoletano e il dialetto lucano, impiegando quest’ultimo come veicolo privilegiato per dare voce all’intimità e alle pulsioni più autentiche dei suoi protagonisti. Tale scelta idiomatica si configura come una sorta di tessitura sonora che accompagna il romanzo, in un contesto storico in cui l’italiano cominciava ad affermarsi come lingua egemone. In questo senso, l’uso del dialetto assume quasi i contorni di un gesto di resistenza, un rifiuto implicito verso l’ordine nuovo, instaurato non per consenso ma per conquista.
La “piemontesizzazione” e le sue conseguenze
Il Risorgimento fu l’assoggettare il Regno delle Due Sicilie le cui conseguenze furono una subordinazione politica e una compressione economica, quest’ultima perseguita con sottile gradualità e tenace determinazione, e che la storiografia ha sintetizzato nel concetto di “piemontesizzazione”.
Il giudizio tagliente di Alianello
Questo il duro, tagliente giudizio che Alianello esprime su questi fatti unitari: «Finiamola di definirci “i buoni” d’Europa; e nessuno dei nostri fratelli del Nord venga a lamentarsi delle stragi naziste. Le SS del 1860 e degli anni successivi si chiamarono, almeno per gli abitanti dell’ex reame, piemontesi. Perciò smettiamo di sbarrare gli occhi, di spalancare all’urlo le bocche, di stringere i pugni e di tendere il collo a deprecare violenze altrui in questo e in altri continenti. Ci bastino le nostre, per sentire un solo brivido di pudore. Noi abbiamo saputo far di più e di peggio.»
Un autore da riscoprire
La sua visione controcorrente della storia, il suo rifiuto della retorica nazionalista imperante nel Ventennio fascista e dell’apologetica risorgimentale che permeò anche l’Italia repubblicana, hanno finito purtroppo per relegare nell’ombra e nell’oblio un autore che, per profondità di pensiero e valore letterario, meriterebbe a pieno titolo di essere annoverato tra le voci più significative del Novecento italiano.
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