Alta Terra di Lavoro

già Terra Laboris,già Liburia, già Leboria

Processo doping alla Juventus le motivazioni della Cassazione

Posted by on Mar 20, 2019

Processo doping alla Juventus le motivazioni della Cassazione

Sono state pubblicate le motivazioni della sentenza della Corte di Cassazione, emessa il 29 marzo scorso, relativa al processo di Torino nel quale l’ex-Amministratore Delegato della Juventus Giraudo ed il medico Agricola erano stati accusati di somministrazione di doping ed abuso di farmaci.

La sentenza della Cassazione ha confermato l’assoluzione degli imputati, già sentenziata dalla Corte d’Appello, dall’accusa legata al doping, ovvero la presunta somministrazione ai calciatori di eritropoietina.

Per quanto invece riguarda la questione dell’abuso di farmaci la Corte di Cassazione ha ritenuto inamissibile la motivazione dell’assoluzione della Corte d’Appello, secondo la quale “l’abuso di farmaci non era punito dalla legge all’epoca dei fatti”. Secondo la Corte di Cassazione infatti: “chi somministra ai partecipanti alla competizione, sostanze atte ad alterarne le prestazioni, e che fraudolentemente mira a menomare o ad esaltare le capacità atletiche del giocatore, pone in essere una condotta che consiste in un espediente occulto per far risultare una prestazione diversa da quella reale, in un artifizio capace di alterare il genuino svolgimento della competizione, con palese violazione dei principi di lealtà e di correttezza: per l’effetto, gli atti posti in essere sono agevolmente riconducibili alla nozione di atti fraudolenti di cui alla normativa in esame” (legge sulla frode sportiva). La Corte ha quindi ritenuto che la somministrazione eccessiva di farmaci possa configurarsi come reato di frode sportiva e ha quindi annullato la sentenza di assoluzione della Corte d’Appello.

L’effetto della sentenza è quindi la necessità di svolgere un nuovo processo che però non si farà perché nel frattempo è sopraggiunta la prescrizione del reato. 

fonte https://it.wikinews.org/wiki/Processo_doping:_comunicate_le_motivazioni_della_Cassazione

Interrogatorio di Montero
tutti interrogatori
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Il “Meridionalismo” di Gigi Di Fiore

Posted by on Mar 18, 2019

Il “Meridionalismo” di Gigi Di Fiore

(intervista di Fiore Marro) Gigi Di Fiore non è un cronista di storie borboniche ma Il Cronista, colui che ha dato da sempre voce alle Storie dei Vinti del Risorgimento come recita un suo libro. Giornalista attento sia sul fronte duosiciliano che quello della malavita definita camorra, è uno dei punti di riferimento del cosmo meridionalista, si può azzardare sia parte integrante dell’intellighenzia partenopea che da anni racconta in maniera limpida e sempre documentata le storie accadute nelle nostre contrade. Fino alla firma della resa con l’esercito piemontese il 13 febbraio del 1861, per più di quattro generazioni la dinastia dei Borbone aveva regnato nell’Italia meridionale, Stato autonomo e indipendente che fu per sette secoli la “Nazione napoletana”. Così Di Fiore nel saggio “la Nazione Napoletana” ha raccontato le storie che restituiscono un Risorgimento “al contrario”, visto e vissuto dalla parte degli sconfitti. Edizioni Utet .

D – Cosa ti ha spinto ad avvicinarti ai temi del meridionalismo? La folgorazione è stata la lettura dell’unico saggio scritto da Carlo Alianello: “La conquista del Sud”. Mi ha fatto pensare, incuriosendomi. Ma ho sempre avuto una passione per la storia e per la cura del mio archivio che raccoglie documenti e libri antichi di storia del passato, oltre che di cronaca recente. Sono poi convinto che uno “storiografo dell’istante”, come viene definito il lavoro del giornalista, che racconta il Sud di oggi, non possa ignorare la nostra storia. Il passaggio di poteri e istituzioni tra le Due Sicilie, ultimo periodo dell’autonoma Nazione napoletana, e Italia unita è fondamentale per capire la genesi di tante vicende che raccontiamo oggi. Quindi, per me, approfondire la storia significa anche possedere gli strumenti di comprensione indispensabili anche al mio lavoro di giornalista.

D – Le tue storie di camorra si rapportano spesso ai temi del cosiddetto Risorgimento, è una affermazione che riconosci? Considero la storia della camorra, un mio primo libro risale al 1993 con l’editore Guida e si chiamava “Potere camorrista”, parte integrante della storia tout court. Croce considerava la storia della camorra storia di plebe e non se ne occupava. Un errore di valutazione. La camorra, come le mafie in generale, sono un potere socio-criminale che si rapporta con gli altri poteri. Ignorarla significa non completare la comprensione della nostra storia. I miei libri sulla camorra (ne ho scritti finora 5) sono saggi di storia, ricostruiscono i vari passaggi nelle diverse epoche di questa componente negativa della nostra terra. E quindi, naturalmente, come si rileva nel mio “Controstoria dell’unità d’Italia – fatti e misfatti del Risorgimento “ (Rizzoli) ho descritto anche il ruolo avuto dalla camorra a Napoli e dalla mafia in Sicilia con l’arrivo di Garibaldi.

D – Nel libro citi molti nuovi leader del suddetto meridionalismo, hai voluto dare un tuo contributo alla loro lotta oppure semplicemente una citazione da bravo cronista? Ho voluto, da storico, fare una ricostruzione della storia recente dei cosiddetti movimenti meridionalisti. Descrivere, soprattutto, il fallimento del loro tentativo di mettersi d’accordo negli obiettivi e nelle finalità. E’ storia recente, ma è anche approfondimento sul fenomeno del risveglio di attenzione e orgoglio sulla storia del Sud, non oleografica o schematizzata.

D – Questo ultimo tuo scritto è la chiosa dei tuoi lavori ( I vinti del risorgimento e Gli ultimi giorni di Gaeta) oppure possiamo sperare altro ancora sul tema? “La Nazione napoletana” (Utet) è il filo che raccorda e tiene unito un cerchio di ricerche. E’ il tassello di descrizione, attraverso alcune storie singole, della nostra identità. Le mie ricerche sul Sud nel periodo risorgimentale, sulle Due Sicilie, sul brigantaggio, come sai iniziarono una ventina di anni fa con “1861, Pontelandolfo e Casalduni un massacro dimenticato “ (Grimaldi & C. editore) che è del 1998. Poi sono arrivati “I vinti del Risorgimento” (2004 – Utet), “Gli ultimi fuochi di Gaeta” (Grimaldi 2004), “Controstoria dell’unità d’Italia” (Rizzoli 2007), “Gli ultimi giorni di Gaeta” (Rizzoli 2010), “La Nazione napoletana” (Utet 2015). Tutti libri che continuano ad essere ristampati. In ogni testo, ho approfondito un aspetto di quella grande storia in un periodo per noi fondamentale. Ecco, la “Nazione napoletana” ne è la sintesi, perché sottolinea l’aspetto identità meridionale che è di nuovo molto sentito. Non ho certo finito. C’è ancora lavoro da fare, ancora altri aspetti da approfondire. E lo sto facendo.

D – Come consigli ad un eventuale lettore di avvicinarsi a questo testo, cioè in che prospettiva?

Riuscire a comprendere, soprattutto tra i giovani, perché non ci si deve vergognare di essere meridionali, di conservare il significato vero delle proprie radici senza fare confusione e commistioni tra la “napoletanità” che è valore positivo legato alla storia, alle radici e alla loro conoscenza, con la “napoletaneria” che ne è la degenerazione negativa, il folklore manieristico che tanto piace e rassicura chi è di altre terre perché imprigiona i meridionali in una macchietta, in uno stereotipo. Avvicinarsi al mio libro può aiutare a ritrovare i valori veri del nostro essere meridionali nel positivo.

D – Potremmo dire che uno degli obiettivi del tuo libro è quello di aiutare a ricostruire un’identità perduta o forse solo dimenticata? E’ proprio così. Più che perduta direi identità nascosta, perché ci si è vergognati dell’identificazione tra meridionale e negatività del Paese. Abbiamo molti problemi, difficoltà, ma la prima reazione e il primo impegno deve venire da noi stessi. Lo dico, nelle conclusioni, anche in un altro mio libro, “Controstoria della Liberazione” (Rizzoli 2012) in cui parlo di un altro periodo in cui l’Italia visse due diversi momenti e sviluppi, quello dell’arrivo degli anglo-americani in Italia e la guerra civile della Resistenza. Anche capire quegli anni e cosa hanno significato per la nostra storia nel dopoguerra è importante e fa capire tante cose. E’ un altro tassello di comprensione nella storia meridionale.

D -Le Due Sicilie, secondo te esistono ancora? Non esistono, naturalmente, come entità politico-istituzionale. Ne esiste lo spirito culturale, la lingua che, nelle diverse sfumature, è presente nelle regioni meridionali, il richiamo a valori che hanno agganci con quel nostro grande passato. Potrebbe essere uno spirito vitalizzante, se non diventa solo auto compiacimento all’indietro, ma stimolo a conoscere sempre di più la nostra storia per farne motivo di orgoglio e di impegno. L’Italia non sarebbe nulla senza il Sud, nell’ultimo anno, grazie soprattutto al settore agricolo, il Mezzogiorno ha avuto uno sviluppo del pil per la prima volta maggiore di quello delle regioni centro-settentrionali. Impegnandoci a contrastare le negatività del nostro territorio (criminalità, alcuni atteggiamenti eccessivamente vittimistici e di delega), ognuno nel suo campo può dimostrare ancora una volta il valore e l’importante del Sud per l’intero Paese.

D – Tra tutti i capitoli contenuti nel libro, quale vorresti sottolineare all’attenzione del lettore? Ce ne sono due, nell’ultima sezione – definisco il testo un viaggio a tre tappe quante sono le sezioni del saggio – che descrivono bene quanto lo stereotipo, il luogo comune abbia pesato in passato e pesi ancora nel marchiare e immobilizzare le capacità meridionali. Mi riferisco al capitolo sul primo dibattito parlamentare sulle Province meridionali e a quello sull’immagine che gli esuli diffondevano a Torino e al Nord sul Mezzogiorno. Dimostrano quanto di allora ci sia ancora oggi: le prevenzioni di certi deputati del Nord di allora sono presenti in molti deputati settentrionali di oggi; il solo negativo che raccontavano gli esuli di allora è quello che tanti meridionali che vivono al Nord, diventati leghisti, mantengono nel descrivere le loro terre d’origine. Questo dimostra quanto sia importante, per capire l’oggi, la conoscenza della storia. Non studio passivo, o inutile, ma vivo se attualizzato.

fonte

https://caserta24ore.altervista.org/10012017/il-meridionalismo-di-gigi-di-fiore/ en0

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Lilli Gruber abortista tra insulti e fake news

Posted by on Mar 9, 2019

Lilli Gruber abortista tra insulti e fake news

Nella rubrica che tiene sul magazine Sette, Lilli Gruber lancia un attacco contro la Nuova BQ, accusata di diffondere false notizie riguardo ai progetti di legge abortisti negli Usa. Ma a dire falsità è lei che, tra l’altro, mente anche sull’applicazione della Legge 194 in Italia.

Non leggo mai Sette, il magazine del Corriere della Sera, ma un nostro lettore ci ha segnalato che sull’ultimo numero, datato 28 febbraio, c’è qualcosa che ci riguarda direttamente. Nella sua rubrica settimanale, Lilli Gruber risponde a un lettore che cita l’articolo de La Nuova Bussola Quotidiana riguardante dei progetti di legge in diversi stati americani che promuovono l’aborto fino al nono mese e giungono fino all’infanticidio.

Il lettore è giustamente scandalizzato, ma la risposta della Lilli nazionale, decisamente inacidita, è sprezzante nei suoi e nei nostri confronti: ci accusa sostanzialmente di aver inventato la notizia, di porre in essere l’ennesimo tentativo di imporre alle donne quello che vogliono gli uomini e infine, neanche fosse la reincarnazione di Adele Faccio, rivendica le lotte per il diritto all’aborto che sarebbe minacciato dai medici obiettori.

Dopo Enrico Mentana, anche Lilli Gruber dunque: è triste constatare come le vecchie glorie del giornalismo italiano ricorrano a banali trucchetti per salvare la loro ideologia abortista. Quando non hanno più ragioni lanciano l’allarme fake news sperando così di mettere a tacere l’avversario.  Ma ciò che sta avvenendo in diversi stati americani non rientra affatto nelle fake news, è una tragica realtà, tanto che lo stesso presidente Donald Trump si è soffermato con forza su questo tema nel suo recente discorso sullo stato dell’Unione.

Nell’articolo della Nuova BQ incriminato, non solo si descrive precisamente la proposta di legge HB-2491 presentata dalla democratica Kathy Tran nel parlamento della Virginia; c’è anche il video in cui la stessa Tran spiega che sì, effettivamente, il suo disegno di legge consente di abortire fino al momento immediatamente precedente la nascita. Non solo, il governatore della Virginia, Ralph Northam, ha ulteriormente spiegato che lo stesso disegno di legge permette di rifiutare di rianimare un bambino nato vivo dopo un aborto fallito: chiamasi infanticidio.

Se la signora Gruber dedicasse più tempo a verificare le notizie invece di affibbiare comode etichette a quelli che considera “nemici”, ne guadagnerebbe sicuramente in credibilità e serietà professionale.

Peraltro, tutta impegnata a rispolverare i vecchi slogan degli anni ’70 – “Il corpo è mio e lo gestisco io” – è proprio lei a lanciare fake news sullo stato della Legge 194 in Italia. Secondo la Gruber infatti, la legge che in Italia ha legalizzato l’aborto, «troppo spesso» non viene applicata «perché non ci si preoccupa di garantire il servizio»; con stangatina di rito ai medici obiettori.

Ma la relazione sulla Legge 194 presentata recentemente in Parlamento e riferita all’anno 2017 racconta tutta un’altra storia: il servizio di Interruzione volontaria di gravidanza (IVG) è più che sufficiente su tutto il territorio nazionale. E questo vale anzitutto per il numero di strutture: basti pensare che sebbene il numero di aborti volontari ammonti al 17.6% rispetto alle nascite, «il numero di punti IVG è pari all’87,8% di quello dei punti nascita».

Stesso discorso per i medici non obiettori, che risultano più che sufficienti a coprire le richieste su tutto il territorio nazionale. Il carico di lavoro per i medici non obiettori è mediamente di 1,2 aborti praticati alla settimana, con variazioni dallo 0,2 della Valle d’Aosta all’8,6 del Molise. Non solo non parliamo di carichi massacranti ma i medici che praticano aborti hanno tutto il tempo di dedicarsi ad altre attività sanitarie e addirittura ci sono diversi medici non obiettori di cui non c’è neanche bisogno per le IVG.

Ah, povera Lilli, che triste declino….

– LA PAGINA DI LILLI GRUBER

fonte http://lanuovabq.it/it/lilli-gruber-abortista-tra-insulti-e-fake-news

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Omaggio al gender, via libera al farmaco blocca-pubertà

Posted by on Mar 7, 2019

Omaggio al gender, via libera al farmaco blocca-pubertà

Sulla Gazzetta Ufficiale la notizia che la triptorelina sarà a totale carico del Servizio sanitario nazionale «in casi selezionati in cui la pubertà sia incongruente con l’identità di genere». L’ennesimo ossequio all’ideologia Lgbt, che non tiene conto dei rischi per la salute e contribuirà a ignorare ancora di più il dato morale, avallando qualunque percezione del minore.

La triptorelina è un farmaco che, tra i vari usi, viene impiegato per ritardare lo sviluppo puberale nei ragazzi tra i 12 e i 16 anni. In Italia, già dal 2013, l’ospedale Careggi di Firenze lo adopera per quei casi cosiddetti di disforia di genere che interessano minori. In buona sostanza si blocca lo sviluppo puberale del bambino che dice di non riconoscersi nel suo sesso biologico o che nutre alcuni dubbi sulla sua identità psicologica sessuale e lo si parcheggia in un limbo sessuale affinché, passato un po’ di tempo, si chiarisca le idee e decida a che sesso “appartenere” oppure si proceda alla “rettificazione sessuale” chirurgica nell’assunto che risulti più agevole, dato che i suoi attributi sessuali non si sono ancora sviluppati appieno.

L’anno scorso l’Agenzia italiana per il farmaco (Aifa) aveva dato il proprio parere favorevole affinché la triptorelina fosse inserita nell’elenco dei medicinali a carico del Servizio sanitario nazionale. Il 13 luglio del 2018 il Comitato nazionale di bioetica, con un solo voto contrario, aveva anch’esso benedetto l’uso di questo preparato. Lo scorso 2 marzo, infine, sulla Gazzetta Ufficiale si poteva leggere che tale farmaco sarà pagato da noi contribuenti solo per «casi selezionati in cui la pubertà sia incongruente con l’identità di genere (disforia di genere), con diagnosi confermata da una equipe multidisciplinare e specialistica in cui l’assistenza psicologica, psicoterapeutica e psichiatrica non sia risolutiva». In breve, si potrà in teoria usare questo farmaco solo come extrema ratio, quando tutte le altre soluzioni si saranno rese vane: ma sappiamo bene che, praticata una crepa nella diga, a breve tutta la diga crollerà e quindi l’uso di questo preparato sarà sempre più diffuso, senza dimenticare che, già di per sé, il blocco della pubertà è un problema.  

I possibili effetti collaterali della triptorelina sono ictus, patologie cardiache, aumento degli zuccheri nel sangue, costipazione, problematiche in ambito sessuale, diarrea, capogiri, mal di testa, vampate, perdita dell’appetito, nausea, insonnia, fastidi allo stomaco, stanchezza o debolezza, vomito. E stiamo parlando di effetti nocivi sugli adulti. Ma questo non è il punto, dato che ogni farmaco presenta in genere degli effetti indesiderati. I problemi sono altri.

Scienza & Vita e il Centro studi Livatino avevano prodotto un analitico documento (clicca qui) sull’uso di tale farmaco in relazione alla problematica della disforia di genere riguardante i minori. Nel documento si rilevava che mancano sufficienti studi clinici soprattutto in merito ai possibili effetti negativi a lunga scadenza (follow-up). Inoltre si sottolineava un particolare rischio concreto, cioè che «la pratica clinica quotidiana degeneri, finendo per ridurre la soluzione di un problema così complesso e decisivo per la persona alla banale somministrazione di una molecola». In altri termini, il farmaco sarà pure efficace nel bloccare la pubertà, ma non per risolvere i problemi psicologici del minore. Lo studio, in aggiunta, appuntava un dato importante: lo sviluppo sessuale di un minore confuso può aiutare a superare questa confusione. Cristallizzarlo invece nella sua condizione fisica pre-puberale può parimenti cristallizzare la sua stessa confusione. Così il documento: «Il blocco della pubertà e – quindi – anche degli ormoni sessuali potrebbe compromettere la definizione morfologica e funzionale di quelle parti del cervello che contribuiscono alla strutturazione dell’identità sessuale insieme con i fattori ambientali ed educativi. […] Si induce quindi farmacologicamente un disallineamento fra lo sviluppo fisico e quello cognitivo».

Inoltre c’è il problema del consenso, come fanno presente Scienza & Vita e il Centro studi Livatino: «un minore in età prepuberale che si trovi in “condizione frequentemente accompagnata da patologie psichiatriche, disturbi dell’emotività e del comportamento”» può esprimere un consenso valido? «Come possono i professionisti del settore garantire che il consenso di un preadolescente affetto da disforia di genere sia “libero e volontario”?». Infine, dato più rilevante degli altri, tra i minori che soffrono di questo disturbo – uno su 9.000 – moltissimi superano il problema in modo naturale senza l’intervento di farmaci.

Il Collegio americano dei Pediatri, con un documento aggiornato nel settembre 2017 (Gender ideology harms children, “L’ideologia gender fa male ai bambini”), si espresse proprio sulla tematica del blocco puberale per i minori affetti da disforia di genere indotto con farmaci. Riproduciamo ampi stralci di questo parere assai incisivo: «La sessualità umana è un carattere oggettivo, biologicamente binario: “XY” e “XX” sono indicatori genetici del maschio e della femmina, rispettivamente – non marcatori genetici di un disordine. […] Nessuno nasce con la consapevolezza di essere maschio o femmina: questa consapevolezza si sviluppa nel tempo e come tutti i processi di sviluppo può essere distorto dalle percezioni soggettive del bambino, dalle sue relazioni ed esperienze negative, dall’infanzia in avanti. […] La convinzione di una persona di essere qualcosa che in realtà non è costituisce, nella migliore delle ipotesi, il segno di un pensiero confuso. Quando un ragazzo altrimenti sano crede di essere una ragazza esiste un problema oggettivo che sta nella testa, non nel corpo, e dovrebbe essere trattato come tale. Questi bambini soffrono di disforia di genere. La disforia di genere (GD), in passato annoverata quale disordine dell’identità di genere (GID), è un disordine mentale riconosciuto nella più recente edizione del Diagnostic and statistical manual dell’American Psychiatric Association (DSM-V). […] La pubertà non è una malattia e gli ormoni che bloccano la pubertà possono essere pericolosi. Reversibili o meno, gli ormoni che bloccano la pubertà inducono uno stato di malattia – l’assenza della pubertà – e inibiscono la crescita e la fertilità in un bambino precedentemente sano. Secondo il DSM-V, fino al 98% dei bambini con confusione di genere e fino all’88% delle bambine con confusione di genere accettano il proprio sesso biologico dopo che attraversano naturalmente la pubertà. I bambini che assumono ormoni blocca-pubertà per impersonare l’altro sesso richiederanno ormoni cross-sex nella tarda adolescenza. Questa combinazione porta alla sterilità permanente. Questi bambini non saranno mai capaci di concepire un bambino neppure attraverso le tecnologie riproduttive. Inoltre, gli ormoni cross-sex (testosterone ed estrogeni) sono associati a gravi rischi per la salute, compresi (ma non solo) malattie cardiache, alta pressione, trombi, infarto, diabete e cancro. I tassi di suicidio sono quasi venti volte più alti negli adulti che usano ormoni cross-sex e si sottopongono alla chirurgia per il cambio di sesso, persino in Svezia che è tra i paesi più tolleranti con le persone LGBTQ. Quale persona compassionevole e ragionevole condannerebbe i bambini a questo destino sapendo che dopo la pubertà fino all’88% della bambine e fino al 98% dei bambini accetteranno alla fine la realtà e raggiungeranno uno stato di benessere mentale e fisico? Condizionare i bambini a credere che una vita intera di impersonificazione chimica o chirurgica dell’altro sesso sia una cosa normale è violenza sui bambini. Supportare la discordanza di genere come normale attraverso la scuola o le politiche legislative confonderà bambini e genitori, portando più bambini a presentarsi alle “cliniche del genere” ove gli daranno farmaci blocca-pubertà. Questo, in cambio, praticamente garantisce che essi “sceglieranno” una vita di ormoni cross-sex cancerogeni e comunque tossici, e molto probabilmente penseranno a mutilazioni non necessarie delle parti sane del loro corpo quando saranno adulti».

Dal punto di vista morale, e qui facciamo eco alle considerazioni di carattere psicologico del Collegio americano dei Pediatri, è bene ricordare che la psiche si deve conformare al corpo sessuato. Vi sono casi in cui gli attributi sessuali non si conformano perfettamente al dato genetico e in queste ipotesi la chirurgia e la farmacologia devono fare la loro parte perché ci sia armonia tra caratteri sessuali primari e secondari e profilo genetico che è maschile o femminile. Ma anche in questi casi la percezione di sé deve uniformarsi al sesso genetico. Purtroppo l’orientamento della pratica medica non asseconda questa prospettiva, bensì tende ad avallare in definitiva qualsiasi percezione del minore.

fonte http://lanuovabq.it/it/omaggio-al-gender-via-libera-al-farmaco-blocca-puberta

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CORSO DI AUTODIFESA FEMMINILE AD ATINA

Posted by on Mar 5, 2019

CORSO DI AUTODIFESA FEMMINILE AD ATINA

Un’ occasione unica sul territorio grazie alla disponibilità del Comune di Atina – Uno dei Borghi più Belli d’Italia e dell’Assessora alla cultura Marta Cardile ma soprattutto grazie alla Funakoshi Karate Sora che, nonostante i tanti impegni, ha subito accettato di vivere con noi questa nuova avventura.
Un ciclo di 5 incontri gratuiti che avrà inizio il 07 marzo 2019 alle ore 20.30 presso il palazzo ducale di Atina per scrollarci di dosso le etichette di “fragili” “vittime” “sesso debole” e valorizzare invece la forza, le risorse, la potenza delle donne.
Perché noi lottiamo tutti i giorni, non solo l’otto marzo!

Raccomandiamo di chiamare il numero del centro antiviolenza 0776839275 e comunicare la propria adesione per una migliore organizzazione della serata!
Vestitevi comode e ci vediamo tutte il 7!!!!!!!!!!!!!

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La Colonia di una Subnazione

Posted by on Feb 28, 2019

La Colonia di una Subnazione

RICORDATE ?
Renzi e Delrio, riducono al 26% il cofinanziamento nazionale ai fondi Ue 2014-2020 per Campania, Calabria e Sicilia. 10 miliardi risparmiati sulla pelle del Sud per essere regalati al nord, di cui già uno smistato su Roma Capitale e Expo Milano (legge stabilità 2015), mentre altri 1.2 miliardi vanno a “sbloccare” i cantieri padani.Se il termine “italia” indicasse un’unica nazione, e così non è dalla sua origine, la notizia sarebbe questa: l’indecente decisione di un governo leghista di tagliare il co-finanziamento nazionale ai fondi Ue 2014-2020 a Campania, Calabria e Sicilia, pone tali regioni nella condizione di perdere del tutto i fondi.
Come si conviene ad ogni colonia interna che si rispetti, invece, la notizia viene urlata così: “C’è il rischio che a fine 2015 queste tre Regioni non siano in grado di dimostrare di aver speso tutti i fondi a loro disposizione, perdendoli“. Ad affermarlo Nicola De Michelis, direttore delle Politiche Regionali e Coesione Territoriale. Ma sulla stampa italiota il leitmotiv è un altro, e ben peggiore: “Programmi di Campania, Calabria e Sicilia non pervenuti e dunque, per colpa loro, Italia nel drappello dei ritardatari”. Seguono invettive razziali sull’incapacità e l’inefficienza “genetica” del meridionale in quanto tale, con codazzo di piagnistei di meridionali italianizzati ed autoflagellanti (“ce lo meritiamo”; “è la nostra classe politica meridionale che fa schifo” etc. etc.), e psicosi varie da interiorizzazione del senso di colpa. Tuttavia le cifre in gioco sono sostanziose: solo i due fondi principali, FESR (fondo europeo per lo sviluppo regionale) e FSE (fondo sociale europeo), valgono 6.860 milioni per la Sicilia, 6.326 milioni per la Campania e 3.031 per la Calabria. Vale la pena di fare chiarezza.
Ma i piani operativi delle regioni del Sud, comprese le tre in oggetto, prevedono un co-finanziamento standard del 50%: per questo motivo pare infatti che il Ministero – ripetiamo: il ministero, non Campania, Calabria e Sicilia – non avrebbe trasmesso i Piani Operativi Regionali a Bruxelles. A questo punto o le tre regioni trovano per fatti loro i soldi per l’ulteriore 25% di co-finanziamento, oppure le opere non si fanno e i fondi tornano a Bruxelles.
C’è un’altra balla da smontare: la capacità di gestire i fondi europei dipende solo dall’efficienza delle singole regioni, per cui esistono regioni virtuose ed altre “schifose”, indovinate voi quest’ultime a che latitudini. Le cose non stanno così: la maggior parte della spesa in conto capitale, cioè quella per gli investimenti, è nella diretta gestione dello stato centrale. Ivi compresa una parte consistente dei FAS, inseriti ad esempio nei cosiddetti Accordi di Programma Quadro dei Trasporti, gestiti direttamente da ministeri e imprese pubbliche o parapubbliche (Anas e Trenitalia, per esempio) che di tutto se ne fottono tranne che di far sviluppare il sud. Alle regioni spettano i PAR – Piani Regionali Attuativi – ma anche qui se Roma non ci mette i soldi, ovvero cofinanzia, i progetti non partono.
Per vederci chiaro è sufficiente conoscere quanto successo nel recente passato circa la programmazione FAS 2007 – 2013, che valeva 63 miliardi di euro, poi tagliati a 53. Su 25 miliardi di FAS a gestione governativa centralizzata, 24 sono stati utilizzati per 33 operazioni in gran parte di spesa corrente: tradotto, significa che il governo ha deciso di usare i FAS non per investimenti “straordinari” al Sud, ma per spese di ordinaria amministrazione. Soldi che avrebbe dovuto mettere di tasca propria, e che invece così ha risparmiato, per operazioni che nulla avevano a che vedere con lo sviluppo del Sud, e che in massima parte hanno finito per arricchire in ogni caso il centro nord.
Per quanto riguarda la quota di spettanza delle regioni, a fine 2010 il governo centrale aveva già co-finanziato tutti – dicasi tutti – i piani regionali attuativi del centro nord con 5.2 miliardi di euro, mentre alla stessa data gli 8 PAR delle regioni meridionali non vengono co-finanziate per un valore di 17 miliardi di euro: programmi che non partono perché il governo non ci mette un euro.
Ed è qui l’autentico colpo di genio del sistema italiota: dopo aver bloccato questi progetti semplicemente non finanziandoli, il governo scarica tutta la responsabilità sulle regioni meridionali e, accusandole di essere le uniche colpevoli della mancata spesa del fondi, nel Novembre 2010 la gestione regionale dei Fondi FAS al sud viene “commissariata”. Con il Piano nazionale per il Sud il governo nazionale decide di avocare a sé la programmazione e la spesa di tutti i finanziamenti per il Mezzogiorno: “Ruolo proattivo del Governo che intende ristabilire principi e criteri per l’utilizzazione e la concentrazione delle risorse, nazionali e comunitarie, della programmazione 2007 – 2013” si legge nel “burocratese” del testo approvato dal governo.
Dopo quattro anni di gestione “commissariale” fallimentare o, se volete, efficientissima nel solito intento di sviluppare il nord a spese del sud, il gatto e la volpe, Renzi e Delrio, ripetono lo stesso giochetto delle tre carte: scaricano sulle regioni meridionali tutta la responsabilità della mancata spesa dei FAS, e tagliano il co-finanziamento nazionale a queste tre regioni, risparmiando 10 miliardi utili per il nord. Del resto gli effetti di queste politiche “leghiste” sono sotto i nostri occhi: i recenti dati SVIMEZ parlano chiaro, il nord si sta riprendendo mentre l’economia meridionale sta precipitando. Tutto questo orrore ha un nome: sottosviluppo programmato del sud targato “italia-unita-SPA”.
Nota a margine: di assurdità nella gestione dei fondi europei da parte degli amministratori meridionali ce ne sono state a iosa, ma se pensate che la colpa sia dell’inefficienza della classe politica meridionale, vi sbagliate su due concetti, inefficiente e meridionale. I politici del sud che militano nei partiti nazionali, cioè settentrionali, sono efficientissimi nello svolgere il loro compito: favorire l’economia del nord a danno della nostra, scaricando la colpa sui soliti stereotipi relativi alla “storica” arretratezza dei meridionali. A meno di non voler pensare che chi ha intenzione di far carriera in un partito finanziato dalla Merloni, come nell’era Prodi, o dai Fratelli Riva come nel caso di Bersani, possa davvero pensare di utilizzare quei fondi per far crescere al sud imprese che faranno concorrenza, e toglieranno quote di mercato, alle aziende del nord che finanziano i loro partiti. E chi dovrebbe farlo, quel Crocetta che rinuncia a oltre 5 miliardi di euro che spettavano alla Sicilia dal governo centrale, o quel Caldoro che non emette fiato quando l’agricoltura della sua regione viene “sputtanata”? Forse miglior candidato potrebbe essere quel Pomicino che siede sulla poltrona della Tangenziale di Napoli, mentre i suoi concittadini pagano il pedaggio a Benetton.
Pensare questo significa non aver capito un beneamato nulla di come funziona il sistema “sud colonia interna”: finché non avremo una classe politica legata a doppia mandata agli interessi reali della nostra terra, continueremo a perdere il tempo parlando di aria fritta.

Lorenzo Piccolo

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