Alta Terra di Lavoro

già Terra Laboris,già Liburia, già Leboria

Le numerose proprietà degli asparagi selvatici: prelibati, antidepressivi, energetici, riducono la cellulite e depurano

Posted by on Mar 20, 2019

Le numerose proprietà degli asparagi selvatici: prelibati, antidepressivi, energetici, riducono la cellulite e depurano

Questi ortaggi sono davvero poco calorici – circa 25 calorie per 100 grammi – mentre hanno molta fibra e vitamina C.

Nei canaloni, nei campi baciati dal sole, lì dove ci sono rovi, acqua e terreni bruciati. È il regno degli asparagi selvatici (Asparagus officinalis) piante suffruticose sempre verdi dalle foglie aghiformi diffusi nell’Europa centro-meridionale fin dall’antichità. Gli asparagi, specie quelli selvatici sono ricchi di sostanze energetiche e vengono da sempre ritenuti dei potenti afrodisiaci.

Questi ortaggi sono davvero poco calorici – circa 25 calorie per 100 grammi – mentre hanno molta fibra, vitamina C (in un etto ce ne sono 25 mg, il che equivale a circa un terzo del fabbisogno di una persona adulta), carotenoidi (i precursori della vitamina A, che ha un’azione antiossidante e protettiva della pelle e delle mucose e stimola l’azione del fegato), vitamina B e sali minerali, tra i quali calcio, fosforo e potassio: mangiando 100 grammi di asparagi si assume circa il 75% della quantità quotidiana necessaria di acido folico, sostanza molto importante per la moltiplicazione delle cellule dell’organismo e per la sintesi di nuove proteine. Gli asparagi sono molto depurativi e diuretici, se non ci sono controindicazioni vale la pena di approfittarne per aiutare e eliminare il ristagno di liquidi nei tessuti e quindi ridurre la cellulite. In generale migliorano le funzioni renali accelerando la diuresi e rimuovendo i sedimenti. Sei soggetto ad attacchi di malumore? Allora gli asparagi fanno al caso tuo: infatti, secondo alcuni studi questi ortaggi avrebbero una funzione antidepressiva, probabilmente legata alla loro azione disintossicante e diuretica. Mangiane con parsimonia solo se tendi a soffrire di disturbi renali, di cistiti e di calcoli renali, perché contengono acido urico che può incrementare l’infezione già in atto.

Una ricetta semplice? Sbollentati e poi saltati in padella con olio extravergine d’oliva e parmigiano grattugiato. Oppure sbollentati e poi sistemati per 15 minuti in un cartoccio di carta stagnola con olio, aglio, pomodoro fresco e pomodoro secco. Nel forno per 15 minuti e la prelibatezza è servita.

fonte https://www.vistanet.it/cagliari/2019/03/02/le-numerose-proprieta-degli-asparagi-selvatici-prelibati-antidepressivi-energetici-riducono-la-cellulite-e-depurano/?fbclid=IwAR0p6Or6IhQQujo3jvKZNvbkPMr43R2hYhR3sy7AZe7UOAx9AFzBveYZbcw

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Clima e CO2: una lettura smagata di Fiorentino Bevilacqua

Posted by on Mar 15, 2019

Clima e CO2: una lettura smagata di Fiorentino Bevilacqua

Anni fa, in un dibattito televisivo, si fronteggiarono, per così dire, due climatologi. Un “vecchio” Prof. universitario e un giovane professorino, sempre universitario, che aveva militato, mi sembra, in una associazione ambientalista.

Il più giovane sosteneva che la responsabilità dell’aumento della temperatura atmosferica, fosse solo e soltanto dell’aumento della CO2 (anidride carbonica) e dell’effetto serra che la sua presenza causa. Se aumenta la CO2, aumenta l’effetto serra che essa produce; se aumenta questo, aumenta il calore trattenuto in atmosfera e, quindi, aumenta la temperatura dell’atmosfera stessa.

Il vecchio Prof, invece, sosteneva che l’aumento della CO2 non poteva essere il responsabile dell’aumento di temperatura osservato (e c’erano pure dei dubbi su questi valori in aumento). Faceva un esempio numerico: la CO2 è solo il 2% di tutti i gas e vapori atmosferici capaci di trattenere il “calore” riflesso dalla superficie terrestre che, in loro assenza, verrebbe disperso nello spazio. Di questo 2% di molecole (CO2), solo il 2% è dovuto alle attività umane. In numeri: su 10.000 molecole di gas (e vapori) ad effetto serra, solo 200 sono di anidride carbonica (2% di 10.000); di queste 200 molecole di CO2, solo il 2% è prodotto dall’uomo o, come si dice, è di origine antropica: 4 molecole (2% di 200). Quindi: su 10.000 molecole ad effetto serra, capaci, cioè, di trattenere il calore in atmosfera e farne salire la temperatura, solo 4 sono prodotte dall’uomo.

Possono queste 4 molecole su 10.0000 fare tanto?

Il prof giovane, a questo punto, si “sbracciava” chiamando in causa la teoria del caos (il grande effetto prodotto da una piccola causa; la farfalla che batte le ali qui causando, involontariamente, un tornado a Melbourne, per intenderci).

…E fu a questo punto che mi venne voglia di andare via o cambiare canale: se tanto mi dà tanto, tanto mi deve dare tanto sempre. Quella teoria la devi applicare sempre.

L’altro Prof, quello più anziano, aveva detto che qualcuno degli altri gas (alcuni dei quali molto più efficaci della CO2 nel trattenere il “calore” in atmosfera), variava nel tempo molto più di quanto non variasse la CO2 antropica; inoltre c’era il dubbio sulla costanza della quantità di energia che arriva dal Sole: se fosse costante o fosse aumentata.

Questo fatto, i dati paleoclimatici, storici etc. lasciavano propendere per una situazione ancora tutta da verificare prima di lanciarsi in guerre sante.

Allora?

Forse, volendo, una certa parte, mettere sotto accusa un certo sistema di produzione, di vita etc, e volendo, un’altra parte (quella contrapposta), approfittare di questo per creare una situazione persino migliore, per essa, di quella che si andava eliminando, si è scelto il mezzo della CO2 che poteva contare:

a) su un esercito di volontari di belle speranze e grandi ideali

b) su una “autorevole” (nonostante tutto, nonostante certe mail…) organizzazione intergovernativa (IPPC), che sfornava previsioni allarmistiche, catastrofiche, mai avveratesi ma in grado di motivare, alimentare e  sostenere timori e aspettative dell’esercito che, così, avrebbe continuato a marciare nella direzione  creduta …”sua”, fermamente e soltanto sua.

c) su ricerche sostenute e carriere costruite solo se indirizzate nel verso giusto e, infine (poteva mancare?) …

d) sulla gran cassa dell’informazione mediatica che ha un fiuto eccezionale per annusare la direzione del vento …

E’ il meccanismo solito di quando c’è un cambiamento in atto che diventa, a torto o a ragione, epocale: agli inizi vi sono motivazioni giuste, valide, concrete; poi, si finisce per buttare nel calderone tutto, anche le scemenze: fanno comodo a chi, in buona fede, lo vuole, il cambiamento (perché aiutano a raggiungere la massa critica); sono utili a chi le usa, le “scemenze”, perché danno la possibilità di salire sul carro che, di lì a poco, sarà dei vincitori… sono utili ai veri pupari (la massa critica sarà raggiunta prima); ma sfugge (a quelli in buona fede) che, così facendo, viene minata la credibilità del processo e si aprono le porte agli opportunisti di turno che, magari, sono gli stessi di sempre; alcuni, forse, sono proprio gli stessi che patirebbero il cambiamento in atto.

Le vie della seta sono infinite…

Fiorentino Bevilacqua

14.03.2019

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Le lasagne sono napoletane. Arriveranno in Emilia solo nei primi del 900

Posted by on Mar 12, 2019

Le lasagne sono napoletane. Arriveranno in Emilia solo nei primi del 900

le lasagne sono un piatto napoletano e non emiliano. Già nel Duecento a Napoli si guastava la pasta a strati. Le lasagne arriveranno in Emilia solo nel primo novecento.

Non tutti sanno che le lasagne sono napoletane, una delle tante prelibatezze nate nella Napoli borbonica. La pasta a strati infatti nasce a Napoli e non a Bologna.

LASAGNE NAPOLETANE

Lo scrittore e saggista, Angelo Forgione, attraverso le ricerche fatte per il suo ultimo libro “Il Re di Napoli“ racconta che le lasagne sono un piatto della cucina napoletana e non di quella emiliana.

Come è accaduto per la parmigiana anche la lasagna viene erroneamente attribuita alla cucina settentrionale.
Le lasagne, quelle a strati ripieni, nascono a Napoli, non a Bologna. Già nel Duecento, all’ombra del Vesuvio, si inframezzavano sfoglie di pasta con formaggio grattugiato e spezie in polvere.

Fu nell’Ottocento che divennero le lasagne napoletane per come le conosciamo.
Solo nel primo Novecento gli emiliani, leggendo i testi napoletani, fecero la loro versione.

L’IMPORTANZA DEL POMODORO NELLA CUCINA NAPOLETANA

E del resto, il pomodoro non fu mai coltivato in Emilia prima dell’Unità.
Fu, Ferdinando I di Borbone (1751 – 1825) a spronare alla crescita la cucina popolare napoletana. Il sovrano tornava a Napoli per reggere il Regno delle due Sicilie dopo la breve parentesi di Gioacchino Murat.

Leggenda vuole che Ferdinando I, fosse tanto goloso a tal punto di battersi pur di introdurre i maccheroni con il ragù nei menu ufficiali. E quando si trovava faccia a faccia con la sua amata pietanza non poteva fare a meno di intingere le dita nella salsa nonostante si trovasse alla presenza di notabili stranieri.
Il pomodoro fu la vera rivoluzione della cucina partenopea e gli stessi napoletani furono molto abili nell’insegnare a tutti il modo per cucinarlo, mangiarlo e come gustare per le sue enormi qualità.

RICETTA DELLE LASAGNE NAPOLETANE

Ecco come si preparano le lasagne della tradizione napoletana.

Ingredienti

  • Dosi per 8 persone:
  • 300 gr di sfoglie di lasagne
  • 400 gr di fior di latte
  • 3 uova
  • 400 gr di ricotta romana
  • 100 gr di pecorino
  • Per il ragù:
  • 150 gr di costine di maiale
  • 1 salsiccia
  • 250 gr di muscolo di manzo
  • 50 gr di pancetta
  • 1 cipolla
  • 1 carota
  • 1 costa di sedano
  • 1/2 bicchiere di vino rosso
  • 1,5 lt di passata di pomodoro
  • sale
  • olio di oliva extravergine
  • Per le polpette:
  • 250 gr di carne macinata
  • 1 uovo
  • 1 fetta di pane
  • 20 gr di parmigiano
  • sale
  • olio di semi

Preparazione delle lasagne

  • Iniziate a preparare il ragù tagliando a tocchetti i tre tipi di carne.
  • In una casseruola con dell’olio fate appassire il trito di cipolla, sedano e carota assieme alla pancetta a cubetti.
    Aggiungete quindi la carne e fatela cuocere per qualche minuto.
  • A questo punto mettete il vino e fatelo sfumare rigirando anche la carne di tanto in tanto.
    Inserite anche la passata di pomodoro e mescolate.
  • Dal momento in cui il sugo riprende a bollire abbassate al minimo la fiamma e fate cuocere lentamente per 4 ore.
    Quando sarà pronto sollevate i pezzi di carne più grossi e teneteli da parte.
  • Intanto preparate le polpette mettendo in una ciotola la carne macinata, l’uovo, il pane a tocchetti, parmigiano e sale.
    Amalgamate bene e formate con le mani tante piccolissime polpette.
  • Friggete le polpette, in olio bollente, rigirandole.
  • Mettete la ricotta in una ciotola ed aggiungetegli una parte di sugo per poterla lavorare con una forchetta.
  • Cuocete per qualche minuto in acqua bollente salata, con aggiunta di qualche goccia di olio, le sfoglie di lasagne.
    Man mano che saranno cotte sollevatele e mettete ad asciugare su di un canovaccio pulito.
  • Intanto bollite le uova per 10 minuti in un pentolino con dell’acqua.
    Quindi sbucciatele e tagliatele a fette.
  • Preparate la lasagna cospargendo la pirofila con un mestolo di ragù.
    Adagiate quindi il primo strato di sfoglie (se necessario tagliatene qualcuna) e ricopritelo con della ricotta.
    Aggiungete quindi il fior di latte a tocchetti e poi le uova.
  • Ripetete i passassi mettendo anche le polpette e la spolverata di pecorino.
    Ricoprite nuovamente mettendo ricotta e passata di pomodoro.
  • Terminate con una spolverata di pecorino ed cuocete in forno già caldo a 200 °C circa 30 minuti.

Quando preparare la lasagna di carnevale

Nonostante sia un piatto tradizionalmente associato al periodo di carnevale, oggi la lasagna viene preparata davvero durante tutto l’anno, anche in quei periodi durante i quali (pensiamo all’estate) dovremmo forse metterci alla ricerca di qualcosa di più leggero da portare in tavola.

Sarebbe secondo i canoni del mangiare moderno un piatto unico, in quanto comunque al suo interno finiscono carne, uova e altre componenti tipiche dei secondi. Non stupitevi però se, quando invitati per un pranzo in casa alla napoletana, la lasagna sarà soltanto una delle portate.

fonte https://napolipiu.com/le-lasagne-sono-napoletane-arriveranno-in-emilia-solo-nei-primi-del-900?fbclid=IwAR39965mNXWiv4lFDXNmPK79VkQjgchD2bMfWO_aBPTmtNxFBxrV95KNFN0

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Il Cane Corso o Cane ‘e presa, il cane dei Briganti

Posted by on Feb 22, 2019

Il Cane Corso o Cane ‘e presa, il cane dei Briganti

Il cane corso è una razza molto diffusa nel meridione della penisola.

E’ un cane molto bello all’aspetto, possente e agile ma al tempo stesso dalla scattante  muscolatura, ha il pelo solitamente di colore nero ma non sono rare anche le varianti grigio piombo o grigio chiaro e fulvo. Il pelo è corto ma non raso ed è ispido ed è detto anche pelo di vacca. Il peso del Cane Corso varia dai 40 ai 60 kg mentre l’altezza può variare dai 60 ai 70 cm al garrese ma, non è da escludere, che ci fossero anticamente esemplari che superavano questa stazza.

Il cane corso o can ‘e presa, è un cane di origini antichissime. Si è evoluto assieme all’uomo cacciatore e pastore svolgendo diverse funzioni ma, dimostrandosi insostituibile nella caccia. In Europa, la carne di cinghiale prima e di maiale poi, quando l’uomo imparò ad allevarlo, fu di grandissima importanza per la sopravvivenza. Il corso era l’unico cane in grado di tener testa ad un cinghiale e l’unico in grado di bloccare la fuga ad un maiale, quando questo era allevato col sistema brado. Nelle nostre terre, pare che fino a 30 o 40 anni fa, vi fosse un figura particolare, il porcaro, che con l’aiuto di una sola coppia di cani era in grado di controllare gli allevamenti di suini di un intero paese.

Le origini del corso, come dicevamo, sono antichissime. Durante l’impero romano, era addestrato al combattimento per il quale aveva una grande predisposizione, o utilizzato in battaglia contro i nemici. Tuttavia, essendo
spiccatamente territoriale era perfetto per la difesa della proprietà.
Il nome Corso non deriva, come molti pensano, da Corsica. Il termine Corso deriva da: chors, ovvero cane che fa da guardia al cortile o guardia del corpo.

Molte sono le testimonianze scritte che citano questo  maestoso animale

Niccolò Machiavelli in un poemetto intitolato L’Asino, scrive: “Vidi una volpe maligna e importuna che non truova ancor reste che la pigli; e un can còrso abbaiar alla luna”.

Nel poemetto Leporea (1628), scritto in onore del cardinale Scipione Borghese, leggiamo:

Qui li ciechi lepier e corsi

Can, di ferocità rabiosa armati,

affrontar lupi, apsi, leoni et orsi

co’ i cacciatori suoi vedrete entrati.

Giovanni Verga, nei Malavoglia (1881) scrive  “Morde peggio di un cane corso”

Giovan Battista Marino (1569 – 1625) racconta il mito di Atteone, formidabile cacciatore, mutato per vendetta da Artemide in cervo e quindi rincorso e sbranato dai suoi stessi cani e scrive:

I veltri liberi e franchi

sono i primi alla pesta.

Più lontani e più lenti

vengon gli alani e i corsi.

Seguono i medi e i persi

temerari e ardenti…

Il corso sempre viene elogiato per qualità come la velocità e la forza, l’agilità e la resistenza ed il corpo possente e massiccio. E’ molto legato al suo padrone e si adegua a ciò che questi gli richiede. Nelle mani sbagliate, proprio per la sua possenza, può divenire estremamente pericoloso.

A partire degli anni 1960, con il progressivo abbandono delle campagne, l’allevamento di questi cani subì un declino significativo che, però, fortunatamente non durò a lungo. Già negli anni ’70 cominciò un’opera di recupero di questo cane che ben presto suscitò l’interesse di parecchi cinofili, attratti dal fascino della razza nel suo aspetto fisico e nella sua indole. Se cresciuto come cane da compagnia, il corso resta legato alla famiglia, se allevato come cacciatore diviene un cane ardimentoso e feroce.

Si racconta che il re di Napoli Ferdinando II d’Aragona (Napoli, 26 agosto 1469 – Somma Vesuviana, 7 settembre 1496) volle che venisse selezionata la variante “corso” a pelo raso e richiese che venissero incrociati i nostri molossi rustici col cane da presa di Maiorca per ottenere un animale a pelo raso diverso dal cane che veniva utilizzato nelle campagne e che avesse caratteristiche nobiliari. Lo scopo era quello di usarlo come cane da combattimento.

Molto interessante è il rapporto del cane corso con i Briganti. E’ possibile trovarne riscontro nell’appassionante ‘I cani in guerra. Da Tutankhamon a Bin Laden’, di Giovanni Todaro. I briganti preunitari, comuni malviventi, spesso si avvalevano di cani corsi, che servivano per fare la guardia nei rifugi e percepire, a distanza, l’avvicinarsi del nemico. Secondo le cronache dell’epoca, ma questo è tutto da verificare, alcuni briganti avevano cani corsi innaturalmente feroci, abituati addirittura a cibarsi di carne umana. L’utilizzo dei cani corsi da parte dei briganti postunitari, i nostri resistenti all’invasione piemontese, continuò anche contro l’esercito sabaudo prima e italiano poi durante il periodo 1860-70 circa. Per questo motivo le autorità militari del Regno d’Italia con ordinanza del 25 ottobre 1862 emanarono il seguente ordine: “Dalle ore 24 italiane tutti i cani, tanto dentro l’abitato che in campagna, dovranno essere rinchiusi. Quelli che si troveranno fuori saranno immediatamente uccisi”.

fonte http://briganti.info/il-cane-corso-o-cane-e-presa-il-cane-dei-briganti/

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La grande distribuzione rifiuta la nostra ortofrutta e ci invade di prodotti stranieri. L’attacco della Coldiretti

Posted by on Feb 13, 2019

La grande distribuzione rifiuta la nostra ortofrutta e ci invade di prodotti stranieri. L’attacco della Coldiretti

L’intervento della Coldiretti:la grande distribuzione che rifiuta la nostra ortofrutta  per mancanza di certificazione,mentre ci invade di prodotti stranieri.

“Grande scelta di prodotti ortofrutticoli comunitari ed extracomunitari sui banchi degli ipermercati pugliesi. Stamani abbiamo acquistato uva indiana, pesche, insalate e nespole spagnole, clementine e fagiolini del Marocco. Ci chiediamo se siano più fidati in termini di sicurezza alimentare ed eticità dei rapporti di lavoro i prodotti indiani e marocchini che quelli pugliesi”.

E’ il Presidente di Coldiretti Puglia, Gianni Cantele, ad elencare i prodotti stranieri venduti sui banchi delgli ipermercati pugliesi, proprio nelle ore in cui si stanno rifiutando di ritirare ciliegie pugliesi in mancanza dell’adesione volontaria alla ‘Rete del Lavoro agricolo di qualità’.

“Nella settimana dall’11 al 17 aprile – insiste – il fatturato della GDO è tornato a scendere soprattutto al Sud, con il tonfo dell’1,89% segnato anche in Puglia secondo i dati Nielsen. Evidentemente le politiche esterofile attuate sinora non sono riuscite a stimolare adeguatamente i consumi, nonostante le ‘offerte’ di prodotti civetta. L’enorme quantitativo di prodotto proveniente dall’estero ha trovato molto spazio sui banchi delle catene della grande distribuzione organizzata ed essendo ormai gli ipermercati il veicolo maggiore di commercializzazione dei prodotti ortofrutticoli, sono determinanti nella formazione del prezzo del prodotto agricolo dal campo alla tavola”.

Crollo dei consumi, forbice dei prezzi dal campo alla tavola letteralmente dilatata, invasione di prodotti dall’estero. Sono in sintesi gli elementi che hanno contribuito a determinare una drastica battuta d’arresto delle vendite dell’ortofrutta pugliese.

“Gli ipermercati lasciano a terra le ciliegie pugliesi con la scusa che i produttori non hanno la certificazione etica che è su base volontaria – incalza Angelo Corsetti, Direttore di Coldiretti Puglia – e acquistano prodotto da Paesi extracomunitari, che nulla possono garantire in termini proprio di eticità nei rapporti di lavoro. Aspettiamo che il Prefetto di Bari ci convochi per sollecitare la sburocratizzazione della richiesta di adesione e approfondire al contempo i meccanismi speculativi che sono evidentemente alla base dei mancati ritiri di ciliegie proprio nei giorni in cui sta partendo la campagna. Chiederemo al Prefetto che controlli che sotto l’algido scudo della lotta al caporalato non si celino bieche manovre per allungare i tempi e far partire le quotazioni ad avvio dei contratti con la grande distribuzione il 29 aprile prossimo”.

fonte http://www.politicamentescorretto.info/2018/06/13/la-grande-distribuzione-rifiuta-la-nostra-ortofrutta-e-ci-invade-di-prodotti-stranieri-lattacco-della-coldiretti/?fbclid=IwAR0ZFGJcWL0eoKuRlRRJX1FqrjSaodfO04MjempI-0ZqFtdteccZqmPBWwU


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Vasinicola: perché in napoletano (e non solo) il basilico si chiama così?

Posted by on Gen 18, 2019

Vasinicola: perché in napoletano (e non solo) il basilico si chiama così?

La lingua napoletana conserva ancora oggi delle parole dietro cui si nasconde una lunga storia fatta di miti, superstizioni e leggende: è il caso della “vasinicola”, la nobile “pianta dei re” che durante il Medioevo suscitava paura e timore in chiunque la nominasse.

La nostra cucina è ricca di sapori e odori irresistibili. Molti di questi vengono da lontano, e sono entrati a far parte della nostra cultura grazie alla vivacità che ha caratterizzato il Mediterraneo fin dall’epoca antica, portando dietro di sé storie, suggestioni e leggende che talvolta ben poco hanno a che fare con l’alimentazione: è il caso, ad esempio, del basilico, che a Napoli e in molte altre zone del sud Italia porta ancora oggi un nome curioso. Qui la profumata pianta aromatica viene chiamata “vasinicola”: ma perché? Il basilico: una pianta da re Risalire all’etimologia del termine è particolarmente interessante: dietro questa parola si nascondo tutta una serie di credenze popolari e pratiche superstiziose che risalgono a tempi antichissimi. Il dialetto napoletano, come si diceva, chiama ancora oggi la pianta aromatica con un appellativo che deriva direttamente dal latino: più precisamente da “basilius”, il quale a sua volta riecheggia il greco “basileios”, ovvero “re”. Sia per i romani che per i greci questa pianta era particolarmente preziosa, “basilikon phyton”, “degna di un re”.

Ma a cosa è dovuta la particolare reverenza con cui gli antichi chiamavano il basilico? È probabile che il nome si riferisse all’usanza, praticata dai nobili imitando i costumi orientali, di cospargersi il corpo con oli e profumi estratti direttamente dalle foglie di questa pianta. Le antiche popolazioni mediterranee, entrando in contatto con i popoli del Medio Oriente e dell’Asia, conobbero molto presto le proprietà cosmetiche e curative del basilico: si dovrà attendere il XVIII secolo per scoprire che oltre alle ottime qualità mediche il basilico è anche un eccellente ingrediente per le nostre ricette. Pianta nobile o simbolo del demonio? In effetti, durante tutta la sua lunghissima storia, la vasinicola si è distinta non tanto quale prelibato alimento ma piuttosto come un ottimo strumento contro le malattie del corpo e dell’anima: conosciuto già dagli egizi, il basilico veniva frequentemente utilizzato per le imbalsamature sia per le sue proprietà disinfettanti sia perché ritenuto di buon auspicio per l’aldilà ma, successivamente, greci e romani arrivarono a considerarlo addirittura un segno diabolico. Plinio il Vecchio lo cita quale causa di pazzia, associando il suo nome a quello del mitologico basilisco, mostro mitico in grado di uccidere con un solo sguardo. Cura o veleno? L’ambiguità del basilico continua a sopravvivere anche durante tutto il Medioevo: molti la utilizzavano come unguento per le ferite, molti altri, come il naturalista Nicholas Culpeper, lo cita nei suoi trattati di botanica come un potente veleno. In molte miniature sacre il basilico ritorna quale strumento del demonio, mentre in molte leggende popolari esso compare quale strumento primario per trovare l’amore: si riteneva che se una fanciulla in età da marito, toccandolo, avesse un tremore, voleva dire che non era più vergine.

fonte https://www.fanpage.it/vasinicola-perche-in-napoletano-e-non-solo-il-basilico-si-chiama-cosi/p3/#commenta

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