Alta Terra di Lavoro

già Terra Laboris,già Liburia, già Leboria

IL CARD. RUFFO E FRA DIAVOLO NON SI AMAVANO MA AD ITRI SI SONO RIAPPACIFICATI

Posted by on Mar 3, 2020

IL CARD. RUFFO E FRA DIAVOLO NON SI AMAVANO  MA AD ITRI SI SONO RIAPPACIFICATI

Il 1799 anno spartiacque tra due ere quella dell’ “Antico Regime” che cercava in tutti modi di non sparire e il nuovo rappresentato dall’illuminismo che nel giacobinismo aveva trovato il suo braccio armato,  ma è stato anche l’atto conclusivo del triennio d’oro, ma anche funesto , delle insorgenze italiche iniziate nella Gallia cisalpina e Gallia cispadana e che nel Regno di Napoli aveva visto nascere, vivere e morire l’epopea dell’esercito della Santa Fede guidato dal Cardinale Fabrizio Ruffo, delle Masse guidate da veri eroi e dai Lazzari che hanno scritto uno delle pagine più gloriose e più eroiche del Regno di Napoli e di Napoli che passerà alla storia come “Le Tre Giornate di Napoli”

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IL 1799 IN ALTA TERRA DI LAVORO A CASSINO

Posted by on Gen 5, 2020

IL 1799 IN ALTA TERRA DI LAVORO A CASSINO

Il 17 gennaio 2015 alla Sala Restagno del Comune di Cassino s’è tenuto un importante convegno sul 1799 organizzato dall’ Ass. Id. Alta Terra di Lavoro che ha avuto un successo di pubblico enorme sia per l’argomento, Cassino l’allora San Germano ha avuto anche quelle drammatiche vicende uno ruolo di protagonista, che per lo spessore dei relatori.

L’ Ass. alla Cultura del Comune di Cassino Danilo Grossi ha fatto gli onori di casa curando impeccabilmente l’accoglienza e successivamente hanno conferito lo storico Laborino Fernando Riccardi che ha parlato dei fatti accaduti in alta Terra di Lavoro, Il Magistrato Edoardo Vitale di Napoli, figlio del grande Silvio ideatore della famosa rivista storica identitaria L’Alfiere agli inizi degli anni 60, che ha parlato del 1799 nel Regno di Napoli ed infine ha conferito il compianto Pietro Golia , grazie alla sua casa editrice Controcorrente ha dato voce a tantissimi storici identitari che hanno sempre avuto le porte sbarrate dalle case editrici salariate nazionali, che ha cercato di creare un ponte tra i fatti del 1799 con quelli di oggi.

A fare da contorno al convegno e renderlo ancora più interessante ci hanno pensato i figuranti in costume d’epoca i “Briganti di Antica di Frontiera” e il gruppo di musica popolare guidato da Fernando Cedrone “Cantori in Terra di Lavoro” accompagnati da Benedetto Vecchio leader del gruppo musicale Mbl.

Di seguito il video integrale di tutta la giornata girato dalla “Gueffus Film”

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BRIGANTI E BRIGANTESSE Odio, amore e gelosia tra speranze e delusioni con risposta di Fernando Riccardi

Posted by on Dic 29, 2019

BRIGANTI E BRIGANTESSE Odio, amore e gelosia tra speranze e delusioni con risposta di Fernando Riccardi

“Egregio direttore, la lettura dell’articolo ‘Le brigantesse: drude o eroine’ pubblicato nel n. 3 di codesta rivista, mi ha riportato indietro nei miei ricordi di vecchie letture sul brigantaggio meridionale. Ne è venuto fuori un articoletto sulle drude dei briganti nostrani che credo farà piacere portare a conoscenza dei lettori della nostra rivista, se crede”.

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Anno Domini 1411: Roccasecca “caput Europae”….Mundi

Posted by on Set 20, 2019

Anno Domini 1411: Roccasecca “caput Europae”….Mundi

Nella sua “Storia delle Signorie Italiane” edita a Milano nel 1881, il Cipolla, accennando alla battaglia di Roccasecca del 19 maggio 1411, così scriveva: “Tutta Italia fu ripiena della fama di questa insigne battaglia”. Ricostruire, sia pure in sintesi, il contesto in cui maturò tale evento bellico non è operazione agevole. Morto nel 1386 Carlo III di Durazzo, il Regno di Napoli passava nelle mani dei suoi due figli, Ladislao e Giovanna, ancora bambini. I poteri, allora, vennero affidati a Margherita d’Angiò, moglie del defunto re. Ciò non impedì l’insorgere di una serie torbida di congiure provocate dai potenti baroni meridionali i quali, riconoscendo come loro sovrano il giovane Luigi II d’Angiò, nipote del re di Francia, indussero i transalpini a scendere in Italia. Nel 1391 i Francesi si impadronirono di Napoli costringendo la regina Margherita e i figli a rifugiarsi nella fortezza di Gaeta.

Soltanto nel 1399 Ladislao, ormai maggiorenne, poté rientrare in possesso del suo regno. Egli, per prima cosa, si preoccupò di ristabilire l’ordine interno frenando la prepotenza dei baroni. Quindi, poco adatto alla sedentaria vita di corte, dette inizio ad una lunga serie di operazioni militari. Nel 1403 si recò, come già suo padre, in Ungheria per impossessarsi della corona di Santo Stefano: l’impresa, però, fallì e fu costretto a tornare a Napoli. Sfumato il sogno balcanico Ladislao concentrò tutti i suoi sforzi sul territorio italiano, rivolgendo le sue mire sul vicino Ducato Romano. Profittando delle difficoltà della Chiesa alle prese con le prime avvisaglie del “grande scisma”, nel 1406 occupò Roma. Temendo la scomunica, però, si ritirò e stabilì una tregua con il pontefice. L’anno successivo Ladislao marciò di nuovo alla volta della Città Eterna che ben presto cadde nelle sue mani.
Il papa Giovanni XXIII, allora, si vide costretto ad assoldare un poderoso esercito per combattere i napoletani. Il comando fu affidato a Luigi II d’Angiò, l’antico rivale di Ladislao. L’angioino con 12.000 corazzieri guidati dai più celebri condottieri del tempo (Paolo Orsini, Muzio Attendolo detto lo “Sforza”, Braccio Fortebraccio da Montone), da Roma, seguendo la via Latina, si portò a Ceprano, ai confini del Regno. Il re Ladislao, invece, con i suoi capitani, tra cui Rostaino Cantelmo, conte di Alvito, da San Germano (l’odierna Cassino) spostò le sue truppe nella pianura di Roccasecca e allestì l’accampamento sulle sponde del Melfa. La mattina del 19 maggio 1411 gli angioini, guadato il fiume, assalirono con forza i reparti napoletani che, colti di sorpresa, non seppero resistere all’urto e si diedero a precipitosa fuga. Lo stesso Ladislao, ferito e deluso dall’esito della battaglia, dapprima si rifugiò nel vicino castello di Roccasacca e poi fuggì a San Germano trincerandosi nella munita Rocca Janula. Luigi d’Angiò aveva riportata una brillante vittoria nella battaglia di Roccasecca. Molti notabili, capitani e baroni napoletani caddero nelle mani degli angioini che raccolsero un ragguardevole bottino. A Roma si organizzarono grandi festeggiamenti per celebrare la vittoria con la quale si pensava di aver definitivamente messo fuori gioco l’irrequieto e bellicoso Ladislao. Si ignora dove la battaglia sia stata combattuta. Qualcuno propende per la contrada Nevali dove alla fine dell’800, in occasione dell’apertura di una strada rotabile, sono stati rinvenuti arnesi bellici, ferri, freni di cavalli, scimitarre nonché un numero impressionante di resti umani. Tornando alla vicenda bellica c’è da dire che i vincitori non seppero profittare della situazione favorevole.
Distolti da saccheggi e ruberie non riuscirono ad impedire la fuga di Ladislao il quale, riorganizzate le sue truppe, fu pronto a contrastare di nuovo gli avversari. Tanto che, con salace arguzia, il sovrano napoletano era solito affermare: “Nel primo giorno dopo la sconfitta che toccai i nemici avevano in mano la mia persona; al secondo il mio regno; al terzo né la mia persona né il mio regno”. Nel campo francese si giustificò l’inspiegabile inerzia con la grave perdita di cavalli subita nella cruenta battaglia. Sembra, però, che l’interruzione delle ostilità sia stata provocata soprattutto dal ritardo con il quale era stato versato il soldo alla milizia mercenaria e ai loro capi. Della qualcosa profittò abilmente il re Ladislao che provvide al riassetto del suo esercito ricomprando dai nemici soldati, armi e cavalli. Dopo aver sostato per alcune settimane nella malsana palude di Roccasecca, le truppe transalpine, decimate dalla malaria, ripiegarono su Roma. Poco dopo lo stesso Luigi d’Angiò, vista la precarietà della situazione, si imbarcò alla volta della Provenza lasciando campo libero ai napoletani. Ladislao, allora, invase nuovamente le terre della Chiesa costringendo il papa alla fuga. Giunto con le sue truppe a Narni, però, si ammalò gravemente. Qualcuno sostiene che sia stato avvelenato da una avvenente fanciulla del luogo che aveva tentato prepotentemente di concupire. Tornato a Napoli, nel 1414, ad appena 37 anni, rendeva l’anima a Dio lasciando il trono alla sorella Giovanna, detta “la pazza”. Dopo di che il regno cadde in preda ad un vortice ininterrotto di lotte intestine, di anarchia e di disordine che si protrarrà per buona parte del XV secolo.

Fernando Riccardi

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