Alta Terra di Lavoro

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GIUSEPPE GARIBALDI (1807-1882), UOMO DELLA PROVVIDENZA?

Posted by on Ago 10, 2019

GIUSEPPE GARIBALDI (1807-1882), UOMO DELLA PROVVIDENZA?

Il più grande eroe del risorgimento, è conosciuto dal mondo intero, come l’uomo delle mille vittorie e tra tutte, della spedizione dei mille. Garibaldi è dunque l’eroe intrepido che all’amor di patria, unisce sempre l’abilità corsara, marinara e da stratega; egli è nell’immaginario collettivo, costantemente in compagnia dell’amor di patria e della vittoria, onde entrambi gli sorridono eternamente e ne innimbano la corona d’alloro immortale. E tutto ciò è a mio avviso, sostanzialmente giusto: infatti l’eroe combatté per creare uno Stato unitario, che migliorasse la vita del nostro popolo, e lo affrancasse da ogni schiavitù, compresa quella della miseria e della ingiustizia sociale. Egli riteneva strettamente collegate le due cose, onde non poteva esserci miglioramento della qualità popolare della vita, senza unità politica.

A quel tempo, non poteva prevedere il gran generale, le vicende dell’impero coloniale e l’epilogo della seconda guerra mondiale, e non poteva prevedere nemmeno la crociata ultima e suicida, contro la salute e la prosperità della famiglia (divorzio, aborto, eutanasia, matrimoni gay…); tutti settori dove si vede che in fondo, il nuovo Stato unitario, pensava e pensa tuttoggi più ad aumentare il potere di se stesso, che a migliorare le condizioni del popolo italiano, nel nome dell’unità del quale nacque e si conserva.

Un simile Stato, il generale dalla camicia rossa, forse non l’avrebbe voluto, e se avesse saputo prevedere il futuro, certo sarebbe stato tentato di cambiarlo. In conclusione, Garibaldi, come tutto il risorgimento, fu moralmente superiore sia al colonialismo che al fascismo, che alle ipocrisie democratiche e antifamiliari, postbelliche.

Ci sono tuttavia una serie di aspetti negativi della personalità garibaldina, che vanno spiegati. Quali sono questi aspetti? Sono i seguenti: Garibaldi è ateoide e massone, è anticlericale e antipapale in modo permanente e patologico.

Considera la morte una semplice transizione della materia a cui conviene conformarsi pacatamente

1) e sembra pertanto, non credere all’esistenza dell’anima; dimostra certa spregiudicatezza macchiavellica per cui il fine giustifica i mezzi: assume infatti la frase dantesca: Fare l’Italia anche col diavolo

2), ed è nota la sua partecipazione alla massoneria fin dal 1844

3) Ma l’aspetto che più colpisce in un patriota quale Garibaldi, come in alcuni patrioti del risorgimento, è l’anticlericalismo

4) :con scarso acume, si ritiene la chiesa e la religione, una forza che ostacola l’Unità d’Italia. In realtà l’unico linguaggio uniforme comprensibile anche dai semplici e dai contadini (notoriamente esclusi dalle lotte risorgimentali), l’unica coscienza nazionale in grado di capire e assumere la pace e la fratellanza universale (e pertanto anche nazionale), è tuttoggi ed era allora più che oggi, la religione cattolica. Pertanto come poté ignorar ciò, Garibaldi e parte dei risorgimentali, propugnando l’ Unità d’Italia? Il malinteso ha origine forse dal seguente approccio: il pensiero risorgimentale ammette nel suo programma, la violenza, la cospirazione e la guerra, per raggiungere il suo scopo unitario; ma il Papa e la Chiesa, non potevano condividere questa strada violenta e d’attacco coperto o scoperto, senza venir meno alla sostanza della dottrina cristiana, prima ancora che all’esercizio amministrativo, del potere temporale. Il non aver capito questa cosa importante, è il limite fondamentale di Garibaldi e dell’intero risorgimento. Il non aver fatto capire tale aspetto importante al risorgimento, è il limite fondamentale del mondo ecclesiastico e cattolico e dei Papi di quei tempi.

Ciò premesso, vi è nella vita di Garibaldi, una costante che lo preserva e lo guida. Egli vive quotidianamente in mezzo al pericolo, all’ostilità varia, e alla pugna; ma mentre molti dei suoi seguaci son feriti o muoiono in battaglia, il generale stranamente, la fa sempre franca. Anzi, anche quando è colpito dalla casualità avversa come il colpo di pistola partito da un arma cadutagli accidentalmente

5), o le fucilate delle truppe sabaude in Aspromonte che lo ferirono a una gamba, anche allora il generale, in definitiva la passa liscia : curato, torna quello di prima. Assalito seriamente dai reumatismi, trova lo stesso il modo di andare avanti, anzi, già vecchio, prende persino le difese della Francia assalita dai prussiani e come al solito, li vince mettendoli in fuga. Quando si muove per qualsiasi motivo, la schiera dei nemici supera di gran lunga quella dei fedeli amici; intrighi burocratici nel quadro del patriottismo

6), persino alla corte sabauda, e in tutti gli Staterelli della Penisola

7), lo assalgono con costanza duratura e martirizzante; ed egli ne è consapevole, talvolta sa persino lucidamente che si desidera il suo fallimento militare, onde con calcolo basso basso, non gli si danno abbastanza armi e soldati ed equipaggiamento

8). Ma l’amor patrio supera infine tuttociò e accetta il rischio; anzi, il più delle volte riesce vittorioso. Vi è quindi dell’umano eroico, che ha sapore di soprannaturale, nell’esistenza di Garibaldi: egli fu in realtà un eroe misteriosamente protetto da Dio nella lotta contro l’ingiustizia e l’assoggettamento dell’Italia allo straniero. Invero, Dio dette lunga vita a Garibaldi (morì a 75 anni), nonostante che giorno per giorno questi rischiasse seriamente di morire da bandito per alcuni, o da soldato patriota per altri. Insomma visse sempre con la vita appesa a un filo, e ciononostante ebbe la grazia di morire su un comodo letto, tra le cure dei familiari rimasti e degli amici patrioti. E se non ottenne subito il Paradiso, certamente l’ottenne dopo una permanenza in Purgatorio.

Si pone pertanto la seguente domanda : perché la Provvidenza ha in qualche modo tollerato l’ostilità ecclesiale di Garibaldi ? Stà scritto infatti che chi va contro la Chiesa si sfracella, la sua fine può esser prematura, la sua punizione è anzi, certa

9) . Ma l’eroe fu tenuto in vita lungamente da una mano invisibile, altrimenti non sarebbe scampato a tanti pericoli, con le sue sole forze. La risposta alla suddetta domanda non può essere pertanto, che la seguente: i tempi erano ormai maturi per affrancare la Chiesa dall’esercizio del potere temporale; dall’alto si è visto e permesso la grande metamorfosi, onde la Chiesa Santa fondata da Dio stesso, si è voluta veder serrare le sue sole file e e le sue sole sante forze spirituali a scapito dei compromessi e dei radicamenti temporali. In pratica, Garibaldi e il risorgimento intero, creando lo Stato unitario, costrinsero la Chiesa ad abbandonare il potere temporale e a riformarsi spiritualmente. Essi però, così come furono delusi dal vedere il rafforzamento anziché l’indebolimento del cattolicesimo ad opera loro e dello Stato unitario, sarebbero stati tra breve, se fossero vissuti abbastanza, ancor più delusi, dall’opera e dall’epilogo fascista del medesimo NeoStato: questo infatti, fatto unico e grande, tagliando ciononostante arbitrariamente ogni legame con la tradizione cristiana, si gettò sfrontatamente in una avventura bellica, senza possibilità di ritorno e tantomeno di vittoria, trascinando con sé nel baratro e nella guerra civile, l’intero popolo nostro. Ma le radici più lontane di questa disfatta, sono già nel risorgimento, quando l’unità d’Italia è propugnata e vissuta come opposizione e emancipazione dalla Chiesa e dalla Religione Cattolica. NOTE 1: Giuseppe Garibaldi, Memorie, Torino, Einaudi, 1975, p.147. 2: Idem, p. 460; 3: Garibaldi, venne proclamato Primo massone d’Italia, e non per essere stato il primo italiano ad entrare in massoneria, avendolo fatto molti altri prima di lui (G. fu iniziato nel 1844 nella Loggia brasiliana ‘Asilo de la virtude’), ma per essere stato riconosciuto di grandissimo animo e spessore iniziatico, per il suo sentirsi massone, per aver seguito e servito l’ideale liberomuratorio in maniera convinta e totale, avendo improntato ad esso ogni atto della sua vita, a parte il fatto che fu eletto gran maestro della massoneria italiana… [Rocco Ritorto, Tavole massoniche, Cosenza, Pellegrini, s.d., 2001(stampa), p.120]. 4: Definisce il papa: Il più fino nemico d’Italia (idem n.1, p.378), i preti hanno insegnato ai contadini che non son gli Austriaci i nemici dell’Italia ma noi liberali scomunicati (idem n.1, p.275); Quanti malvagi non vi son da epurare in questa società italiana tanto corrotta dai preti e dagli amici dei preti! (idem n.1, p. 421); Ugo Bassi fu torturato dai preti prima di fucilarlo, essendo stato prete, maggiore era la loro rabbia (idem n.1, p.244)…ecc. . 5: (idem n.1, p. 332); 6: idem p. 357, opposizione di Cavour; p. 372: i piemontesi non riconoscono come nazionale l’esercito meridionale; p. 388: la diffidenza impedisce che 5 reggimenti si dispongano al suo comando, durante la campagna del Tirolo; p. 398: la campagna del 66 è così impronta di eventi sciagurati che non si sa dire si debba imprecare alla fatalità o alla malevolenza…..p. 311: i carabinieri di cavour, alla vigilia della spedizione siciliana, gli impediscono la presa dei fucili buoni; devono arrangiarsi con altri poco buoni; …ecc. 7: idem p. 301:ostacolato dalla bassa gente dell’Italia centrale, cioè da vari politicanti di Modena e della Toscana; … . 8: idem p 311; p.299 : gli danno i volontari o troppo vecchi o troppo giovani; p. 292 : si vuol mandare a Lonato Garibaldi con 1800 uomini, quando l’imperatore d’Austria, là accampato, ne ha 200 000; p. 294 : durante la campagna del Tirolo, prima della battaglia del Mincio, tolgono senza chiaro motivo a Garibaldi al comando del generale Cialdini, la IV° divisione, una delle migliori dell’esercito italiano …. 9: crf. Lc 20,18; Mt 21,44 .

fonte http://www.lettereadioealluomo.com/Giuseppe_Garibaldi_provvidenza.htm

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Chi fu Garibaldi? Un negriero, un grande nemico del Meridione,della Chiesa, dell’Italia.

Posted by on Ago 4, 2019

Chi fu Garibaldi? Un negriero, un grande nemico del Meridione,della Chiesa, dell’Italia.

Quando si parla di Risorgimento, di unità politica dell’Italia, l’eroe che viene alla mente è senza dubbio Giuseppe Garibaldi. Per decenni la sua figura è stata celebrata, osannata, sino a farne una sorta di santo laico, da porre sull’altare della patria, a cui dedicare poesie, strade, pazze e statue equestri: al fine di dare, ad un paese che aveva voluto tagliare i conti, in quattro e quattr’otto, col passato, un mito fondativo sufficientemente romantico e affascinante. Di Garibaldi, il poeta vate Giosue Carducci, cantore dell’Italia mazziniana, e poi di quella crispina e coloniale, scriveva: “Nacque da un antico dio della patria, mescolatosi in amore con una fata del settentrione…”. In verità il Risorgimento, come notò Gobetti, è stato un tempo senza eroi. “Troppo fumoso e cerebrale Mazzini– scrive Luca Marcolivio, nel suo piacevole “Contro Garibaldi” (Vallecchi)-, troppo machiavellico Cavour, troppo legato alla cattiva fama di casa Savoia Vittorio Emanuele II“. L’unico che “seppe suscitare qualche entusiasmo popolare, anche se dovuto più ai lati spettacolari, pittoreschi e buffoneschi del suo modo di essere e di apparire che non a delle vere qualità di capo”, fu, secondo Indro Montanelli, Giuseppe Garibaldi.. Chi fu veramente Garibaldi? Fino al 1848 la sua vita è poco chiara, perché avvolta nella leggenda. “Da giovane – scrive lo storico Massimo Viglione, nel suo “L’identità ferita” (Ares)- dopo aver partecipato al tentativo mazziniano di invasione del Regno di Sardegna, Garibaldi si mise dapprima a fare il pirata al seguito del bey di Tunisi e poi fu costretto a fuggire in Sudamerica per non finire impiccato. Quindi si coinvolse prima nel furto di cavalli in Perù (dove gli vennero tagliati i padiglioni degli orecchi), e poi praticò la pirateria per il commercio degli schiavi asiatici“. Un pirata, dunque? La notizia, negata da Phillip K. Cowie, con argomenti piuttosto fragili, è invece confermata da altri storici, come L. Leoni, O. Calabrese, A. Pellicciari, e persino da un agiografo di Garibaldi come Giovanni Spadolini che però, ne “Gli uomini che fecero l’Italia“, vi accenna fuggevolmente senza addentrarsi nelle sue “leggendarie e piratesche imprese in Sud America”. Più esplicito lo storico del Risorgimento Giorgio Candeloro, che, intervistato su “La Repubblica” del 20/1/1982, fornisce dettagli maggiori: “Comunque Garibaldi, un po’ avventuriero, un po’ uomo d’azione, non era tipo da lavorare troppo a lungo in una fabbrica di candele. Va in Perù, e, come capitano di mare, prende un comando per dei viaggi in Cina. All’andata trasportava guano, al ritorno trasportava cinesi per lavorare il guano: la schiavitù in Perù era stata abolita e il guano non voleva lavorarlo più nessuno. Insomma un lavoretto un po’ da negriero. Era un avventuriero, un uomo contraddittorio, fantasioso, un personaggio da romanzo“. Negriero, avventuriero, personaggio da romanzo…sino all’impresa dei Mille, che ne fece, appunto, un mito inarrivabile. Ed è quindi giusto, finalmente, rivedere questa storia di “mille eroi” senza macchia e senza paura, e senza soldi, ma armati solo del loro coraggio e di chissà quali ideali, che piegarono da soli il più grande stato italiano, il Regno delle due Sicilie: una favola che non può più essere raccontata. Occorre un po’ di serietà. Da tempo sappiamo bene che Garibaldi non fu affatto il conquistatore straordinario di cui si è a lungo parlato e che il mito della sua invincibilità fu creato ad arte ancora prima che egli ritornasse, dall’America, in Italia. Nella sua spedizione al sud, Garibaldi contò anzitutto sull’appoggio inglese, senza il quale non avrebbe potuto far nulla. Nel suo “La strana unità” (il Cerchio), Gilberto Oneto ricorda che la flotta da guerra dell’ammiraglio George Rodney Mundy seguì la spedizione garibaldina passo passo. I Mille neppure sarebbero riusciti a sbarcare, senza di essa. Oltre alla flotta che accompagnava tutti i momenti più delicati, a fianco di Garibaldi vi fu una legione di “volontari” inglesi, anch’essi determinanti. Infine, è da considerare l’importanza dei grandi finanziamenti ottenuti da Garibaldi dall’Inghilterra, che gli servirono certamente a pagare gli ufficiali dell’esercito borbonico che, a differenza dei loro soldati, abbandonarono in massa la difesa del regno. Pier Giusto Jaeger, nel suo “L’Ultimo re di Napoli” (Mondadori), ricorda che Garibaldi non affrontò una sola battaglia di consistenza vera, sino a quella del Volturno, dove ebbe l’appoggio, oltre che degli inglesi, anche dei piemontesi guidati dall’ammiraglio Persano, scesi dal nord più per evitare che le incerte e traballanti conquiste di Garibaldi sfumassero, che per impedire la sua marcia su Roma. E’ proprio Persano, nel suo “Diario”, a fornirci ulteriori testimonianze sulla corruzione e il tradimento come i mezzi principali con cui il Nizzardo ottenne la vittoria. Persano era stato inviato da Cavour in Meridione, come ricorda Angela Pellicciari nell’introdurre il Diario dell’ammiraglio, proprio con lo scopo di “proteggere-tallonare-controllare Garibaldi, organizzare l’invio di uomini e armi che affianchino i Mille, corrompere i quadri della marina e dell’esercito borbonici” (“I panni sporchi dei Mille“, Liberal). Corruzione e tradimenti: le migliori armi in mano ad un presunto eroe che da solo, con i suoi Mille, non avrebbe fatto assolutamente nulla. Che non dovette neppure affrontare una vera resistenza, dal momento che il re Francesco II, cugino del sovrano sabaudo, era stato convinto a lasciare il paese, rinunciando quindi ad una strenua difesa, anche su consiglio del suo ministro dell’Interno, il traditore Liborio Romano, al fine di evitare lo spargimento del sangue dei suoi sudditi. Si può infine aggiungere che la vittoria di Garibaldi fu ottenuta anche grazie ai suoi proclami, in cui prometteva libertà e terre. Sappiamo bene cosa ne ebbe il Meridione. Ce lo hanno raccontato, prima degli storici, Giovanni Verga, già garibaldino, nella novella “Libertà“, in cui descrive le stragi indiscriminate del luogotenente garibaldino Nino Bixio, e Luigi Pirandello, anch’egli di famiglia antiborbonica e risorgimentale, che però nella sua novella “L’altro figlio“, fa dire ad una protagonista che Garibaldi asseriva sì di portare “la libertà”, ma si limitò a liberare dalle carceri tutti i delinquenti e i criminali, per destabilizzare il regno dei Borboni. Afferma la protagonista della novella di Pirandello: “…vossignoria deve sapere che questo Cunebardo (storpiatura popolare di Garibaldi, ndr) diede ordine, quando venne, che fossero aperte tutte le carceri di tutti i paesi. Ora, si figuri vossignoria che ira di Dio si scatenò allora per le nostre campagne. I peggiori ladri, i peggiori assassini, bestie selvagge, sanguinarie, arrabbiate da tanti anni di catena…”. Scriverà qualche decennio più tardi un altro scrittore siciliano, Carlo Alianello, nel suo “La conquista del sud” (Il cerchio): “Lo stesso giorno 20 ottobre (1860) il Dittatore, il quale esiliava vescovi, arcivescovi e cardinali, fece grazia a tutti i condannati all’ergastolo e alla galera per delitti comuni. Garibaldi sbarazzava le carceri di quei malfattori, per mettervi ufficiali, magistrati, aristocratici, preti e frati. E così si faceva l’Italia“. Quanto alle terre promesse dal Nizzardo ai meno abbienti, esse finirono non certo nelle mani dei contadini, verso cui dimostrava disprezzo (li considerava “servi dei preti”, perché non si associavano alle sue scalmanate camice rosse), ma dello Stato piemontese, dell’ aristocrazia e della borghesia fondiaria meridionale, che capirono subito, come ci dice Tommasi di Lampedusa nel suo “Il gattopardo”, che si poteva benissimo cambiare tutto, anche mettendo la camicia rossa, senza cambiare nulla, o forse, guadagnandoci ancora di più (Tommasi di Lampedusa accenna infatti allo spartizione, da parte dei nuovi vincitori, delle terre comuni e di quelle della Chiesa, che sino ad allora servivano invece, molto spesso, al sostentamento delle classi più povere). Non è un caso che dopo la conquista della Sicilia, Garibaldi abbia trovato più amici a Torino e a Londra che in Meridione. Qui infatti il mito di Garibaldi, già di per sé circoscritto, era durato poco più dello spazio di un mattino. Infatti, come testimonia Giuseppe La Farina, braccio destro di Cavour nella organizzazione della spedizione dei Mille, le cui lettere sono state pubblicate sempre da Angela Pellicciari nel testo citato, Garibaldi e i suoi avventurieri si erano subito rivelati per quello che erano: saccheggiatori di ogni ricchezza, pubblica e privata, nelle orge e nel dispotismo. Lo stesso Garibaldi, nelle sue “Memorie” (Bur), affermava: “Si cominciò a parlare di dittatura, ch’io accettai senza replica, poiché l’ho sempre creduta la tavola di salvezza nei casi d’urgenza e nei grandi frangenti in cui sogliono trovarsi i popoli“. Dittatore, dunque, in un paese di cui non conosceva nulla, neppure il dialetto, senza il sostegno della popolazione, deciso, per di più, ad imporre ovunque la legislazione piemontese e la leva militare obbligatoria, dai 17 ai 50 anni, ad un popolo che non la conosceva, e che non aveva nessuna intenzione di arruolarsi in massa per guerre che non condivideva e non capiva. Questo è tanto vero che subito dopo il 1860 il mito risorgimentale fu già, dalle plebi meridionali, dimenticato: al suo posto l’emigrazione di massa, fenomeno prima pressoché inesistente, la leva militare obbligatoria imposta ai meridionali, le rivolte contro l’occupazione piemontese, e i moti anti-sabaudi come quello di Palermo (1866) repressi nel sangue dai prefetti e dall’esercito piemontesi. Come nota lo storico Mario Isnenghi, infatti, proprio l’opposizione alla unificazione del Meridione al Regno di Sardegna, che cominciò già nel 1860 e che va sotto il nome di “brigantaggio”, “può considerarsi pressoché l’unica manifestazione reale, per estensione geografica, partecipazione numerica e durata, di presenza attiva delle masse subalterne negli anni del Risorgimento“. Fu Garibaldi stesso a riconoscere, in una lettera ad Adelaide Cairoli: “Gli oltraggi subiti dalle popolazioni meridionali sono incommensurabili. Ho la coscienza di non aver fatto del male. Nonostante ciò, non rifarei la via dell’Italia Meridionale, temendo di essere preso a sassate, essendosi là cagionato solo squallore e suscitato solo odio“.

Inoltre, nel suo “Poema autobiografico” del 1862, non esitò a biasimare in più passaggi quei fatti che vanno sotto il nome di “Risorgimento”, e di cui lui era stato uno dei principali protagonisti: “E l’Italia? E’ fatta cloaca, ai piedi/ del più schifoso de’ tiranni”, cioè quello stesso Vittorio Emanuele, a cui lui stesso aveva consegnato il Regno borbonico, e che viene ora descritto come un uomo “con libertade sulle labbra e…in cuore del coccodrillo la verace sete/ dell’isterminio! A dar battaglia ei viene/ a chi del Mondo la prima corona/pose a’ suoi piedi. Ingrata volpe!…”. E ancora, proponendo un bilancio passivo dell’unificazione italiana, ormai avvenuta: “Tutto è menzogna e privilegio. Un vano/ di libertade simulacro illude le moltitudini ingannate…”. Ma nonostante cercasse spesso di prendere le distanze dalla nuova Italia, di cui era stato artefice principale, almeno in teoria, insieme al Cavour, la popolarità dell’eroe dei due mondi sbiadì presto, anche al di fuori del Meridione. Racconta un agiografo come Alfonso Scirocco, nel suo “Giuseppe Garibaldi” (Laterza), che molto presto per la storia dei Mille, narrata da Nizzardo stesso, “è difficile trovare un editore disposto a garantire le 30.000 lire richieste dall’autore”. Allora “l’Eroe pensa all’Inghilterra ma la traduzione non trova promotori…Per assicurarne la vendita scende in capo la Massoneria. Secondo le consuetudini dell’epoca, nel 1874 Timoteo Riboldi diffonde 12.640 schede di prenotazione tra gli amici e gli estimatori del Generale”. Negli ultimi vent’anni della sua vita Garibaldi, che era personaggio piuttosto vanesio, si diede dunque alla scrittura, raccontò la sua vita e le sue imprese, per mantenere vivo il suo mito ed anche per guadagnare dei soldi, di cui era sempre alla ricerca, nonostante gli giungessero spesso graditi doni da ammiratori stranieri: da alcuni inglesi ricevette per esempio nel 1869 un panfilo, il Princess Olga, mentre un tale John Anderson gli versò una cambiale di 5000 lire in oro. Ma il versamento più cospicuo fu quello che ottenne nel 1875: un dono governativo, “di gratitudine nazionale”, di 2.000.000 di lire offertogli dal governo De Pretis, che gli valse il soprannome di “eroe dei due milioni” da parte della “Civiltà cattolica”, e di “pensionato della monarchia” da parte dei mazziniani. Un fatto è certo: la fama, al di fuori dell’ufficialità, ormai scoloriva sempre più, ma Garibaldi forse sbagliò nel cercare di mantenerla, e di guadagnare ancora, scrivendo romanzi e memorie. E’ proprio leggendo quest’ultimi, infatti, con la loro “traballante macchina narrativa”, la “lutulenza alternata all’improvvisa secchezza”, l’ “invadenza e la ripetitività degli squarci polemici”, il “carattere macchiettistico dei personaggi”, le “filippiche antigovernative e le prediche anticlericali” (Mario Isnenghi, “Garibaldi fu ferito“), che il lettore contemporaneo capisce di trovarsi di fronte ad un personaggio imbarazzante, quasi una caricatura. Da essi infatti traspare l’immagine di un avventuriero inquieto, senza alcuna profondità né di dottrina né di pensiero, ma fanatico, ripetitivo ed intollerante; di un personaggio amante della guerra per la guerra, dell’avventura fine a stessa, che amava ripetere sovente, a suggello di un discorso o di una lettera, frasi inquietanti come la seguente, “La guerra es la verdadera vida del hombre!”, salvo scrivere, due righe oltre, di essere un ardente “pacifista”; di un presunto eroe-pensatore che, secondo una definizione di The Times di quegli anni, “ha rozze nozioni di democrazia, comunismo, cosmopolitismo e positivismo che si mescolavano nel suo cervello“. Traspare, inoltre, l’immagine di un uomo che strapazzò allegramente donne e figli – infatti ebbe “tre mogli ufficiali e un numero imprecisato di amanti che gli sfornano un bel po’ di figli”, più o meno conosciuti, come nota Gilberto Oneto; mentre Alfonso Scirocco allude alle “facili occasioni” che “da vecchio marinaio” amava cogliere con le donne, numerose, che incontrava nei suoi viaggi, e Luca Goldoni dedica un intero libro alle sue numerose avventure, ribattezzandolo “L’amante dei Due Mondi”-, con la stessa superficialità con cui aveva combattuto e ucciso o con cui aveva elogiato gli omicidi carbonari come quello di Pellegrino Rossi, che avevano contribuito ad impedire che l’Italia conoscesse un’unificazione pacifica e federalista. Infine, dalla lettura degli scritti di Garibaldi, si evincono altre due caratteristiche dell’eroe, spesso piuttosto silenziate: il suo odio inverecondo e ossessivo per la Chiesa cattolica e la sua assoluta incapacità di un pensiero politico minimamente coerente e fondato (il che lo renderà utile e obbediente di volta in volta agli interessi di Londra, delle logge massoniche, di Cavour e di Vittorio Emanuele). Basterebbero alcune righe poste da lui stesso a prefazione delle sue “Memorie”: “In ogni mio scritto io ho sempre attaccato il pretismo, perché in esso ho sempre creduto di trovare il puntello d’ogni dispotismo, d’ogni vizio, d’ogni corruzione. Il prete è la personificazione della menzogna. Il mentitore è ladro. Il ladro è assassino: e potrei trovare al prete una serie di infimi corollari. Molta gente, ed io con questa, ci figuriamo di poter sanare il mondo dalla lebbra pretina coll’istruzione…Quindi libertà per i ladri, per gli assassini, le zanzare, le vipere, i preti! E cotesta ultima nera genìa, gramigna contagiosa dell’umanità, cariatide dei troni, puzzolenta ancora di carne umana bruciata, ove signoreggia la tirannide, si siede tra i servi, e conta nella loro affamata turba… Amanti della pace, del diritto, della giustizia- è forza nonostante concludere con l’assioma di un generale americano: ‘La guerra es la verdadera vida del ombre!‘”. Oppure si possono leggere le sue lettere, in una delle quali definiva Pio IX “quel metro cubo di letame“, invitava a rompere i confessionali, “resi utili a far bollire i maccheroni della povera gente“, e a schiacciare il “verme sacerdotale”. Nel suo “I Mille”, scritto intorno al 1870, Garibaldi esalta le imprese delle camice rosse e le pone in contrasto con “la nauseante realtà della società odierna“, a cui il Nizzardo metterebbe fine, come gli sembra possa avvenire in sogno, con la creazione di un dittatore temporaneo, capace di amministrare la giustizia in piazza, in uno stato finalmente senza leggi scritte, senza polizia, senza “sgherri” e senza “preti”, in cui si ode “la parola tolleranza ripetuta da tutti e con rispetto“, tranne, naturalmente, “per i lupi, le vipere e i preti“! Analoghi concetti si possono trovare in “Clelia, o il governo dei preti“, un altro romanzo del Nizzardo, scritta nel 1869, che Mario Isnenghi considera il modello del romanzo anticlericale di Mussolini, “Claudia Particella, l’amante del cardinale”. Scriveva l’eroe dei due milioni, in conclusione di quest’opera – dopo aver deprecato i veneti che non si erano affatto ribellati agli austriaci nel 1866 e avevano accolto con pieno disinteresse alcuni candidati al Parlamento da lui personalmente sostenuti, nel 1867, una volta “liberati”-, descrivendo se stesso: “Odia i preti come istituzione menzognera e nociva…Professa idee di tolleranza universale e vi si uniforma, ma i preti, come preti non li accetta perché egli non intende siano tollerati malfattori, ladri, assassini e considera i preti quali assassini dell’anima peggiori degli altri. Egli ha passato la sua vita colla speranza di vedere nobilitata la plebe e ne ha propugnato ovunque i diritti. Ma con rammarico confessa pure che egli è rimasto in parte deluso…Egli è d’avviso che la libertà di un popolo consiste nella facoltà di eleggersi il proprio governo, che secondo lui deve essere dittatoriale, cioè di un uomo solo” (come mai a scuola è sempre presentato come “repubblicano”?) Nel suo testamento, infine, Garibaldi, che sempre più spesso, come si è detto, lanciava improperi contro l’Italia che aveva contribuito a costruire, e di cui fu anche, più volte, parlamentare ultra-assenteista, chiese di essere bruciato, in ossequio al suo panteismo e invitò i suoi cari a tener lontano “il prete”, che “considero atroce nemico del genere umano“, asservitore degli uomini, e, soprattutto, come aveva scritto altrove, delle donne (le più credulone…). All’ultimo punto, con la solita lucidità con cui era passato dalla fede repubblicana mazziniana al ruolo di dittatore in Meridione alla fede monarchica, per cambiare ancora, scriveva: “Potendolo, e padrona di se stessa, l’Italia deve proclamarsi Repubblica, ma non affidare la sua sorte a cinquecento dottori (cioè ad un parlamento, ndr), che dopo averla assordata con ciarle, la condurranno a rovina. Invece, scegliere il più onesto degli italiani e nominarlo dittatore temporaneo…Il sistema dittatoriale durerà sinchè la Nazione sia più educata a libertà… Allora la dittatura cederà il posto a regolare governo repubblicano“. Questo era l’uomo, che molti italiani, in verità, non amarono. Non lo amarono i contadini, che Garibaldi infatti criticava per la loro inattività rivoluzionaria, né i cattolici, che detestarono la sua avversione violenta alla loro fede, e il suo spirito rivoluzionario, né la gran parte dei meridionali, di cui non fu il liberatore, ma l’affossatore. Ne riconobbero la pochezza, anche molti altri. Scriveva di lui Proudhon: “Gran cuore, ma niente cervello“, mentre Costantino Nigra lamentava: “Questo Garibaldi è buono solo a distruggere“. Persino uno dei suoi collaboratori più stretti, Francesco Crispi, sosteneva: “La piccolezza della sua mente è una sventura. Grande, omerico sul campo di battaglia, si eclissa nei giorni di pace“.

http://www.libertaepersona.org/wordpress/2011/03/chi-fu-veramente-giuseppe-garibaldi-2344/

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Dir male di Garibaldi? Cose da chercuti

Posted by on Lug 31, 2019

Dir male di Garibaldi? Cose da chercuti

E’ giusto conoscere cosa pensano di Garibaldi i suoi più accesi sostenitori, leggendo articolo che di seguito riportato il nostro giudizio negativo si rafforza sull'”eroe nizzardo”

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Dir male di Garibaldi è come sparare sulla Croce Rossa: è facile, sta piantato lì come un birillo da “tre palle e un soldo”. Così in questo fausto anniversario di un XX Settembre che non c’è più da un bel pezzo se ne son sentite delle belle rimpallate come in un ping pong fra Padanìa e Borbonia. E noi nel mezzo a veder passare a palle incatenate bordate come terrorista, delinquente, cialtrone, mercenario, personaggio storico discutibile, filibustiere, falso eroe da rinnegare. E poi “massone”, epiteto oggi particolarmente evocativo di oscure trame o folcloristici riti. O minaccioso o patetico. Oggi certo sì, ma allora?

Il pecorismo bigotto, ormai tracimato fin oltre il cosiddetto arco costituzionale, sembra godere nel rendere finalmente pan per focaccia alla valanga di improperi con cui quell’impunito dalla camicia rossa ha sommerso quel cattolicismo retrivo e reazionario che fece di tutto per opporsi all’unità d’Italia pur di mantenere il potere temporale. Il tragicomico però è che i suoi sfoghi anticlericali in gran parte non hanno perso di attualità. Anzi, tutto fa pensare che vadano rilanciati, perché tanto livore nei suoi confronti deriva proprio dalla restaurazione in atto grazie a una controriforma strisciante.

Non c’è bisogno di tanto revisionismo bilioso per togliere l’aureola a Garibaldi, ma come monsignor Fisichella con licenza papale “contestualizza” le bestemmie, basterebbe calarsi nel tempo e rileggere il personaggio col linguaggio di allora per rivivere i perché della lotta contro la chiesa di Roma. Che lo si voglia o no fu una rivoluzione e come sempre non fu un balletto di vergini cucce in tutù, ma uno scontro violento che avrebbe voluto dare dignità a un nugolo di sudditi soffocati da una teocrazia dispotica: «La teocrazia papale è la più orribile delle piaghe da cui il mio povero paese è afflitto; diciotto secoli di menzogna, di persecuzioni, di roghi e di complicità con tutti i tiranni d’Italia resero insanabile tale piaga» [1].

Non è un caso che i cattopagani padani e vaticani si siano ingegnati a distruggere la figura di Garibaldi additandolo a causa di un federalismo mancato purché rimanesse all’ombra di pseudocroci celtiche e di crocefissi cattolici. Fu caso mai Mazzini, usando le parole di Garibaldi, il grande statalista contrario a ogni forma di autonomia legislativa regionale: «L’elemento volontario, avversato dal governo, dal prete e da quella casta di dottrinari che capitanati da Mazzini ed ammantati da un esclusivismo arrogante, gridano ai quattro venti: “Noi soli siamo puri, noi uomini di principii republicani perché vogliamo la republica anche ove vi sia l’impossibilità di ottenerla”» [2]. Un «Mazzini, che senza avere la capacità di comandare, non tollera la direzione altrui, o gli altrui consigli. E senza voler manifestarsi capo assoluto, egli è assolutissimo, e direi quasi un secondo infallibile» [3]. E non si dimentichi che fu poi lo stesso Cattaneo a dover rinunciare al suo disegno federalista per la mancanza di una classe dirigente al sud. Garibaldi anche in questo caso si limitò a un nuovo “ubbidisco” [4].

Ma se tanta mistificazione è, diciamo così, concepibile che venga dai paladini neo-guelfi, rimane difficile digerire i tentennamenti clericali dall’attuale timida torma riformatrice e pseudoprogressista. Come si fa a distinguere la “laicità” di una Moratti che dedica la stazione di Milano a santa Francesca Saverio Cabrini, da un Veltroni che ambiva dedicare a Wojtyla quella di Roma o da un Vendola l’aereoporto di Bari? Un Vendola che rilancia anche con un «Guai se a questo rispondessimo con pulsioni anticlericali, dobbiamo invece rilanciare dialoghi, aprire varchi». Quali varchi visto che proprio lui finanzierà con 120 milioni di euro, senza gara d’appalto, il complesso ospedaliero della “Fondazione San Raffaele del Mediterraneo” nel cui consiglio di amministrazione ci saranno rappresentanti della Regione e delldon Verzé. Proprio lui che non mancò all’ostensione delle spoglie di Padre Pio perché «in un giorno come questo non posso che essere con il mio popolo, non posso che essere a San Giovanni Rotondo per un evento che ha uno straordinario fascino e un richiamo mondiale [… è …] uno dei luoghi più amati nell’universo della cristianità». Ma che cristianità d’Egitto: San Giovanni Rotondo è solo una mèta turistica della superstizione cattolica più retriva.

Una delle cose forse più subdole apparve però questa estate sulle pagine de «la Repubblica» dove Paolo Rumiz racconta dell’incontro con l’ultimo Giuseppe Garibaldi in un ufficio in cui campeggia «una caricatura di G. che esce dalla tomba per raddrizzare l’Italia di oggi e il Tricolore della repubblica romana con la scritta “Dio e popolo”, lo stesso che sventolò per qualche settimana sul Campidoglio. “Garibaldi non era affatto ateo” ci teneva a precisare il pronipote. Battezzava personalmente i bambini, sostituendosi al prete, e diceva: “Ti battezzo in nome di Dio e di Cristo suo legislatore in terra”».

Tanto per cominciare quella bandiera era quella di Mazzini, triumviro sì repubblicano ma cristianamente invasato, quanto al non essere “affatto ateo” siamo in piena mistificazione dell’altrui pensiero. Al limite è più plausibile il giudizio sulla «inconsistenza della sua fede, in tutto adeguata alle “società atee” che gli affidavano la presidenza onoraria e a cui egli rispondeva con immancabili messaggi di speranza» [5]. Infatti la fede di Garibaldi, almeno in termini religiosi, era di una consistenza ben diversa da quanto potesse aspettarsi un laico sì, ma di osservanza cattolica come Spadolini. E ha certamente visto meglio il disciplinato cattolico Massimo Introvigne indicando come i suoi riferimenti siano «l’ateismo, lo spiritismo, il deismo, un vago cristianesimo liberale» [6].

Garibaldi, fra le tante, riuscì anche a far della pessima letteratura – non a caso il Carducci se ne uscì con un ironico «Garibaldi ha fatto tutto per l’Italia, anche versi» – ma scrisse questi suoi romanzacci, come si legge nella prefazione della Clelia ovvero Il governo dei preti, oltre che per rimettere assieme quattro soldi per campare, soprattutto per “spirito di servizio” in modo da parlare ai giovani e tramandare le sue convinzioni. Proprio ne I Mille prova a dare un’idea della sua visione “religiosa” «quell’armonia indefinita, sublime, edificante, con cui gli eletti della specie umana sono beati contemplando l’Infinito nell’infinito» specificando più volte nelle note che «Ricordi il lettore che per Infinito io intendo lo spazio, lo universo, Dio, ecc. – Accenno, ma non insegno», finché si lascia andare e si dilunga per cercare di spiegarsi meglio: «Nelle presenti controversie della Democrazia mondiale, in cui si scrivono numerosi fascicoli per provare Dio gli uni, per negarlo gli altri, e che finiscono per provare e per negare nulla; io credo sarebbe conveniente stabilire una formola edificata sul Vero, che potesse convenire a tutti ed affratellare tutti. (Col dottrinarismo intollerante per il mezzo, certo sarà un affare un po’ serio).

Per parte mia accenno e non insegno. Può il Vero, o l’Infinito, che sono la definizione l’uno dell’altro, servire all’uopo? Io lo credo. V’è il tempo infinito, lo spazio, la materia, come lo prova la scienza, quindi incontestabile. Resta l’intelligenza infinita. È essa parte integrante della materia? Emanazione della materia? La soluzione di tal problema è superiore alla mia capacità, e sinché non si risolva matematicamente, io mi attengo ad un’idea che nobilita il mio povero essere, cioè: all’Intelligenza Infinita, di cui può far parte l’infinitesimale intelligenza mia, siano esse emanazione della materia o no.

Di più, devo confessare, che non capisco come sian la stessa cosa: l’incudine, il ferro che batte il fabbro, e la sua idea di farne una marra. Non capisco come sian la stessa cosa: il pianeta, l’orbita elittica, in cui rota e traslata, la legge che ha circoscritto il suo moto in quell’orbita, e la mente di Kepler che scopriva questa legge … Accenno! Il cadavere conserva ancora la materia. Ma ove? L’intelligenza dorme o si è divisa? …».

Insomma, considerando i tempi e che non era certo un filosofo ma un avventuriero romantico, perché dargli meno credito che ad un Einstein, dichiaratamente agnostico [7], che non poteva che credere in un universo ordinato, altrimenti sarebbe stato inutile fosse uno scienziato, e che affermava «Io credo nel Dio di Spinoza che si rivela nella ordinaria armonia di ciò che esiste, non in un Dio che si preoccupa del fato e delle azioni degli esseri umani» oppure «non credo nell’immortalità dell’individuo, e ritengo che l’etica riguardi solo gli uomini e non presupponga alcuna autorità sovrannaturale» e «se qualcosa in me può essere chiamato religioso è la mia sconfinata ammirazione per la struttura del mondo che la scienza ha fin qui potuto rivelare».

Molta differenza fra lo scienziato e l’avventuriero? Dunque un Garibaldi di matrice illuminista, socialmente impegnato in un egualitarismo di stampo socialista, impregnato di romanticismo panteista, ma anche profondamente ateo perché si sentiva libero da ogni vincolo trascendente. Laico dunque? Sicuramente laicista.

E se qualcuno se ne fosse dimenticato ecco ancora una volta cosa scrisse al barone Swift da Civitavecchia il 12 agosto 1879 «Mio carissimo amico, Per sollevare l’Italia da tanta apatia conviene sostituire il vero alla menzogna, l’Uomo creò dio e non dio l’Uomo. Lanciate a mio nome un circolare a tutte le Società di cui sono socio o presidente onorario» [8]. La società di cui era presidente onorario, era la Società Atea fondata dallo Swift.

Ma per tornare agli spregi verso la sua persona, una menzione speciale va a Letizia Moratti, la pia vestale della macelleria di San Patrignano, che, in preda a prudori tangentisti da Expo, l’anno scorso ha invocato la rivisitazione della figura di Bettino Craxi «prima di tutto dal punto di vista umano, poi politico e storico» all’insegna di uno stravagante «Garibaldi è stato condannato a morte, Bruno bruciato sul rogo eppure a loro sono state dedicate vie e piazze. La storia dà delle riletture diverse delle personalità». Per fortuna!

Probabilmente il nostro non avrebbe proprio gradito l’accostamento vista la sobrietà che l’ha sempre contraddistinto e sicuramente pensando alla Letizia avrebbe fatto dei distinguo prima di lanciarsi nel Cantoni il volontario in un «O donna! Creatura privilegiata, riverita, adorata dall’uomo di cuore – sovente manomessa dal codardo»; a lei avrebbe sicuramente dedicato il passo sempre del Cantoni «le femmine, come dovunque, sono pascolo di birbanti, e in massima più propense al pretismo, sia per la natura men forte delle figlie d’Eva, sia per il culto speciale dei chercuti per il bel sesso e per ogni godimento umano». Già i chercuti – da “chericuto” quello con la chierica (clericam tonsionem), insomma chierici e clericali – «gente esosa comunque sia ed in qualunque tempo» genia immortale per cui «l’Italia dai chercuti, essa aspirerà invano a redimersi» giacché si fa forte di una «Invenzione diabolica, la confessione è il mezzo più potente di corruzione del Chercuto».

Dunque un Garibaldi seppellito e lordato dalle parole; chiacchiere si dirà, vituperi, fango, ma solo parole; be’ allora è il caso di rilanciare anche le sue, mai come oggi tornate attuali, dedicate però non più solo a chi indossa l’abito talare, ma anche a quella pletora di scaccini di partito che si nascondono sotto le tonache e i clergyman, quei «soldati del Papa che servono il più schifoso dei governi» quel «papato che il despotismo cerca di eternare in Italia!» visto che «la storia del Papato è storia di briganti», ma riferendosi anche “al popolo pretino” perché suddito di un governo e di un giogo pretino e oppresso da una bottega, una baracca, una tirannide, una malvagità, una musica, una rabbia, un’educazione pretina. Ebbene questi chercuti sono ancora troppi fra noi e non meritano altro che le nostre sane pulsioni anticlericali.

Note
[1] Corrado Augias, I segreti del Vaticano, da una lettera a un’amica inglese di Giuseppe Garibaldi.
[2] Cantoni il volontario, p. 54.
[3] Idem, p. 59.
[4] Gaetano Salvemini, Scritti sul Risorgimento, Feltrinelli 1961, pp. 387-388.
[5] Giovanni Spadolini, Cattolicesimo e Risorgimento: con la “Storia del Sillabo”. Le Monnier, 1986, 84 pp.
[6] Risorgimento e massoneria: “Camicie rosse & grembiulini” in «Avvenire», 29 ottobre 2010.
[7] My position concerning God is that of an agnostic (http://www.lettersofnote.com/ 2010/04/my-position-concerning-god-is-that-of.html).
[8] L’ateismo a Venezia: “libero pensiero e le doti del cuore”, L’Ateo n. 4/2005 (39): 11-16.
[9] Questa epigrafe al XIV capitolo del Cantoni è da Garibaldi attribuita a un non meglio specificato Autore noto. Praga? Filopanti? Chissà. Se il lettore lo individua farà cosa gradita a segnalarlo.

fonte https://www.uaar.it/uaar/ateo/archivio/2011_1_art2.html/

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La verità su Giuseppe Garibaldi

Posted by on Lug 27, 2019

La verità su Giuseppe Garibaldi

Giuseppe Garibaldi nacque a Nizza il 4 luglio 1807 e morì a Caprera il 2 giugno del 1882. Il personaggio, esaltato come eroe dalla storiografia dell’attuale regime, era in realtà di ben diversa levatura.

Per poter far comprendere chi era veramente Garibaldi ho ritenuto di raccontare gli episodi della sua vita più significativi, quelli cioè a cui viene data più importanza dai suoi agiografi, solo nei fatti essenziali, senza cioè dedurne alcun commento, lasciando così ai lettori di farsene di suoi. Attorno a questi episodi sono state pure inserite le più significative vicende storiche, durante le quali, e per conseguenza delle quali, quegli episodi avvenivano.

In tal modo, mi pare, quegli stessi episodi riescono ad essere compresi e, soprattutto, riescono a delineare una immagine certamente più realistica della essenza del personaggio, definito dalla storia come «l’eroe dei due mondi», ma che, a mio sommesso parere, fu un uomo, a dir poco, ingenuo, sia pure un avventuriero di diaboliche qualità, manovrato abilmente da un non tanto oscuro burattinaio.

I  PRIMI  PASSI

 Il 26 dicembre 1832 Giuseppe Garibaldi, affiliato con il no­me di «Pane» alla setta «Giovine Italia» fondata da Mazzini, si arruolò come marinaio di terza classe nella marina piemonte­se con il compito di sobillare e di fare propaganda della setta tra i marinai savoiardi. La tecnica delle sette sovversive, con l’attivazione di episodi di rivolta quasi spesso irrealizzabili, era, infatti, quella di tenere sempre e comunque in stato di tensione i governi e quindi di provocare artatamente la loro reazione. In tal modo esse miravano a convincere, nel corso del tempo, le popolazioni che tutto ciò accadeva a causa dell’oppressione dei sovrani, sia a Napoli, sia negli altri Stati che non si uniformavano alle loro mire.

Il Mazzini, che viveva al sicuro nella Svizzera, progettò inoltre nel 1834 di invadere la Savoia con il generale Girola­mo Ramorino a capo di un centinaio di rivoltosi, mentre a Ge­nova Garibaldi avrebbe dovuto far insorgere la città ed occu­pare il porto. L’inconsistenza dell’azione ed il feroce interven­to delle truppe piemontesi fecero fallire l’inutile sommossa. Molti cospiratori catturati furono condannati a morte. Il Maz­zini, rimasto sempre in Svizzera (e poi rifugiatosi prudente­mente a Londra), ed il Garibaldi, riuscito fortunosamente a fuggire, furono condannati a morte in contumacia.

Garibaldi prima si rifugiò per alcuni mesi a Marsiglia, dove venne rag­giunto dalla notizia che, il 3 giugno 1834, il Consiglio Divi­sionario di Guerra lo aveva condannato a morte ignominiosa come “bandito di primo catalogo“, e dopo s’imbarcò sul bri­gantino mercantile Union, diretto a Odessa, da dove si diresse a Tunisi, per arruolarsi come marinaio nella flotta piratesca di Hussein Bey, Signore di Tunisi.

 Nel 1834, nella Reggenza di Tunisi, vivevano all’incirca 8000 europei. Un terzo di loro erano italiani. Provenivano dal­le più disparate parti d’Italia: dalla Sicilia, dalla Campania, dalla Toscana, dalla Liguria. A la Goulette, il porto di Tunisi, morì nel febbraio del 1834 il capitano Paolo Carboso, un ligu­re originario di Recco.

Tra le sue carte si rinvennero lettere e documenti che fecero risalire alla società Carbonara, o meglio alla “Vendita”, come si diceva nel gergo segreto, la setta mas­sonica degli «Amis en captivitè» che aveva una sua sede a Malta. Di qui le conclusioni che furono subito tratte e che cioè : “I suoi frequenti viaggi fra Tunisi, Lisbona, Malta, avessero avuto lo scopo di portare dei pieghi in quelle regio­ni per le pratiche infami della propaganda“.

In realtà in quel periodo la carboneria, a Tunisi, era venuta perdendo terreno. Al suo posto però aveva già invece gettato radici la “Giovine Italia” con un programma repubblicano per l’unità dell’Italia. In quello stesso mese giunse a Tunisi un altro profugo politi­co. Si trattava di Antonio Montano di Napoli, che aveva prima partecipato alla rivoluzione costituzionale e poi alla cosiddetta “congiura del monaco” (perché capeggiata dal frate Angelo Peluso).

Verso la fine dello stesso anno riparava a Tunisi an­che un altro cospiratore: Antonio Gallenga di Parma. Nella “Giovine Italia” di cui era affiliato aveva assunto il nome di “Procida”. Mazzini aveva una grande fiducia in lui, anche se egli si era rifiutato di compiere un attentato politico per assas­sinare Re Carlo Alberto. Tunisi costituì in quegli anni una tra le basi della massoneria più importanti per la cospirazione contro le Due Sicilie.

Dopo qualche mese Garibaldi si portò di nuovo a Marsiglia, dove si imbarcò come secondo sul brigantino Nautonier di Nantes diretto a Rio de Janeiro.

NEL NUOVO MONDO

Agli inizi dell’estate del 1836 Garibaldi, però, accusato dal­le autorità di Rio de Janeiro di loschi traffici, assieme ad altri italiani fuorusciti, ricevette l’ordine di espulsione dal Brasile. L’avventuriero, allora, rubò una barca dal porto e, con gli altri suoi complici, si diede alla pirateria. Braccato dalla Marina brasiliana, si rifugiò nella provincia di Rio Grande presso Bento Gonçalves, capo della rivolta contro la monarchia del Brasile.

Nel 1837, poi, il Garibaldi, inizialmente con una barcaccia da 20 tonnellate (da lui battezzata Mazzini), successivamente con altre navi catturate, si diede a scorrerie e saccheggi sul Rio Grande contro le navi cattoliche-ispaniche e nei villaggi rivieraschi, protetto dagli inglesi, i quali per suo mezzo rag­giungevano così lo scopo di assicurare il monopolio commer­ciale all’impero britannico. Nell’agosto, tuttavia, la sua nave fu intercettata e colpita da molte fucilate, ma il nizzardo riuscì a sfuggire alla cattura con l’aiuto di una nave argentina che la rimorchiò. Tra i molti feriti c’era lo stesso Garibaldi che fu in­ternato e curato in Argentina.

Nel 1838 Garibaldi, lasciato libero dagli Argentini, si dires­se a Montevideo e poi ancora nel Rio Grande, dove i ribelli di Bento gli affidarono due navi, catturate qualche mese prima ai brasiliani, per la tratta dei negri.

In seguito Garibaldi si diede a veri e propri atti di pirateria nei pressi della laguna Dos Pa­tos, dove assaliva navi mercantili isolate, uccidendo gli inermi marinai delle navi catturate. Molte volte assalivano anche i villaggi interni dei contadini, facendo razzie, rubando oggetti di valore e violentando le donne.

 Fu in questo periodo che in­cominciò a portare i capelli lunghi perché, avendo tentato di violentare una ragazza, questa gli aveva staccato l’orecchio destro con un morso.

Nel 1839 in Cina venne decretato il divieto di importazione dell’oppio da parte della Compagnia inglese delle Indie Orientali dal Bengala, dato lo stato miserevole in cui si era ri­dotta gran parte della popolazione. Un funzionario cinese, de­ciso a far rispettare il divieto d’importazione disposto dall’im­peratore, requisì e fece distruggere oltre 2.000 casse di droga appartenenti ai mercanti britannici.

L’allora ministro degli Esteri inglese, Lord Palmerston, Gran Maestro della Massone­ria, poiché il commercio della droga era una pietra miliare della politica imperiale inglese, per gli enormi guadagni che comportava, ordinò di far sbarcare dei marinai dalla flotta in­glese, che sostava nei pressi dell’isola di Hong Kong, con il compito di provocare una rissa nella zona di Kowloon con i residenti cinesi, fingendosi ubriachi. Un cinese venne ucciso e il capitano inglese Elliot si rifiutò di consegnare i colpevoli al­le autorità cinesi, che pertanto intimarono alla flotta inglese di abbandonare le coste della Cina. La conseguente azione di for­za del modesto naviglio cinese (sulla cui azione contavano gli inglesi) fu facilmente respinta dalle navi militari inglesi.

Fu così che il governo inglese diede immediatamente l’ordine alla flotta navale, già in precedenza inviata in segreto in quei ma­ri, di minacciare la Cina, costringendola ad accettare la libera importazione dell’oppio ed a pagare alla Gran Bretagna un’indennità di guerra di 20 milioni di dollari. Hong Kong fu occupata dalle truppe inglesi e, in seguito, fu ceduta in affitto alla corona inglese col trattato di Nanchino del 1842. In quel­lo stesso anno gli inglesi fondarono a Hong Kong una loggia massonica. Due anni dopo, dichiarata porto franco, Hong Kong divenne la capitale mondiale della droga sotto la prote­zione del governo inglese, che ne favoriva segretamente la commercializzazione.

Alla fine di agosto il Garibaldi, intanto, conosceva Anita nel piccolo borgo uruguayano di Barra. Allora la donna era già sposata con un tal Manuel Duarte, che abbandonò il 23 ot­tobre, giorno in cui lo stesso Garibaldi la portò via sulla nave Rio Pardo. Il Duarte dopo qualche giorno morì di crepacuore, molto probabilmente anche a causa delle ferite causategli dai banditi garibaldini.

Alla fine dell’anno una squadra navale brasiliana riuscì a intercettare ed a distruggere le navi corsare di Garibaldi. Co­stui, tuttavia, riuscì ancora a sfuggire, insieme ad Anita ed a pochi dei suoi filibustieri, rifugiandosi ancora una volta presso Bento. Garibaldi, così, insieme con Bento, che aveva costituito nel 1840 un folto gruppo di banditi, si diede a compiere anco­ra rapine e razzie di ogni genere, vanamente inseguito dai re­parti governativi. Il 16 novembre, mentre si trovavano in sosta nel paese di Mustarda, Anita diede alla luce Menotti.

NASCE  LA  LEGGENDA  DELL’EROE  DEI  DUE  MONDI

Dopo l’estate del 1841, Garibaldi, con 900 bovini razziati nelle campagne, si separò da Bento e si diresse verso Montevi­deo in Uruguay, ma qui giunse nella primavera successiva con sole trecento pelli, da cui ricavò un centinaio di scudi. Rima­sto poi senza denaro e del tutto inadatto a lavorare, fu aiutato da Anita, che per sostenere la famiglia si mise a fare la lavan­daia. In quel periodo era, intanto, scoppiata la guerra tra Ar­gentina e Uruguay.

Durante questa guerra, a Garibaldi fu affidato, nel gennaio del 1842, da parte del diplomatico inglese William Gore Ou­seley, il comando di alcune navi, con le quali costituì una grossa banda formata quasi tutta da italiani, vestiti con una camicia rossa.

Questa gente, per lo più disperata, dedita solo a rapine, si diede a compiere molti atti di violenza, a cui parte­cipava ben volentieri lo stesso Garibaldi, tanto che, dopo una efferata rapina da lui fatta in casa di un brasiliano, dovette es­sere destituito e imprigionato.

Tra gli italiani vi erano anche dei tipografi settari che pensarono di stampare un giornale che intitolarono «Il Legionario italiano», sul quale inventarono moltissime menzogne di eroismo sul comportamento degli ita­liani in quella guerra, in modo da attenuare la forte ostilità dei cittadini uruguayani verso le camicie rosse italiane. Il giorna­le, però, fu anche fatto uscire dai confini dell’Uruguay e con la complicità dei settari fu fatto tradurre in molte lingue, tanto che, riportata da altri giornali, fecero nascere la leggenda su­gli «eroici» legionari italiani.

In seguito l’avventuriero si iscrisse alla Massoneria Univer­sale e precisamente nella loggia irregolare “L’asilo della Vir­tù”, regolarizzandosi poi in Montevideo il 24 agosto 1844, nella loggia “Gli Amici della Patria”, dipendente dal Grande Oriente di Francia

Nel frattempo, l’enorme profitto commerciale che stavano avendo Inghilterra e Stati Uniti con la Cina, attirò anche l’in­teresse della Francia, che il 24 ottobre costrinse il governo ci­nese ad un nuovo trattato commerciale a Whampoa, con il quale anche i francesi si misero a vendere oppio ai Cinesi. Nel decennio successivo il consumo di oppio in Cina venne tripli­cato e la sovranità cinese praticamente eliminata, perché fu consentito all’Inghilterra, alla Francia ed agli Stati Uniti di vendere liberamente nell’immenso territorio cinese qualsiasi prodotto. 

Dopo varie vicende, il 20 novembre 1847 la flotta anglo – francese sconfisse quella argentina, ponendo in tal modo fine alla guerra tra Uruguay e Argentina. Intanto la leggenda di Garibaldi fu gonfiata oltre misura anche da Mazzini, il quale poi lo invitò a venire in Italia dove «i tempi dell’azione erano ormai maturi».

Nel 1848 venne pubblicato il «Manifesto Comunista», elabo­rato da Marx ed Engels, con il finanziamento dei massoni Clin­ton Roosevelt e Horace Greely, entrambi membri della Loggia Columbia, fondata a New York dagli Illuminati di Baviera. Successivamente allo stesso Marx, in collaborazione con Maz­zini, fu dato dagli Illuminati l’incarico di preparare l’indirizzo e la costituzione della «Prima Internazionale « (Comunista).

 LE  CONGIURE  IN  ITALIA 

La successiva mossa dei massoni fu quella di spingere alcuni affiliati e sovversivi duosiciliani La Farina e La Masa, a sbarcare il 3 gennaio 1848 a Palermo, dove, era stato loro detto, si era costituito un Comitato Rivoluzionario. Questo comitato non esi­steva, ma vi trovarono invece gli altri massoni Rosolino Pilo e Francesco Bagnasco, che al loro arrivo mobilitarono tutti i loro seguaci per iniziare la rivolta. La Masa, per poter avere l’ap­poggio delle popolazioni convinse il principe Ruggero Settimo a porsi a capo della rivolta per l’indipendenza della Sicilia. Le titubanze del principe furono presto superate quando Lord Mintho, con la flotta inglese nella rada del porto di Palermo, gli assicurò il suo appoggio.

I rivoltosi, poi, certi che il comandan­te borbonico, il massone De Majo, non avrebbe opposto che una simbolica resistenza, insorsero il 12 gennaio a Palermo, con­centrandosi alla Fieravecchia. La gente si chiuse nelle case e le botteghe serrarono le porte. Le truppe, poiché vi erano stati atroci episodi di violenza e di saccheggi, si rinchiusero nel forte di Castellammare e da lì bombardarono gli appostamenti dei ri­voltosi. 

A Napoli, mentre i carbonari facevano espellere i Gesuiti, l’inglese Palmerston, capo del governo inglese, suggeriva al go­verno napoletano di riconoscere l’indipendenza della Sicilia e nello stesso tempo esaltava la liberazione d’Italia dagli stranie­ri. Insomma l’Inghilterra voleva unire l’Italia e separare il Re­gno, per appropriarsi della Sicilia. L’isola, infatti, dopo l’occu­pazione francese dell’Algeria e la costituzione di una base na­vale ad Algeri, era diventata per gli Inglesi interessante per controbilanciare l‘accresciuta potenza navale francese nel Me­diterraneo. 

In Austria, nel frattempo, i massoni il 13 marzo approfittaro­no per promuovere una grave insurrezione a Vienna, tanto che l’imperatore Ferdinando I fu costretto  a concedere la costitu­zione. 

La setta, tuttavia, continuò nei suoi intrighi fomentando disordini in Boemia, in Ungheria e nel Lombardo-Veneto. A Milano, infatti, appena giunta la notizia dell’insurrezione di Vienna, vi fu l’episodio delle Cinque Giornate che durò dal 18 al 22 marzo. Anche a Venezia il giorno 17 vi furono delle som­mosse, tanto che le truppe austriache furono costrette a rifugiar­si nelle fortezze di Peschiera, Mantova, Legnago e Verona sotto gli ordini di Radetzky. Insomma si ripeteva in tutta l’Europa cattolica, tranne cioè nei paesi protestanti, quanto era successo con le rivolte in Sicilia

I massoni (secondo le direttive inglesi) fomentavano le rivolte al solo scopo di sconvolgere l’equilibrio della politica europea ai danni delle potenze conservatrici : Due Sicilie, Austria, Prussia e Russia, garanti dello statu quo nato dalla Santa Alleanza.

 Fu così che, mentre Garibaldi, chiamato da Mazzini, partiva il 15 marzo da Montevideo, imbarcandosi con 150 uomini sulla nave Speranza, Carlo Alberto, spinto dalla setta, dichiarò il 24 marzo la guerra all’Austria. Poi i massoni, con la complicità dei governi liberali, che erano riusciti a insediare negli altri Stati italiani, costrinsero questi ad inviare dei corpi di spedi­zione contro l’Austria. A Roma il 27 venne da Torino il con­te Rignon per chiedere al Papa un appoggio materiale e mo­rale per la guerra. Pio IX inviò le truppe pontificie al coman­do del generale Durando e di d’Azeglio, ma con l’ordine di fermarsi sul Po e solo per scopo difensivo. In quanto all’ap­poggio morale, egli affermò il 29 aprile che non avrebbe mai dichiarato una guerra offensiva

Il Rignon si recò anche a Napoli, dove già erano all’opera gli arruolamenti di volontari da parte dei liberali. Ferdinan­do, tuttavia, aveva già deciso cosa fare. Egli, infatti, si era reso conto che il movimento, non avendo l’appoggio del po­polo, si sarebbe esaurito da solo nelle gravi agitazioni che es­so stesso  provocava. Concluse che l’unico modo per vincer­lo, era quello di accelerarne gli effetti. 

Dichiarò così inaspet­tatamente il 7 aprile guerra all’Austria e concesse 16.000 uo­mini al comando del generale Guglielmo Pepe, che il 4 mag­gio partì, anche lui con l’ordine di attestarsi sul Po. 

Le truppe piemontesi, che avevano adottato una nuova bandiera con i colori verde, bianco e rosso, che erano i colori che identificavano la massoneria dell’Emilia, ebbero il 30 maggio 1848 un primo successo a Goito contro gli Austriaci, grazie alla resistenza delle truppe napolitane e dei volontari toscani che li avevano fermati a Curtatone e a Montanara. Gli Austriaci così furono costretti a ritirarsi verso il quadri­latero, fatto che consentì ai liberali l’annessione di Milano ai Savoia e a Venezia la proclamazione della repubblica. Nu­merose furono le decorazioni e le onorificenze concesse ai Napolitani, ma nell’obelisco, eretto nei luoghi della batta­glia, vi sono solo i nomi dei toscani, mentre quelli dei Napo­litani furono deliberatamente omessi.

Ferdinando II, tuttavia, dovette richiamare in Patria il corpo di spedizione napolitano per ragioni di ordine pubblico. In Calabria, infatti, la massoneria aveva fomentato alcu­ne sommosse, approfittando del fatto che l’esercito borboni­co era impegnato in Lombardia. La diplomazia inglese, inol­tre, aveva spinto il governo rivoluzionario della Sicilia ad of­frire la corona al savoiardo duca di Genova, che però declinò l’offerta, non sentendosi sicuro di mantenerla.

In giugno, in esecuzione dell’ordine del Re Ferdinando, tutte le truppe napolitane rientrarono a Napoli, tranne il tra­ditore Pepe e circa mille soldati che, plagiati dai settari, si recarono a Venezia.

Nel frattempo, Garibaldi dopo essere sbarcato il 21 giugno a Nizza con i suoi avventurieri, si era recato il 5 luglio a Roverbella, nei pressi di Mantova, per of­frirsi volontario al re Carlo Alberto, che però lo respinse. Al­lora il nizzardo si recò a Milano, dove il governo provvisorio lombardo, presieduto dal conte massone Casati, lo nominò il 14 luglio generale di brigata.

I piemontesi, tuttavia, senza l’aiuto delle truppe napolita­ne, vennero ignominiosamente sconfitti a Custoza il 25 lu­glio dalle poche truppe austriache e furono costretti a firmare il 9 agosto un armistizio a Salasco con Radetzky. Alle batta­glie avevano tentato di partecipare anche i volontari di Gari­baldi, ma il 4 agosto, senza neanche affrontare le avanguar­die austriache incontrate a Merate, i più incominciarono a disertare e i rimanenti con Garibaldi, travestito da contadino, riuscirono a giungere in Svizzera, dove, come sempre, il prudente Mazzini si era già rifugiato .

Tranne la città di Venezia, rimasta assediata, tutto il ter­ritorio occupato dai savoiardi ritornò all’Austria.

A queste vicende non vi fu alcuna partecipazione popolare. Anzi le masse erano per lo più favorevoli agli Austriaci, come dimostrarono le manifestazioni della maggior parte del popolo che, al loro ritorno, aveva gridato «Viva Radetzky».

LA  REPUBBLICA  ROMANA 

A Napoli il 1° febbraio del 1849 vennero riaperte le Came­re. Nel frattempo erano affluiti a Roma i più importanti capi massoni, tra cui anche Garibaldi e Mazzini, che il 5 febbraio proclamarono la Repubblica Romana. Il 9 febbraio fu formata l’assemblea costituente che proclamò la repubblica e la fine del Papato

L’assassinio fu l’ordinario espediente della setta per contenere la popolazione col terrore, le cui vittime furono preti, cittadini, ufficiali e perfino il ministro Pellegrino Rossi. Nessun assassino fu punito, nemmeno il Zambianchi, colonnello delle Guardie di Finanza, che fece uccidere tanti innocenti nel quar­tiere di S. Callisto. Anche in Ancona furono commessi degli ef­ferati omicidi, per ordine sempre del sanguinario Mazzini. A questo governo il primo ministro inglese, il massone lord Pal­merston, dichiarò di essere pronto a portare qualsiasi aiuto

Il 20 marzo Carlo Alberto, disdetto l’armistizio, attaccò nuovamente gli Austriaci, che in soli tre giorni sconfissero i piemontesi a Novara. Vi fu un intervento “moderatore” inglese sull’Austria, che impedì al generale Radetsky di invadere il Pie­monte dopo la vittoria ed indusse l’Austria a contentarsi di una semplice “indennità di guerra”, pur se di notevole importo per l’epoca: 75 milioni. Carlo Alberto abdicò in favore del figlio Vittorio Emanuele II, che fu spinto a nominare Presidente dei ministri il massone Massimo d’Azeglio. 

A Genova alla notizia dell’armistizio di Vignale il popolo cercò di ribellarsi dall’opprimente dominazione piemontese e nei tumulti furono uccisi due ufficiali piemontesi. La rivolta venne, però, sanguinosamente soffocata il 4 aprile con un fero­ce e devastante bombardamento della città da parte del cinico La Marmora, che comandava un esercito di sedicimila soldati piemontesi inviati nella città per la repressione. Il bombarda­mento durò tre giorni e causò la morte di 500 genovesi. Segui­rono poi feroci repressioni e tra i numerosi condannati a morte vi fu anche il generale Ramorino, che fu fucilato, come capro espiatorio, il 22 maggio. Con queste atrocità iniziava il suo regno il «re … galantuomo»

Il Papa, nel frattempo, aveva lanciato un appello a tutte le nazioni cattoliche, tranne al Piemonte, per essere restaurato sul trono di Roma. Lo raccolse per prima la Francia di Luigi Bona­parte, che inviò il 25 aprile 1849 un corpo di spedizione a Ro­ma, comandato dal generale Oudinot, facendo credere che ci andava per fare da paciere tra il Papa e il governo rivoluziona­rio. In realtà Luigi Bonaparte mirava ad essere fatto re e voleva, per questo, assicurarsi il favore dei cattolici di Francia, oltre che eliminare l’influenza del repubblicano Mazzini, che con le sue idee contrastava gli accordi con i Savoia.

Intanto anche l’Austria e, successivamente, la Spagna, che stava approntando una spedizione navale, avevano raccolto l’appello del Papa. Na­poli, pur se ancora alle prese con la riconquista della Sicilia, in­viò il 28 aprile le poche truppe di cui poteva disporre, ma ab­bondava di cannoni, che dovevano servire per aiutare i France­si

Al rifiuto del Mazzini ad intavolare qualsiasi trattativa, i Francesi attaccarono Roma il 30 aprile con seimila uomini, ma a causa della mancanza di artiglieria che non consentiva loro di superare le grosse mura, si ritirarono in attesa dei cannoni. A questa battaglia partecipò, tra i rivoluzionari, anche il massone Carlo Pisacane, disertore dell’Armata Napolitana. Nei giorni successivi, invece, tra il 7 e 9 maggio, le truppe napolitane comandate dal generale Lanza e attestate a Palestrina, sgo­minarono facilmente un attacco di tremila uomini comandati dal massone Luciano Manara.  

Intanto in Sicilia, dopo una brillantissima campagna mi­litare, elogiata da tutta la stampa estera, il 14 maggio, fu li­berata Palermo ed il Filangieri, comandante della spedizio­ne, come da disposizione reale, promulgò l’amnistia per tut­ti, tranne per i capi della rivolta. Il 15 maggio tutta l’isola era pacificata, esattamente un anno dopo dal giorno della ri­volta a Napoli. Alle milizie straniere, polacchi, francesi e nizzardi, che avevano combattuto contro l’esercito napolita­no fu concesso magnanimamente di rimpatriare. 

Successivamente, il 17 maggio, si ebbero dei contrasti con Oudinot, che si era opposto alla presa di Roma mediante l’aiuto di Napoli e dell’Austria, in quanto aveva ricevuto dal Lesseps, deputato dell’Assemblea Nazionale francese, l’ordi­ne di non operare con le truppe del governo napolitano e di quello austriaco, considerati reazionari. Tali affermazioni, indussero lo sdegnato Ferdinando II a spostare le sue truppe nella campagna romana, nella zona di Velletri. Poiché Oudi­not aveva fatto da solo un armistizio con la Repubblica Ro­mana, tutto l’esercito repubblicano, composto da undicimila uomini e dodici cannoni, approfittando della tregua con i Francesi, assalì il 19 maggio l’esercito napolitano, formato da diecimila uomini e da quattro batterie di artiglieria. Ros­selli, che comandava i repubblicani, credeva di sconfiggere i Napolitani sorprendendoli durante la fase critica del movi­mento, ma venne violentemente respinto ed ebbe moltissime perdite.

Qui c’era anche il Garibaldi che tentò un assalto, ma fu sconfitto dal 2° battaglione cacciatori del maggiore Filip­po Colonna. Anche questa volta le bande settarie vennero messe in fuga e lo stesso Garibaldi, sbalzato da cavallo, si salvò a stento. 

Il 27 maggio sbarcò a Gaeta il contingente spagnolo for­te di circa novemila uomini. Cessate le operazioni in Sicilia, furono inviate altre brigate napolitane al comando del gene­rale Nunziante, che si unì il 7 giugno alle truppe spagnole. Mentre Napolitani e Spagnoli provvedevano a liberare i ter­ritori a sud di Roma, proteggendo l’ala destra delle truppe francesi, Oudinot riuscì finalmente a entrare in Roma il 3 lu­glio, ristabilendo il potere temporale del Papa. Anche questa volta Mazzini e Garibaldi riuscirono a scappare.

Mazzini si rifugiò a Londra, mentre Garibaldi, rifugiatosi a S. Marino, dopo aver tentato avventurosamente di raggiungere Venezia, s’imbarcò il 16 settembre a Genova per la Tunisia. La sera del 19 settembre 1849 a bordo della regia nave Tripoli, arri­vò nella rada di Tunisi. Tuttavia questa volta Ahmed Bey si rifiutò di farlo sbarcare e Garibaldi fu costretto a lasciare Tu­nisi il giorno dopo, imbarcandosi su un’altra nave diretta verso gli Stati Uniti d’America

Ritroviamo poi l’avventuriero il 15 ottobre del 1851, quando gli fu affidato da un certo armatore genovese Pietro Denegri il comando della nave Carmen, alla fonda nel porto della Concia (Perù) per il trasporto di schiavi cinesi (coolies) nelle isole Cinchas (Perù), dove esistevano giacimenti di guano (sterco di cormorani). Il Garibaldi successivamente, il 10 gennaio del 1852 si recò, con un carico di quello sterco, a Canton (Cina), da dove riempì la Carmen di schiavi cinesi che scaricò nelle isole Cinchas, dove quei poveri coolies venivano brutalmente utilizzati per la raccolta del guano.

In seguito viaggiò con vari carichi da Lima a Boston, poi da Baltimora a Londra e, infine, dopo essere rimasto alcuni giorni a New York, si recò nel febbraio del 1854 a Londra con la nave Commonwealth. Da Londra il negriero Garibaldi si recò a Newcastle e da qui proseguì per Genova dove giunse il 10 maggio del 1854. 

Fu così che Garibaldi, con il denaro ricevuto per il trasporto degli schiavi cinesi, si comprò mezza isola di Caprera. 

OBIETTIVO:  LE  DUE  SICILIE

Il Piemonte, nel frattempo, aveva iniziato a concretizzare un piano politico per la conquista del resto dell’Italia, appro­fittando della Conferenza per la pace fissata in febbraio del 1856 a Parigi. Il 27 marzo il governo piemontese emise una Nota al governo di Francia ed Inghilterra lamentando truf­faldinamente la condizione «deplorevole» dello Stato Pontifi­cio e di quello delle Due Sicilie.

L’otto aprile, dieci giorni dopo la firma della pace al Congresso di Parigi, d’accordo con Napoleone III, il Cavour fece sollevare pubblicamente la «questione italiana», con una feroce accusa fatta fare dal conte Walewsky (figlio bastardo di Napoleone I) contro il Governo Napolitano e quello del Papa. A tali proclami fece eco, come convenuto, anche il governo di Londra con il Clarendon, che accusò inoltre anche l’Austria di opprimere gli Italiani del Lombardo-Veneto.

Al 20 di aprile, per accentuare le accuse, l’emissario francese e l’ambasciatore inglese Lord Clarendon chiesero al Governo Napolitano una larga amnistia per i dete­nuti politici ed una larga riforma giudiziaria. Alla ferma ri­sposta di Ferdinando, che giustamente ritenne la pretesa una illegittima ingerenza nella sovranità di Napoli, i due governi ritirarono i propri rappresentanti, Brenier e Temple, che la­sciarono in seguito Napoli a fine ottobre.

Il 4 maggio vi fu un incontro segreto a Parigi tra Cavour e Clarendon per definire l’accordo sulle modalità di invasione delle Due Sicilie. Gli ambasciatori inglesi, James Hudson a Torino e Henry Elliot a Napoli, furono informati dei progetti ed ebbero opportune disposizioni per attuarli. Il 24 maggio gli Austriaci si ritirarono dalla Toscana. 

In luglio il Cavour iniziò a riarmare occultamente l’eserci­to e il 13 agosto chiamò segretamente il Garibaldi a Torino, che allora era diventata una vera e propria capitale del terrori­smo con circa 30.000 fuorusciti sovversivi di tutti gli Stati. Tra di essi vi erano i massoni La Farina, Paleocapa, Scialoja, De Sanctis, Spaventa, Medici, Pallavicino, Amari, Fanti e Cialdini. 

In novembre il Mazzini, a proseguimento dell’azione di­plomatica francese ed inglese, diede il via a Palermo ed a Ce­falù ad alcune rivolte dimostrative, affidandone l’organizza­zione al massone barone Bentivegna. Le rivolte, che diedero luogo a saccheggi delle casse pubbliche ed all’assalto alle car­ceri, si esaurirono praticamente da sole, pur avendo l’appog­gio della goletta inglese Wanderer venuta da Malta.

L’8 dicembre il Mazzini organizzò un attentato al Re Fer­dinando II, facendone affidare l’incarico a un soldato di origi­ne albanese, arruolato nel 3° battaglione cacciatori, Agesilao Milano. Costui, mentre il Re passava in rivista a cavallo i reg­gimenti schierati sul campo di Marte a Capodichino, uscì dai ranghi e vibrò a Ferdinando un colpo di baionetta, che venne deviato però dalla fondina della pistola. Ferdinando, benché ferito, assistette impassibile fino alla fine della sfilata.

Il Mila­no, sottratto a stento dal linciaggio, dopo essere stato proces­sato, venne giustiziato il 13 dicembre. Il più accanito sosteni­tore della pena capitale fu il generale massone Alessandro Nunziante, aiutante di campo di Ferdinando II. Il motivo di tanto accanimento sembra sia stato quello di far chiudere per sempre la bocca del regicida, per paura che questi potesse fare delle compromettenti rivelazioni.

Ma il Mazzini non dava tregua al Governo Duosiciliano, organizzando altri attentati. Il 17 dicembre fece esplodere un deposito di polveri situato nell’arsenale a Napoli, ove vi furo­no diciassette morti. Il 4 gennaio del 1857 fece saltare in aria nel porto di Napoli la fregata a vapore Carlo III, carica di ar­mi e munizioni, causando la morte di trentotto persone.

Tutti questi episodi non avevano altro scopo che quello di provocare la reazione poliziesca da parte del Governo borbo­nico, in modo da avere non solo l’opportunità di screditarlo continuamente di fronte all’opinione pubblica mondiale, ma anche per far apparire alla gente napolitana e siciliana il loro Sovrano come un oppressore del popolo, aiutato in questo dal­la stampa massonica. 

Il truce Mazzini, in seguito, spinse il massone Carlo Pisa­cane, approfittando della sua ingenua ed esaltata personalità, a tentare uno sbarco in Calabria, dove gli aveva assicurato, con la sua sola presenza, si sarebbe scatenata la rivoluzione. Il 25 giugno il Pisacane s’imbarcò con altri ventiquattro sovver­sivi, tra cui Giovanni Nicotera e Giovan Battista Falcone, sul piroscafo di linea Cagliari, diretto a Tunisi.

Impadronitosi della nave durante la notte, con la complicità dei due macchi­nisti inglesi, si diresse verso Ponza, dove liberò 323 detenuti comuni, aggregandoli quasi tutti alla spedizione. Il 28 sera i congiurati sbarcarono a Sapri, ma furono assaliti proprio dalla stessa popolazione, che li costrinse alla fuga.

Il 1° luglio, a Padula vennero circondati e 25 di essi furono massacrati dai contadini. Gli altri vennero catturati e consegnati ai gendarmi. Il Pisacane ed il Falcone si suicidarono con le loro pistole, mentre quelli scampati all’ira popolare furono poi processati nel gennaio del 1858, ma, condannati a morte, furono graziati dal Re, che tramutò la pena in ergastolo. I due inglesi, per in­tervento del loro governo, furono dichiarati fuori causa per … infermità mentale.

Garibaldi, poi, fu convocato in Inghilterra per organizzare una più decisa azione contro le Due Sicilie. Gli inglesi, infatti, erano convinti dall’insuccesso di Pisacane, che senza una de­stabilizzazione interna, soprattutto da attuare con la complici­tà dei vertici civili e militari, mai ne sarebbe stato possibile la conquista da parte del Piemonte.

Dopo alcuni accordi prelimi­nari con la massoneria inglese, Garibaldi partì da Liverpool con il vapore Waterloo, sbarcando a Staten Island il 30 luglio. A New York fu ospitato in casa del massone Antonio Meucci (prima che questi inventasse il telefono), dove aprì una fabbri­ca di candele allo scopo di mascherare la sua presenza negli U.S.A., che aveva solo lo scopo di ottenere aiuti finanziari e militari dai nord americani.

Il 1° agosto a Torino venne fondata la setta carbonara «Società Nazionale», sotto la presidenza del massone Daniele Manin, che faceva capo al siciliano Giuseppe La Farina ed al lombardo marchese Giorgio Pallavicino, ma a reggerne le fila era il Cavour che agiva secondo le direttive inglesi.

Essa ave­va il fine di organizzare segretamente azioni terroristiche e di rivolta dovunque fossero necessarie al fine di annettere tutta l’Italia al Piemonte. Ad essa aderirono i più noti massoni, tra i quali in seguito anche Garibaldi che ne divenne il capo. I principali comitati sovversivi erano a Torino, Genova, Mila­no, Venezia, Roma, Firenze, Napoli e Palermo, che dipende­vano direttamente da Londra e da Parigi.

La prima attività, sovvenzionata dagli illimitati fondi massonici, fu quella di plasmare l’opinione pubblica attraverso la pubblicazione di menzogne con il fine di screditare i governi d’Austria, del Pa­pa, del Re delle Due Sicilie e degli altri piccoli Stati italiani.

I principali giornali massoni europei di quel periodo erano: Siè­cle, Presse, Messager, Times, Morning-Post, Unione, Inde­pendance Belge. Tali menzogne sono ancora oggi riportate in Italia in tutti i libri di storia e fatte studiare come vere.

Nell’anno 1857 in India, dopo che si erano combattute ben otto guerre per impedire il dominio della Compagnia Britan­nica delle Indie, l’intero popolo indiano si ribellò al ferreo do­minio inglese. La rivolta venne spietatamente soffocata nel sangue : milioni di persone furono barbaramente mutilate, as­sassinate, giustiziate, massacrate, migliaia di villaggi furono incendiati e rasi al suolo.

In Inghilterra chi decideva queste atrocità era Lord Palmerston, diventato primo ministro, mentre ministro degli esteri era John Russell e ministro per le Colonie era Bulwer Lytton (autore del famoso romanzo «Gli ultimi giorni di Pompei» e che aveva rilanciato il culto di Iside «come supporto ideologico della diffusione della dro­ga»). Il Palmerston in quel periodo aveva organizzato una serie di associazioni segrete e di banche che basavano la loro fortuna su operazioni finanziarie illegali, sul traffico del­l’oro, di diamanti e di stupefacenti.

Mentre l’Inghilterra «pacificava» l’India, continuando a vendere l’oppio ai cinesi, la Francia occupava Saigon in In­docina. L’India, che prima dell’occupazione inglese era ric­ca di industrie e di derrate agricole, con un attivissimo com­mercio, cadde in uno stato di profonda prostrazione econo­mica. La Compagnia inglese delle Indie Orientali, infatti, apportò un devastante capovolgimento nelle condizioni eco­nomiche di quel paese con la monopolizzazione del commer­cio, con il divieto delle industrie e con il fissare d’autorità il prezzo di vendita delle derrate agricole, tanto che la miseria dilagò in quelle campagne un tempo felici.

Il Mazzini, intanto, dopo aver diabolicamente plagiati i sovversivi, non sempre riusciva a controllarli. Esemplare fu il caso di Felice Orsini, anche lui carbonaro reduce dai moti di Roma del 1848. Costui, infatti, convinto nella sua esaltazio­ne che l’artefice della perdita della Repubblica Romana era stato Napoleone III, la sera del 14 gennaio 1858 lanciò, in­sieme ad altri tre complici, tre bombe sotto la carrozza di Napoleone III e dell’imperatrice Eugenia, che si recavano all’Opera. I sovrani rimasero incolumi. Gli scoppi provocaro­no però 8 morti e 150 feriti tra la gente.

Tra i complici di Orsini vi era anche un sovversivo siciliano, il massone Fran­cesco Crispi, anche lui in possesso di bombe per l’attentato, ma che non fu scoperto. Il Cavour, consultatosi rapidamente con Napoleone III, fece scrivere una lettera nobilissima che venne attribuita fraudolentemente all’Orsini. Nella lettera, appositamente diffusa in migliaia di copie quale testamento del condannato a morte, costui chiedeva all’imperatore di aiutare l’Italia a liberarsi dagli stranieri. I due compari, il Cavour e Napoleone III, il 13 marzo, si liberarono definitiva­mente dello scomodo Orsini, facendolo cinicamente ghigliot­tinare in maniera spettacolare.

Il 23 aprile l’Austria intimò al Piemonte il disarmo im­mediato dell’esercito piemontese, che era stato schierato pro­vocatoriamente lungo le frontiere. L’arrivo il 26 aprile (e quindi già predisposto) delle forze francesi in Piemonte co­strinse l’Austria a varcare il 29 aprile il Ticino con un suo esercito, comandato dal generale Gyulai, in modo da attacca­re i piemontesi prima che i due eserciti si congiungessero. Ferdinando II dichiarò neutrale il Regno.

Intanto i sovversivi si erano scatenati il 26 aprile in To­scana, ove scacciarono da Firenze Leopoldo II. Il Piemonte ne approfittò subito per inviarvi un commissario, il massone Bettino Ricasoli, per «ristabilire» l’ordine e per rapinare le casse pubbliche di 56 milioni, che furono inviati in Piemonte «per sostenere la causa italiana».

Il 20 maggio vi fu un primo scontro a Montebello tra Au­striaci ed i Franco-piemontesi. Dopo la sconfitta di Gyulay il 30 maggio a Palestro, il 4 giugno gli Austriaci vennero scon­fitti dai Francesi anche a Magenta e si ritirarono nel Veneto. Le truppe e il comando piemontese durante la battaglia si trova­vano a 12 chilometri di distanza dagli avvenimenti e non ebbe­ro nemmeno un ferito. L’8 giugno i Franco-piemontesi occupa­rono Milano. Il Garibaldi, intanto, rientrato dagli U.S.A, dove era riuscito a trovare gli aiuti richiesti, e fatto generale dal re Vittorio, era calato verso Bergamo con le sue bande di tremila volontari chiamati «cacciatori delle Alpi».

L’11 giugno, organizzate dal Piemonte, furono fatte scop­piare, ad opera dei settari massoni che aiutarono carabinieri piemontesi in borghese, delle rivolte a Fano, Senigallia, Faenza e Ferrara. Il 12 a Bologna, Ravenna, Imola e Perugia. La pronta reazione delle guardie e del popolo mise però in fuga verso la Toscana i sovversivi. Il 16 giugno a Napoli il Filangieri, insen­satamente concesse una larga amnistia, facendo rientrare nel Regno circa 200 dei più accaniti cospiratori, che non persero tempo a tessere le loro trame di destabilizzazione.

Intanto la guerra tra l’Austria ed i Franco-piemontesi conti­nuava fino all’episodio delle vittorie dei Francesi (non dei pie­montesi come falsamente sostiene l’agiografia savoiarda) il 24 giugno a S. Martino e Solferino. Inaspettatamente, però, senza badare al Cavour, Napoleone III firmò un armistizio con l’Au­stria l’11 luglio a Villafranca, probabilmente perché temeva una invasione dalla Prussia, ma anche perché la Francia non aveva alcun interesse alla creazione di un forte regno ai suoi confini. L’Austria così cedeva la Lombardia alla Francia, che la donò al Piemonte, mantenendo il possesso del Veneto. Alla Francia il Piemonte dovette rimborsare una parte delle spese di guerra per circa 50 milioni di franchi.

Nello stesso luglio i piemontesi inviarono due reggimenti di bersaglieri ed altri «volontari» al comando di d’Azeglio nelle Romagne, ove occuparono Bologna, Ravenna, Forlì e Ferrara, che non erano riuscite a prendere con le rivolte. Anche qui vi furono le solite rapine e fu dichiarato decaduto il potere del Pa­pa.

Il commissario piemontese Paoli si appropriò personalmen­te di 13 milioni di lire. Pio IX inviò numerose proteste alle po­tenze europee, chiedendo la nullità degli atti dell’Assemblea Nazionale costituita a Bologna e presieduta da Minghetti, ma rimase inascoltato. In Francia, tuttavia, la reazione dei cattolici fu abbastanza forte da indurre Napoleone III a proporre, ma so­lo per acquietare gli animi, a Vittorio Emanuele la creazione di una confederazione italiana presieduta dal Pontefice.

Il 7 luglio, intanto, era avvenuta in Napoli una rivolta di cir­ca 300 soldati svizzeri appartenenti al 3° e 4° reggimento. La rivolta fu rapidamente sedata dagli stessi svizzeri rimasti fedeli. Addosso ai morti ed ai prigionieri furono trovate moltissime monete d’oro. Dalle indagini risultò che erano stati sobillati da emissari piemontesi allo scopo di far mancare la fiducia del Re su questi reggimenti. Contemporaneamente il Cavour aveva fat­to pressioni sul governo svizzero per il ritiro da Napoli di quel­le truppe. Il Filangieri approfittò dell’incidente (causato apposi­tamente) e fece sciogliere quel corpo militare che sicuramente era la maggior forza operativa dell’Armata Napolitana.

In agosto carabinieri piemontesi travestiti sollevarono altre sommosse a Modena e a Parma, costringendo alla fuga France­sco IV e Maria Luisa Borbone. Nelle due città si ripeterono le stesse atrocità e ladrocini commessi in Toscana. Anche qui prontamente «l’accorto» Cavour inviò dei rapaci commissari.

A Modena arrivò il Farini, che non solo si appropriò della cassa e degli oggetti preziosi, ma finanche dei vestiti del duca. A Par­ma furono compiuti anche feroci delitti. Nelle due città in pochi giorni furono dilapidati circa 10 milioni di lire. Tutto quanto era di metallo prezioso fu fuso e trasformato in lingotti. La spia piemontese Antonio Curletti, che era stato incaricato dell’operazione, non seppe quale fine fecero quei lingotti, ma i savoiardi accusarono i sovrani scacciati di essere scappati via con l’argenteria e i tesori di Stato.

In settembre fu costituita una lega, con a capo Farini, Ga­ribaldi e Fanti, per organizzare un plebiscito truccato in To­scana, Modena, Parma e nelle Romagne per l’annessione al Piemonte. Il Papa protestò, ma le truppe francesi, che erano nello Stato Pontificio per «proteggerlo», non si mossero.

A Palermo, il 27 novembre, fu accoltellato il responsabile della polizia per la Sicilia, Salvatore Maniscalco, uomo te­mutissimo e rispettato da tutti. L’attentatore, un tale mafioso Vito Farina, trovato con seicento ducati d’oro, aveva tentato di eliminare il principale ostacolo ai preparativi per l’inva­sione garibaldina. Gli inglesi avevano trovato, dunque, i loro alleati in terra siciliana.

Il 5 gennaio 1860 Garibaldi, con il consenso del governo piemontese, diede incarico ai massoni Giuseppe Finzi ed  Enrico Besana di organizzare una raccolta di Fondi per un milione di fucili. Fu raccolta la somma di oltre due milioni di lire soprattutto presso la borghesia piemontese, che punta­va ad impossessarsi del mercato e delle ricchezze delle terre napolitane. Il materiale bellico acquistato fu sistemato nella caserma S. Teresa di Milano.

Il 24 gennaio Garibaldi, mentre stava per sposarsi con la contessina Giuseppina Raimondi, fu informato poco prima della cerimonia dal conte Giulio Porro Lambertenghi che la contessina era rimasta incinta dal garibaldino Luigi Càroli. L’eroe, che aveva deciso di sposarsi per «riparare» una «sua» presunta paternità, avuta conferma dalla stessa sposina che era stato cornificato, se ne scappò immediatamente a Geno­va. A quell’epoca il cornuto Garibaldi, di bassa statura e con le gambe arcuate, era pieno di reumatismi e per salire a ca­vallo aveva bisogno dell’aiuto di due persone che lo sollevas­sero

Il giorno 11 marzo si ebbero le farse dei plebisciti trucca­ti in Emilia ed in Toscana, che vennero ufficialmente annes­se al Piemonte. Le Romagne erano state già annesse con l’occupazione militare, nonostante la protesta del Papa, al quale venne proposto da Napoleone III di prendere in cam­bio … gli Abruzzi, che erano territorio napolitano. Il Filan­gieri chiese le dimissioni proprio l’11 marzo e Francesco II lo sostituì con il principe di Cassaro, che aveva ottant’anni, il quale nominò ministro della Guerra il generale Winspeare, che ne aveva ottantadue.

Poi lo stesso Napoleone propose a Francesco II, che ri­spose negativamente, di sostituire le truppe francesi con truppe napolitane per la difesa del Papa, in modo da sguarni­re di soldati il territorio napolitano. Napoleone III, intanto, manteneva 50.000 uomini in Lombardia per costringere il Piemonte a cedere Nizza e Savoia, che furono poi annesse alla Francia il 24 marzo. Quel giorno, infatti, a seguito degli accordi segreti tra i due governi, furono indetti plebisciti a Nizza e in Savoia per l’approvazione da parte del popolo dell’annessione alla Francia.

Il giorno precedente le truppe francesi erano state fatte entrare nelle province per il «controllo» delle elezioni che, abilmente manipolate, risulta­rono favorevoli all’annessione. Nei bandi per le elezioni, per ancor più suggestionare il popolo, la parola «annessione» era stata sostituita dal Cavour con la parola riunione.

L’INVASIONE 

Nel frattempo il Garibaldi si incontrava a Genova con Gero­lamo Bixio, detto Nino, iscritto con tessera numero 105 alla loggia massonica «Trionfo Ligure», con l’avvocato massone Francesco Crispi, e con numerosi altri avventurieri, con i quali incominciarono a progettare l’invasione della Sicilia, secondo le direttive inglesi.

L’Inghilterra, infatti, aveva vari motivi per eliminare il governo borbonico: un primo motivo era l’eccessi­va fede cattolica di quel governo, così fedele al papa; poi, la continua persecuzione fatta contro le sette massoniche ed, infi­ne, forse, il più importante motivo, essa vedeva con preoccupata apprensione l’avvicinamento dei Borbone all’impero russo che stava tentando di avere uno sbocco nel Mediterraneo.

La situa­zione politica, inoltre, stava cambiando anche per la prossima apertura del canale di Suez e i porti duosiciliani avrebbero avu­to una posizione strategica, tenuto conto anche del fatto che gli inglesi avevano dei forti interessi in Sicilia, non ultimi quelli ri­guardanti l’estrazione dello zolfo. Marsala sembrava quasi una colonia inglese, tanto che la popolazione inglese era più nume­rosa di quella locale.

E fu in quei giorni che Garibaldi ricevette dai massoni in­glesi di Edimburgo del danaro in piastre turche, pari a una somma equivalente a circa 3 milioni di franchi (che riferito ad oggi avrebbero un valore di molti milioni di dollari). A quella somma avevano contribuito anche i massoni U.S.A e quelli del Canada. L’oro venne custodito dal massone Ippolito Nievo e sa­rebbe servito poi per «convertire» i generali borbonici alla causa carbonara.

Il 10 aprile a Messina, complice l’intendente traditore Arta­le, sbarcarono Rosolino Pilo, Giovanni Corrao e, poco dopo, il massone Francesco Crispi per «ammorbidire» le reazioni al prossimo sbarco di Garibaldi. I congiurati si recarono presso i capi della delinquenza locale di Carini, Cinisi, Terrasini, Mon­telepre, S. Cippirello, S. Giuseppe Jato, Piana degli Albanesi, Corleone, Partinico, Alcamo, Castellammare del Golfo e Trapa­ni.

In questi paesi si accordarono con «i picciotti» perché accor­ressero spontaneamente a dare una mano alle camicie rosse do­po lo sbarco. Il 13 aprile vi furono altri moti insurrezionali nel­le campagne palermitane per preparare favorevolmente la popo­lazione all’arrivo di Garibaldi.

Il 6 maggio Garibaldi partì con 1.089 avventurieri da Quar­to sui vapori Piemonte e Lombardo, concessi dal procuratore della compagnia di Raffaele Rubattino, il massone G.B. Fau­ché, affiliato alla loggia «Trionfo Ligure» di Genova. Le due navi erano state acquistate con un regolare atto segreto stipulato a Torino la sera del 4 maggio alla presenza del notaio Gioachi­no Vincenzo Baldioli tra Rubattino, venditore, e Giacomo Me­dici in rappresentanza di Garibaldi, acquirente.

Garanti del de­bito furono il re Vittorio Emanuele II e Camillo Benso conte di Cavour per il successivo pagamento, come da accordi avvenuti il giorno prima a Modena con Rubattino, presenti anche l’avvo­cato Ferdinando Riccardi e il generale Negri di Saint Front, ap­partenenti ai servizi segreti piemontesi e che avevano avuto l’incarico dall’Ufficio dell’Alta Sorveglianza Politica e del Ser­vizio Informazioni del presidente del Consiglio.  La spedizione era, dunque, organizzata consapevolmente e responsabilmente dal governo piemontese

I «mille» provenivano per la metà dal Lombardo-Veneto, poi, in ordine decrescente, vi erano toscani, parmensi, modene­si, tra costoro vi erano 150 avvocati, 100 medici, 20 farmacisti, 50 ingegneri e 60 possidenti. Quasi tutti stavano scappando da qualcuno o da qualcosa, spinti soltanto dal desiderio di avven­tura.

Per quanto riguarda le presenze straniere, anche queste spesso depennate dalla storia ufficiale e dai testi scolastici, in­glese era il colonnello Giovanni Dunn, così come inglesi furo­no Peard, Forbes, Speeche (il cui nome Giuseppe Cesare Ab­ba, non potendo sottacere, trasformò nell’italiano Specchi). Numerosi gli ufficiali ungheresi: Turr, Eber, Erbhardt, Tuko­ry, Teloky, Magyarody. Figgelmesy, Czudafy, Frigyesy e Winklen. La legione ungherese divenne preziosa per l’occupa­zione della Sicilia e per tante battaglie. La “forza” dei “volontari” polacchi aveva due ufficiali superiori di spicco: Milbitz e Lauge. Fra i turchi spicca Kadir Bey. Fra i bavaresi ed i tedeschi di varia provenienza si deve ricordare Wolff, al quale fu affidato il comando dei disertori tedeschi e svizzeri, già al servizio dei Borbone.

Il giorno 7 Garibaldi arrivò nel porto di Talamone, vicino Orbetello, dove venne rifornito dalle truppe piemontesi, co­mandate dal maggiore Giorgini, di 4 cannoni, fucili e cento­mila proiettili. Sbarcarono anche 230 uomini, comandati da Zambianchi, con il compito di promuovere una sommossa ne­gli Abruzzi, ma subito dopo Orvieto, a Grotte di Castro, furo­no messi in fuga dai decisi gendarmi papalini. L’8 maggio Garibaldi fu costretto a ordinare che tutti  rimanessero a bor­do, dopo gli episodi di saccheggi e violenze che i garibaldini avevano fatto in Talamone.

Successivamente, dopo aver im­barcato circa 2.000 «disertori» piemontesi, carbone e altre ar­mi a Orbetello, scortato dalle navi piemontesi, ripartì il 9 maggio e sbarcò a Marsala il giorno 11. 

Le due navi garibaldine furono avvistate con «ritardo» dal­le navi borboniche. Erano in servizio in quelle acque la piro­corvetta Stromboli, il brigantino Valoroso, la fregata a vela Partenope ed il vapore armato Capri. Avvistarono i garibaldi­ni la Stromboli e il Capri. Quest’ultima era comandata dal ca­pitano Marino Caracciolo che, volutamente, senza impedire lo sbarco, aspettò le evoluzioni delle cannoniere inglesi Argus (comandata dal capitano Winnington-Inghram) e Intrepid (comandata dal capitano Marryat), che erano in quel porto per proteggere i garibaldini. Solo dopo due ore il Lombardo, ormai vuoto, venne affondato a cannonate, mentre il Piemon­te, arenato per permettere più velocemente lo sbarco, venne catturato e rimorchiato inutilmente a Napoli.

 * * *

 La nostra narrazione termina qui, perché il resto della storia è noto e la figura di Garibaldi, a questo punto, è abbastanza evidente. Senza entrare nei dettagli, è necessario ricordare le false vittorie di Garibaldi in Sicilia (dovute più ai tradi­menti dei comandanti militari borbonici che all’eroi­smo garibaldino), le violenze, le rapine e gli assassini commessi dai garibaldini, soprattutto emblematici quelli di Bronte, di cui il Garibaldi fu il principale responsabile. Da ricordare anche lo sbarco avvenuto in Sicilia, subito dopo quello dei «mille», di circa 22.000 soldati piemontesi fatti «disertare» e che l’unica vera battaglia fatta dai garibaldini fu quella sul Volturno, dove solo l’insipienza del comandante borbonico impedì che tutta quella teppaglia fosse spazzata via.

Del resto lo stesso savoiardo Vittorio Emanuele, subito dopo il presunto incontro di Teano, indica chiaramente qual era il personaggio, quando scrisse (in francese) al Cavour : «… come avrete visto, ho liquidato rapidamente la sgradevolissima faccenda Garibaldi, sebbene, siatene certo, questo personaggio non è affatto docile, né così onesto come lo si dipinge e come voi stesso ritenete. Il suo talento militare è molto modesto, come prova l’affare di Capua, e il male immenso che è stato commesso qui, ad esempio l’infame furto di tutto il danaro dell’erario, è da attri­buirsi interamente a lui che s’è circondato di canaglie, ne ha eseguito i cattivi consigli e ha piombato questo infelice paese in una situazione spaventosa».

E in ogni angolo delle Due Sicilie gli hanno fatto monumenti, dedicate piazze e strade …   

Antonio Pagano – Direttore della rivista Due Sicilie

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Chi fu veramente l’anticlericale Giuseppe Garibaldi?

Posted by on Lug 25, 2019

Chi fu veramente l’anticlericale Giuseppe Garibaldi?

Un fantoccio di Giuseppe Garibaldi è stato recentemente bruciato nel Veneto. Il gesto è da condannare senz’altro, ma crediamo sia frutto anche di una frustrazione derivante dallo spietato revisionismo che diversi organi di stampa vogliono fare su questo inquietante personaggio storico, descrivendolo come il principe azzurro italiano, l’eroe e l’orgoglio della penisola. Per decenni la sua figura è stata celebrata, osannata, sino a farne una sorta di santo laico. Il poeta Carducci scrisse di lui: «Nacque da un antico dio della patria, mescolatosi in amore con una fata del settentrione» e il Times dopo la sua morte lo ricordò così: «il più sincero, il più disinteressato e il meno dubbioso degli uomini…» (più o meno l’elogio commovente che fece l’Unità alla morte di Stalin…cfr. Polyarchy.com). Lo scrittore Francesco Agnoli su Libertà e Persona porta alla luce il profilo più nascosto dell’eroe nazionale. Ne preleviamo alcune parti.

1) PIRATA, SCHIAVISTA E LADRO. «Da giovane – scrive lo storico Massimo Viglione, nel suo “L’identità ferita” (Ares)- dopo aver partecipato al tentativo mazziniano di invasione del Regno di Sardegna, Garibaldi si mise dapprima a fare il pirata al seguito del bey di Tunisi e poi fu costretto a fuggire in Sudamerica per non finire impiccato. Quindi si coinvolse prima nel furto di cavalli in Perù (dove gli vennero tagliati i padiglioni degli orecchi), e poi praticò la pirateria per il commercio degli schiavi asiatici». Pirata, negriero e ladro. Conferme arrivano da altri storici, come L. Leoni, O. Calabrese, A. Pellicciari, e persino da un agiografo di Garibaldi come Giovanni Spadolini che ne accenna ne “Gli uomini che fecero l’Italia” (TEA 1999). Più esplicito lo storico del Risorgimento, Giorgio Candeloro, che, intervistato su “La Repubblica” del 20/1/1982, fornisce dettagli maggiori: «Comunque Garibaldi, un po’ avventuriero, un po’ uomo d’azione, non era tipo da lavorare troppo a lungo in una fabbrica di candele. Va in Perù, e, come capitano di mare, prende un comando per dei viaggi in Cina. All’andata trasportava guano, al ritorno trasportava cinesi per lavorare il guano: la schiavitù in Perù era stata abolita e il guano non voleva lavorarlo più nessuno. Insomma un lavoretto un po’ da negriero. Era un avventuriero, un uomo contraddittorio, fantasioso, un personaggio da romanzo».

2) NESSUN MERITO PERSONALE. Ma fu l’impresa dei Mille a riabilitarlo, si dice. Innazitutto, sottolinea Agnoli, «Garibaldi non fu affatto il conquistatore straordinario di cui si è a lungo parlato e che il mito della sua invincibilità fu creato ad arte ancora prima che egli ritornasse, dall’America, in Italia. Nella sua spedizione al sud, Garibaldi contò anzitutto sull’appoggio inglese, senza il quale non avrebbe potuto far nulla». Lo conferma anche Gilberto Oneto nel suo “La strana unità” (il Cerchio 2011): oltre ad una flotta inglese che seguì la spedizione garibaldina, si coinvolse anche una legione di “volontari” inglesi, senza contare l’importanza dei grandi finanziamenti ottenuti dall’Inghilterra. Pier Giusto Jaeger, nel suo “L’Ultimo re di Napoli” (Mondadori 1997), ricorda che Garibaldi non affrontò una sola battaglia di consistenza vera, sino a quella del Volturno, dove ebbe l’appoggio, oltre che degli inglesi, anche dei piemontesi guidati dall’ammiraglio Persano, scesi dal nord più per evitare che le sue incerte e traballanti conquiste sfumassero, che per impedire la sua marcia su Roma. E’ proprio Persano, nel suo “Diario” (Studio Tesi 1990), a fornirci ulteriori testimonianze sulla corruzione e il tradimento come i mezzi principali con cui il Nizzardo ottenne la vittoria. Persano era stato inviato da Cavour in Meridione, come ricorda Angela Pellicciari, proprio con lo scopo di «proteggere-tallonare-controllare Garibaldi, organizzare l’invio di uomini e armi che affianchino i Mille, corrompere i quadri della marina e dell’esercito borbonici» (“I panni sporchi dei Mille”, Liberal 2003). Non dovette neppure affrontare una vera resistenza, dal momento che il re Francesco II, cugino del sovrano sabaudo, era stato convinto a lasciare il paese, rinunciando quindi ad una strenua difesa, anche su consiglio del suo ministro dell’Interno, il traditore Liborio Romano, al fine di evitare lo spargimento del sangue dei suoi sudditi.

3) LIBERO’ ERGASTOLANI ED ASSASSINI. La vittoria di Garibaldi fu ottenuta anche grazie ai suoi proclami, in cui prometteva libertà e terre. Sappiamo bene cosa ne ebbe il Meridione. Come raccontano gli storici, Giovanni Verga, già garibaldino, nella novella “Libertà”, in cui descrive le stragi indiscriminate del luogotenente garibaldino Nino Bixio, e Luigi Pirandello, anch’egli di famiglia antiborbonica e risorgimentale, che però nella sua novella “L’altro figlio”, fa dire ad una protagonista che Garibaldi asseriva sì di portare “la libertà”, ma si limitò a liberare dalle carceri tutti i delinquenti e i criminali, per destabilizzare il regno dei Borboni. Afferma la protagonista della novella di Pirandello: «…vossignoria deve sapere che questo Cunebardo (storpiatura popolare di Garibaldi, ndr) diede ordine, quando venne, che fossero aperte tutte le carceri di tutti i paesi. Ora, si figuri vossignoria che ira di Dio si scatenò allora per le nostre campagne. I peggiori ladri, i peggiori assassini, bestie selvagge, sanguinarie, arrabbiate da tanti anni di catena…». Scriverà qualche decennio più tardi un altro scrittore siciliano, Carlo Alianello, nel suo “La conquista del sud” (Il cerchio 1994): «Lo stesso giorno 20 ottobre (1860) il Dittatore, il quale esiliava vescovi, arcivescovi e cardinali, fece grazia a tutti i condannati all’ergastolo e alla galera per delitti comuni. Garibaldi sbarazzava le carceri di quei malfattori, per mettervi ufficiali, magistrati, aristocratici, preti e frati. E così si faceva l’Italia».

4) DITTATORE ODIATO DAL MERIDIONE. Le terre promesse da Garibaldi finirono non certo nelle mani dei contadini, verso cui dimostrava disprezzo (li considerava “servi dei preti”, perché non si associavano alle sue scalmanate camice rosse), ma dello Stato piemontese, dell’aristocrazia e della borghesia fondiaria meridionale, che capirono subito, come ci dice Tommasi di Lampedusa nel suo “Il gattopardo”, che si poteva benissimo cambiare tutto, anche mettendo la camicia rossa, senza cambiare nulla, o forse, guadagnandoci ancora di più (Tommasi di Lampedusa accenna infatti allo spartizione, da parte dei nuovi vincitori, delle terre comuni e di quelle della Chiesa, che sino ad allora servivano invece, molto spesso, al sostentamento delle classi più povere). Non è un caso che dopo la conquista della Sicilia, Garibaldi abbia trovato più amici a Torino e a Londra che in Meridione. Qui infatti, come testimonia Giuseppe La Farina, braccio destro di Cavour nella organizzazione della spedizione dei Mille, le cui lettere sono state pubblicate sempre da Angela Pellicciari nel testo citato, Garibaldi e i suoi avventurieri si erano subito rivelati per quello che erano: saccheggiatori di ogni ricchezza, pubblica e privata, nelle orge e nel dispotismo. Lo stesso Garibaldi, nelle sue “Memorie” (Bur 1998), affermava: «Si cominciò a parlare di dittatura, ch’io accettai senza replica, poiché l’ho sempre creduta la tavola di salvezza nei casi d’urgenza e nei grandi frangenti in cui sogliono trovarsi i popoli». Dittatore, senza il sostegno della popolazione, deciso ad imporre ovunque la legislazione piemontese e la leva militare obbligatoria, dai 17 ai 50 anni, ad un popolo che non la conosceva, e che non aveva nessuna intenzione di arruolarsi in massa per guerre che non condivideva e non capiva. Questa è l’origine dell’emigrazione di massa, fenomeno prima pressoché inesistente, le rivolte contro l’occupazione piemontese, e i moti anti-sabaudi come quello di Palermo (1866) repressi nel sangue dai prefetti e dall’esercito piemontesi. Garibaldi sempre più spesso lanciava improperi contro l’Italia che aveva contribuito a costruire, e di cui fu anche, più volte, parlamentare ultra-assenteista. Dopo essere passato dalla fede repubblicana mazziniana al ruolo di dittatore in Meridione alla fede monarchica, per cambiare ancora, scriveva: “Potendolo, e padrona di se stessa, l’Italia deve proclamarsi Repubblica, ma non affidare la sua sorte a cinquecento dottori (cioè ad un parlamento, ndr), che dopo averla assordata con ciarle, la condurranno a rovina. Invece, scegliere il più onesto degli italiani e nominarlo dittatore temporaneo…Il sistema dittatoriale durerà sinchè la Nazione sia più educata a libertà… Allora la dittatura cederà il posto a regolare governo repubblicano”. Come nota lo storico Mario Isnenghi, infatti, proprio l’opposizione alla unificazione del Meridione al Regno di Sardegna, che cominciò già nel 1860 e che va sotto il nome di “brigantaggio”, «può considerarsi pressoché l’unica manifestazione reale, per estensione geografica, partecipazione numerica e durata, di presenza attiva delle masse subalterne negli anni del Risorgimento». Fu Garibaldi stesso a riconoscere, in una lettera ad Adelaide Cairoli: «Gli oltraggi subiti dalle popolazioni meridionali sono incommensurabili. Ho la coscienza di non aver fatto del male. Nonostante ciò, non rifarei la via dell’Italia Meridionale, temendo di essere preso a sassate, essendosi là cagionato solo squallore e suscitato solo odio».

5) SUPERFICIALE E ROZZO. La popolarità dell’eroe dei due mondi sbiadì comuque presto, anche al di fuori del Meridione. Racconta un agiografo come Alfonso Scirocco, nel suo “Giuseppe Garibaldi” (Laterza 2005), che molto presto per la storia dei Mille, narrata da Nizzardo stesso, «è difficile trovare un editore disposto a garantire le 30.000 lire richieste dall’autore». Dovette scendere in campo la Massoneria. Negli ultimi vent’anni della sua vita Garibaldi, per mantenere vivo il suo mito, si diede alla scrittura. E’ proprio leggendo quest’ultimi, infatti, con la loro “traballante macchina narrativa”, la “lutulenza alternata all’improvvisa secchezza”, l’ “invadenza e la ripetitività degli squarci polemici”, il “carattere macchiettistico dei personaggi”, le “filippiche antigovernative e le prediche anticlericali” (in Mario Isnenghi, “Garibaldi fu ferito” Donzelli 2007), che il lettore contemporaneo capisce di trovarsi di fronte ad un personaggio imbarazzante, quasi una caricatura. Un avventuriero senza alcuna profondità né di dottrina né di pensiero, ma fanatico, ripetitivo ed intollerante, nel quale -scrisse il The Times di quegli anni, «ha rozze nozioni di democrazia, comunismo, cosmopolitismo e positivismo che si mescolano nel suo cervello».

6) DONNAIOLO E PUTTANIERE. Strapazzò allegramente donne e figli – infatti ebbe «tre mogli ufficiali e un numero imprecisato di amanti che gli sfornano un bel po’ di figli», come nota Gilberto Oneto. Mentre Alfonso Scirocco allude alle “facili occasioni” che “da vecchio marinaio” amava cogliere con le donne, numerose, che incontrava nei suoi viaggi, e Luca Goldoni dedica un intero libro alle sue numerose avventure, ribattezzandolo “L’amante dei Due Mondi”-, con la stessa superficialità con cui aveva combattuto e ucciso o con cui aveva elogiato gli omicidi carbonari come quello di Pellegrino Rossi, che avevano contribuito ad impedire che l’Italia conoscesse un’unificazione pacifica e federalista.

7) PERVERSO VERSO LA CHIESA. Dalla lettura degli scritti di Garibaldi, si evince anche il suo odio inverecondo e ossessivo per la Chiesa cattolica: «In ogni mio scritto io ho sempre attaccato il pretismo, perché in esso ho sempre creduto di trovare il puntello d’ogni dispotismo, d’ogni vizio, d’ogni corruzione. Il prete è la personificazione della menzogna. Il mentitore è ladro. Il ladro è assassino: e potrei trovare al prete una serie di infimi corollari. Molta gente, ed io con questa, ci figuriamo di poter sanare il mondo dalla lebbra pretina coll’istruzione…Quindi libertà per i ladri, per gli assassini, le zanzare, le vipere, i preti! E cotesta ultima nera genìa, gramigna contagiosa dell’umanità, cariatide dei troni, puzzolenta ancora di carne umana bruciata, ove signoreggia la tirannide, si siede tra i servi, e conta nella loro affamata turba. Amanti della pace, del diritto, della giustizia. La guerra es la verdadera vida del ombre!», scriveva nella prefazione delle sue “Memorie” (Gaspari 2004). Nelle sue lettere definiva Pio IX «quel metro cubo di letame», invitava a rompere i confessionali, «resi utili a far bollire i maccheroni della povera gente», e a schiacciare il «verme sacerdotale». Mario Isnenghi considera gli scritti di Garibaldi il modello che userà Mussolini nel suo romanzo anticlericale: “Claudia Particella, l’amante del cardinale”. Garibaldi conclude la sua opera parlando di se stesso: «Odia i preti come istituzione menzognera e nociva… Professa idee di tolleranza universale e vi si uniforma, ma i preti, come preti non li accetta perché egli non intende siano tollerati malfattori, ladri, assassini. Egli è d’avviso che la libertà di un popolo consiste nella facoltà di eleggersi il proprio governo, che secondo lui deve essere dittatoriale, cioè di un uomo solo».

fonte https://www.uccronline.it/2011/03/17/chi-fu-veramente-lanticlericale-giuseppe-garibaldi/

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La Chiesa e la questione risorgimentale italiana e Garibaldi

Posted by on Lug 23, 2019

La Chiesa e la questione risorgimentale italiana e Garibaldi

La «rivoluzione italiana» del «risorgimento» fu un’«impresa coloniale» sabauda condotta da una élite liberale avversa alla Chiesa e al Papa. Antonio Socci fa l’elenco degli orrori e dei danni le cui conseguenze ancor oggi patiamo.

[Da AA.VV., Processi alla Chiesa. Mistificazione e apologia, Piemme, Casale Monferrato 1994, pp. 409-434]

   La leggenda nera che vuole la Chiesa Cattolica come una potenza oscurantista, reazionaria e nemica della libertà degli uomini e dei popoli ha un capitolo tutto italiano: si tratta del cosiddetto Risorgimento e della posizione della Santa Sede nelle vicende dell’unificazione italiana del secolo scorso.
   L’argomento ha fatto scorrere fiumi d’inchiostro: noi — in queste pagine — ci limiteremo solo ad enunciare alcuni dei fatti storici trascurati.

In principio fu il federalismo

   Nel secolo scorso, il più lucido fra i pensatori degli anni Trenta e Quaranta e senz’altro Carlo Cattaneo, storico, economista, politico. Cattaneo, che è la mente del Politecnico, non immaginava davvero, né avrebbe mai voluto, Milano come prefettura di Torino. Scrive Antonio Gramsci: «Il federalismo di Ferrari-Cattaneo fu l’impostazione politico-storica delle contraddizioni esistenti tra il Piemonte e la Lombardia. La Lombardia non voleva essere annessa, come una provincia, al Piemonte: era più progredita, intellettualmente, politicamente, economicamente, del Piemonte. Aveva fatto, con forze e mezzi propri, la sua rivoluzione democratica con le Cinque giornate: era, forse, più italiana del Piemonte, nel senso che rappresentava l’Italia meglio del Piemonte […]. Perché» si chiede dunque Gramsci «accusare il federalismo di aver ritardato il moto nazionale e unitario?» (1).
   Non solo Cattaneo fu il più lucido e affascinante sostenitore della via federalista per l’Italia, ma, nel 1848, giunse addirittura a delineare gli Stati Uniti d’Europa con un anticipo sui tempi della storia che avrebbe evitato, di per sé, due guerre mondiali nel vecchio continente e varie tragedie connesse. 

 Se la confederazione europea poteva essere, allora, un sogno, per l’Italia invece il federalismo sembrava la via più naturale e incruenta dell’unificazione. Un’Italia divisa fino ad allora in diversi stati. Si erano già fatti i primi passi: nel novembre 1847 era stato stipulato un accordo doganale fra Piemonte, Toscana e Stato Pontificio che faceva concretamente intravedere ai diversi popoli della penisola una prospettiva federale. Qualcosa di analogo allo Zollverein delle regioni germaniche, ma, se vogliamo, anche al mercato comune europeo attuale. Come oggi sarebbe impensabile una Europa politicamente unita attraverso una guerra di conquista di uno dei suoi stati a danno degli altri, conquistati ed annessi con la forza, così — fino al 1848 — nessuno avrebbe mai potuto gabellare una conquista piemontese della penisola come l’unità d’Italia. Ma è quello che avvenne.
   «La lega doganale» osserva Gramsci «promossa da Cesare Balbo e stretta a Torino il 3 novembre 1847 dai tre rappresentanti del Piemonte, della Toscana e dello Stato pontificio, doveva preludere alla costituzione della Confederazione politica che poi fu disdetta dallo stesso Balbo, facendo abortire anche la lega doganale. La Confederazione era desiderata dagli stati italiani, i reazionari piemontesi (fra cui il Balbo) credendo ormai assicurata l’espansione territoriale del Piemonte, non volevano pregiudicarla con legami che l’avrebbero ostacolata» (2).

   Ma come la Chiesa, il papa e lo Stato pontificio si trovarono a vivere gli avvenimenti di quegli anni?
   Il 16 giugno 1846 il cardinale Giovanni Maria Mastai Ferretti viene eletto papa e prende il nome di Pio IX. Ha fama di liberale e sostenitore della causa nazionale italiana. Appena eletto concede un’amnistia che scatena gli entusiasmi di tutti. Fra l’altro riconosce anche la libertà di stampa, precedendo Leopoldo II di Toscana e Carlo Alberto di Savoia.
   Massimo D’Azeglio e Marco Minghetti, nella loro cosiddetta Epistula ad Romanos proclamano: «Un tale uomo ha fatto più per l’Italia in due mesi, che non hanno fatto in venti anni tutti gli Italiani insieme». Pio IX chiama inoltre al governo dello Stato Pontificio un tecnico di fama europea, un politico liberale, Pellegrino Rossi (in passato perfino coinvolto in cospirazioni democratiche).

   Papa Mastai, come sovrano temporale, lavora assiduamente attorno al progetto di unità federale. Suo delegato alle trattative è Corboli-Bussi, ma egli conta soprattutto sul delegato piemontese, Antonio Rosmini, che aveva in animo di creare cardinale e — nel caso fosse stata realizzata la federazione — di chiamare ad alte cariche presso la Santa Sede. Intanto però a Torino cade il ministero Casati-Gioia-Ricci ed il nuovo governo non rinnova le credenziali a Rosmini. Già nel 1845 fra Carlo Alberto e Massimo D’Azeglio aveva cominciato a prender forma un progetto espansionistico che, in via preliminare, esigeva il naufragio dell’unica realistica via per l’unificazione d’Italia, quella federalista. A Roma gli eventi precipitano. Pellegrino Rossi viene assassinato da radicali estremisti, scoppia la rivoluzione, il papa deve fuggire.
   In pochi mesi si passa dalle acclamazioni per il papa «liberale» e sostenitore della causa italiana alla fuga dello stesso Pio IX da Roma. Com’è possibile? «La situazione precipita e si svolge in quattro tappe fatali: 10 febbraio Motu proprio “Benedite, Gran Dio, l’Italia”; 29 aprile Allocuzione Non semel contro la guerra all’Austria; 15 novembre uccisione di Pellegrino Rossi; 24 novembre fuga a Gaeta» (3).

   Già prima, i gruppi repubblicani e settari si erano inseriti nell’euforia popolare per il papa e avevano preso ad esaltarlo ipocritamente cercando di usarne l’immagine per i loro scopi e soprattutto cercando di trascinare la Santa Sede in una guerra contro l’Austria (4) che mai il papa avrebbe potuto fare (peraltro l’Austria aveva già minacciato uno scisma se si fosse trovata in guerra contro un esercito mandato dal papa). Il papa manifestava a Carlo Alberto la sua netta volontà di sottrarsi a questa strumentalizzazione politica: «Qui dagli esaltati si vuole assolutamente che io pronunci la parola — guerra — cosa che non debbo fare. […] Dico che il papa non fa la guerra a nessuno, ma nel tempo stesso non può impedire che il desiderio ardente della nazionalità italiana non spinga oltre i confini le truppe comandate dal general Durando. Dico infine che rinuncio francamente ai progetti seduttori dei repubblicani che vorrebbero fare dell’Italia una Repubblica sola con il papa alla testa. Dico di rinunciarvi perché dannosi immensamente all’Italia e perché la S. Sede non ha intenzione e non l’ebbe mai di dilatare i suoi temporali domini, ma quelli bensì del Regno di Gesù Cristo» (5).

   In questo documento Pio IX si spinge fino al limite estremo in cui era possibile spingersi ad un Successore di Pietro: la disponibilità a chiudere un occhio su ciò che le truppe dello Stato pontificio avessero eventualmente deciso autonomamente. Eppure si accusò Pio IX di tradimento, accollando a Roma il peso della sconfitta. Secondo Gramsci la responsabilità fu piuttosto del governo piemontese: «Essi furono di un’astuzia meschina, essi furono la causa del ritirarsi degli eserciti degli altri Stati italiani, napoletani e romani, per aver troppo presto mostrato di volere l’espansione piemontese e non una confederazione italiana» (6).
   Da questo momento in poi nasce la leggenda nera su Pio IX. Non solo la leggenda nera della storiografia liberale…
   «Più strano ancora, per me» osserva padre Guido Sommavilla sj «è che interpretino ormai in questo quadro l’Ottocento anche storici cattolici, monsignori e gesuiti oltre che laici (Jemolo, Jedin, Martina, Aubert), occupandosi di papi […] e soprattutto di Pio IX (ritenuto) “papa santo, ma pessimo politico”».

   Il papa, dunque, avrebbe sbagliato a non cedere subito e su tutto «ai liberali che si comportavano a quel modo, pronti ad uccidere i migliori politici suoi amici (Pellegrino Rossi, Moreno, Leu) e saltargli addosso se non si arrendeva a discrezione (Repubblica romana) e a porre sotto sequestro i beni e le proprietà della Chiesa ovunque arrivavano al potere, ignominiosamente poi mercanteggiandoli?».
   E perché avrebbe dovuto cedere? «Proprio perché Pio IX era intelligente, capiva bene che in tutti quei sequestri (o regali eventualmente) erano i poveri a perderci: i poveri contadini… e i poveri semplicemente, ai quali, allora, soltanto la Chiesa pensava, anche con i redditi di quei benefici. Magari intuiva pure che quelle terre incamerate e vendute ci avrebbero rimesso in senso perfino ecologico, con l’insensato sfruttamento che Stato e borghesi ne avrebbero fatto, a cominciare dal patrimonio boschivo» (7). Nel marzo 1929 La Civiltà cattolica così rievoca le posizioni: «Cominciando da Pio IX, fino al più semplice prete di contado, l’unità italiana non era avversata da nessuno. Si potrebbe anche dimostrare perentoriamente che all’invito di Pio IX, nel 1848, per una lega italiana e per l’unione politica dell’Italia, chi si oppose fu il solo ministero piemontese. Il clero italiano, e ciò è da porsi fuori da ogni dubbio per chi non voglia negare la luce meridiana, non s’oppose all’unità, ma la voleva in modo diverso in quanto all’esecuzione. Questa era l’idea di Pio IX, dell’alta gerarchia, dei cardinali e dello stesso antico partito conservatore piemontese (Solaro della Margherita, nda)».

Guerra di conquista

   Accade infatti che in Piemonte il potere passa dal gruppo del Solaro ai liberali di D’Azeglio, Cavour e Rattazzi. I Savoia chiamando al governo questa nuova classe dirigente intendono sfruttare l’aspirazione nazionale all’unità come foglia di fico di un progetto semplicemente espansionistico della corona. Poco importa se — come ha osservato Denis Mack Smith — «l’elastica maggioranza di Cavour includeva… diverse posizioni politiche», se Ricasoli e Spaventa erano «centralizzatori» e «decentralizzatori» erano invece Farini e Minghetti, se si opponevano «liberal conservatori, come D’Azeglio e Minghetti» e radicali di sinistra come Rattazzi. Nei fatti ciascuno collabora suo modo, al progetto della conquista. Anche se certo fu il Cavour la sua più coerente espressione politica.
   Ma chi è Camillo Benso conte di Cavour, che di lì a poco si rivelerà il grande architetto di tale «conquista piemontese»? Un talento politico senz’altro. Ma c’è chi aggiunge: «un radicale che nel suo nichilismo si arrestava soltanto alla proprietà terriera borghese» (8). Per Disraeli, Lord Cowley e Lord Acton — e si sa quanto l’Inghilterra abbia contato nella vita e nella politica del conte Camillo che non scese mai sotto Bologna — era «un politico totalmente privo di scrupoli». Antonio Gramsci dà un giudizio semplicemente politico: «I liberali di Cavour concepiscono l’unità come allargamento dello Stato piemontese e del patrimonio della dinastia, non come movimento nazionale dal basso, ma come conquista regia» (9).

   Fra le tante cose che sono normalmente passate sotto silenzio, nella manualistica scolastica sul Risorgimento, vi sono le fasi preliminari che rendono possibile questa strategia di conquista regia. Che lasciano interdetti. Per esempio: «Nessun cattolico, fedele alla Chiesa» scrive Ambrogio Eszer «riuscirà a capacitarsi perché il Regno di Sardegna abbia voluto iniziare la sua opera di unificazione nazionale con la soppressione dei monasteri contemplativi» (10).
   E nei confronti della Chiesa non si contentarono di queste prime soppressioni, né della sua spoliazione, della rapina di monasteri e abbazie, ne della conquista dei territori dello Stato Pontificio. È la stessa presenza del Santo Padre a Roma ad essere ideologicamente e militarmente attaccata da una dinastia che parlava francese e che a Roma mai aveva messo piede.
   Così il Regno sabaudo, poi Regno d’Italia, rifiutò pervicacemente ogni possibile accordo, ogni garanzia giuridica sulla libertà del papa. Un riconoscimento minimo di salvaguardia della sua libertà sarebbe bastato probabilmente al Santo Padre per acconsentire anche a rinunciare allo Stato Pontificio (11).

È pur vero che la storia non si fa con i «se». Tuttavia Pio IX aveva ampiamente dimostrato di esser disposto quasi a tutto per l’Italia. Ebbe a dire il segretario di Stato cardinal Antonelli all’ambasciatore austriaco Bach: «Se a Torino non avessero perseguito la Chiesa così appassionatamente, se non avessero ferito Pio IX nella sua coscienza di capo della Chiesa, Dio sa quanto non avrebbe concesso e dove oggi non ci troveremmo» (12). C’è un altro aneddoto che illustra bene l’amore all’Italia di questo pontefice. Un conte tedesco viene ricevuto in udienza dal papa ed esprime a Sua Santità il suo dispiacere per i movimenti politici che stavano attaccando lo Stato Pontificio e la Chiesa. Finita l’udienza, Pio IX sbotta a mezza voce, con i suoi collaboratori: «Questo bestione tedesco non capisce la grandezza e la bellezza dell’idea nazionale italiana» (13).

   Il 19 giugno 1871, quando già tutto è perduto, così Pio IX ricorda i primi gesti del suo pontificato: «Ma io benedissi allora l’Italia, come di nuovo la benedico adesso, la benedissi, e la benedirò» (14).
   Forse però una qualche risposta all’inquietante interrogativo di Eszer sul perché di questa persecuzione esiste. Per procedere all’impresa politico-militare che è stata immaginata a Torino, non basta concentrare gran parte del bilancio statale sulle spese militari, sarebbe necessario poter disporre di entrate equivalenti quasi a quelle di un altro Stato. Si comincia così a pensare di mettere le mani sull’immenso patrimonio (fondiario, immobiliare, finanziario) della Chiesa: un’operazione drammatica che oggi la storiografia ha completamente rimosso e che, secondo i cattolici, ha i caratteri di una vera e propria rapina di Stato assai simile a quanto realizzeranno, nel nostro secolo, i regimi totalitari.

   Lo Statuto, agli articoli 24 e 68, già crea le condizioni per una legislazione di attacco alla Chiesa in materia giudiziaria, civile ed economica. L’8 aprile 1850 si varano le leggi Siccardi che tolgono alla Chiesa unilateralmente diritti e prerogative. Per le sue proteste e la sua opposizione il vescovo di Torino, monsignor Giovanni Fransoni, viene arrestato. Poi vengono sequestrati i suoi beni e infine viene bandito dallo Stato (morirà in esilio a Lione). Egualmente arrestato e deportato, nel 1850, l’arcivescovo di Cagliari, monsignor Marangiu-Nurra. Il direttore del giornale cattolico L’Armonia per aver anch’egli criticato le nuove leggi subisce l’arresto e la condanna a quindici giorni di carcere. Ma tutto questo, come aveva immaginato Pio IX, era solo il preannuncio della tempesta. Sul finire del ‘52 al D’Azeglio succede il Cavour. Si vara il grande attacco alla Chiesa: la legge per la soppressione degli Ordini religiosi e l’incameramento dei loro beni (dalla cui vendita si mira a lucrare cinque milioni l’anno).

   «Si ebbero confische massicce di beni ecclesiastici, giacche Cavour era convinto che la “lebbra del monacismo” fosse un importante fattore di arretratezza economica» (15). Ovvero un limite alla proprietà borghese. Per il vecchio Solaro «questa legge sanziona un sacrilego latrocinio». Per il Cavour è l’autentica applicazione del motto «libera Chiesa in libero Stato». Il «latrocinio» era giustificato dal conte con le difficoltà economiche dello Stato che però, contemporaneamente, spendeva capitali (e vite di contadini) in una guerra — quella di Crimea — in cui gli italiani non c’entravano nulla. Il 29 maggio 1855, dunque, il re firma il decreto che sopprime agostiniani, certosini, benedettini cassinesi, cistercensi, olivetani, minimi, minori conventuali, osservanti, riformati cappuccini, oblati di Santa Maria, passionisti, domenicani, mercedarii, servi di Maria, padri dell’Oratorio, filippini, clarisse, cappuccine, canonichesse lateranensi, crocifisse benedettine, carmelitane, domenicane, francescane, battistine, celestine e turchine. Soppresse 331. case (4.540 religiosi cacciati fuori dalle loro case) e incamerate rendite per oltre due milioni dell’epoca. Un po’ meno del bottino sperato. Ma per quel che si era salvato era solo questione di tempo. Roma decretò la «scomunica maggiore» per tutti «gli autori, i fautori, gli esecutori della legge».

   C’è ovviamente un nesso fra «colpire i beni ecclesiastici e la necessità di far fronte a spese crescenti e ad eserciti più perfezionati» (16). E ciononostante al 1857 lo Stato sabaudo è gravato da debiti per 800 milioni. Il problema delle spese militari nei bilanci dello Stato sabaudo è un capitolo della storia del Risorgimento che, per quanto sottovalutato, risulta determinante e rivelatore: lo è nel determinare la decisione di uno scontro frontale contro la Chiesa, lo è nella scelta di trasformare il Regno delle Due Sicilie in una colonia da conquistare e saccheggiare, lo è per le condizioni sociali che sono costrette a subire le plebi contadine e operaie. Nelle discussioni al Senato sulle condizioni sanitarie del Paese (era la prima volta che ci si occupava del problema!), il 12 marzo 1873 il medico Carlo Maggiorani delineava questo quadro: «La tisi, la scrofola, la rachitide, tengono il campo più di prima; la pellagra va estendendo i suoi confini; la malaria co’ soi tristi effetti ammorba gran parte della penisola […]. La sifilide serpeggia indisciplinata fra i cittadini ed in ispecie fra le milizie». Per le malattie epidemiche «i contagi esotici (colera) han facile adito e attecchiscono facilmente: il vaiuolo rialza il capo; a difterite si allarga ogni giorno di più».

   Mentre le élites risorgimentali nel Palazzo mettono a punto i loro piani di conquista regia, dilapidando le pubbliche finanze nelle loro imprese militari, l’Italia perlopiù contadina e cattolica vive in condizioni subumane. Nel periodo 1861-1870 muoiono nel primo anno di vita 227 bambini per mille nati vivi. Il 45 per cento delle morti totali è di bambini inferiori a cinque anni, dovute spesso a infezioni prodotte dalle condizioni di vita e di lavoro delle madri. Lo Stato liberale che dilapida la metà delle finanze pubbliche nelle sue guerre (dette «d’indipendenza»), non si è mai occupato delle condizioni tragiche del popolo, che nelle campagne ha una speranza di vita media che si aggira sui quarant’anni.
   Il raffronto fra il bilancio della Difesa e quello per le spese sociali (sanità, occupazione, igiene e cultura) è spaventoso. «Dal 1830 al 1845 la quota delle spese militari non fu mai inferiore al 40 per cento della spesa statale complessiva. Con la prima guerra d’indipendenza l’incidenza delle spese militari su quelle totali raggiunse nel 1848 e nel 1849 rispettivamente il 59,4 per cento e il 50,8 per cento. Nei cinque anni successivi tale voce di spesa non superò mai il 27 per cento e solo in relazione alla spedizione d’Oriente nel 1855 e 1856 raggiunse rispettivamente il 36 per cento e il 38,6 per cento. Con la guerra del 1850 e 1860 l’incidenza delle spese militari raggiunse rispettivamente il 55,5 per cento e il 61,6 per cento. A fronte di spese militari di tale rilevanza (finanziate soprattutto con gli espropri ecclesiastici, nda) le spese per gli affari economici e le opere pubbliche ebbero la massima incidenza nel 1847 col 30,9 per cento e la minima nel 1831 col 2,9 per cento, mentre per l’assistenza sociale, l’igiene e la sanità, la pubblica istruzione e le belle arti, raramente nell’insieme si destinò annualmente più del 2 per cento della spesa totale» (17).
   Ma torniamo dunque al 1857. È anno di elezioni. Vota un’infima minoranza della popolazione, attorno all’1 per cento. Eppure i deputati cattolici raddoppiano di numero (da 30 a 60): quelli che avevano sostenuto le leggi contro la Chiesa in molti casi vengono sonoramente sconfitti. Così il Governo, con una curiosa concezione della democrazia, annulla molte elezioni con il pretesto che il clero si era immischiato nel voto. Nel 1860 lo Stato sabaudo cede alla Francia Nizza e la Savoia (una decisione mostruosa: Nizza era la città di Garibaldi). Un mercimonio di terre e popoli per convincere Napoleone III a dare il suo placet all’annessione che di lì a poco il Piemonte avrebbe fatto delle terre dello Stato Pontificio dove nessuno lo aveva chiamato. La guerra di conquista del Piemonte si allarga poi al Regno del Sud, un regno più antico, più prospero e più italiano di quello savoiardo: prima con la spedizione dei Mille, finanziata da potenze straniere e riuscita più che per eroismo come si è creduto a lungo, grazie a una torbida trama di corruzioni, imbrogli e violenze in cui inglesi e piemontesi fecero a gara. Quindi con l’instaurazione di un regime dittatoriale al Sud.
   Vale la pena soffermarsi su un aspetto non secondario. Armando Corona, Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia, dichiarava a un importante convegno storico: «Garibaldi ebbe sempre un nume tutelare: la Gran Bretagna. Più esattamente, la Massoneria inglese» (18).

   Quel feeling si sostanziò anche, come ha rivelato di recente Giulio Di Vita, grazie a sue ricerche in archivi di Edimburgo, in un «versamento» a Garibaldi di una cifra enorme per la conquista del Regno delle Due Sicilie: «tre milioni di franchi francesi, in piastre d’oro turche» che equivale a «molti milioni di dollari di oggi». L’esistenza di una cassa segreta della Spedizione è dunque confermata. In quali tasche finirono questi miliardi è cosa rimasta misteriosa in quanto i libri contabili e il contabile della spedizione finirono in fondo al Tirreno con il piroscafo Ercole, affondato, a quanto pare, secondo le più recenti ricerche, a causa di un misterioso sabotaggio.
   Una parte dei soldi, tuttavia, finì senz’altro nelle tasche dei traditori di Francesco. «È incontrovertibile che la marcia davvero trionfale delle legioni garibaldine, dalla Conca di Palermo al Vesuvio, venne immensamente agevolata dalla conversione subitanea di potenti dignitari borbonici dal Sanfedismo alla democrazia liberale. Non è assurdo pensare che questa vera illuminazione pentecostale sia stata, almeno in parte, catalizzata dall’oro» (19). Scopriamo così che l’Italia (risorgimentale) nacque e fu fatta sulla «mazzetta». Per la verità i più obbiettivi fra gli storici avevano già da tempo avanzato dubbi su quel migliaio di uomini, male armati e spesso un po’ goliardici, di fronte ai quali era crollato un regno di centomila chilometri quadrati con un esercito di centomila uomini. È stato osservato che mille volontari non bastano nemmeno per presidiare una provincia, come potevano tenere sotto controllo tutto quel Regno? Adesso Di Vita, fonte indiscutibile, ci tiene a confermare: che la presunta marcia trionfale di Garibaldi aveva dietro i maneggi della prima potenza imperiale del mondo, con il suo enorme peso finanziario, militare e spionistico.
   È davvero curioso osservare che l’episodio più celebrato del Risorgimento, l’unico che aveva potuto rivendicare i caratteri di epopea popolare, risulta, alla prova dei fatti storici, poco più che un paravento per un atto di arbitrio e di violenza del tutto contrario ai principi basilari del diritto internazionale: un colpo di stato sabaudo-inglese al sud Italia che abbatte re Francesco, il re legittimo, e insedia una monarchia straniera. Le motivazioni che spinsero l’Inghilterra in questa avventura sono ben sintetizzate da Di Vita: «La prima, colpire il Papato nel suo centro temporale, cioè l’Italia, agevolando la formazione di uno Stato laico. La seconda, creare, con un nuovo Stato unitario dalle Alpi alla Sicilia, una forte Opposizione alla Francia, che non avrebbe così potuto impedire l’aprirsi dei piani imperiali britannici sul’Africa e sul Medio Oriente, il Mediterraneo e la via alle Indie» (20). In buona sostanza è la conferma dell’acuta osservazione del filosofo Augusto Del Noce per il quale «il Risorgimento italiano non è stato in realtà che un capitolo della storia dell’imperialismo britannico» (21).
   Questo spiega perché, fin dall’inizio, il popolo meridionale non acclamò affatto i «liberatori». Quella non fu solo una conquista coloniale, si risolse anche in un genocidio. Mentre la borghesia e l’aristocrazia del Gattopardo stava velocemente salendo su carro del vincitore, il sud contadino si ribellò ai conquistatori e proseguì la sua lotta malamente armato anche dopo la capitolazione del suo re nel 1860.
   L’esercito piemontese che si riteneva l’esercito «liberatore» dovette schierare nel Meridione centoventimila uomini. È una storia sanguinaria troppo velocemente rimossa. Il genocidio del sud, da solo, fece più vittime di tutte le cosiddette «guerre d’indipendenza» assommate, ed era tutto sangue di ita1iani: «Vi furono battaglie, stragi, assedi, ma soprattutto si fucilò, a torto o a ragione, per mille cause diverse, senza null’altro che un sospetto vago, uomini, donne, vecchi, bambini persino» (22).
   In tutto 5.212 partigiani dell’indipendenza, quelli che gli invasori — sui loro libri di storia — chiamarono «briganti», furono fucilati o ammazzati in combattimento, altri cinquemila furono arrestati. In totale si contarono ventimila vittime di quella «liberazione», o secondo altri, di quel genocidio che umiliò e calpesto la dignità e l’identità di quel popolo. E lo affamò: da allora comincia il triste dissanguamento dell’emigrazione (centoventitremila persone l’anno, quattordici milioni di esuli dal 1876 al 191) che produce sottosviluppo nelle terre abbandonate.

   Scrisse lo storico filoborbonico Giacinto De Sivo: «Ell’è una trista ironia lo appellar risorgimento questo subissamento del bel paese. Briganti noi combattenti in casa nostra, difendendo i tetti paterni; e galantuomini voi venuti qui a depredar l’altrui?» (23). Fu una guerra civile feroce i cui effetti si fanno sentire ancora ai giorni nostri, se è vero com’è vero che il Meridione non si è più risollevato dalla sua condizione di arretratezza e subordinazione e da piaghe come la mafia. E se è vero che il fenomeno politico di questo scorcio di secolo, in Italia, si è coagulato proprio attorno alla critica allo Stato centralista e ad un progetto di stato federale che si richiama esplicitamente a Cattaneo (24). Si trattô insomma di una forzatura. Come scrisse Gramsci «un’Italia come quella che si è formata nel 1870 non era mai esistita e non poteva esistere».
   Il pugno di ferro imposto al Sud inoltre vide spesso esecutori con qualche tendenza criminale che mai furono messi sotto accusa o sotto inchiesta. Solo il grido della Chiesa si alzò a denunciare quelle violenze. Già nel 1861, il 30 settembre, Pio IX nell’allocuzione al Concistoro segreto afferma: «Inorridisce davvero e rifugge l’animo per il dolore, né può senza fremito rammentarsi molti villaggi del Regno di Napoli incendiati e spianati al suolo e innumerevoli sacerdoti, e religiosi, e cittadini d’ogni condizione, età e sesso e finanche gli stessi infermi, indegnamente oltraggiati e, senza neppur dirne la ragione, incarcerati e, nel più barbaro dei modi, uccisi. Queste cose si fanno da coloro che non arrossiscono di asserire con estrema impudenza… voler essi restituire il senso morale all’Italia».
   Ma non andò forse, il nuovo Regno, a portare la buona amministrazione subalpina in plaghe desolate e pessimamente amministrate, come vuole la manualistica corrente?

Paese illegale e Paese reale

   Mentre il Regno dei Savoia, come abbiamo visto, concentra la sua politica perlopiù nelle spese per armamenti, in modo da essere la Prussia della penisola, il Regno di Napoli, prima col re Ferdinando, poi col giovane Francesco — malgrado le infamie interessate diffuse in tutta Europa dagli agenti inglesi — appare molto meglio amministrato. Troviamo qui le tasse più lievi d’Europa, le bellissime scogliere meridionali sono protette dalla prima flotta italiana. Il Regno ha un debito pubblico che è un quarto di quello piemontese: appena cinquecento milioni per nove milioni di abitanti contro i mille milioni del Piemonte per quattro milioni di abitanti.
   Lo Stato piemontese, che rischia di passare per il vero stato «borbonico» (25), specialmente per la sua elefantiaca burocrazia ereditata dal sistema francese, secondo gli storici di parte meridionale — ben poco letti — saccheggerà le casse e le ricchezze del meridione per far pagare a questa sua colonia i suoi propri debiti. Ne faranno le spese soprattutto le plebi contadine: «La condizione dei contadini meridionali era stata, nel periodo precedente l’unità» osserva lo studioso marxista Nicola Zitara «migliore e non peggiore che dopo» (26).
   Napoli del resto era un’autentica capitale europea. Per uomini d’ingegno come Leopardi e per i «viaggiatori intellettuali» dell’Ottocento Napoli è una tappa obbligata Mentre nessuno si sarebbe mai sognato di «pellegrinare» a Torino (con l’eccezione di Nietzsche che con la sua latente follia se ne innamorò). Ma di colpo questa «capitale europea» diventa una prefettura di Torino: comincia la sua decadenza. In pratica un parlamento — quello sabaudo — eletto da una ristretta minoranza di ottimati, poco più di centomila persone (e con gravi vizi di regolarità come si è visto nel 1857) decretava l’annessione di una penisola di ventiquattro milioni di abitanti, perlopiù contadini e cattolici, senza voce e senza diritti (i plebisciti che furono organizzati per salvare la faccia non furono precisamente un esempio di legalità).
   Il giovane re Francesco, assediato a Gaeta, scriveva un amaro addio al suo popolo: «In luogo delle libere istituzioni che vi avevo date e che desideravo sviluppare, avete avuto la dittatura più sfrenata e la legge marziale sostituisce ora la costituzione. Sotto i colpi dei vostri dominatori sparisce l’antica monarchia di Ruggero e di Carlo III, e le Due Sicilie sono state dichiarate province d’un Regno lontano. Napoli e Palermo saranno governate da prefetti venuti da Tonino» (27). Proprio durante gli ultimi combattimenti con l’esercito di Francesco II i generali sabaudi si macchiarono di crimini vergognosi. Don Giuseppe Buttà, storico borbonico, per esempio, riconosce a Garibaldi una dignità morale che altri non ebbero. Solo Garibaldi volle andarsene da Capua per non assistere ed esser complice dell’indegno bombardamento del Cialdini mirante non a danneggiare l’esercito nemico, che infatti non ne risentì, ma a fare strage fra la popolazione civile: «Bisogna pur dirlo, Garibaldi non scese mai a simili triviali ricordi» (28).

   Mentre il Cavour — come c’informa uno storico di parte sabauda — «approvò ed elogiò l’opera del Cialdini» (29), Il mirabile esempio di eroismo del Cialdini consisteva nel massacro di vecchi, donne e bambini perpetrato in risposta alla richiesta di Francesco II di intavolare trattative («il cannone non guasta mai gli affari» aveva risposto questo «liberatore»).
   Il 27 gennaio 1861 furono programmate in tutto il neonato Regno d’Italia le elezioni che avrebbero dovuto sanzionare il fatto compiuto. Elezioni riservate a pochissimi e con una pesante interferenza dello Stato a favore dei governativi. La democrazia era ancora di là da venire. Del resto i cattolici erano già rimasti scottati da ciò che era avvenuto nel ‘57: decisero di essere «né eletti, né elettori». Obiezione di coscienza. Gli aventi diritto al voto erano appena 418.850 (una infima minoranza) eppure anche fra costoro la campagna astensionistica dei cattolici ebbe gran successo: votò solo i 57,2 per cento, in tutto 239.853 elettori. L’illegalità sostanziale del sistema liberale sta tutto in una cifra: gli aventi diritto: al voto al tempo dell’Unità, erano appena l’1,29 per cento della popolazione. Nel 1874 erano «cresciuti» fino al 2,1 per cento. Ogni commento è superfluo.
   Nel febbraio ‘61 furono assunte dal governo una serie di decisioni contro la Chiesa. Fra l’altro fu estesa a tutto il territorio italiano la legge sarda del 29 maggio 1855 sulla soppressione degli ordini religiosi. Ventimila fra monaci e monache furono colpiti dalla legge, al Sud furono confiscati i beni di 1.100 conventi. L’economia locale ne fu duramente provata, anche per questo si scatenò una reazione popolare imprevista. Puntualmente repressa nel sangue.

   L’amministrazione piemontese, sull’orlo della bancarotta (nel ‘61 il 40 per cento del debito pubblico è dovuto ancora agli armamenti) si abbatte sul Meridione come un flagello. Tasse da strozzinaggio, ruberie, espropri dei terreni civici ed ecclesiastici, salveranno il Piemonte, ma condanneranno per sempre il Sud. Secondo il Nitti una cifra assai superiore a 600 milioni del tempo venne alienata per riacquistare le terre del demanio ecclesiastico e statale espropriate. Un dissanguamento finanziario che — con l’unificazione del mercato — lascerà il Sud totalmente a secco di capitali. Una rapina colossale. Che porta alla violenta proletarizzazione dei contadini (30).
   Basterà un solo esempio della vergognosa ripartizione della spesa per opere pubbliche per dimostrare lo statuto «coloniale» che fu imposto al meridione: dal 1862 al 1897 lo Stato spenderà 458 milioni per bonifiche idrauliche. Al Nord e al Centro andranno 455 milioni, 3 al Sud.
   Il sistema produttivo meridionale è demolito. Per esempio, subito dopo la conquista, dalle casse del Regno delle Due Sicilie 80 milioni prendono il volo per Torino: ne torneranno solo 39. «Prima del 1860» scriveva il Nitti «era (al Sud) la più grande ricchezza che in quasi tutte le regioni del Nord» (31).
Intanto, dall’autunno del ‘60 proseguono gli arresti e le deportazioni di vescovi e cardinali macchiatisi semplicemente di reati di opinione. Dal ‘60 al ‘64 nove cardinali sono arrestati e processati: il cardinale Corsi, arcivescovo di Pisa, il cardinal Baluffi, il cardinale De Angelis di Fermo, Carafa di Benevento, Riario-Sforza di Napoli, Vannicelli, Antonucci, Luigi Monichini di Jesi e Gioacchino Pecci di Perugia (il futuro Leone XIII).

   Nella primavera del 1861 sono quarantanove le diocesi rimaste senza vescovo. Seminari e monasteri chiusi, beni espropriati: la Chiesa è allo stremo. In questa situazione, il potere ieri e oggi gli storici rimproverano a Pio IX di non aver voluto cedere sua sponte Roma ai piemontesi quasi aggrappandosi con tutte le forze al potere temporale. In sostanza si sarebbe dovuto fidare della parola del governo sabaudo che s’impegnava a garantire la libertà e l’indipendenza della sua persona e del suo magistero. Ma l’obiezione che arriva dai documenti vaticani è grave. Un governo che non aveva esitato a stracciare patti, ad aggredire, violentare, rapinare in ogni modo, chiudere conventi, seminari, arrestare e deportare cardinali e vescovi, poteva pretendere la fiducia cieca del papa?
   Non era forse gravissimo che uno stato incarcerasse decine di vescovi e cardinali? E poi per motivi che hanno dell’incredibile. Bastava che un vescovo si rifiutasse di cantare il Te Deum in Chiesa per il governo (è il caso del cardinal Corsi).
   Qual è la risposta di parte governativa? «Quello» ha commentato anni fa il laico Vittorio Gorresio «fu l’esempio più notevole che si trovi nella nostra storia del tentativo di far prevalere la concezione della sovranità dello Stato laico contro la ben radicata tradizione confessionale» (32). Dunque la pura e dura ragion di stato, la forza per la forza.
   Le sedi episcopali, inoltre, rimasero a lungo vacanti perché il governo pretendeva di aver parte nella scelta dei vescovi. Sarebbe questa l’illustrazione del tanto declamato principio «libera Chiesa in libero Stato»? Certo, i cattolici erano ancora la stragrande maggioranza della popolazione. Lo Stato temeva il suo stesso popolo, su cui regnava e che non rappresentava in nessun modo. I cattolici organizzarono forme di difesa dei loro diritti civili. Ci provarono. Nel 1865, per esempio, fondarono l’Associazione per la libertà della Chiesa, ma verrà chiusa di forza appena un anno dopo: «La legge dei sospetti» riferisce Spadolini «la colpiva alle radici, disperdendo capi e seguaci, distruggendo sezioni e affiliazioni, obbligandola a dissimularsi e a scomparire» (33). Innumerevoli sono, in questi anni, le violenze, i soprusi, le censure, le persecuzioni. I rapporti giuridici che il nuovo Stato italiano volle stabilire con la Chiesa furono definiti (e lo rimasero fino al 1929) dal Codice di diritto civile (2 aprile 1865), dalla legge Ferraris, «per la soppressione di enti ecclesiastici e la liquidazione dell’asse ecclesiastico» del 15 agosto 1867 e dalla legge delle Guarentigie del 1871.

Il sacco di Roma

   La legge Ferraris toglieva personalità giuridica agli ordini religiosi sopravvissuti e incamerava un terzo dell’asse ecclesiastico immobiliare (attorno ai seicento milioni del tempo). La legge andò a colpire e sopprimere circa venticinquemila enti ecclesiastici. Migliaia di religiosi si trovarono da un giorno all’altro strappati ala loro vita e ai loro conventi. Questo nuovo «esproprio» era destinato a finanziare la guerra intrapresa nel 1866 contro l’Austria. Nel triennio 1866-1868, grazie anche alle avventure belliche, il disavanzo dello Stato tocca i seicentotrenta milioni. Il Governo lo affronta appunto con la tassa straordinaria sull’asse ecclesiastico e con la famigerata tassa sul macinato.
   Le masse popolari insorgono nelle piazze contro questi provvedimenti al grido di «Viva il Papa» e «Viva la Repubblica» (34). Ma la drammatica protesta delle plebi, indice di condizioni sociali tremende, è accolta dal Governo con le forze armate: più di 250 morti e un migliaio di feriti dicono l’assoluta insensibilità dei «liberatori» d’Italia di fronte alle tremende condizioni di vita del popolo.
   Proprio dal ‘69 — la tassa sul macinato entrava in vigore il 10 gennaio 1869 — la Destra storica prende saldamente in mano il Governo con l’obiettivo prioritario del pareggio di bilancio e dell’organizzazione amministrativa dello Stato unitario. Tanto è stato decantato il rigore finanziario di questi Grandi Borghesi, non dicendo tuttavia di che lacrime grondi e di che sangue… È curioso, peraltro, che si sia voluto caricare di tanti significati il conseguimento del pareggio di bilancio da parte della Destra storica quando lo Stato Pontificio — su cui tante infamie sono state propalate — raggiunse il pareggio nel 1859 (vent’anni prima dei Grandi Borghesi) e senza affamare così il popolo, né lasciare sulle strade centinaia di morti ammazzati o espropriare chicchessia dei suoi beni (gli storici più seri, fra l’altro, oggi stanno riscoprendo il buongoverno che caratterizzò lo Stato pontificio fino alla sua violenta soppressione. Eccone qualche elemento contemporaneo al raggiunto pareggio di bilancio: la costruzione di linee telegrafiche, della ferrovia Roma-Frascati nel ‘56, il basso numero di detenuti, il traffico fluviale sul Tevere, la laicizzazione dell’amministrazione, una città fra le più «verdi» d’Europa di cui sarà fatto scempio poi con l’arrivo dei piemontesi. Pio IX volle che fosse proclamata perfino la libertà dell’associazionismo operaio).

   Ma torniamo al nuovo stato italiano. Proprio mentre venivano varati i due provvedimenti suddetti, nell’estate del 1868, il governo decretò pure la privatizzazione nel settore della fabbricazione dei tabacchi: un affare colossale, che «rafforzô i legami fra lo Stato italiano e i capitalismo bancario e affaristico proprio nel momento in cui si faceva più pesante la pressione fiscale dello Stato sulle masse popolari». Che giudizio dare dunque di questa classe dirigente? Eugenio Scalfari l’ha definita «il partito degli onesti e dei lungimiranti». Una formula che fa a pugni con la congerie di scandali, traffici e rapine in cui subito la nuova classe dirigente si trovò impantanata. «La Destra storica italiana» aggiunge Scalfari «quella dei Minghetti, degli Spaventa e dei Ricasoli, creò lo Stato unitario con uno sforzo politico e morale che durô vent’anni». Più realistico il giudizio di Gramsci: «quella banda di avventurieri senza coscienza e senza pudore, che, dopo aver fatto l’Italia, l’hanno divorata» (36) Ma il 1870 è soprattutto l’anno della questione romana. La situazione internazionale favorevole scattò nell’estate del 1870. Il 20 settembre i piemontesi entravano in Roma dalla celebre breccia di Porta Pia. Il Papa ordinando di non resistere volle evitare inutili spargimenti di sangue. Ai primi di ottobre l’ennesimo plebiscito doveva sancire l’approvazione del fatto compiuto da parte dei romani. Invece vi fu un altissimo astensionismo, ad esprimere ben altro stato d’animo dei romani. Ma, naturalmente, nei giornali del tempo e nei libri di storia di oggi non se ne fece e non se ne fa menzione.
   La conquista di Roma, nei mesi successivi si risolse in una continua violenta cagnara di squadracce. Più o meno con la connivenza o la passività del governo. Minacce, aggressioni per strada a preti e frati (vi furono degli uccisi), spettacoli propagandistici blasfemi, profanazioni, saccheggi. E poi intimidazioni e pugno di ferro contro le associazioni e i sodalizi cattolici. «La violenza, l’ingiustizia, la forza» ebbe a dichiarare Pio IX il 16 febbraio 1871 ai parroci, dal suo domicilio coatto «rotte le mura, penetrarono nel Luogo Santo, e si fecero precedere da una nube fosca, nera ed orrenda di sicarii, di assassini, d’uomini irreligiosi, spudorati e sozzi. Tutto fu qui da pochi mesi cambiato!». Una volta presa Roma, il governo vara la cosiddetta legge «delle Guarentigie» (13 maggio 1871, n. 214). Formalmente con ciò si diceva di voler dare alcune garanzie di libertà al papa.

   In realtà la legge intendeva costringere il Santo Padre a riconoscere il fatto compiuto e soprattutto imponeva l’exequatur per la destinazione dei beni della Chiesa e dei benefici. Cosa significava? «Lo Stato conserva il diritto di nomina degli ordinari delle numerose sedi vescovili» (quelle sotto il patrocinio dei sovrani) e «ha facoltà di impedire a tutti i vescovi di prendere possesso delle provviste beneficiarie delle loro sedi fino all’approvazione regia della loro nomina». (37). Il Papa reagisce con una dura opposizione: «Rifiuta la dotazione assegnatagli e si affida all’obolo di san Pietro, costituito dalle offerte volontarie dei cattolici di tutto il mondo» (38).
   D’altronde, a svelare quali sono le autentiche intenzioni del Governo basta il provvedimento del gennaio 1873 che sopprime le facoltà di teologia di tutte le università e pone i seminari sotto il controllo dello Stato. Non si tratta di provvedimenti episodici dettati da mero anticlericalismo.
   Pasquale Stanislao Mancini, una delle menti giuridiche del nuovo regime, formula esplicitamente la filosofia del nuovo potere: «Nello Stato non può esistere che un unico potere, quello della nazionale sovranità, e quindi una sola legge ed una sola universale illimitata giurisdizione» (39).

Nel Sillabo — il documento di Pio IX, allegato all’enciclica Quanta cura, molto diffamato e assai poco conosciuto — la proposizione 39 condanna proprio «lo Stato in quanto origine e fonte di tutti i diritti, che gode di un diritto non circoscritto da alcun limite». Pio IX denuncia questa aberrazione giuridica non solo contro la dottrina dello «Stato etico» elaborata dagli ideologi dello stato risorgimentale, ma probabilmente vedendo profilarsi all’orizzonte anche i micidiali mostri totalitari del Novecento, quando lo Stato eserciterà questo totale diritto di arbitrio sulle persone (e non a caso Giovanni Gentile teorizzerà il fascismo come il perfetto compimento della filosofia dello Stato etico elaborato da Bertrando e Silvio Spaventa e da tutta la filosofia politica del Risorgimento).
   Monsignor Luigi Giussani scrive ai giorni nostri: «Al nostro fianco vivono generazioni mute, che non possono dire se stesse: è questo l’esito del’azione omologante e pianificante del Potere, di un Potere che si concepisce senza confini. “Lo Stato in quanto origine e fonte di tutti i diritti, gode del privilegio di un diritto senza confini”. Questa proposizione (XXXIX) condannata dal Sillabo — il “famigerato” documento della Chiesa, famigerato per la cultura dominante — è la definizione dello Stato moderno: di tutti gli stati moderni, di qualunque specie. È questo l’esito dell’illuminismo, cioè dell’uomo che diviene “misura delle cose”. La condanna del Sillabo non è formulata per demonizzare lo stato in sé — il potere in sé non è una cosa cattiva — ma per smascherare e accusare la pretesa dello Stato moderno. Perché se “lo Stato gode di un diritto senza confini” avrà anche il diritto di determinare quanti figli devo avere e come debbano essere; e potrà anche stabilire fino a quando io posso vivere e che cosa significa essere felici» (40).

   Insomma, di fronte alle ombre tremende del XX secolo quel pronunciamento di Pio IX appare profetico. Così «Pio IX» nota propriamente Emile Poulat «che era in ritardo sul suo tempo, diventa un profeta per i nostro» (41). Tornando a quel doloroso frangente della vita della Chiesa, attorno al 1864 circa 43 erano i vescovi esiliati, 16 gli espulsi, una ventina processati e incarcerati mentre — secondo i cattolici — circa 16 pare siano morti per le conseguenze delle persecuzioni. Centinaia sono i preti che hanno avuto problemi con la giustizia, 64 sono i sacerdoti fucilati e 22 i frati (perlopiù al Meridione).
   Dodicimila i religiosi dispersi per le note leggi. Dopo la presa di Roma, 89 sono le sedi episcopali vacanti. I pastori nominati dal papa non hanno possibilità di prender possesso delle loro chiese perché lo stato non ho permette: esige la più umiliante sottomissione della Chiesa.
   Molte delle speranze di Pio IX sono riposte nel genio politico di un grande santo di questi anni: don Giovanni Bosco. È lui che tenta, a costo di immense fatiche, di umilianti trattative e di tradimenti, di raggiungere un ragionevole compromesso con il Governo. In questo frangente, in cui la Chiesa sembra dividersi fra i traditori, corsi sul carro del vincitore a dare man forte al Governo, e gli intransigenti che oppongono ala dura realtà una sterile e dottrinaria intangibilità dei principi, mettendosi così nelle condizioni di far perdere tutto alla Chiesa, don Bosco rappresenta il meglio del realismo cattolico. Don Bosco si rifiuta di vendere l’anima al nemico, ma anche di rassegnarsi a capitolare senz’altro poter fare che lamentarsi. Don Giovanni Bosco di fronte alle difficoltà della presenza pubblica dei cattolici al tempo dei governi liberal-massonici postunitari, stanco dei troppi piagnistei cattolici, dice nel 1877: «Nessuno è che non veda le cattive condizioni in cui versa la Chiesa e la religione in questi tempi. Io credo che da san Pietro sino a noi non ci siano mai stati tempi così difficili. L’arte è raffinata e i mezzi sono immensi. Nemmeno le persecuzioni di Giuliano l’Apostata erano così ipocrite e dannose. E con questo? E con questo noi cercheremo in tutte le cose la legalità. Se ci vengono imposte taglie, le pagheremo; se non si ammettono più le proprietà collettive, noi le terremo individuali; se richiedono esami, questi si subiscano; se patenti o diplomi, si farà il possibile per ottenerli; e così s’andrà avanti . Bisogna avere pazienza, saper sopportare e invece di riempirci l’aria di lamenti piagnucolosi, lavorare perché le cose procedano avanti bene».

   Nel 1873 la politica di appropriazione dei beni della Chiesa è estesa anche a Roma. Ancora una volta il governo straccia tranquillamente gli impegni precedentemente assunti. Appena il 12 settembre 1870, una settimana prima dell’invasione di Roma, il ministro della Giustizia Reali, con una circolare inviata all’episcopato italiano, a nome dello Stato si impegnava a non toccare gli ordini religiosi presenti a Roma. Identici impegni erano stati assunti con gli stati cattolici. Ma quello Stato e quel governo «degli onesti e dei lungimiranti» avevano già ampiamente dimostrato in che considerazione tenessero la parola data, gli accordi ufficiali sottoscritti, le più elementari norme del diritto.
Il provvedimento legislativo, accompagnato da violente manifestazioni anticattoliche e da una pesante campagna di stampa non comporta solo l’estensione a Roma, da parte del governo Lanza, della legge per la soppressione degli ordini religiosi. A Roma infatti ha un effetto ancor più dirompente perché in questa città si trovano le case generalizie di tutti gli Ordini religiosi presenti sulla terra.
   Per il solito Mancini gli ordini religiosi sono «inconciliabili con gli ordini liberi, coi bisogni civili ed economici del paese, con ho spirito della società moderna». Vengono dunque confiscati i beni delle corporazioni religiose. Quella borghesia, che era la base sociale del «partito degli onesti e dei lungimiranti», può adesso scatenare una speculazione di dimensioni eccezionali. In barba alla Chiesa che commina la scomunica a chiunque speculasse sui beni ad essa rapinati, vi è una vera corsa all’accaparramento di questo tesoro. Centinaia di poveri preti, frati e suore, nonostante le loro flebili proteste, nel giro di un mese vengono cacciati dalle loro case e dalle loro proprietà. E queste vengono date in pasto agli speculatori.

    «È meglio per noi il morire che vedere lo sterminio delle cose sante» scriverà il Santo Padre il 21 novembre 1873. Ma nemmeno la morte, nel 1878, placô l’odio forsennato contro Pio IX dal momento che i suoi funerali, quel 12 luglio, nonostante il dolore e la preghiera di centomila fedeli, furono funestati dall’aggressione, dalle urla, dalle sassate, dalle bastonature e gli insulti di squadracce che volevano impossessarsi della salma per gettarla nel Tevere e non facevano mistero delle loro intenzioni, gridando: «Le carogne nella chiavica!».
    Ma torniamo agli espropri romani. Lo scandalo — anche internazionale — per questi provvedimenti che minano lo stesso diritto all’esistenza della Chiesa cattolica è tale che il 12 novembre 1873 il ministro Sella informa la Santa Sede che, in base alla legge delle Guarentigie, sarebbero stati accreditati ala stessa tre milioni e duecentoventicinquemila lire. Pio IX perô non accetta mai questo (peraltro assai esiguo) indennizzo, ritenendolo il prezzo di un vergognoso e ben più cospicuo ladrocinio.

Un bilancio

   Dunque una Chiesa impaurita dalla modernità, reazionaria, refrattaria alla democrazia è quella che ci si presenta davanti in questi decenni? Sfogliare La Civiltà Cattolica di quegli anni può riservare tante sorprese. Nel 1879 (X, 385) l’autorevole rivista, ad esempio, esce con una sorprendente difesa del Manifesto lanciato da Garibaldi per una democrazia effettiva. Insomma i cattolici si trovano accanto proprio ai radical socialisti nel rivendicare il diritto al suffragio universale, la più rivoluzionaria delle frontiere politiche di quel tempo.
    Si fa un’analisi della situazione al 1876: su circa 30 di abitanti hanno diritto al voto solo 605.007 italiani. «Questi privilegiati« scrive La Civiltà Cattolica «erano 2,18 per cento italiani dei due sessi.
    Può darsi prova più evidente che gli elettori inscritti la rappresentano fra noi una minoranza al tutto minima?» Considerando poi i votanti effettivi (368.750) si arriva a fatica allo 0,94 per cento. Se si pensa che circa centomila di costoro «sono pagati dal governo e da lui in qualche modo dipendenti» (la classe politica del tempo esercitava un controllo ferreo su di loro) è venuto il momento, per la casta al potere di fare i conti «di buon grado o di malavoglia» osserva la rivista cattolica «cola potenza della democrazia».
    Nel 1881 dunque i cattolici, in prima linea nella battaglia per il suffragio universale e il riconoscimento dei diritti civili per «milioni di italiani poveri o analfabeti». Sidney Sonnino, davanti al Parlamento, il 30 marzo 1882, ammise. «La grandissima maggioranza della popolazione, più del 90 per cento di essa, si sente estranea affatto alle nostre istituzioni; si vede soggetta silo Stato e costretta a servirlo col sangue e coi denari, ma non sente di costituirne una parte viva ed e non prende interesse alcuno alla sua esistenza ed al suo svolgimento».
    A consuntivo di quella impresa chiamata «risorgimento» si può ricordare quanto Ferdinando Martini confessava in una lettera al Carducci il 16 ottobre 1894: «Abbiam voluto distruggere, e non abbiamo saputo nulla edificare» (42). Che non è davvero un gran bilancio per chi ostentava virtù muratorie» (43).

(1) Antonio Gramsci, Il Risorgimento, Einaudi, Torino 1954, p. 108.
(2) Gramsci, op. cit., pp. 108-109.
(3) Alberto Polverari, Vita di Pio IX, «Studi piani» (4), Roma 1986, p. 185.
(4) Lo stesso Mazzini, ad esempio, coglie l’occasione «per eccitare gli animi contro l’Austria e per alienarli dal potere temporale», in Giacomo Martina, Pio IX (1845-1850), Miscellanea historiae pontificiae, vol. 38, Roma 1974, p. 108.
(5) Cit. in Polverari, op. cit., pp. 195-196.
(6) Gramsci, op. cit., p. 90.
(7) Guido Sommavilla, La Compagnia di Gesù, Rizzoli, Milano 1984, p. 191.
(8) Francesco Cognasso, I Savoia, Dall’Oglio, Varese 1981, pp. 627-628.
(9) Gramsci, op. cit., pp. 45-46.
(10) Ambrogio Eszer, Pio IX dal 1851 al 1866, in «Studi cattolici», (marzo 1986) p. 208.
(11) Scrive Rober Aubert: «Infatti bisogna constatare che ai liberali di allora, persino ai moderati tra essi, l’incondizionata rinunzia a qualsiasi forma di potere temporale appariva come dogma assolutamente intangibile, ed una soluzione del tipo dei Patti Lateranensi del 1929, per loro, non sarebbe stata accettabile» (in Eszer, op. cit., p. 212).
(12) Vedi Giacomo Martina, Pio IX (1851-1866), Miscellanea historiae pontificiae, vol. 51, Roma 1986, p. 146 e n. 93.
(13) Vedi Eszer, op. cit., 208.
(14) Vedi Polverari, op. cit., p. 188.
(15) Denis Mack Smith, Cavour, Bompiani, Milano 1988, p. 273.
(16) Alberto Caracciolo, Stato e società civile (Problemi dell’unificazione italiana), Einaudi, Torino 1960, p. 19.
(17) In Anteo D’Angiò, La situazione finanziaria dal 1796 al 1870, in Storia d’Italia, De Agostini, Torino 1973, vol. VI, p. 241.
(18) A.A.VV., La liberazione d’Italia nell’opera della massoneria (Atti del convegno di Torino 24-25 settembre 1988, a cura di Aldo A. Mola), Bastogi, Foggia 1990, p. 307. Cfr. anche Rosario Romeo, Dal Piemonte sabaudo all’Italia liberale, Einaudi, Torino 1964, pp. 225-247.
(19) AA.Vv., La liberazione…, pp. 379-381.
(20) Ibid, p. 380.
(21) «Il Sabato», 19.6.1993.
(22) Carlo Alianello, La Conquista del Sud, Rusconi, Milano 1972, p. 133.
(23) Giacinto de Sivio, I Napolitani al cospetto delle nazioni civili, ed. Forni, Bologna 1965.
(24) Questi i due capisaldi positivi della Lega. Che, però, spesso si traducono in una deteriore ostilità verso il Meridione (e gli stranieri in genere).
(25) Cfr. Gramsci, op. cit., p. 171.
(26) L’unità d’Italia, Nascita di una colonia, Jaca Book, Milano 1976, p. 21.
(27) Cit. in Alianello, op. cit., pp. 98-101.
(28) Giuseppe Buttà, Un viaggio da Boccadifalco a Gaeta, Bompiani, Milano 1985.
(29) Cit. in Alianello, op. cit., p. 103.
(30) C’è chi lega proprio a questo fenomeno la nascita del fenomeno mafioso, che si impone come controstato nel momento in cui lo stato si presenta con un volto particolarmente odioso: il piombo della conquista coloniale. Cfr. G.C. Marina, Il Meridionalismo della Destra Storica e l’inchiesta parlamentare del 1867 su Palermo, Palermo 1971.
(31) Francesco S. Nitti, Scritti sulla questione meridionale, Laterza, Bari 1958, p. 7.
(32) Vittorio Gorresio, Risorgimento scomunicato, Bompiani, Milano 1977, p. 110.
(33) Giovanni Spadolini, L’opposizione cattolica (Da Porta Pia al ‘98), Vallecchi, Firenze 1961, p. 56.
(34) Giorgio Candeloro, Storia dell’Italia moderna (1860-1871), Feltrinelli, Milano 1978, vol. V, p. 351.
(35) Cfr. Candeloro, op. cit., p. 355.
(36) Gramsci, op. cit., p. 158.
(37) Lorenzo Frigiuele, La Sinistra e i cattolici (Pasquale Stanislao Mancini giurisdizionalista anticlericale), ed. Vita e Pensiero, Milano 1985, p. 11.
(38) Frigiuele, op. cit., pp. 111-112.
(39) Frigiuele, op. cit., p. 98.
(40) Luigi Giussani, Un avvenimento di vita, cioè una storia, ed. Il Sabato 1993, pp. 425 -426.
(41) Emile Poulat, Chiesa contro borghesia, Marietti, Casale Monferrato 1984, p. 76.
(42) Ferdinando Martini, Lettere, Roma 1934, p. 291.
(43) Per uno sguardo d’insieme sui cattolici e il risorgimento vedi anche Antonio Socci, La società dell’allegria. Il partito piemontese contro la Chiesa di don Bosco, Sugarco, Milano 1989. 

© Edizioni Piemme Spa 

fonte http://www.cristianicattolici.net/garibaldi-risorgimento-italiano.html

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