Qui vuolsi serbar memoria di uomini eccellenti regnicoli, mancati a’ vivi in questi anni. Nel 1848, Nicola Parisio, giureconsulto, ex ministro, Maria Giuseppa Guacci, poetessa, Leopoldo Pilla, mineralogista, Michele Cimorelli, letterato. Nel 49, abate Cataldo Iannelli, archeologo, Gaspare Capone, giureconsulto, abate Antonio Ottaviano, interprete di papiri, Pasquale Borrelli, gran giurista, oratore e letterato, Giovanni Salemi da Palermo, letterato, Gioacchino Arresto da Messina, chimico, Carlo Rocco, matematico.
Read MoreDell’amministrazione civile ho parlato al libro 5. e poco è da aggiungere, perché essa poco variò da’ modi piantativi dal Sant’Angelo, che nel 47 n’avea lasciato il ministero. Dopo i ministri rivoluzionarii del 48, tennerla il Durso, il Longobardi, il Murena e il Bianchini. Dal 1849 al 55 si rivendicarono a’ comuni 108,950 moggia di terreni usurpati; e furo parecchi terreni demaniali divisi a coloni poveri. Anche sino al 60 molti altri terreni si rivendicarono.
Read MoreSul finir dell’anno il giovine re era assediato da richiedenti. Tumulti e usurpazioni in Italia, cupe minacce al regno, Svizzeri mancati, poca soldatesca indigena, né tutta buona, Napoli spaurita da vociferazioni insidiose, e una setta latente attorno al trono susurrava: «Concedete, date.» Francia e Inghilterra combattenti co’ consigli; il Filangieri in altalena, svogliato, proponente concessioni parche, e gli uomini suoi messi su, vi facevano il ritornello, o che vicini erano i guai. Francesco, benché nuovo, diceva a taluno: «Se scendo a concedere, diventiamo tutti liberali, ed anche io, ma conceduto, conceduto, debbo fermarmi a un punto, e allora…. il finimondo.»
Read MorePio IX che molto dal congresso avea da sperare, tentò amorevolmente trarre al buon sentiero re Vittorio, e scrissegli di sua mano pregandolo si recasse al congresso qual difensore della Santa Sede; ma quegli anzi ne prese opportunità per richiederlo si facesse allegramente spogliare. Risposegli: Le Romagne trovarsi felicissime con lui, e diverrebbero per innanzi più cristiane, se non tornassero alla Chiesa. Sperare gli si dessero a qualunque titolo altresì le Marche e le Umbrie, per porte in uguale prosperità; e conchiudeva non aver intenzione con questo di menomare i dritti e l’autorità di Santa Chiesa. Pio gli rescrisse, il tenersi lo Stato papale non esser da savio, né degno di re cattolico e di casa Savoia, affliggersi non per sé, ma per l’infelice stato dell’anima di lui illaqueata dalle censure, ed altre maggiori il colpirebbero, ove consumasse l’agognato sacrilego atto. Il re sardo tornò indi a poco all’assalto con altra lettera. Magnificando i torbidi delle province papaline (da esso suscitati), la pochezza delle forze pontificie, e l’impossibilità del ritenerle, sé offerse per Vicario Generale di lui, né solo nelle Romagne, anche nelle Marche ed Umbrie. E Pio mansuetamente siffatto consiglio sopportò.
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