L’impronta di Giovanni Giolitti nella politica italiana è stata innegabilmente importante, tanto che questo periodo politico passò alla storia come “Età Giolittiana”. Furono gli anni delle concentrazioni industriali, delle formazioni delle masse popolari socialiste e cattoliche, dell’attività coloniale italiana in Eritrea, Libia e Dodecaneso, delle rivolte per il pane e della nascita del Partito Fascista.
Mentre il nord, dopo gli avvenimenti del 1898 mette le ali, il sud diventa sempre più sud e la Sicilia sempre più Sicilia. (1898-1900)
Il quadro generale degli avvenimenti nel Regno d’Italia
Dopo le dimissioni di Crispi, avvenute nel 1896, fu gioco forza per il Parlamento orientarsi verso una soluzione di destra: infatti, una parte della sinistra costituzionale, facente capo al senatore Giuseppe Saracco, si era troppo compromessa, appoggiando l’ultima, squalificata ed impopolare esperienza governativa di Crispi, mentre l’altra componente, guidata da Zanardelli e Giolitti, oltre ad essere malvista dal Re, era bloccata dal veto incrociato della destra democratica e della sinistra crispina. La presidenza del Consiglio toccò alla fine ad un altro siciliano, Antonio di Rudinì, che possiamo definire un “moderato di centro”, non particolarmente vicino alla corona, la cui dote politica più importante consisteva nell’essere un avversario di Crispi. Di Rudinì impostò la propria azione di governo su una linea di “raccoglimento e di economia”. Tentò di porre un freno all’avventura coloniale, di varare una politica prudente e di realizzare qualche forma di pacificazione sociale, concedendo l’amnistia ai condannati politici.
L’avvento della sinistra al potere era stata definita dai contemporanei “rivoluzione parlamentare”. La definizione può sembrare oggi esagerata, ma in effetti una rivoluzione ci fu davvero perché si affermò in quegli anni un nuovo equilibrio di potere. Una “rivoluzione passiva”, secondo la definizione di Vincenzo Cuoco, nei riguardi del Risorgimento. Si verificò una progressiva assimilazione delle classi dirigenti regionali nel processo di unificazione. In pratica, le classi dirigenti meridionali si amalgamarono con quelle del centro-nord.
A decidere la caduta della Destra non fu certo il deputato siciliano Morana con la sua interrogazione né le proteste che agitavano la Sicilia per il caro-pane. Ad influire maggiormente furono i risultati elettorali del 1874. Rispetto alle elezioni del 1861 la destra, che aveva avuto l’80% dei deputati, era scesa al 54% mentre la sinistra dal 20% era passata al 46%. La crescita della sinistra, contrariamente a quanto si verifica oggi, era praticamente concentrata nel Mezzogiorno e particolarmente in Sicilia [1]. In Sicilia per ogni deputato di destra, ne erano stati eletti ben 9 di sinistra.
Nel 1878 moriva a Roma Vittorio Emanuele II, il primo re
d’Italia, protagonista di tutte le guerre che portarono all’unità, ma assente e
lontano una volta raggiunto lo scopo di asservire la nazione al Piemonte. In
questi 18 anni non si poteva certo sperare di dare all’Italia un’impronta
unitaria, né in campo culturale né in quello sociale. Troppe erano le
differenze tra le varie regioni, evidenziate dallo stato guerriglia che aveva devastato per anni le regioni meridionali,
e dalla politica filo-settentrionale dello Stato sabaudo. Tali furono le
premesse che portarono ad uno sviluppo disarmonico che ancora oggi subiamo. Fu
questo il prezzo che l’intero Sud ha pagato all’unificazione. Un prezzo che
divenne ancora più alto a fronte dei provvedimenti depressivi e repressivi che
il governo piemontese adottò nei confronti dell’ex Regno di Sicilia.