Alta Terra di Lavoro

già Terra Laboris,già Liburia, già Leboria

Don Giacomo Margotti e il Risorgimento anticattolico

Posted by on Feb 27, 2019

Don Giacomo Margotti e il Risorgimento anticattolico

Don Giacomo Margotti (1823-1887) è una di quelle figure di cui si sente la mancanza. Pastore d’anime e uomo d’azione, fu uno dei molti intellettuali cattolici che denunciarono – anche a costo della propria vita – i retroscena oscuri del Risorgimento. Nei suoi scritti, tanto nei grossi tomi che compilava instancabilmente, pieni di dati e testimonianze, quanto negli agili articoli apparsi sulle colonne de «L’Armonia», non mancò mai di pubblicizzare i comportamenti contraddittori dei sedicenti “liberatori”: mentre i patrioti inneggiavano all’unità nazionale, dietro le quinte i potenti manovravano per estirpare il cattolicesimo dalla Penisola. «Fatta l’Italia, bisogna fare gli italiani» è la frase, giustamente celebre, che meglio sintetizza lo spirito ideologico e rivoluzionario che animò l’epopea risorgimentale.

Margotti e molti che, come lui, scelsero di stare dalla parte degli sconfitti, ora giacciono dimenticati al pari delle loro opere che, per quanto costituiscano fonti utilissime per lo storico, nessuno, o quasi, si degna di consultarle né tantomeno di menzionarle. Si tratta, del resto, di testimonianze troppo scomode per piacere alla storiografia ufficiale, interessata più che altro a preservare un mito piuttosto che a scovare la verità.

C’è dunque sempre più bisogno di studiosi come Angela Pellicciari. Quest’ultima, con Risorgimento anticattolico (Fede & Cultura, 2018), si pone l’ambizioso obiettivo di scalfire il Moloch di menzogne che è quella vulgata risorgimentale, tutto eroismo e spirito di sacrificio, che ancora oggi si insegna nelle scuole. Il volume, godibilissimo, è una ristampa, corredata da note e approfondimenti, di alcuni brani di Memorie per la storia dei nostri tempi, enorme testo del Margotti, oggigiorno praticamente introvabile, che racconta gli anni dal 1856 al 1863 dal punto di vista dei cattolici. Il libro, farcito di documenti, è una lunga denuncia dei soprusi commessi da Casa Savoia nei confronti della Chiesa. L’elenco dei crimini è impressionante: si va dalla censura applicata alla stampa cattolica ai furti nelle chiese, dalla soppressione di case religiose ed opere pie all’incarcerazione di quei prelati che non accettarono il nuovo ordine imposto dai piemontesi.

Don Margotti, con prosa accattivante, offre il destro – per così dire – ad Angela Pellicciari, che nelle lunghe chiose rincara la dose approfondendo e sviluppando ulteriormente le piste d’indagine proposte dal sacerdote sanremese. Il risultato è un saggio fresco, intrigante, che non annoia mai e che, anzi, invoglia il lettore a voltare pagina, a saperne di più.

Risorgimento anticattolico è dunque un libro imprescindibile, che non può mancare nella biblioteca di ogni vero cattolico.

Il libro: Angela Pellicciari, Risorgimento anticattolico, Fede & Cultura, Verona, 2018, 192 pagine, 18 Euro.

Per acquistare l’opera: http://www.fedecultura.com/p/vetrina_30.html#!/Risorgimento-anticattolico/p/102693588/category=0

Luca Fumagalli

fonte https://www.radiospada.org/2018/05/don-giacomo-margotti-e-il-risorgimento-anticattolico/

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La noia di Massimo D’Azeglio di Angela Pellicciari

Posted by on Feb 6, 2019

La noia di Massimo D’Azeglio di Angela Pellicciari

“Re galantuomo”, “l’Italia è fatta, si tratta di fare gli italiani”, queste parole d’ordine, questi motti incisivi, perfetti dal punto di vista della propaganda, sono il frutto di un’intelligenza brillante e di una fantasia disinvolta: quelle del cavaliere Massimo D’Azeglio, uno dei principali protagonisti dell’epopea del nostro risorgimento nazionale.
Pittore, romanziere, genero di Manzoni, membro della migliore aristocrazia piemontese, amico di tutti i massimi governanti d’Europa, Massimo D’Azeglio è l’uomo che può riuscire dove altri hanno fallito. Così pensa la massoneria. Dopo i disastrosi tentativi insurrezionali di carbonari e mazziniani, si impone un cambiamento di strategia: bisogna puntare su un uomo moderato, ufficialmente conosciuto come cattolico, che dia alla strategia rivoluzionaria un’apparenza di riformismo e, sotto questo camuffamento, riesca dove tutti gli altri hanno fallito.
Narcisista come pochi, è lo stesso D’Azeglio a raccontare l’episodio del suo incontro romano col “settario” Filippo. Il compito che la massoneria affida a D’Azeglio non è semplice. Si tratta di convincere l’antico cospiratore Carlo Alberto a farsi promotore della lotta per la libertà e l’indipendenza della penisola e si tratta anche di convincere i vari ‘fratelli’ sparsi per l’Italia centro-settentrionale a fidarsi di lui. Il problema è serio perché già una volta (in occasione dei moti del 1821) Carlo Alberto in un primo momento aderisce alla cospirazione ma poi si tira indietro e tradisce.
D’Azeglio svolge brillantemente il compito affidatogli. La motivazione utilizzata per convincere i “fratelli” è davvero azzeccata: quando il ladro ruba per sé, si può star certi che faccia sul serio. Bisogna aver fiducia in Carlo Alberto, sostiene. Capeggiare la rivoluzione italiana è nel suo interesse perché alla fine dell’impresa avrà un regno immensamente più grande e prestigioso.
D’Azeglio inizia così quella che con brillante giro di parole battezza “congiura all’aria aperta”. La congiura, dopo tanto sangue sparso inutilmente, invece delle armi si serve della penna. L’arma prescelta, la penna della pubblicistica e della propaganda, è puntata contro l’Austria e contro lo stato pontificio accusati di essere la quintessenza dell’oppressione liberticida e del malgoverno.
E’ davvero tanto insopportabile la vita negli stati preunitari? A tener conto di come la descrive lo stesso D’Azeglio ne I miei ricordi non sembrerebbe. “Qual è l’opinione -scrive-, l’idea, il pensiero che non si possa dire o stampare oggi in Italia, e sul quale non si possa discutere e deliberare? Qual è l’assurdità o la buffonata, o la scioccheria che non si possa esporre al rispettabile pubblico in una sala o su un palco scenico di qualche teatrino (pur di pagar la pigione s’intende) col suo accompagnamento di campanello, presidente, vice presidente, oratori, seggioloni, candelieri di plaquè, lumi, ec. ec.? Basta andar d’accordo col codice civile e criminale; del resto potete a piacimento radunarvi, metter fuori teorie politiche, teologiche, sociali, artistiche, letterarie, chi vi dice niente?”.
Il torinese D’Azeglio, per di più, non sopporta la tetraggine bacchettona della Torino sabauda: “ed io, un odiatore di professione dello straniero, lo dico colla confusione più profonda, se volevo tirar il fiato, bisognava tornassi a Milano”. E allora perché? Perché D’Azeglio si impegna con tanta tenacia nella “congiura” all’aria aperta? Perché tanta fatica spesa per organizzare una campagna di disinformazione e di odio contro il papa e contro l’imperatore austriaco? Per vincere la depressione. Questa la candida ammissione del cavalier D’Azeglio: “per aver modo di passar la malinconia -scrive ne I miei ricordi-, e finalmente il mio gusto per la vita d’avventure e d’azione”.
Alle motivazioni ufficiali che nel 1861 rendono possibile la nascita del Regno d’Italia -oltre all’unità alla libertà e all’indipendenza per intenderci-, ce n’è un’altra da non sottovalutare: la noia.

Angela Pellicciari

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L’ultimo Borbone, un re in balia dei “traditori

Posted by on Gen 28, 2019

L’ultimo Borbone, un re in balia dei “traditori

Francesco II lasciò ingenuamente Napoli nel 1860 facilitando, senza volerlo, la conquista dei garibaldini

Il 13 novembre 1860 Pio IX scrive a Francesco II di Borbone, re delle Due Sicilie: “Ho fatto tutto quello che per mia parte era possibile per sostenere in Vostra Maestà la causa della giustizia, e tanto più volentieri l’ho fatto in quanto che ho veduto la Maestà Vostra tradita da uomini cattivi o inetti o deboli […] ho detto tradito perché è verità”. Salito al trono a 23 anni all’improvvisa morte del padre, Francesco è completamente digiuno dell’arte di governo. Cattolico devoto, il re è animato da buonissimi sentimenti ma l’inesperienza e la buona fede lo rendono facile preda della congiura massonica che lo avvolge come in una spirale. Succede così che segue i consigli sciagurati del ministro dell’interno, il massone Liborio Romano segretamente alleato di Garibaldi. Questi lo convince a lasciare Napoli senza combattere facendo appello all’attaccamento alla città, all’amore per il popolo e per la religione cattolica. Ecco il testo della lettera che Liborio Romano indirizza a Francesco II il 20 agosto 1860. Dopo aver accennato ai “segreti disegni della Provvidenza”, alla malvagità degli uomini e alla sfiducia che si è infiltrata nell’esercito e nella marina, il ministro scrive: “La lotta, è certo, farebbe scorrere fiumi di sangue”. Anche ammessa una vittoria momentanea continua – si tratterebbe di “una delle vittorie malaugurate, peggiore di mille disfatte; vittoria acquistata a prezzo del sangue, di uccisioni e di rovine […] Dopo aver rigettato, secondo che ci ispira l’onestà della coscienza, il partito della resistenza, del conflitto e della guerra civile, quale sarà il partito saggio, onesto, umano e degno del discendente di Enrico?”. Il “saggio” consiglio che Liborio Romano offre al re è di allontanarsi da Napoli, invocare a giudice l’Europa, ed aspettare “dal tempo e dalla giustizia di Dio il ritorno della fiducia, ed il trionfo dei suoi diritti legittimi”. Accade l’incredibile: Francesco II lascia la capitale senza opporre resistenza per risparmiare ai napoletani la guerra e a Napoli la distruzione. Ecco il manifesto che indirizza ai sudditi immediatamente prima della partenza: “Una guerra ingiusta e contro la ragione delle genti ha invaso i miei Stati, nonostante che io fossi in pace con tutte le potenze europee”. Il corpo diplomatico conosce il mio amore per

Napoli e il mio desiderio di “guarentirla dalle rovine e dalla guerra, salvare i suoi abitanti e le loro proprietà, i sacri templi, i monumenti, gli stabilimenti pubblici, le collezioni di arte, e tutto quello che forma il patrimonio della sua civiltà e della sua grandezza, e che appartenendo alle generazioni future è superiore alle passioni di un tempo. Discendente di una Dinastia che per 126 anni regnò in queste contrade […] i miei affetti sono qui. Io sono Napoletano, né potrei senza grave rammarico dirigere parole di addio ai miei amatissimi popoli, ai miei compatrioti. Qualunque sarà il mio destino, prospero od avverso, serberò sempre per essi forti ed amorevoli rimembranze. Raccomando loro la concordia, la pace, la santità dei doveri cittadini. Che uno smodato zelo per la mia corona non diventi face di turbolenze”. Il sovrano lascia Napoli il 6 settembre e si ritira a Gaeta dove tenta una valorosa quanto inutile difesa, sostenuto dall’eroismo della moglie Maria Sofia e dall’attaccamento dell’esercito. L’8 dicembre 1860, il giorno dell’Immacolata, Francesco II invia ai popoli delle due Sicilie un manifesto per ricordare ancora una volta le iniquità che ha subite: “Il mondo intero l’ha visto; per non versare sangue, ho preferito rischiar la mia corona. I traditori, pagati dal nemico straniero, sedevano nel mio consiglio, a fianco dei miei fedeli servitori; nella sincerità del mio cuore, non potevo credere al tradimento […] In mezzo a continue cospirazioni, non ho fatto versare una sola goccia di sangue, e si è accusata la mia condotta di debolezza. Se l’amore più tenero per i sudditi, se la confidenza naturale della gioventù nella onestà altrui, se l’orrore istintivo del sangue meritano tal nome, sì, io certo sono stato debole. Al momento in cui la rovina dei miei nemici era sicura, ho fermato il braccio dei miei generali, per non consumare la distruzione di Palermo. Ho preferito abbandonare Napoli, la mia cara capitale, senza esser cacciato da voi, per non esporla agli orrori d’un bombardamento”. “Ho creduto in buona fede che il re del Piemonte, che si diceva mio fratello e mio amico, che si protestava disapprovare l’invasione di Garibaldi […] non avrebbe rotto tutti i trattati e violate tutte le leggi per invadere tutti i miei stati in piena pace, senza motivi né dichiarazioni di guerra”. Oltre che dai numerosi massoni presenti a corte e nei vertici dell’esercito, Francesco II è tradito dal cugino Vittorio Emanuele, “re galantuomo”, che ne invade il regno il 15 ottobre 1860. L’ordine che l’esercito sabaudo riporta è quello che Francesco descrive nel proclama appena citato: “Le finanze non guari sì fiorenti, sono completamente ruinate, l’amministrazione è un caos, la sicurezza individuale non esiste. Le prigioni sono piene di sospetti, in luogo della libertà, lo stato d’assedio regna nelle province e un generale straniero pubblica la legge marziale decretando le fucilazioni istantanee per tutti quelli dei miei sudditi che non s’inchinano innanzi alla bandiera di Sardegna […] Uomini che non hanno mai visto questa parte d’Italia […] costituiscono il vostro governo […] le Due Sicilie sono state dichiarate province d’un regno lontano. Napoli e Palermo saranno governate da Prefetti venuti da Torino.

Angela Pellicciari

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