Alta Terra di Lavoro

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Dalla Carboneria “fiamme” sulla Chiesa

Posted by on Lug 21, 2019

Dalla Carboneria “fiamme” sulla Chiesa

Distruggere il cattolicesimo, secondo documenti del 1818,
sarebbe stato lo scopo dell’associazione 

Passato il ciclone Napoleone, a continuarne la battaglia rivoluzionaria restano i suoi eredi: militari che hanno acquisito ricchezza e potere, borghesi arricchiti con la legale spoliazione dei beni della Chiesa, cadetti delle casate nobiliari, studenti romanticamente attratti dall’ideale nazionale. I membri delle società segrete. “Chi pensava allora all’Italia, alla sua indipendenza, alla sua rigenerazione? Meno poche eccezioni, la schiuma sopraffina della canaglia, che si riuniva misteriosamente nelle vendite dei Carbonari”: in termini così poco lusinghieri Massimo D’Azeglio  descrive ne I miei ricordi la società segreta protagonista dei tentativi insurrezionali dei primi decenni dell’Ottocento. “Figliuola della Frammassoneria”, come scrive nella Storia d’Italia pubblicata nel 1851 lo storico massone Giuseppe La Farina che parla, come sottolinea, con “cognizione di causa”, la carboneria organizza i moti del 1817 a Macerata, del 1820 a Nola, Avellino, Napoli e Milano, del 1821 a Torino, del 1831 a Modena e nelle Legazioni. Gli intenti dell’Alta Vendita, vale a dire della direzione strategica della rivoluzione in quel periodo, sono chiaramente enunciati in documenti caduti in mano della polizia pontificia. Si tratta di un interessantissimo epistolario e di uno scritto noto col nome di Istruzione permanente redatto nel 1818. Sia l’Istruzione che le lettere sono testi estremamente significativi perché, tenendoli presente, si capisce qualcosa di più del come e del perché si sia giunti alla formazione del Regno d’Italia. Quale lo scopo della carboneria? Detto in parole povere la liberazione dell’Italia dal cattolicesimo. E l’unità e l’indipendenza? Favole, miti per gente semplice e credulona. Proprio così scrive Felice a Nubio – i nomi di battaglia dei carbonari non sono stati divulgati – l’11 giugno 1829: “l’indipendenza e l’unità d’Italia sono chimere. Pure queste chimere producono un certo effetto sopra le masse e sopra la bollente gioventù. Noi, caro Nubio, noi sappiamo quello che valgono questi principii. Sono palloni vuoti”. Per capire con quali armi i rivoluzionari contassero di stroncare il cattolicesimo in Italia conviene citare per esteso i testi dei carbonari: si tratta di documenti che non è esagerato definire agghiaccianti. La calunnia, la maldicenza, l’infiltrazione nelle file del clero, la disintegrazione della famiglia, la corruzione, sono le armi spregiudicatamente scelte e consigliate per conseguire lo scopo prefisso.
Veniamo ai testi. “Il nostro scopo finale – sostiene l’Istruzione – è quello di Voltaire e della rivoluzione francese: cioè l’annichilimento completo del cattolicismo e perfino dell’idea cristiana”; l’Alta Vendita si prefigge una “rigenerazione universale”, inconciliabile con la sopravvivenza del cristianesimo. Vindice scrive a Nubio: “Noi abbiamo intrapresa la fabbrica della corruzione alla grande; della corruzione del popolo per mezzo del clero e del clero per mezzo nostro. Questa corruzione dee condurci al seppellimento della Chiesa cattolica”. L’Istruzione prevede che, dove non si arrivi con la corruzione, si debba supplire con la calunnia: “Schiacciate il nemico, quando è potente, a forza di maldicenze e di calunnie”; una parola ben inventata, “una parola può, qualche volta, uccidere un uomo. Come l’Inghilterra e la Francia, così l’Italia non mancherà mai di penne che sappiano dire bugie utili per la buona causa. Con un giornale in mano, il popolo non avrà bisogno di altre prove”.
Ancora: “Dovete sembrare semplici come colombe, ma sarete prudenti come i serpenti. I vostri genitori, i vostri figli, le vostre stesse mogli devono sempre ignorare il segreto che portate in seno, e, se per meglio ingannare l’occhio inquisitore, decideste di andare spesso a confessarvi, siete a ragione autorizzati a conservare il più rigoroso segreto su queste cose“. Le istruzioni continuano: “dovete presentarvi con tutte le apparenze dell’uomo serio e morale. Una volta che la vostra buona reputazione sia stabilita nei collegi, nei ginnasi, nelle università e nei seminari, una volta che abbiate catturato la confidenza di professori e studenti, fate in modo che a cercare la vostra compagnia siano soprattutto quanti sono arruolati nella milizia clericale. Si tratta di stabilire il regno degli eletti sul trono della prostituta di Babilonia: che il clero marci sotto la vostra bandiera mai dubitando di seguire quella delle chiavi apostoliche“.
Da sempre le élite rivoluzionarie, considerando se stesse migliori del volgo, hanno creduto loro dovere insegnare al popolo cosa pensare. Da sempre lo hanno fatto poco a poco perché la popolazione non si ritraesse inorridita. Da sempre si è trattato di insinuarsi pian piano con abile propaganda per poi venire all’improvviso – e simultaneamente – allo scoperto. Vanno tanto diversamente le cose ai giorni nostri? Solo fino a qualche anno fa sarebbero state pensabili ostentazioni della diversità sessuale, uteri in affitto, sperimentazione sugli embrioni, clonazioni realizzate ed annunciate e via discorrendo?

Angela Pellicciari

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Carola “come Garibaldi”? Sì, ma non è una buona notizia

Posted by on Lug 5, 2019

Carola “come Garibaldi”? Sì, ma non è una buona notizia

Monsignor Gian Carlo Perego, vescovo di Ferrara-Comacchio, paragona Carola Rackete (capitano di Sea Watch 3) a Garibaldi, “eroe dei due mondi”. Non è un paragone proprio gratificante, almeno da un punto di vista cattolico. Se solo si andassero a rileggere quel che di Garibaldi scrivevano i suoi contemporanei, compreso Pio IX…

“Se ne ride chi abita i cieli”. Da un po’ di giorni le parole del secondo salmo mi mettono allegria. Proprio così. Tante ne dicono e tante ne fanno i vertici della chiesa non solo italiana che tenere bene a mente chi è il Signore della storia giova a mantenere il senso delle proporzioni e il buonumore. Gian Carlo Perego, ex direttore della fondazione della conferenza episcopale italiana Migrantes, attuale vescovo di Ferrara-Comacchio (diocesi che per la prima volta dopo decenni di dominio incontrastato del Pci-Pd ha visto trionfare alle elezioni europee la Lega), ha paragonato Carola all’eroe dei due mondi Giuseppe Garibaldi suggerendo per lei l’intestazione del porto di Lampedusa. Evidentemente il compito di difendere i migranti comporta un impegno a tutto campo.

Un impegno che non ammette distrazioni. Come pretendere che un vescovo impegnato in questioni umanitarie abbia conoscenze storiche superiori e diverse da quelle diffuse dai mezzi di comunicazione di massa del mondo intero? Chi è Garibaldi? Il massone che definisce Pio IX un “metro cubo di letame” e che ha un odio tanto smisurato per la Chiesa cattolica da avventurarsi nella stesura di romanzi d’appendice contro preti e gesuiti. Garibaldi è l’uomo che nel 1852, prima di dedicarsi alla liberazione dell’Italia meridionale che “gemeva” sotto il malgoverno borbonico, faceva il commerciante di schiavi: il mercantile da lui diretto, la Carmen, mentre all’andata trasportava guano dal Perù alla Cina, al ritorno portava un carico di cinesi.

L‘ideatore della spedizione dei Mille, il massone siciliano Giuseppe La Farina, così racconta a Cavour in allarmati dispacci l’ordine che regna in Sicilia sotto la dittatura del generale: “io non debbo a lei celare che nell’interno dell’isola gli ammazzamenti seguono in proporzioni spaventose”, “l’altro giorno si discuteva sul serio di ardere la biblioteca pubblica, perché cosa dei gesuiti; si assoldano a Palermo più di 2.000 bambini dagli 8 ai 15 anni e si dà loro 3 tarì al giorno”, “Si dà commissione di organizzare un battaglione a chiunque ne fa domanda; così che esistono gran numero di battaglioni, che hanno banda musicale e officiali al completo e quaranta o cinquanta soldati!”, “Si manda al tesoro pubblico a prendere migliaia di ducati, senza né anco indicare la destinazione! Si lascia tutta la Sicilia senza tribunali né civili, né penali, né commerciali, essendo stata congedata in massa tutta la magistratura! Si creano commissioni militari per giudicare di tutto e di tutti, come al tempo degli Unni”. Il 19 luglio 1860 La Farina, segretario della Società Nazionale, così scrive all’amico Giuseppe Clementi: “i bricconi più svergognati, gli usciti di galera per furti e ammazzamenti, compensati con impieghi e con gradi militari. La sventurata Sicilia è caduta in mano di una banda di Vandali”. Quando è la volta di liberare Roma, nel 1867, Pio IX così documenta le gesta dei garibaldini nella lettera Ex quo intensissimi: “si accozzarono improvvisate masnade d’infima plebe, prontissime ad ogni misfatto, che si inoltrarono nelle nostre province per alzare la bandiera della ribellione: col terrore, con le rapine e con ogni sacrilega scelleratezza portarono la desolazione nei villaggi, nei paesi, nelle città senza però riuscire ad allontanare le popolazioni dalla debita fede, dall’ossequio verso di Noi e la Sede Apostolica”. Che il papa non esageri lo si può dedurre dalla descrizione che Garibaldi fa dei suoi uomini: “Tutti generalmente di origine pessima e per lo più ladra; e tranne poche eccezioni con radici genealogiche nel letamaio della violenza e del delitto”. Chissà, forse il paragone fra Carola e Garibaldi porebbe pure avere qualcosa di sensato. Di certo non nel senso inteso dal vescovo di Ferrara.

Angela Pellicciari

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Quello stretto (ignorato) legame tra massoneria e fascismo

Posted by on Giu 20, 2019

Quello stretto (ignorato) legame tra massoneria e fascismo

I libri di storia ben scritti hanno fascino. E quello scritto da Gerardo Padulo ne ha. E molto. Innanzitutto per il tipo di scrittura che, documentata alla virgola, non è né pedante né noiosa. Poi per la novità e l’autorevolezza con cui disegna del fascismo e del suo rapporto con la massoneria un quadro tanto diverso da quello conosciuto da farlo risultare inedito e insieme ovvio. Sto parlando di L’ingrata progenie. Grande Guerra, Massoneria e origini del Fascismo (1914-1923), edito da Nuova Immagine (208 pagine, 30 euro).

Padulo sposta l’origine del fascismo dall’adunata di San Sepolcro nel 1919, dopo la guerra, alla fondazione del Popolo d’Italia nel 1914, prima della guerra. Non è questione di poco conto. Il Popolo d’Italia è un giornale voluto e finanziato dalla massoneria “per portare il paese alla guerra” e per “fare della guerra una guerra di popolo”. Il socialista Mussolini serve a spezzare il fronte pacifista del Partito socialista mettendolo così in condizioni di non nuocere: il Popolo d’Italia «non spaccò il Partito socialista ma lo immobilizzò su un dibattito sterile da cui nascerà la parola d’ordine “né aderire né sabotare”».

Per la massoneria l’entrata in guerra obbediva a un imperativo categorico: solo la guerra avrebbe potuto portare a compimento le “conquiste” del risorgimento ponendo fine al pacifismo, all’arrendevolezza, alla pusillanimità, all’oscurantismo, incarnati dalla tradizione cattolica della popolazione italiana. Fatta l’Italia bisognava fare gli italiani e per farlo era indispensabile ricorrere alla guerra. Mussolini e i fascisti servivano perfettamente allo scopo.

Padulo sostiene a ragione che, per “mettere in discussione tutta la guerra” e “per capire il fascismo”, bisogna “rifare la storia della sua fase originale”, strettamente collegata alla strategia massonica: per comprendere perché e come nasce il fascismo “la massoneria è una via obbligata”. Ma non si tratta di un’impresa facile dal momento che “sulle origini del fascismo grava il peso delle interpretazioni” e “le lezioni dei maestri rischiano di oscurare l’evidenza dei fatti”. L’unica strada è partire dai documenti. Ai documenti, ad una straordinaria abbondanza di documenti e ad una altrettanto straordinaria maestria nel padroneggiarli, è affidato il racconto storico impostato da Padulo che ribalta la leggenda storiografica dominante proprio grazie all’abbondanza del ricorso alle fonti (le più varie).

Se, come risulta in maniera inconfutabile, tra fascismo e massoneria il legame è strettissimo e costitutivo dall’inizio, cioè dal 1914 e dalla fondazione del Popolo d’Italia, allora veramente, come recita il titolo, Mussolini e i fascisti che nel 1923 dichiarano l’incompatibilità fra fascismo e massoneria sono “un’ingrata progenie”. Perché lo fanno? Per rispondere con serietà alla domanda, bisogna seguire Padulo nelle sue lucide e documentatissime analisi. No. Mussolini non è stato un uomo solo al comando.

Angela Pellicciari

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I “rospi” di padre Spadaro e i gesuiti dell’800

Posted by on Giu 17, 2019

I “rospi” di padre Spadaro e i gesuiti dell’800

Che dire? Le parole dell’attuale direttore della Civiltà Cattolica padre Antonio Spadaro suonano inquietanti: “c’è un rospo”, una “malattia mortale” nella “pancia del nostro paese”, scrive su Famiglia Cristiana. Un linguaggio noir. Un linguaggio oscuro, viscido, fatto per suscitare incubi piuttosto che analisi ragionate. Uno stile che evoca quello del Bergman della Fontana della vergine (ancora lo ricordo con ribrezzo) che mostra un rospo vivo che si agita dentro un panino mentre sta per essere ingoiato – a distanza di tanto tempo non saprei dirlo con esattezza – da una giovane strega. La metafora del rospo nel linguaggio dell’intellettuale cattolico è utilizzata per descrivere Matteo Salvini. Salvini e, con lui, il 34% degli italiani? Non lo dice apertamente ma così lascerebbe intendere. Ho passato molto tempo nella biblioteca della Civiltà Cattolica a Villa Malta perché sulle gesta del Risorgimento i padri hanno probabilmente la migliore documentazione esistente.

La Civiltà Cattolica nasce nel 1850 in piena lotta delle potenze protestanti e massoniche contro la Chiesa e, quindi, contro Roma. Alla guerra anticattolica i gesuiti hanno risposto con la fondazione di una rivista prestigiosa, serissima, che rispondeva punto per punto alle falsità diffuse in tutto il mondo dalla propaganda anticattolica. Con stile, con equilibrio, con scrupolo, con una documentazione molto precisa, con un’attenta analisi dei fatti, con la lettura argomentata di tutte le più significative pubblicazioni sia cattoliche che anticattoliche mano mano che venivano date alle stampe, con un’amorosa attenzione (secondo il carisma proprio della Compagnia) al magistero pontificio unita alla puntuale denuncia delle calunnie che il mondo liberal-massonico diffondeva su Pio IX.

Un servizio prezioso reso ai cattolici per evitare che cadessero preda della propaganda anticattolica spacciata per verità fattuale. Per evitare che le parole d’ordine uscite dalle logge (a cominciare dal trinomio libertà-uguaglianza-fratellanza) fossero prese dai cattolici come espressione della millenaria tradizione cristiana mentre erano veicolo del pensiero gnostico anticristiano.

I gesuiti dell’Ottocento forse farebbero fatica a riconoscere i loro fratelli di oggi. Gli studi sulla massoneria portati avanti con precisione ed attenzione dal gesuita spagnolo Ferrer Benimenli, per esempio, suggeriscono che i papi nella condanna dell’ordine non avessero presente l’effettiva realtà delle logge per mancanza di seria documentazione (“In qualche caso esiste una chiara divaricazione tra ciò che Clemente XII e Benedetto XIV intendevano per massoneria e l’autentica Massoneria del XVIII secolo: cioè, quella che senza essere seriamente conosciuta era stata perseguitata e condannata da Roma”).

L’attuale generale della Compagnia, il venezuelano Arturo Sosa Abascal eletto nel 2016, prima di scomparire dalle cronache dei giornali si è esibito in una serie di affermazioni a dir poco sorprendenti, la più curiosa delle quali riferita a Gesù sulle cui parole nulla potremmo affermare con certezza perché all’epoca non erano ancora stati inventati i registratori.

La Chiesa cattolica è romana. Costruita sull’eroismo dei martiri e dei santi. Erede della millenaria tradizione giuridica, teologica, culturale romana. Chissà, forse anche la vicenda dei rospi nella pancia dell’Italia e degli italiani farebbe meglio ad essere passata sotto silenzio. Qualche digiuno dalle cronache non farebbe male nemmeno all’attuale direttore della Civiltà Cattolica.

Angela Pellicciari

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Giorno di Pentecoste e di elezioni

Posted by on Giu 15, 2019

Giorno di Pentecoste e di elezioni

Oggi è giorno di elezioni, c’è silenzio elettorale ma appena ieri su Repubblica è comparsa una lunga intervista del Presidente dei vescovi italiani, cardinal Bassetti: “staccare i fedeli dal Papa è una manovra sbagliata e controproducente”; “Nessuno dividerà i cattolici dal Papa”; “Non basta dirsi credenti per diventare De Gasperi. Accogliere i migranti non è opera pia ma necessità democratica e priorità civile”. Certo non appaiono nomi, non c’è scritto Salvini, però il riferimento alla Lega e al suo capitano è evidente a tutti.

A questo punto la domanda è: può un cattolico votare per qualcuno che tenta di mettere i fedeli contro il papa? Certo che no. In occasione delle celebrazioni liturgiche di Pentecoste, la conferenza episcopale del Lazio ha deciso che tutti i parroci avrebbero dovuto leggere una lettera indirizzata ai fedeli. Iniziativa insolita. D’altronde si capisce l’ansia dei pastori di aprire il cuore dei cattolici alla speranza in un tempo in cui questa virtù teologale è decisamente in ribasso (“nella speranza noi siamo stati salvati”, lettera ai Romani 8, 24).

Le letture di Pentecoste infatti ripercorrono l’intera storia della salvezza giungendo alla meravigliosa epifania dello Spirito che piomba sugli apostoli riuniti nel cenacolo “come un vento che si abbatte gagliardo” e che si posa su ciascuno di loro in forma di “lingue di fuoco”. Un evento prodigioso. Un evento che trasforma la vita di tutti gli apostoli perché li rende liberi, vittoriosi sulla paura che li aveva fino ad allora paralizzati, e li trasforma negli intrepidi araldi del Vangelo che conosciamo.

A dire la verità il messaggio dei vescovi non sembrava far riferimento al grandioso piano di salvezza elaborato da Dio a nostro favore. Non sembrava un canto di lode a Dio: “Purtroppo nei mesi trascorsi le tensioni sociali all’interno dei nostri territori, legate alla crescita preoccupante della povertà e delle diseguaglianze, hanno raggiunto livelli preoccupanti. Desideriamo essere accanto a tutti coloro che vivono in condizioni di povertà: giovani, anziani, famiglie, diversamente abili, disagiati psichici, disoccupati e lavoratori precari, vittime delle tante dipendenze dei nostri tempi”; “Sappiamo bene che in tutte queste dimensioni di sofferenza non c’è alcuna differenza: italiani o stranieri, tutti soffrono allo stesso modo. È proprio a costoro che va l’attenzione del cuore dei credenti e – vogliate crederlo – dell’opzione di fondo delle nostre preoccupazioni pastorali”; “Da certe affermazioni che appaiono essere “di moda” potrebbero nascere germi di intolleranza e di razzismo che, in quanto discepoli del Risorto, dobbiamo poter respingere con forza”. Anche in questo caso il bersaglio mai nominato (salvo gli accenni ai tempi bui, pregni di intolleranza e razzismo), ma comunque certo, è la persona di Salvini e la Lega che rappresenta.

Bisogna dirlo: l’intervento del cardinale Bassetti, l’imposizione della lettura in tutte le chiese del Lazio di una lettera che di pentecostale aveva niente, il tutto in giorni di elezioni, potrebbero far pensare che i vescovi italiani si siano messi in aperto contrasto con i desiderata del Santo Padre che non vuol sentir parlare di vescovi pilota. In questa legislatura abbiamo un leader che si richiama pubblicamente a Maria e al rosario. Nella scorsa legislatura abbiamo avuto un leader cattolico (non divorziato, bravo marito e padre di famiglia) che in nome dei diritti degli omosessuali è riuscito a far approvare un simil matrimonio omosessuale nonché una dichiarazione sul fine vita che di cattolico non ha nulla. Eppure in quei casi nessuno, nessun vescovo (a parte i soliti due o tre), ha fatto sentire la propria voce per impedire che anche in Italia, la patria del cattolicesimo, venissero approvati provvedimenti legislativi che combattono frontalmente la vita e la rivelazione. In quei mesi i laici hanno provato con grandi sacrifici personali, con grandissima generosità, con grande slancio di fede e di speranza, a fermare la deriva legislativa voluta dal cattolico Renzi. A fronte dello sforzo, della fatica, del costo economico sopportato dalle famiglie italiane, si è assistito al silenzio (quando non all’aperta opposizione) delle gerarchie italiane e vaticane. Adesso Bassetti ricorda a chi di dovere “che nessuno dividerà i cattolici dal papa”. Sicuro che i vescovi non hanno al riguardo alcuna responsabilità?

Angela Pellicciari

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A Montpellier si chiedono se Dio ama i massoni

Posted by on Mag 17, 2019

A Montpellier si chiedono se Dio ama i massoni

La prestigiosa –nel corso dei secoli- diocesi di Montpellier si occupa anche, e ovviamente, di cultura. Da sempre la chiesa che origina dalla Rivelazione dell’amore sconfinato di Dio per i suoi figli ha dato origine ad un’antropologia meravigliosa -e quindi a una cultura- che vede nell’uomo il “signore del creato”, “immagine e somiglianza di Dio”. Da questa Rivelazione è da sempre scaturito un modo di vivere, di impostare la propria vita, le proprie relazioni sociali e familiari, il proprio lavoro, la dedicazione a Dio di una schiera di uomini e donne chiamati a vivere eroicamente secondo lo spirito dei fondatori dei rispettivi ordini religiosi, per non parlare delle infinite opere di misericordia laicali con lo splendore delle tante manifestazioni della lode a Dio attraverso la bellezza. Bellezza di chiese, palazzi, città, ospedali, università, borghi e conventi.

Adesso la diocesi di Montpellier si pone un interrogativo culturale davvero interessante, che mai fino ad ora era stato posto nella sua franca brutalità. Il titolo della conferenza organizzata per martedì 14 maggio dall’associazione Chrétiens et Cultures è il seguente: Dieu aime-t-il les francs-maçons? (Dio ama i massoni?). Bisogna riconoscerlo, si tratta di una domanda inquietante, quasi scandalosa: se c’è un aspetto che caratteristica dall’inizio la chiesa cattolica è appunto l’essere cattolica, cioè romana, cioè universale, cioè rivolta a tutti. A tutti, ma in particolare ai peccatori. Paolo lo afferma nei termini più espliciti nella lettera a Timoteo: “Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori, il primo dei quali sono io”. D’altronde le colonne della chiesa romana, Pietro e Paolo, sono l’uno un traditore l’altro un omicida. Niente è più certo di questo: Dio riversa il suo amore su tutti. Su tutti i peccatori perché, come noto, il giusto pecca sette volte al giorno. La domanda che la diocesi di Montpellier si pone (Dio ama i massoni?) è quindi una domanda impensabile per un cattolico.

Gesù Cristo, il Salvatore, ama e salva indistintamente tutti i peccatori, cioè tutti quelli che si ritengono bisognosi del suo perdono. Certo ama (ma non può salvare) quanti sono ostinatamente convinti di incarnare il meglio delle virtù intellettuali e morali dell’umanità, caratteristica che accomuna i massoni di tutti i tempi e di tutti i luoghi. O meglio: ovviamente Gesù ama tutti, e quindi anche i massoni, solo che, appunto perché ci ama, ci lascia liberi. Liberi di rifiutare il suo amore. Liberi di rifiutare la sua santità e il progetto di santità che ha sulla nostra vita.

Forse a Montpellier sono così intelligenti da mettere fra parentesi la tragica realtà del peccato originale, quel peccato che condanna l’innocente al supplizio della croce (prima, durante e dopo l’incarnazione di Dio in Cristo Gesù). Alla diocesi di Montpellier sembra fare difetto l’abc della cultura. Della cultura cattolica. Di quella cultura che ha aperto alla speranza la vita di tutti, indistintamente tutti, i membri del corpo sociale: “Non c’è più giudeo né greco; non c’è più schiavo né libero; non c’è più uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù” (Gal 3,28). Di quella cultura che ha sempre combattuto le pretese gnostiche di rifare l’uomo e il mondo a immagine e somiglianza della propria intelligenza creatrice, eliminando il peccato dal panorama culturale.

Angela Pellicciari

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