Alta Terra di Lavoro

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Lettere ai giornali di Antonio Nicoletta

Posted by on Dic 4, 2019

Lettere ai giornali di Antonio Nicoletta

Al sud assenza di spirito di iniziativa

“IL Giornale” del 18/8/96

Ad un lettore di Rapallo, autore della lettera: “Al sud assenza di spirito di iniziativa”, per il periodo che tratta, vorrei precisare quanto segue: nelle banche del Sud erano depositati 443 milioni di lire oro contro i 27 del Piemonte, gli 85 della Toscana, 155 della Romagna, Marche ed Umbria, 35 degli stati romani etc.

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GIUSEPPE GARIBALDI, QUESTO SCONOSCIUTO!

Posted by on Nov 19, 2019

GIUSEPPE GARIBALDI, QUESTO SCONOSCIUTO!

Un po’ di luce sull’omertà degli storici

Recenti trasmissioni apparse sulla televisione di stato, forse sull’onda neorisorgimentale perseguita dal Presidente Ciampi, hanno riportato in auge, per esempio con Piero Angela, tutto quanto di più stucchevole, oleografico, falso, propagandistico ruota intorno a Garibaldi, attingendo e diffondendo la più trita congerie di luoghi comuni lontana dal vero quanto può esserlo la leggenda dalla storia.

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MARSALA NON SARA’ L’INIZIO MA LA FINE !

Posted by on Nov 3, 2019

MARSALA NON SARA’ L’INIZIO MA LA FINE !

L’Altra Sicilia, associazione di diritto internazionale a tutela della Sicilia e dei Siciliani “al di qua ed al di là del Faro”, prende atto con rammarico che l’Amministrazione Comunale di Marsala ha deciso di non partecipare più alla Festa dell’Autonomia in programma a Mazara nei prossimi 13, 14 e 15 maggio. Tale defezione sarebbe dettata dalla sovrapposizione di un altro festeggiamento: l’11, 12 e 13 maggio ricorre il 145° dello sbarco dei Mille e quindi della conquista garibaldina della Sicilia.


Il sindaco di Marsala, col pieno rispetto delle sue idee, ancora ritiene evento epocale, l’impresa di Garibaldi e dei suoi “mille scriteriati”. Personalmente mi pare azzardato e ritengo sia antistorico continuare a celebrare l’opera di Garibaldi, quando anche a Venezia ed in molti degli stati preunitari, manifestanti contestano i Savoia, il plebiscito del 1866 e l’annessione successiva che ci portò, nei “79 anni di troneggiamento” ad un livello economico sociale e civile che fu il più basso della nostra storia, ed anzi significò l’inizio della nostra fine come nazione, popolo, storia, dignità ed orgoglio..


Cominceranno fra poco le celebrazioni e la commemorazione dell’anniversario dello sbarco dei Mille, atto fondamentale con cui iniziò la “liberazione” del Regno delle due Sicilie dalla tirannide borbonica. Mi chiedo cosa ci sia da festeggiare e celebrare in quella che fra tutte le dominazioni subite dal Sud, fu la più nefasta, crudele, oppressiva e sanguinosa.


I Piemontesi vennero nel sud per non lasciare inascoltato il “grido di dolore che si levava dall’italia tutta”; vorrei sapere chi li indicò e li investì del ruolo di “liberatori”. Io so solo che l’unico stato nell’Italia preunitaria, che guerreggiava senza fine era il loro, il Regno di Sardegna, che di volta in volta era in guerra con gli stati limitrofi con la tendenza ad espandersi a macchia d’olio fagocitando quegli stati che ebbero la sventura di essere loro confinanti.


Prima di loro non risulta in alcun modo, nel periodo che stiamo considerando, che gli stati preunitari lottassero l’uno contro l’altro armato.


Addirittura, Re Ferdinando II ricusò al congresso di Bologna del 1833 la possibilità di avere sotto la sua corona l’Italia unita, in quanto non avrebbe mai potuto e voluto combattere contro gli altri principi a lui legati da vincoli di sangue e di amicizia. Tali valori non tennero a freno i Savoia.


 Ma fare tante guerre costava tanti soldi, ed il Regno delle due Sicilie di soldi ne aveva tanti; figurarsi che dopo la spoliazione garibaldesca del Banco di Sicilia e di Napoli, dopo il plebiscito, il Regno poté contribuire con più dei due terzi al tesoro dello stato unitario.


E fu questo, quello della rapina l’incentivo più forte, ed assieme alle brame politiche di Francia ed Inghilterra, il motivo scatenante di questa occupazione fatta, cosa eccezionale anche per quei tempi, senza alcuna formale dichiarazione di guerra. Fu una turpe conquista coloniale, nonostante la probabile adesione di Siciliani che lottavano per l’indipendenza da Napoli e per la confederazione con l’Italia. Di emancipazione sociale ed economica non ne portò alcuna e i “morti di Bronte” lo dimostrano; quanto all’emancipazione politica fu tradita non convocando il legittimo Parlamento di Sicilia, illudendo i Siciliani per qualche anno col governo della Luogotenenza e poi tradendo negli anni successivi definitivamente ogni illusione.

Morirono per via diretta o indiretta (brigantaggio, deportazione, emigrazione) più di ottocentomila regnicoli nei dieci anni successivi alla conquista.


Fu operata una damnatio memoriae a livello radicale e senza precedenti. Furono cancellati i monumenti, le lapidi, le ricorrenze, la toponomastica e tutto quanto poteva ricordare l’antico ed odiato Regno; su tutto fu imposta la croce sabauda!.


Avere in casa il ritratto di un re Borbone o un cimelio che li ricordasse, era motivo di essere passati per le armi, senza pietà.

La conquista del regno per molti versi può essere confrontata con quella di Troia


La conquista del regno, è ormai acclarato, fu il risultato non di epiche battaglie, non di volontà popolari, non di eroismi di condottieri, non di volere di compassionevoli dei, ma come quella di Troia fu il risultato di inganno, tradimento e ferocia conquistatrice. Lì valse la furbizia, l’astuzia e l’assenza di scrupoli di Ulisse e del suo cavallo, che sotto l’aspetto di dono portava morte e rovina -Timeo Danaos et dona ferentes . L’eroismo di Ettore, il valore di Achille, la grandezza di Aiace, l’amore per Patroclo diventano valori solo a contorno nella vicenda di Troia. Alla fine incombe il tradimento e la viltà che vincono e sovrastano in un finale che non è più epico i grandi valori umani e trascinano tutto in lutti e rovina, definitivi e senza appello.


Da noi l’ebbe vinta la corruzione, l’inganno, le false amicizie  e perché no, il manto di buone intenzioni false fin dall’origine che coprirono per molto tempo la realtà ed i fini.


Altro che soccorrere il popolo anelante alla libertà. Il nostro fu l’assassinio di un Regno, la prevaricazione di un popolo, un genocidio senza pari, una rapina senza scrupoli.


Ma si sa che la storia la scrivono i vincitori.


In Italia questo è più ve­ro che altrove. Forse perché, come ogni popolo ha bisogno di una mitolo­gia in cui riconoscersi; forse perché non abbiamo mai avuto una scuola di storici emancipati dalla politica; oppure perché siamo fatti così, semplicemente faziosi.


E questo è dimostrato considerando che su questioni come ri­sorgimento, fascismo, comunismo, resistenza,, ecc., sono state scrit­te intere biblioteche che hanno dato, e continuano a dare, da una parte e dall’altra, una vi­sione parziale dei fatti, a volte distorta, altre volte del tutto falsa.

Come aveva preconizzato Francesco II, l’eroe di Gaeta, con la conquista del sud e la sua fagocitazione in quell’entità artificiale e disarticolata che fu detta Italia, a noi meridionali non restarono nemmeno gli occhi per piangere; il Sud fu retrocesso a colonia periferica e Napoli e Palermo iniziarono ad essere governate da prefetti venuti dal nord.


 E tutto questo dura ancora!


Per cui, nei panni del sindaco di Marsala, mi chiederei cosa ci sia di onorevole nel celebrare e ricordare gli invasori e colonizzatori della nostra terra e non privilegiare invece quanti si riuniscono per ricordare e celebrarne la dignità.

Antonio Nicoletta

fonte https://www.eleaml.org/sud/borbone/nicoletta07.html

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E li chiamavano briganti: cronaca di una unificazione

Posted by on Ott 18, 2019

E li chiamavano briganti: cronaca di una unificazione

E li chiamavano briganti: cronaca di una unificazione

Perché dedicheremo una serata ad un argomento che ai più potrebbe sembrare inutile, stantìo, velleitario, senza possibilità di incidere sulla nostra vita?
E’ una domanda che mi è già stata rivolta ed alla quale ho risposto e rispondo.
Forse non mi sarebbe stato posto lo stesso interrogativo se l’argomento prescelto fosse stato la dominazione Araba, i Normanni, Federico II, i vespri siciliani…episodi e dominazioni entrati nell’immaginario comune come fatti positivi, come fatti di cui andare orgogliosi.
In questa mia ricerca trovo il conforto di alcuni compagni di viaggio di tutto rispetto che con la professionalità e la competenza che viene loro riconosciuta nobilitano di fatto queste nuove interpretazioni, e mi riferisco a Paolo mieli, con la sua “Aa storie, le storie”, a Giordano Bruno Guerri con la sua ” Antistoria degli italiani”, a Roberto Martucci, professore ordinario di storia delle istituzioni politiche presso la facoltà di scienze politiche dell’Università di Macerata con la sua “L’invenzione dell’Italia unita.”, ad Angelantonio Spagnoletti docente di storia degli antichi stati italiani all’Università di Bari, col suo recente “Storia del Regno delle Due Sicilie”, a Lorenzo del Boca, Presidente nazionale dell’ordine dei giornalisti con “Maledetti Savoia”, Fulvio Izzo con “I lager dei Savoia”, con Angela Pellicciari, docente di storia e filosofia, autrice di “Risorgimento da riscrivere” “L’altro risorgimento”. citeremo di passaggio autori dell’epoca e moderni, quale Giacinto De sivo, M. De Sangro, A. Capece Minutolo, Harold Acton, Topa, Cucinotta, Zitara, Scarpino, Campolieti, De Fiore, Alianello, Dennis Mack Smith.
Tratteremo queste cose perché anche questa è la nostra storia, anzi, questa è la nostra storia, la storia dei nostri antenati e della nostra terra, dove è nato e fermentato l’humus della nostra cultura, del nostro carattere, del nostro modo di essere, una storia che in mezzo a luci ed ombre – non solo ombre – ha dato al nostro popolo un grande stato, retto da una grande dinastia, che ha dato grandi impulsi alla politica, alla scienza, all’economia, alle arti, al diritto. parleremo di queste cose perché dopo 142 anni di propaganda esercitata proponendo schemi falsi e calunniosi, riteniamo sia giunto il momento che ognuno di noi, nel suo piccolo, rilegga questa storia, riveda il proprio passato e ponga fine ad un martellamento che nel tempo si è trasformato in campagna antimeridionalistica, consapevoli del fatto che qualunque rinascita del nostro popolo non possa avvenire se non passando attraverso la riacquisizione del nostro passato e del nostro orgoglio di essere meridionali. porgeremo ora, di seguito, senza aver l’intenzione di voler imporre ad alcuno il nostro punto di vista, citando quanto più è possibile le fonti, alcune considerazioni che tenteranno di risolvere alcuni dubbi, di spiegare alcuni fatti, riprendendo il discorso dalla fine, dal proclama di Francesco II da Gaeta:
……sparisce sotto i colpi de’ vostri dominatori l’antica monarchia di Ruggiero e di Carlo III; e le Due Sicilie sono state dichiarate Provincie di un regno lontano. Napoli e Palermo saranno governati da prefetti venuti da Torino.. “

Con queste parole il giovane Francesco ricorda il calvario del suo breve regno, in questo suo ultimo proclama emanato da Gaeta assediata, l’8 dicembre 1860.
Nel frattempo nell’intero regno iniziava la sollevazione popolare; iniziava la resistenza disperata che doveva insanguinare le nostre contrade per ben dieci anni.
Dai vincitori con disprezzo fu chiamata “brigantaggio”.
E’ norma che ha diritto alla dignità di partigiano chi vince, mentre è bandito, brigante, chi perde .
Come e perché si arrivò a quei giorni?.
Come e perché la cultura ufficiale ha condannato i Borbone ed il Regno delle Due Sicilie, in una condanna severa e senza appello?
Non è certo scopo di questa conversazione sovvertire le conoscenze storiche ufficiali; non c’è né il tempo, né la competenza. si cercherà solo di aprire uno spiraglio, di suscitare un dubbio, di sollecitare la curiosità.
Esistono ormai, come già detto, parecchie pubblicazioni che trattano anche questo argomento, e concordo che c’è da mediare fra tesi opposte, “navigando fra il perfetto disaccordo che deriva dalla lettura comparata dei vari testi, superando da una parte la tendenza agiografica nei confronti dei Savoia e la divinizzazione ad oltranza del risorgimento, che innalza certi fatti a miti, certe opinioni a culti, certi personaggi ad eroi e dopo morti, a monumenti.”
Mentre dall’altra parte occorre superare il sentimento nostalgico e dorato dei legittimisti e dei tradizionalisti.
E’ ormai chiaro che lo sbarco dei garibaldini in Sicilia è uno degli atti destinati alla conquista del sud la cui preparazione fu lunga e meticolosa; Vittorio Emanuele, Cavour, Garibaldi – protagonisti della storia cosiddetta risorgimentale – furono in realtà strumenti della politica imperialistica britannica e della massoneria ad essa collegata.


Cominciò, si rafforzò, una continua e serrata campagna di diffamazione, e voglio ricordare solo la lettera di Gladstone a Palmerston nella quale si definisce il governo borbonico “la negazione di dio fatta sistema”. tale lettera ebbe una grande amplificazione e diffusione in tutta Europa. confesserà poi Gladstone che non era presente ai fatti che riferisce ma questa sua correzione passerà sotto silenzio.
Tutto questo può spiegare il comportamento dell’esercito che in fondo era composto di oltre 100.000 uomini, con battaglioni di svizzeri e bavaresi ed al di là delle mitologie e degli aneddoti, ben addestrato e agguerrito.
Quando poterono combattere, sul Volturno, a Caiazzo, a Capua, a Gaeta i soldati borbonici seppero dimostrare di che pasta erano fatti, anche contro truppe numericamente superiori. (cosa che del resto gli austriaci avevano già avuto occasione di provare avendoli contro, a Curtatone e montanara, quando il loro intervento, a fianco delle truppe piemontesi, seppe rovesciare l’esito della battaglia).
Garibaldi a Calatafimi perdette centoventi volontari: se le sole quattro compagnie dell’8° cacciatori, equivalenti a meno di cinquecento uomini, lo sbaragliarono e gli fecero quel danno, quale sarebbe stata la fine della temeraria impresa del futuro dittatore delle Due Sicilie, se Landi si fosse battuto con tutti i suoi?
Cercheremo a questo punto, di aprire un piccolo squarcio, piccolo, dato il tempo a disposizione, sul regno, immediatamente prima dell’occupazione e vedremo di capire cosa ci hanno tolto ed in cambio di che cosa.
Per il regno delle Due Sicilie alla vigilia della spedizione dei mille si poteva parlare di “miracolo economico”. aveva la terza flotta mercantile d’Europa, una delle monete più solide, un debito pubblico pressoché irrisorio, praticamente inesistente l’emigrazione” – (questa comincerà ed assumerà aspetti drammatici dopo l’unificazione). il suo complesso siderurgico di Pietrarsa vantava un fatturato di gran lunga superiore a quello di analoghe strutture nel resto d’Italia.
Aveva inoltre la prima ferrovia della penisola (la famosa Napoli Portici; ma non solo, perché la rete si estese ben presto per più di duecento chilometri, ed erano pronti i progetti per allargarla a tutto il Regno).

Nelle casse statali infine, c’era quasi il doppio di quello che possedevano tutti gli altri stati della penisola messi assieme.
Riportiamo a questo proposito un estratto da “Scienze delle finanze” di Francesco Saverio Nitti:

Le monete degli antichi Stati Italiani al momento dell’annessione ammontavano a 660 milioni così ripartiti:

Stati preunitari
Milioni
Regno delle Due Sicilie
Lombardia
Ducato di Modena
Parma e Piacenza
Rmagna, marche e umbria
Roma
Sardegna
Toscana
Venezia
totale
 443,2
   8,1
   0,4
   1,2
  55,3
  35,3
  27,0
  85,2
  12,7
 668,4

Durante una conversazione, il mio occasionale interlocutore ribatté ad alcune mie precisazioni dicendo: “cosa vuole, io sull’argomento so solo quello che mi hanno insegnato a scuola”.
Ed infatti, ancora oggi a scuola non si insegna. negli anni in cui il programma prevede lo studio della storia moderna, ed in particolare del risorgimento, fra i nomi delle varie battaglie, Curtatone, Montanara, Solferino, San Martino, Bezzecca, Novara, e dei vari personaggi, Cavour, Napoleone III, Silvio Pellico, Ciro Menotti, Amatore Sciesa, Garibaldi, sbuca all’improvviso l’episodio della spedizione dei Mille, contro un Re usurpatore, tiranno e liberticida di un regno la cui connotazione è vaga e misteriosa quasi fosse ai confini della terra, spedizione guidata da un eroe fulgido, biondo che mette in fuga un esercito di diavoli neri e sporchi, vili, al servizio di un Belzebù viscido, tentennante e poi la liberazione e l’annessione in un tripudio di tricolori e peana di trionfo, con la gente del sud che osanna finalmente libera e italiana.
Chiudiamo con un’ultima considerazione sul grande odio dei Savoia verso i Borbone, odio che continuò a manifestarsi con imponenti azioni di cancellazione di ogni memoria, perpetrata con la distruzione dei monumenti, delle lapidi e della toponomastica che li ricordava.
Ma alle nuove generazioni, ai nostri figli, ai figli dei nostri figli, occorrerà raccontarla questa storia, occorrerà che sia raccontata e ricordata, affinché sia recuperato il nostro passato che è un passato di grandezza, di cui andare orgogliosi e non vergognarsi.

abstract della conferenza di Antonio Nicoletta

https://www.eleaml.org/sud/borbone/abstract.html

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