Alta Terra di Lavoro

già Terra Laboris,già Liburia, già Leboria

Un passato che non passa…..di Zenone di Elea

Posted by on Lug 29, 2019

Un passato che non passa…..di Zenone di Elea

Un passato che non passa, in tutti i sensi. Perché ne subiamo le conseguenze ancora oggi, basta guardare le migliaia di persone che ogni anno abbandonano il Sud-Italia e perché non passa nelle teste delle persone, dei meridionali in primo luogo.

Leggendo la lettera del ragazzo di Gioiosa con le sue domande e la risposta che gli dà Zitara sentiamo che sono due mondi incomunicabili, che non riescono a dialogare. Sinceramente ci viene lo sconforto, pensando che forse non vi riusciranno mai.

Eppure sta tutto qui, in questo dialogo tra sordi il nostro dramma: l’incapacità assoluta di creare un soggetto politico autonomo che faccia effettivamente, per la prima volta nella storia dell’Italia unita, gli interessi del “Mezzogiorno”.

Le parole del ragazzo sono anche le nostre, di tanti anni fa, agli inizi degli anni settanta, quando frequentavamo l’ultimo anno delle scuole superiori in un pesino del Cilento e, nonostante del famoso ’68 sapessimo ben poco, volevamo cambiare il mondo, addirittura farlo diventare “socialista” perché solo così si sarebbero risolti tutti i mali passati e presenti del nostro Sud. Mali che costituivano l’atavico retaggio di una monarchia retriva e corrotta, quella borbonica, se non degli spagnoli o dei latifondisti romani e chi più ne ha più ne metta.

Almeno così ci indottrinavano a scuola.

Col tempo ci siamo resi conto, a fatica diciamolo francamente, che di balle ce ne avevano raccontate tante. Che non venivano da un paese senza storia, che quel paese una storia ce l’aveva, non era poi così male e che una guerra civile, in cui eravamo gli sconfitti, l’aveva cancellata.

Ora che non beviamo più alla fonte delle frottole, vorremmo che anche altri lo facessero. Non solo noi lo vorremmo, tanti amici sparsi per i vari continenti e altri residenti al Sud, come l’amico Zitara che ha speso tutta la sua vita per chiudere quel rubinetto di fandonie, lo vorrebbero.

Con l’acqua di quel rubinetto siamo cresciuti, sono state forgiate le coordinate interpretative della nostra storia, liberarcene è impresa ardua.

Quando noi che abbiamo saltato il fosso delle menzogne sentiamo o scriviamo certi nomi patrii, tipo Cavour o Garibaldi o Savoia, pensiamo alle migliaia di contadini morti oppure alle officine di Pietrarsa chiuse dopo l’unità, ma quando li sentono gli altri (ricordiamocelo, questi altri rappresentano il 99,9%) pensano ai padri della patria e nel migliore dei casi a roba vecchia, ottocentesca.

Che c’azzecca Garibaldi con la mafia e la criminalità organizzata, per esempio?
Che c’azzeccano i Savoia col malcostume meridionale?
Che c’azzecca Cavour con la mancanza di iniziativa imprenditoriale?

Se passiamo al termine “borbone” a noi viene in mente che Ferdinando II tramutò tutte le condanne capitali, che si inimicò gli Inglesi con la questione degli zolfi, agli altri viene in mente la bufala delle bufale ovvero quel falso storico della “negazione di Dio” del Gladstone, ‘gentiluomo’ inglese che non aveva mai visto una galera borbonica e lo ammise egli stesso, ma questa precisazione sui libri si storia non è mai passata.

Potremmo continuare all’infinito con i soliti luoghi comuni. Vallo a spiegare al ragazzo di Gioiosa che in Sicilia la mafia fece il primo salto di qualità appoggiando l’avanzata dell’eroe dei due mondi e che l’ordine pubblico nella Napoli garibaldina fu appaltato ai camorristi.

Magari ti obietta che bisogna guardare avanti, non al passato. Come possiamo fargli capire che è proprio in quel passato che non passa il nostro dramma maggiore, che se non ne prendiamo coscienza saremo sempre dei lacchè, dei senza patria, senza passato e senza futuro?

Noi che da anni, nel nostro piccolo, con estenuanti e infeconde discussioni con decine di amici e conoscenti, abbiamo provato a farlo, ci siamo resi conto che non è una questione culturale. Non si tratta più di riscrivere libri, di partecipare a convegni, di rendere omaggio ai nostri morti dimenticati.

Si tratta di semplice politica.

Solo un soggetto politico nuovo, unitario, può provocare un diffuso risveglio delle coscienze. Sta in noi che quel salto lo abbiamo fatto, la responsabilità di abbandonare tutte le diatribe, i personalismi, le piccole invidie e il nostro orticello e cercare di volare alto.

Qualche segnale in questi giorni lo abbiamo colto, speriamo che non si riveli effimero. Tanti “ragazzi di Locri” di varie età, sparsi per l’intera penisola e in altre parti del mondo, attendono quel segnale.

Solo così potremo riprenderci quello che – in un editoriale da leggere della rivista “L’Alfiere” – Edoardo Vitale definisce con una felice metafora “le chiavi di casa”.

Questo/a opera è pubblicato sotto una Licenza Creative Commons.

Bibiografia essenziale
L’UNITÀ TRUFFALDINA, Nicola Zitara – e-book (edizione elettronica)
IL SUD E L’UNITÀ D’ITALIA, Giuseppe RESSA – e-book (edizione elettronica)
LA STORIA PROIBITA – AAVV (Introduzione di Nicola Zitara)
L’UNITÀ D’ITALIA: NASCITA DI UNA COLONIA, Nicola Zitara
PER LA CRITICA DEL SOTTOSVILUPPO MERIDIONALE di E. M. Capecelatro e A. Carlo
STORIA DEL BRIGANTAGGIO DOPO L’UNITÀ di Franco Molfese
ITALIANI, BRAVA GENTE? di Angelo Del Boca – Editore Neri Pozza, 2005
L’UNITÀ D’ITALIA: GUERRA CONTADINA E NASCITA… di M. R. Cutrufelli
I SAVOIA E IL MASSACRO DEL SUD, Antonio Ciano, Grandmelò
L’IMBROGLIO NAZIONALE, Aldo Servidio, Guida Editore
LA CONQUISTA DEL SUD, Carlo Alianello, Rusconi Editore
L’eredità della priora, Carlo Alianello, Feltrinelli, 1963
I LAGER DEI SAVOIA, Fulvio Izzo, Controcorrente, Napoli
DUE SICILIE, 1830 – 1880, Antonio Pagano, Capone, Lecce
I NAPOLITANI AL COSPETTO DELLE NAZIONI CIVILI di Giacinto de Sivo
STUDI SUL MEZZOGIORNO REPUBBLICANO di Luca Bussotti
LA RAZZA MALEDETTA di Vito Teti
II RISORGIMENTO VISTO DALL’ALTRA SPONDA di Cesare Bertoletti
IL BRIGANTAGGIO IN IMMAGINI di Carlo Palestina
Brigantaggio lealismo repressione nel Mezzogiorno 1860-1870 (Catalogo Macchiaroli, 1985)
Cattivi esempi – Storie dimenticate dell’Italia “perbene” (Mario Pacelli)

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STORIA DELL’ITALIA CENTRALE DOPO LA PACE DI ZURIGO DELLA GUERRA DI SICILIA E DEI FATTI POSTERIORI 2^

Posted by on Lug 25, 2019

STORIA DELL’ITALIA CENTRALE DOPO LA PACE DI ZURIGO DELLA GUERRA DI SICILIA E DEI FATTI POSTERIORI 2^

CORREDATA DI TAVOLE LITOGRAFICHE E NARRATA COLL’ESPOSIZIONE DEI DOCUMENTI ORIGINALI da far seguito alla Guerra d’Italia del 1859 DELL’AVVOCATO DOMENICO VALENTE

SECONDA PARTE – CAPITOLI I – IX

PARTE SECONDA LA GUERRA DI SICILIA ED I FATTI POSTERIORI CAPITOLO

La Sicilia sino alla proclamazione della Costituzione del 1812.

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STORIA DELL’ITALIA CENTRALE DOPO LA PACE DI ZURIGO DELLA GUERRA DI SICILIA E DEI FATTI POSTERIORI

Posted by on Lug 24, 2019

STORIA DELL’ITALIA CENTRALE DOPO LA PACE DI ZURIGO DELLA GUERRA DI SICILIA E DEI FATTI POSTERIORI

Valente fu presidente di una commissione elettorale per il plebiscito a Napoli. Egli era, quindi, un liberale, avverso ai Borbone. A differenza, però, di altri libri dell’epoca che trasudano odio per i re napoletani, Valente cerca di dimostrare come essi fossero fuori dalla storia e che fossero pertanto destinati a soccombere. Di fronte all’incalzare dei tempi nuovi, densi di elementi morali superiori. La sua opera, documentatissima, descrive bene l’opera di emarginazione prima e di sostituzione poi dei vecchi governanti da parte dei Savoia, in centro Italia prima e nelle provincie meridionali poi. Ovviamente lo mostra come una conseguenza del loro essere lontani dallo spirito dei tempi e quindi incapaci di resistere all’urto dei movimenti di opposizione che anelavano alla unità d’Italia. Si guarda bene dal riferire che quei movimenti furono finanziati se non diretti da agenti pagati da Cavour; dai suoi resoconti, però, si intravvede esattamente come un meccanismo – ben oliato che si basava sulla votazione e pubblicizzazione dei cosiddetti “indirizzi” a favore di una annessione al Piemonte – sia stato il grimaldello per spianare la strada alla costruzione di una Italia sabauda. Ovviamente, per l’autore, il Regno delle Due Sicilie fu sordi ai buoni consigli provenienti dal Piemonte. Citiamo alcuni stralci per darvene una idea: Epperò dei due principi, l’uno si trovava già in una via, che bisognava soltanto proseguire, l’altro messosi in una strada falsa, non volle cambiarla; l’uno fu sincero, vide ch’egli sarebbe stato chiamato ad estollersi sulle rovine dell’altro, e glielo avverti, gli espose il pericolo, che correva, e la inevitabile alternativa, in cui egli stesso si sarebbe trovato o di sconoscere i suoi costanti principii o di assidersi sul soglio dell’altro. Il primo raccoglieva il frutto di una politica illuminata, onesta, preveggente eperseverante; l’altro giungeva là ove la via prescelta lo menava; n’era avvertito quando il precipizio già si manifestava, e sordo e cieco disdegnava l’avvertimento, e continuava. Aveva egli dritto ad accusar altri che se stesso? Eran giuste le sue doglianze contra di chi lo aveva avvertito. ed era stato rigettato? Ma tale si fu sempre il sistema prescelto; contrariare la potenza dei fatti e rovesciare poi sugli altri la responsabilità delle proprie colpe. Cialdini, come abbiam narrato, aveva accordato senza difficoltà una sospensione di ostilità per seppellire i morti e dissotterrare i feriti ed aveva puranco offerto degli aiuti per questi; egli vi aveva messo una soia giustissima e ragionevole condizione, e questa condizione fu violata. Indegnato, non si vuol prestare ad ulteriore sospensione di ostilità, ma offre una capitolazione come quella, che abbiamo riferita, dichiarando non averne altra, e questa capitolazione è rifiutata. Ebbene, il generale Casella scriveva agli agenti diplomatici presso le nazioni estere: — «Ma i fatti, che da parte dei Piemontesi hanno accompagnati i negoziati hanno un carattere, che importa di segnalare. Il generale Cialdini ha ricusato di sospendere le ostilità duranti i negoziati. Per tre giorni copri la piazza di bombe e d’obici. Tutte le condizioni erano fissate; non mancava, onde la capitolazione fosse compiuta, che la copia del testo di questo lungo documento e le formatità della sottoscrizione, e le batterie piemontesi spandevano ancora la morte in Gaeta, e lo scoppio di un’altra polveriera seppelliva sotto le sue rovine officiali e soldati.» Buona letture. Zenone di Elea – Agosto 2017

di seguito il la prima parte del testo

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La tratta degli italiani di Fernando Ritter

Posted by on Lug 17, 2019

La tratta degli italiani  di Fernando Ritter

Alla fine degli anni ’60 vi erano ufficialmente, sparsi attraverso il mondo, 6 milioni di individui in possesso di passaporto italiano. Di questi, oltre 2,4 milioni vivevano in Europa: 900 mila in Francia, 700 mila in Svizzera, 400 mila in Germania, 250 mila nel Benelux, 150 mila in Gran Bretagna. In realtà, il numero degli italiani all’estero era allora sensibilmente superiore alla cifra ufficiale, in quanto da essa erano stati esclusi tutti coloro che, nel corso degli anni, avevano rinunciato o dovuto rinunciare alla propria cittadinanza originaria. Innumerevoli quindi sono stati gli italiani costretti a prendere la via dell’esilio per cercare, all’estero, quel pane che veniva loro negato in patria. Ciò avvenne precisamente da quando, conquistato dai piemontesi il Regno delle due Sicilie, cominciò in nome dell’Unità d’Italia, il pesante saccheggio del più vasto, più potente e più ricco Stato della Penisola; di quello Stato che poteva vantarsi di un’amministrazione pubblica modello e di un patrimonio aureo di poco inferiore al mezzo miliardo di lire oro, più che doppio di quello complessivo degli altri Stati d’Italia. Stato pacifico che, tra l’altro, non conosceva la coscrizione obbligatoria e la leva in massa, e che si era posto all’avanguardia del progresso tecnico; a esso i Borboni avevano dato la prima ferrovia in Italia, la prima nave a vapore, il primo telegrafo elettrico (sia pure sperimentale) e, alla sua capitale, l’illuminazione a gas, con 10 anni d’anticipo sulle altre città della Penisola. Stato dove non attecchì la grande usura, che vide anzi fallire il ramo dei Rothschild che si era stabilito a Napoli. L’Unità d’Italia, per il Meridione, significò il crollo della sua agricoltura e quello delle sue industrie -già più sviluppate e floride di quelle del Nord – con conseguenze che si fecero sempre più gravi e tragiche per le popolazioni. L’Unità portò anzitutto alla completa rovina dei contadini, considerati sino alla conquista legalmente inamovibili dalle terre feudali, ecclesiastiche e comunali da loro coltivate, nonché proprietari di quelle coloniche; contadini praticamente esenti da doppie imposizioni e tributi, e da qualsiasi servitù militari. L’incameramento di queste terre, in ossequio ai nuovi principî, da parte del demanio piemontese, la loro messa in vendita, il loro acquisto, furono il trionfo degli speculatori, degli usurai, dei manipolatori di ogni specie, locali e piovuti dal Nord, i quali – sotto la protezione di un esercito di occupazione forte di 120 mila uomini e che, in 10 anni, bruciando paesi e paesani, massacrò 20 mila contadini in lotta per il pane, gabbandoli per briganti -diventarono, con l’ausilio di leggi non meno infami di coloro che le applicavano, i padroni inesorabili del contadino. Questi, messo nell’impossibilità materiale di pagare le tasse e i balzelli imposti da un Piemonte in eterno disavanzo finanziario, si vide portare via le scorte, gli attrezzi, la capanna, il campo; e ciò non da un feudatario “spietato”, ma dal borghese “liberale”. Così il contadino dell’ex reame delle Due Sicilie, il quale dal 1830 al 1860 aveva fruito di una condizione economica assai migliore di quella dei lavoratori della terra del resto della Penisola, si vide con l’Unità depredato addirittura anche del lavoro. E questo in quanto i nuovi proprietari della terra – introducendo colture industriali (agrumi e ulivo) in sostituzione di quelle che coprivano il fabbisogno alimentare e tessile delle popolazioni locali, contadine e cittadine – non ebbero che una preoccupazione: quella di realizzare sempre maggiori profitti finanziari, pure a totale scapito del lavoro (l’industrializzazione di quei tempi!). Così le campagne del Mezzogiorno, sacrificate all’industrializzazione agricola locale e tradite dalla politica per lo sviluppo delle manifatture del Nord, non furono più nella possibilità materiale, come lo erano state nei secoli, di assicurare alla popolazione del Sud, anche delle città, neppure la propria alimentazione. E fu lo sfacelo [1]. Si interruppe in conseguenza – tra l’altro – la corrente migratoria della mano d’opera, che sino allora si era spostata dal Nord al Sud, mentre i contadini meridionali, cacciati per fame dalle loro terre, furono costretti alla fuga verso il Nord e l’estero. Fenomeno che non tardò a trasformare l’intera Penisola in una immane colonia di sfruttamento umano, dove nuovi negrieri razziavano ogni anno, non più africani, ma un crescente contingente di disperati bianchi, il cui numero salì progressivamente da 107 mila – media annua del periodo 1876 -1880 – a 310 mila, media annua del periodo 1896 -1900, a 554 mila, media annua del periodo 1901-1905, a 651 mila, media annua del periodo 1906-1910, a 711 mila nell’anno 1912, a 872 mila nell’anno 1913, anno di vigilia della prima guerra mondiale, che troncò questa tratta, sino alla fine delle ostilità, per fornire carne da cannone, in abbondanza, alle offensive, negazione della strategia, di un altro piemontese. Nessun documento meglio di queste cifre potrebbe illustrare i risultati economici, sociali e umani della politica della borghesia italiana “liberale” di quegli anni. Borghesia che doveva trovare in Giovanni Giolitti il suo personaggio più rappresentativo, diventato direttamente o – per pochi mesi – tramite i suoi luogotenenti Fortis e Luzzato, dal 1903 al marzo 1914 capo del governo e, attraverso la burocrazia e la corruzione, padrone assoluto del Paese. Politica che costrinse, nell’ultimo biennio dell’era giolittiana, oltre un milione e mezzo di italiani a emigrare; più della metà dei quali oltre Atlantico, verso l’inferno delle fazende brasiliane, delle miniere e ferriere della Pennsylvania, dei mattatoi di Chicago, degli angiporti e dei bassifondi di Buenos Aires e di New York; caricata per maggior utile degli armatori del Nord, in condizioni di poco meno disumane di quelle fatte all’inizio del secolo scorso dai negrieri agli schiavi portati sui mercati delle due Americhe.

[1] Codificato dalle leggi protezioniste del 1887 a favore delle industrie del Nord.

fonte https://www.eleaml.org/sud/den_spada/tratta_degli_italiani.html

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Il Sud contro i «piemontesi»: brigantaggio o resistenza?

Posted by on Giu 28, 2019

Il Sud contro i «piemontesi»: brigantaggio o resistenza?

Ho letto la sua risposta a proposito del Mezzogiorno e non capisco perché lei si ostini a dare ancora valore alla favola risorgimentale. Ritengo estremamente puerile non voler considerare il «brigantaggio» come una lotta di resistenza contro l’invasione piemontese (prima non esisteva brigantaggio) e, soprattutto, non voler considerare che fu proprio questa invasione l’origine della «questione meridionale». Antonio Pagano, Torri di Quartesolo (Vi),


Caro Pagano,

La sua lettera (troppo lunga, purtroppo, per essere pubblicata interamente) contiene altre considerazioni sulla politica meridionale dei governi italiani, ma il tema del brigantaggio merita d’essere considerato separatamente. Lei sostiene che prima dell’«invasione piemontese » esso non esisteva.


Main un vecchio libro di Ernesto Nathan (sindaco di Roma dal 1907 al 1913) ho trovato un passaggio delle memorie d’infanzia di un uomo politico che era stato sindaco di Cortale in Calabria all’epoca dei Borbone.


Dopo avere ricordato che la posta arrivava generalmente ogni due settimane perché i briganti svaligiavano il procaccia «una volta sì e una volta no», l’ex sindaco scrive.

«Se di notte babbo e mamma confabulavano, quasi cospirassero, era segno, ricordo, di vicino viaggio. E a mezzanotte si mandavano a chiamare gli armigeri (la necessaria scorta di fedeli ora scomparsa); caricavano e scaricavano i fucili, si somministrava loro una misurata dose di acquavite, tutto s’allestiva nel silenzio e nelmistero e si partiva, a cavallo s’intende, appena apparivano i primi chiarori dell’alba. Se la meta era Catanzaro, si pigliava la via di Nicastro, poi ad un certo punto si cambiava rotta per depistare possibili assalitori; ed in ordine sparso, mandando avanti gli esploratori, fra tattica e strategia, si mettevano giornate intere per arrivare là dove con un legnetto si giunge in poche ore (…). Chi doveva recarsi a Napoli non partiva senza prima fare testamento; chi aveva oltrepassato il faro di Messina s’acquistava tale fama in paese da convertire la sua saliva in specifico per la guarigione degli eczemi».


Il fenomeno contro cui le truppe italiane dovettero battersi dopo il collasso del Regno delle Due Sicilie fu certamente più complesso: molti briganti, ma anche numerosi sbandati dell’esercito borbonico e persino un certo numero di volontari stranieri, soprattutto francesi e spagnoli, giunti nel Mezzogiorno per difendere la causa del legittimismo contro il sacrilego e «massonico» Regno d’Italia. Il più coraggioso e sfortunato fu un ufficiale spagnolo, José Borjés, che aveva combattuto con i carlisti nella guerra civile spagnola e sbarcò in Calabria per suscitare una grande rivolta popolare contro gli occupanti.


Fu un Che Guevara del XIX secolo e non ebbe migliore fortuna del medico argentino amico di Castro. Il capo dei briganti nella zona era Carmine Crocco, prima detenuto nelle carceri borboniche, poi volontario con Garibaldi e infine capobanda nelle file della «controrivoluzione borbonica ».


Crocco negò a Borjés il suo aiuto e lo costrinse a fuggire con i suoi uomini verso gli Stati del Papa. Ma nei pressi della frontiera lo spagnolo s’imbatté in un distaccamento di bersaglieri. Combatté, fu catturato e, poche ore dopo, passato per le armi con i suoi compagni. A un tenente italiano che lo scortava disse: «Andavo a dire al re Francesco II che non vi hanno chemiserabili e scellerati per difenderlo, che Crocco è un sacripante e Langleis (un legittimista francese, ndr) è un bruto».


La tesi secondo cui i briganti sarebbero stati militanti d’una lotta di liberazione nacque in ambienti antirisorgimentali prevalentemente marxisti. Un grande storico inglese Eric Hobsbawm sostenne in uno dei suoi libri («I banditi», pubblicato da Einaudi nel 1971)) che il banditismo può essere il primo stadio di una rivolta politico- sociale. Le ricordo, caro Pagano, che questa tesi, con minore finezza, fu sostenuta dalle Brigate Rosse e da altri gruppi negli anni in cui cercavano di reclutare nelle carceri i loro seguaci.

Sergio Romano

Fonte: https://www.corriere.it – Lettere al Corriere – risponde Sergio Romano

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Giuseppe Massari ovvero storia breve di un velino di razza “a common friend with brains and without tongue”

Posted by on Giu 6, 2019

Giuseppe Massari ovvero storia breve di un velino di razza  “a common friend with brains and without tongue”

Di Giuseppe Massari [*] nell’enciclopedia Garzanti si dice solo che nacque a Taranto nel 1821 e mori a Roma nel 1884, che fu un fervente patriota e che fu relatore della Commissione Parlamentare d’inchiesta[1] – magari in qualche testo di storia si precisa che la sua relazione fu coraggiosa e squarciò un vello sulle tristi condizioni delle plebi meridionali che erano all’origine della rivolta, il cosiddetto “brigantaggio”. Praticamente questo è più o meno quello che sanno tutti gli italiani che hanno frequentato le scuole superiori o anche l’università a meno che non si interessino per mestiere o per diletto di storia patria.

Queste scarne notizie costituiscono il bagaglio culturale sul personaggio che ognuno di noi si porta dietro e che fanno da coordinate per ulteriori acquisizioni.

Massari appartiene alla folta schiera di oppositori politici del regime borbonico che trovarono nel Piemonte una sponda per continuare dall’esterno la loro opera di denigrazione del paese meridionale. Per questa loro opera ‘disinteressata’ ebbero generosi riconoscimenti durante l’esilio a Torino e furono i proconsoli piemontesi a Napoli dopo il crollo del regno borbonico. Il che fu una vera iattura per noi meridionali[2].

Proviamo a ripercorrere le tappe della carriera del Massari…

… nel 1838 il calabrese Benedetto Merolino lo sceglie come corriere della Giovane Italia[3].

… nel 1840 lavora come collaboratore in Parigi della “Gazzetta italiana” della Belgioioso[4].

… nel 1846 viene nominato direttore della rivista “Il mondo illustrato”.

… lavora come collaboratore della “Patria” di Firenze.

… nel 1848 viene eletto deputato di Bari al Parlamento di Napoli.

… lavora come collaboratore de “Il Conciliatore” di Firenze.

… nel 1849 si trasferisce a Torino e lavora come redattore di giornali e riviste sia italiani che stranieri: “Saggiatore”, “Rivìsta contemporanea”, “Gazzetta piemontense”, “La Legge”, “Nazionale”, “Cimento”, “L’Indépendence Belge”.

… nel 1851 lo ritroviamo come traduttore e divulgatore in Italia delle famose Lettere del Gladstone, pubblica infatti: “Il signor Gladstone ed il governo napoletano. Raccolta di scritti intorno alla questione napoletana” Tipografia Subalpina, Torino 1851. Come, non ricordate la famosa frase[5] di Gladstone: “la negazione di Dio eretta a sistema di governo”, “This is the negation of God erected into a system of government.”? Se vi può interessare, vi informiamo che delle lettere vi erano state già due pubblicazioni – in lingua originaria ovviamente – una a Londra e una a New York sempre nel 1851[6], poteva mancare Torino[7]?

… lo vediamo segretario di Cavour negli anni decisivi dell’impresa unitaria[8].

… nel 1856 assume la direzione della Gazzetta Ufficiale piemontese.

… nel  1858 viene nominato, per i servigi resi alla corona sabauda, cavaliere dei SS. Maurizio e Lazzaro.

… nel 1859 lo ritroviamo a preparare il famoso discorso della corona (discorso ispirato da Napoloene III e a cui era interessato pure il Rothschild[9], toh chissà perché!), quello della famosa frase “non possiamo rimanere insensibili al grido di dolore, che da tante parti d’Italia si leva verso di noi”.

… nel 1861 viene eletto deputato al Parlamento nazionale di Torino.

… nel 1863 legge la relazione della Commissione Parlamentare d’inchiesta in comitato segreto[10] della Camera. Su questo atto che lo ha consegnato alla storia più conosciuta dalla maggioranza degli italiani, vi sono pareri assai discordi. 

In molti ritengono e scrivono che la relazione si caratterizza per “Profondità di diagnosi, esame delle cause remote e recenti, invocazione di rimedi che non fossero soltanto di polizia. In lui, che pure verso il Mezzogiorno non fu tenero, denunciandone in ogni occasione le manchevolezze e la fredda partecipazione al processo unitario, agiva questa volta la medesimezza con quella terra, la coscienza di un malgoverno remoto nei secoli che aveva provocato guasti irreparabili, l’«inveterata corruzione del governo e della burocrazia», le complicità, l’omertà, sollecitata, le connivenze, alimento incessante di malessere e malcontento. Intelligenza e pietà vibrano in quelle pagine, che sarebbero state poi alla base di molti altri studi ed inchieste sulla questione meridionale. Si può richiamare il passo noto in cui si descrivono le condizioni di vita del cafone tentato dal miraggio di una migliore condizione e per ciò stesso sospinto sulla strada del brigantaggio: e gli altri, sulle indiscriminate repressioni, che portavano a inasprire gli animi, con punizioni eccessive anche per reati minori, provocati chiaramente dall’indigenza delle popolazioni.[11] 

In pochi – tra cui chi vi scrive – sostengono invece che le “tesi insulse e addomesticate della Relazione Massari ebbero come risultato la promulgazione della Legge Pica, che impose lo stato d’assedio e la corte marziale a tutte le regioni del Sud e diede veste ufficiale alla repressione militare del brigantaggio, già di fatto praticata sin dall’inizio.”[12]

… fu biografo ufficiale di Cavour, di Vittorio Emanuele e di La Marmora!

[1] Il presidente era Sirtori e ne faceva parte anche Bixio.

[2] “È stato un errore, si sostiene nel 1862 in una memoria … avere affidato il governo napoletano a quei patrioti che, emigrati al cominciare della reazione del 1849, rimasero fuori dalla province Napoletane sino al 1860. ……Sebbene essi siano per ingegno, dottrina e amor patrio la migliore parte di quella eletta schiera di liberali Napoletani, sono i meno adatti a svolgere le mansioni loro affidate dal governo di Torino sia per la poca conoscenza che hanno degli interessi di queste province, da cui sono stati per molti anni assenti, sia per quella passione…mista di vendetta e di disprezzo, di cui sono sempre dominati quelli che dopo un lungo e doloroso esilio ritornano potenti in patria.

Rientrati a Napoli come proconsoli piemontesi, hanno falsato agli occhi del Governo centrale i fabbisogni del paese e hanno consentito che questo venisse ammisserito e spogliato…da estranei a queste provincie…venuti con lo spirito di conquista che non si addice a chi doveva spargervi la luce e il progresso. A causa della loro incapacità a governare, l’amministrazione cade in mano di persone che non sapevano un’ acca e non avevano altro merito se non di godere delle grazie della consorteria.”. Cfr. Giuseppe Ressa, Il ruolo degli esuli e dei parlamentari meridionali – Il Sud e l’unità d’Italia (potete scaricare l’opera completa dal sito: https://www.ilportaledelsud.org)

[3] Cfr. Paolo Mencacci – Storia della Rivoluzione Italiana – Volume Secondo . Parte Prima – Libro Primo.

[4] “Le lettere di Tommaseo. di Gioberti, di de Sinner. di Mamiani, di Massari, di Ricciardi, di Mazzini, inviate da Parigi nel Trenta e nel Quaranta fanno frequente riferimento a colei che negli anni del suo soggiorno parigino, soprattutto i primi anni, fu molto rappresentata, molto descritta, molto nominata («princesse révolutionnaire», «heroi’ne romantique». «princesse malheureuse». «grande italiana», «belle patriote italienne». «savante Uranie», «nouvelle Bradamante», «foemina sexu. genio vir»)”. Cfr. Novella Bellucci, II salotto parigino di Cristina Belgiojoso, “princesse révolutionnaire” – (https://www.disp.let.uniroma1.it/)

[5] Frase fortunata! E pensare che il Gladstone non aveva mai visitato una galera borbonica, questo lo confessò egli stesso a Napoli nel 1888 durante una rimpatriata. Il sussidiario sui cui avete studiato la storia del Risorgimento voi – e pure io – questo non lo sapevano o facevano finta di non saperlo.

“Gladstone, tornato a Napoli nell’anno 1888-1889, fu ossequiato e festeggiato dai maggiorenti del cosi detto Partito Liberale, i quali non mancarono di glorificarlo per le sue famose lettere con la negazione di Dio, che tanto aiutarono la loro rivoluzione; ma a questo punto il Gladstone versò una vera secchia d’acqua gelata sui suoi glorificatori. Confessò che aveva scritto per incarico di lord Palmerston, che egli non era stato in nessun carcere, in nessun ergastolo, che aveva dato per veduto da lui quello che gli avevano detto i nostri rivoluzionari”. Cfr. Carlo Alianello, La conquista del sud, Rusconi Editore.

[6] Two letters to the Earl of Aberdeen, on the state prosecutions of the Neopolitan government. by W E Gladstone – Type: English : Book Publisher: London, J. Murray, 1851.

Two letters to the Earl of Aberdeen, on the state prosecutions of the Neopolitan government. by W E Gladstone – Type: English : Book Publisher: New York, J.S. Nichols, 1851.

[7] “Massari, per il momento, non ancora inserito nel gioco diplomatico, fu abile per la sua parte a cogliere a volo quella opportunità da cui poteva venir bene alla causa, e tradusse subito in bella prosa italiana quella lettere che pubblicò a Torino (Il sig. Gladstone e il governo napoletano), appena dopo che esse erano state divulgate a Londra.

Fu una lungimiranza già quasi cavourriana? Resta il fatto che questo secondo scritto sul Mezzogiorno e gli altri che seguirono, sulla polemica intercorsa tra il governo napoletano ed il Gladstone, così tempestivi e rivolti ai suoi ospiti torinesi, e di lì a tutti gli italiani e amici dell’Italia, non solo risultarono un contributo notevole alla causa risorgimentale, ampliando l’effetto di denuncia nei confronti degli screditati Borboni, ma conferirono al Massari una più precisa collocazione in quel variegato ambiente dell’emigrazione nei cui confronti opinione pubblica e governo piemontese guardavano con non grande simpatia e molte volte con sospetto.”Cfr.

[8] “Era persuaso, come sarà persuaso Cavour, che in questo seppe ben scegliere l’uomo, che la pubblicità della causa italiana e piemontese nella opinione pubblica europea fosse da curare con estrema saggezza e tempestività, e Massari non trascurò una occasione che potesse procacciar simpatie alla causa: Gladstone, gli ambienti liberali inglesi, la cultura e la diplomazia di Francia, de Mazade, con cui avvia un fitto carteggio, gli ambienti vicini a Napoleone III, il gruppo degli intellettuali fiorentini, gli emiliani, i circoli e le personalità milanesi, gli ambienti ufficiali e quelli ufficiosi, i ministri, le ambasciate, i salotti, le redazioni: quel variegato scenario entro cui si «facevano» le sorti d’Italia non è mai descritto con l’intento del narratore, eppure risalta al vivo negli scorci epistolari, nelle notazioni di diario, nelle relazioni.”. Cfr. Michele Dell’aquila, INTELLETTUALI MERIDIONALI ESULI IN PIEMONTE NEL DECENNIO 1849/59: GIUSEPPE MASSARI – La Capitanata – Rassegna di vita e di studi della Provincia di Foggia – BOLLETTINO D’INFORMAZIONE della Biblioteca Provinciale di Foggia, Anno XX Gennaio-Giugno 1983 – Parte I – (https://www.bibliotecaprovinciale.foggia.it/)

[9] Cfr. Carmine De Marco, Cavour – dal libro “Revisione della Storia dell’Unità d’Italia” – (https://www.adsic.it/)

[10]L’inchiesta, nota come Massari – Castagnola, già più volte proposta dalla sinistra, avrebbe dovuto anche sollevare il velo di silenzio steso dal governo sugli errori e sugli abusi compiuti dall’esercito nell’opera di repressione. Nel maggio 1863 la Commissione d’Inchiesta concluse i lavori. I risultati, raccolti in una lunga relazione, vennero letti alla Camera in diverse sedute e furono pubblicati in estate sul giornale “Il Dovere”. La relazione evidenziava numerose ragioni economiche e sociali del fenomeno del brigantaggio, ma evitava di parlare delle responsabilità del governo, chiamando, invece, in causa l’attività degli agenti borbonici e clericali. In sostanza, concludeva la relazione, “Roma è l’officina massima del brigantaggio, in tutti i sensi ed in tutti i modi, moralmente e materialmente: moralmente perché il brigantaggio indigeno alle province meridionali ne trae incoraggiamenti continui e efficaci; materialmente perché ivi è il deposito, il quartier generale del brigantaggio d’importazione”. In essa si insisté sull’interpretazione del fenomeno del brigantaggio come frutto di delinquenza comune, retaggio del vecchio regime, e come l’effetto dei tentativi di riconquista delle Due Sicilie, da parte di Francesco II, con la complicità dei preti meridionali legittimisti. Come conseguenza di questa analisi, venne approvata, ad agosto, con procedura d’urgenza, la famigerata legge Pica (che rimase operativa fino al 1865) la quale aboliva qualsiasi garanzia costituzionale; in virtù di essa furono insediati otto speciali Tribunali militari, i collegi di difesa vennero assegnati agli ufficiali e si abolirono i tre gradi di giudizio che erano operativi nell’altra parte d’Italia. In pratica le condanne, che erano inappellabili, variavano dalla fucilazione ai lavori forzati (spesso a vita); venne stabilito il reato generico di “brigantaggio” in virtù del quale ogni sentenza era legittima; anche persone non partecipi alla rivolta persero la vita perché accusate ingiustamente di brigantaggio da loro nemici personali i quali, in questo modo, saldavano sbrigativamente dei conti in sospeso.“ Cfr. Stefania Maffeo, – L’unità d’Italia fece del Sud una colonia da depredare (https://www.storiain.net/)

[11] Cfr. Michele Dell’aquila, INTELLETTUALI MERIDIONALI ESULI IN PIEMONTE NEL DECENNIO 1849/59: GIUSEPPE MASSARI – La Capitanata – Rassegna di vita e di studi della Provincia di Foggia – BOLLETTINO D’INFORMAZIONE della Biblioteca Provinciale di Foggia, Anno XX Gennaio-Giugno 1983 – Parte I – (https://www.bibliotecaprovinciale.foggia.it/)

[12] Cfr. Abstract de “Brigantaggio legittima difesa del Sud – gli articoli della Civiltà Cattolica (1861 – 1870)” – introduzione di Giovanni Turco, prima edizione 2000” –  (https://www.editorialeilgiglio.it/)

[*] Pubblichiamo una nota inviataci oggi, 31 luglio 2006, dall’amico Gernone che ringraziamo: “Sull’ascaro Massari aggiungerei che la relazione scritta a mano e poi modificata per ovvie ragioni al largo pubblico della stampa è introvabile, che la CPIB relazionò a porte chiuse in Parlamento… Massari come altri servitori meridionali della conquista piemontese morì solitario a Roma ed è sepolto a Bari. Ciao Nino”.

fonte

https://www.eleaml.org/sud/destra_sinistra/ds_massari.html

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