Alta Terra di Lavoro

già Terra Laboris,già Liburia, già Leboria olim Campania Felix

C’ERANO UNA VOLTA …

Posted by on Nov 19, 2025

C’ERANO UNA VOLTA …

‘NCIARMI, RESPONSORI, FATTURE E MALEDIZIONI

‘Nciarmatori e fattucchiari di casa nostra. Quelli che vedete nella seconda foto fra quelle allegate sono

due dei più noti ‘nciarmi nella nostra zona ed anche i più diffusi perchè legati ai malanni più frequenti.

La particolarità della foto è data dal fatto che quella paginetta molto vissuta e quella grafia antica non appartengono ad un manuale di un fattucchiaro (come quelle che mostrerò dopo) ma ad un diario/breviario di un prete, per la precisione Domenico Ambrosio, curato Fasanorum” (probabilmente di inizio Ottocento) un curato di Fasani di non modesta cultura, come si potrebbe pensare, ma buon conoscitore del latino (molti altri testi sono infatti in latino). Evidentemente in quel tempo non c’erano rigide preclusioni da parte della Chiesa verso i tantissimi uomini e soprattutto donne che praticavano

questi riti sopravvissuti praticamente fino ad oggi. E che un curato se ne occupasse non meraviglia se si pensa che fino alla fine dell’800 la scienza medica non è stata in grado di produrre rimedi per alleviare molte delle più comuni malattie e accessibili a tutti i livelli della popolazione, Tra l’altro dall’Alto Medio Evo erano stati proprio gli Ordini Mendicanti che, girando per le campagne, avevano cominciato a diffondere questo sapere fatto di elementi cristiani e pratiche pagane. Fu allora che cominciò ad affermarsi il culto popolare dei Santi “taumaturghi” con un intreccio tra religione e finalità terapeutica che ancora oggi, dove esso sussiste, caratterizza la cosiddetta medicina del “segno”.

Bisogna anche tener conto del fatto che fino a non molti anni fa i medici risiedevano per la maggior parte nelle città o nei centri abitati più popolosi per cui nelle campagne si era costretti a ricorrere a rimedi non convenzionali per i diffusi e diversi problemi di salute. Coloro che vivevano in frazioni distanti dai maggiori centri, per i quali non era agevole disporre dell’intervento del medico condotto, ricorrevano per necessità alla farmacopea popolare, sia quella casalinga basata sull’uso di erbe, cataplasmi e intrugli vari sia, per determinate malattie, ai rituali di tipo magico-religioso praticati dai guaritori. E qui è opportuna la distinzione fra ‘nciarmatori e fattucchiari, non in base alle loro competenze ma al “modus operandi”, in altre parole tra gli inciarmatori che con formule prettamente religiose (come quelle riportate dal curato di Fasani) tramandate in famiglia, con invocazioni a vari Santi taumaturghi, liberavano il richiedente da piccoli ma fastidiosi malanni appunto come il mal di denti, il mal di pancia ecc. e gli altri, i fattucchiari, chiamati ad intervenire, nel bene e nel male, per situazioni molto diverse come vedremo.

Intanto già lo ‘nciarmo non era cosa da tutti, per praticarlo era necessario avere un’età, la saggezza di quella età e naturalmente le opportune conoscenze dei riti e delle formule che venivano comunque difficilmente tramandate dai depositari, perlopiù donne, solo a chi ne avesse acquisita la fiducia e (come si sa) solo la notte di Natale.

Questi ‘nciarmatori, o meglio “guaritori”, operavano soltanto a fin di bene e le loro “competenze” si spingevano anche ad interventi particolari. Se per esempio un bambino risentiva di un grosso spavento che gli procurava la brutta “vermenara” (come veniva chiamata), si provava prima con rimedi casalinghi come quello di fargli odorare, di sera al buio, qualcosa dall’odore molto forte ( anche tabacco trinciato come il Sant’Antonino) ritenendo che quel forte odore spingesse i vermi ad “uscire” per la via naturale dall’intestino. Allo stesso scopo si poteva utilizzare anche una ‘nzerta d’aglio messa sotto il cuscino Se la cosa perdurava, si passava, anche per risparmiare, non al medico ma al “guaritore”. In un caso come questo si poteva andare per esempio a Tuoro, da Zi’ Mariuccia la quale, come del resto tante altre ma forse meno brave, aveva il “responsorio” adatto (che andava recitato sottovoce, in modo che i presenti non capissero e non se ne appropriassero) praticando il rito previsto, anche con oggetti particolari. In questo caso, la catena annerita del focolare che veniva fatta scorrere più volte da una spalla all’altra del “paziente”. Funzionava? Mi dicono di si. Altra possibilità era quella di portare il bambino in chiesa dove il prete poteva “leggergli il Vangelo in testa” (probabilmente il prete recitava soltanto delle orazioni). Sempre a Tuoro, per restare “in zona”, Zi’ Augusto era noto tra l’altro per fermare le febbri persistenti (come “la quartana” cioè la malaria) con una “pacca ‘e ficurinie” trattata in modo che solo lui sapeva. Problemi di salute ce ne erano tanti e per tutti, logicamente anche per gli animali e si sa quanto questi fossero utili e insostituibili nel lavoro e nell’economia agricola e poiché ricorrere ad un medico era già difficile si comprende come lo fosse ricorrere ad un veterinario. Poteva succedere che anche il contadino più esperto non riuscissse a curare un suo animale ed anche lui doveva ricorrere al “guaritore” che in fondo era solo una persona più esperta di lui. In zona uno di essi era ‘Ndonio ru zengaro” che “operava” a Mortola. Curava gli animali ammalati (cavalli, asini, buoi) ancora agli inizi degli anni ’50 e c’è chi lo ha visto intervenire su una mucca che non riusciva più ad inghiottire, infilandole un lungo ferro in gola fino ad aprire l’ascesso che la tormentava. La cosa curiosa è che ‘Ndonio era anche pratico di’ ‘nciarmi per le donne che non riuscivano ad avere figli.

Naturalmente anche a Sessa ce n’era qualcuno ma tutti si occupavano esclusivamente di ‘nciarmi per piccoli malanni. Li potevi trovare, col passa parola, nei bassi del centro storico come Minicuccio in zona Duomo o, “arret’ ‘a catena”, il più conosciuto “mast’ Americo ru scarparo”, un umile ciabattino che lavorava e viveva in un basso di sole due stanze con l’anziana sorella, piccolo di statura, una folta chioma bianca. Di poche parole, era cercato soprattutto per i bambini perchè “esperto” non solo di vermenara ma anche di “varvone” (orecchioni) che curava spennellando un misterioso liquido nero dietro le orecchie dell’ammalato. Come tutti gli altri non chiedeva mai un compenso che quando comunque veniva elargito, per le comuni ristrettezze, non andava oltre un fiasco d’olio o di vino, qualche chilo di fagioli o di pasta. Molto nota, anche perché vissuta fino a non molti anni fa, era Patrizia, nella casa colonica accanto al Campo Sportivo, nota perché la sua specialità erano i famosi “abitini”, quei curiosi, misteriosi, minuscoli fagottini di stoffa che si mettevano addosso soprattutto ai bambini, i più esposti al malocchio o peggio. Che cosa contenessero non era dato di sapere ma certamente l’elemento principale era un’orazione scritta su pezzettini di carta oltre a grani di sale, peli di animali, semi di piante o frutti particolari ecc. Ho aggiunto una foto per darne un’idea a chi per la giovane età non li avesse mai visti. La foto è di tre “abitini” centenari, interessanti per tipologia fra quelli che nel tempo ho raccolto. Uno è completamente “anonimo”, il più frequente; un altro, con la medaglietta annessa, esprime decisamente la sintesi fra elementi cristiano/religiosi e pratiche magiche di antichissima origine. Il terzo è il più originale perché la

sintesi di cui sopra è stata realizzata successivamente alla creazione dell’abitino nel momento in cui, per amplificarne intenzionalmente l’efficacia protettiva, è stato legato alla foto della persona destinataria con l’aggiunta di ruta e palme benedette. Se togliere il malocchio (quello inteso solo come semplice ” ‘nviria” che al massimo provocava il fastidioso mal di testa) era praticato da quasi tutte le anziane di famiglia, togliere il vero malocchio (quello “peggio ‘e ‘na scuppettata”) o addirittura una “fattura”, non era per tutti ma veramente per pochi e bisognava far ricorso ai fattucchiari, “esperti” accreditati che lo facevano in segreto ma alcuni a livello popolare erano abbastanza conosciuti come per esempio Zi’ Vicienzo che abitava nel diruto convento dello Spirito Santo. Altro notissimo fattucchiaro era Zì Jacuccio a Mortola. Dai modi bruschi e sbrigativi, si dice fosse in grado col solo sguardo di capire da lontano se il richiedente fosse fiducioso o meno delle sue potenzialità e per questo capitava non di rado che qualcuno non venisse da lui neanche accolto in casa. Comprensibilmente quelli poco conosciuti, proprio per il motivo per cui ci si rivolgeva, erano i fattucchiari che le fatture, quelle che i Romani chiamavano “defixiones”, cioè vere e proprie maledizioni, le sapevano anche fare. Di questi comunque non parleremo. Nella seconda parte di questo excursus nell’ambito meno conosciuto del nostro locale patrimonio di credenze, usanze e cultura popolare, parleremo solo di uno dei più noti “guaritori” qui in zona e del suo vasto repertorio di ‘nciarmi, alcuni veramente curiosi. Parleremo anche delle tante usanze di “medicina” popolare che l’esperienza generazionale tramandava fino ad un tempo non troppo lontano.

Antonio Varone

fonte

SessaFotoeStoria

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